Il bamboccione - secondo capitolo

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Il bamboccione



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Piove. È una metropoli succube di reumatismi alle infrastrutture. Il treno della metro si ferma alla stazione Furio Camillo e ci fanno scendere.

La gente si accalca. Un addetto informa che un calo di tensione elettrica ha causato un’interruzione del servizio. I passeggeri sono invitati a salire per usare le navette di emergenza in superficie, ma le navette non ci sono. Dei cartelli avvertono i viaggiatori di attendere. Da ogni angolo sbucano ambulanti a vendere ombrelli. Piove a dirotto, adesso. Le persone s’inventano ripari di emergenza. Fanno incetta di giornali gratuiti che abbandonati all’uscita della stazione sono già fradici. Una ragazza azzarda un allungo e sbatte il suo culo tozzo sull’asfalto. Le navette sono in ritardo e la gente assale gli autobus di linea. Interviene la pubblica sicurezza per sfollare le persone dalla fermata.

Chi si trova nelle vicinanze della propria abitazione, torna indietro a prendere l’automobile. Un vigile avverte che le vie consolari saranno sicuramente congestionate.

Trovo riparo sotto la pensilina di un negozio e osservo il via vai. La scheda del cellulare è scarica, posso solo ricevere telefonate e, infatti, vibra il telefono nella tasca. Vista la pioggia, è come un presagio.

 

Pronto? È lei? Mi sente?

Sì, sono io, mi dica…

Deve prendere servizio. Stanno uscendo le ambulanze. Ci sono stati degli incidenti nella zona dei cinesi.

Mi guardo in giro. Tuoni. Clacson. Semafori fuori uso. Motorini sul marciapiede. Per fortuna che ci sono le buche: una ragazza ne prende una, lei cade a sinistra e il motorino a destra. La ruota anteriore continua a girare a vuoto. Mi avvicino mostrando il tesserino.

 

- Stai distesa, non muoverti. Tranquilla, sono un infermiere.

- Come sarebbe che non mi muovo: non lo vedi che piove?

- Ok. Andiamo un attimo all’angolo, ripariamoci.

- Ma che ripariamoci… sono pure in ritardo.

- Dove devi andare?

- Verso la stazione... cioè, all’università…

- All’università o alla stazione?

- Oh, insomma… ma che vuoi? Vado alla stazione.

- Anch’io vado di là. Me lo dai uno strappo?

- Vabbè, ma ce l’hai un casco?

- E che metto il casco quando vado a piedi, secondo te?

- Hai ragione pure tu. Andiamo.

 

Dio c’è, esiste e mi porta a destinazione. Soltanto un divino potrebbe salvarsi dal traffico di oggi in sella a due ruote.

 

- Ecco. Io lavoro qui. Meno male che sei caduta, sennò non sarei mai arrivato. Cioè…

- Sì, ho capito… comunque ciao, io sono Vanessa.

- Lavori alla stazione, hai detto?

- Alla paninoteca dentro la stazione.

- Ok. Ciao.

 

Sarei un infermiere, come detto. Sono passato per varie corsie e qualche pronto soccorso. Lavorare in questi ambienti sviluppa un grande senso dell’ironia che con il passare del tempo si trasforma in cinismo, è solo così che puoi resistere.

In seguito, ho trovato occupazione sul camper dell’Unità Mobile, dove ci si occupa di immigrati in condizioni di disagio. Li chiamano campi di accoglienza ma sono fogne da dove scappano persino le pantegane.

 

Quartiere cinese. Due vigili stamattina hanno fatto la multa ed è accaduto il finimondo. C’è un’auto ribaltata, siamo lontani e non si capisce se sia una volante della polizia. Due cassonetti della spazzatura sono in mezzo alla carreggiata, alcune bandiere della Repubblica Cinese, in terra. La troupe di un’emittente privata sta intervistando alcune persone con l’ausilio dell’interprete.


- Male. Botte. Male a braccio. Noi sta qui lavorare, no rubare. Noi qui quattrocento negozi. Tutta la via cresciuta da noi. Se noi non qui, questa via già morta. Comune non possono dire per ventiquattro ore, noi non usare carrello per caricare. Polizia fare quaranta euro multa. Roba pesante, noi non possono scaricare a spalla…


Interviene un anziano del posto a contraddirli: - Loro non possono bloccare la circolazione con i carrelli e le biciclette. Questa non è una zona lavoro, ma una zona per passeggiare.




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 © ENRICO MATTIOLI 2017




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