Avvisiamo la gentile clientela - capitolo due

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Il contatto con il pubblico era intrigante e perverso. I clienti si tormentavano con i bollini per i regali: più spendevano e più accumulavano punti. Paradossale il fatto che sapevano bene quanto quegli omaggi, in realtà, fossero soltanto presunti. Chiedevano il totale parziale della propria spesa per sapere se avevano raggiunto il punteggio, altrimenti avrebbero preso qualche altro articolo al fine di arrotondare. Era fondamentale creare una dipendenza, suggellata dalla fidelizzazione attraverso la carta club.

Il concetto della fedeltà aveva i suoi aspetti piacevoli. Una giovane donna, sposata con due bambini, faceva la spesa di prima mattina. Entrava e salutava tutti. Si fermava davanti alla specchiera del reparto intimo e si guardava, si sistemava, si slacciava il quarto bottone della camicetta mostrando un generoso decolté. Si scocciava però, se la salutavi quando veniva con il marito.

L’avremmo premiata tutti molto volentieri. Dal Canto smaniava perché ne era invaghito; il direttore, invece, era convinto che la giovane rubasse trucchi e profumi. Lei faceva l’amore con il marito - forse - e pesava la carne già prezzata alle bilance dell’orto frutta sotto la voce scarola. Io la vedevo e la chiamavo signora scarola. Lei capì che non l'avrei tradita e mi sorrideva maliziosa mostrandomi qualche centimetro in più delle sue tette. Era un gioco anche quello, in un certo senso. Era un palcoscenico. Noi creavamo svaghi per la clientela e questa, saltuariamente, ricambiava. A volte si è incudini, altre si è martelli. Un giorno, chissà, la signora mi avrebbe martellato al posto di Dal Canto.

Accompagnavo con lo sguardo i clienti alla scala mobile. Dalla vetrina vedevo un tizio passeggiare con il cane, il dott. Carloni rientrare in studio, le segretarie dell’ufficio assicurazioni uscire dal bar gesticolando divertite.

Gli affari andavano a gonfie vele per l’azienda trasporti del Comune, perché i mezzi pubblici erano pieni. Tutto trascorreva regolare.

All'ora di pausa vagabondavo senza una meta precisa. I colleghi tornavano a casa per il pranzo, mentre io entravo al bar e fissavo i calendari della Pirelli, costatando che un anno era veramente composto di dodici mesi.

Donna Boccione, la nostra cliente più lamentosa, si lagnava, come ogni giorno dopo pranzo, col barista perché l’espresso servito era bollente. Conoscendo la Boccione, solidarizzavo col pover’uomo, lanciandogli occhiate di comprensione.

Le parole erano inutili come le mie azioni. Avevo l’impressione di far trascorrere il tempo. Tutti andavano di corsa. All’improvviso, qualcosa mi rapì… ma sì, era lei, proprio lei: la ragazza con le fossette sulle guance!

Si dirigeva con passo veloce alla fermata dell’autobus. Non riuscii a seguire il suo zigzagare tra le auto ferme al semaforo e quando decisi di pedinarla, scattò il verde. Avrei potuto considerarlo un segno del destino, ma decisi di non abusarne perché la ragazza stava andando al lavoro e quello era il suo tragitto abituale. Mi allontanai e pensai a lei. Belinda, assomigliava a Belinda Carlisle, la cantante californiana. L’avrei aspettata l'indomani. Io la musica della Carlisle non l’ascoltavo, ma seguivo la Carlisle che era in lei.

Tornai al lavoro. Aspettavo Belinda ed entrò la Gatta. Mi salutò senza muovere le labbra, pronunciando solo C-I-O anziché un solare e aperto ciao.

La Gatta ripeteva di non ritenersi collega di un minorato come me. Una volta mi si avventò contro insieme con il Barone, il suo sindacalista CISL, perché l'avevo canzonata.



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© ENRICO MATTIOLI 2017




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