Il bamboccione - capitolo terzo



Il bamboccione



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Sono sul piazzale della stazione Tuscolana. Mi piace guardare i treni mentre sorseggio una birra di primo prezzo presa al discount. Comunitario in mezzo agli irregolari dell’est sudati, seduti e sedati da prezzi alcolici di medesima convenienza. Una fila di mediorientali attende un pulmino per occupazioni di caporalato. Provo la sensazione banale e cinematografica di fuggire, salire su un vagone merci e scappare via. Questa non è la stazione centrale, è soltanto una nodale di passaggio nel mezzo di un quartiere popolare al cui fianco scorre la ferrovia. Sul binario cinque a ogni quarto passa il regionale della tratta Pisa - Orte e tocca la città sulle fermate Tiburtina, Tuscolana, Ostiense e Trastevere. Scendono i pendolari, anonimi, neri come i corvi e curvi pure se curvi non sono.

Lavorano a sessanta, ottanta, cento chilometri di distanza per un’occupazione di mezza giornata. Riprendono un treno e se ne vanno verso un’altra somministrazione lavorativa per l’altra restante mezza giornata con il bagaglio accresciuto di esperienze come garantito dalla flessibilità e ad altrettanti sessanta, ottanta, cento chilometri di distanza in aggiunta. Intontiti dall’aderenza del vagone sulla rotaia. Immuni al sonno e alla veglia perché non ne distinguono la differenza. Terrorizzati dai ritardi che non potrebbero giustificare. Sposati solo alle coincidenze. Domiciliati presso le ferrovie dello Stato.

È sera ormai, sento dei suoni che provengono dal sottopassaggio. Il silenzio è rotto da qualche convoglio dedito alla manutenzione.


Scendo, l’istinto mi guida ad andare. Sorseggio la bionda senza fragranza e con troppo alcol, supero un’esposizione di quadri per una mostra improvvisata nel tunnel. Non era un’allucinazione, avevo sentito giusto. C’è musica e c’è uno stendardo che non riesco a leggere, ci sono dei vagabondi, qualche decina di persone, cinque o sei lavoratori che attendono la propria coincidenza e una ragazza scesa dal treno con la bici.

Farfuglia suona la chitarra e canta. Indossa una giubba militare e gli anfibi ai piedi. Tiene un polsino e nasconde lo sguardo dietro gli occhiali da notte. Alle chitarre c’è uno rasato, alle tastiere uno con la mosca sotto il labbro, al basso un biondino e alla batteria un altro tizio spiritato.

 

Lancia la bomba sono a tiro anzi spara un colpo al corpo dato che ci sei

Come un coltello sulla gola tutto quello che faccio va in malora

Ti sei nascosto dietro a un dito, ti sei appartato dietro a un vetro

Nessun sentimento e nessun perché, nessun sentimento e nessun perché

 

Finito il pezzo, prende il microfono e si esibisce in una risata come se fosse una star, ride come tutti quelli fuori di melone. Dice che con l’astratto alla menta spendi cinque euro e ti sbronzi - ti chiedono se ce la fai e tu credi che ti vogliano fregare le mutande: ma c’è ancora qualcuno a questo mondo che le porta? Ride ancora e ridono tutti.

Continua a ridere, poi abbraccia due tipi. I suoi musicisti preparano i fagotti e richiudono le custodie. Vanno a caricare la strumentazione sul furgoncino parcheggiato nel piazzale. Lui siede su un muretto, guarda divertito due barboni che cominciano a ballare ora che la musica s’è spenta. Mi vede lì come un cane solitario. Alza il pollice e mi fa il cenno della pistola. I suoi ragazzi chiacchierano, lo salutano e se ne vanno. Osservo il furgone allontanarsi. Mi volto e lui è sparito. Sono solo, in compagnia dello stendardo abbandonato in terra.

Lo prendo per leggere, distratto dall’annuncio del regionale della tratta Fiumicino - Ladispoli - Cerenova. Guardo ancora intorno e poi lo apro: Quando canto non balbetto.

Fugge nella notte, Farfuglia. Suona per i pendolari. Quando canta, non balbetta. Si nasconde su un treno merci. Domani suonerà ancora. Altrove. Sciacquerà il suo stomaco con l’astratto alla menta. Povero Farfuglia, aveva ragione. È forte.



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 © ENRICO MATTIOLI 2017




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