Racconti brevi


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In questa sezione presento i miei racconti brevi. 

Alcuni li ho scritti per partecipare a dei concorsi, 

altri per il solo piacere di scrivere. 

Tra questi ce ne sono di umoristici e surreali, come 

 Appunti dell’appuntato Puntarella,  

altri raccontano temi più seriosi. 


Saluti

EM


© ENRICO MATTIOLI 2017




Ridotti ai minimi termini


Pillole e anfetamine di un sindacalista al supermercato


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I colleghi mi chiamano Telecamera, perché ritengono che io riesca a vedere anche quel che non capita. Eletto delegato sindacale, ho preso l’abitudine di appuntare lo svolgimento delle giornate per le eventuali rimostranze. Ma rileggendoli i miei appunti, ho l’impressione che quanto riportato non sia accaduto realmente: se ciò fosse, sarebbe evidente quanto i lavoratori spesso, non hanno bisogno di un delegato sindacale, bensì di un assistente spirituale.  

Ore 7.50 di un sabato qualunque. Siamo quindici persone assonnate, scaffalate sulla rampa del magazzino. Terremoto, il macellaio, interpreta i quotidiani politici; Zuccone, il magazziniere, dorme, mentre Margheritone conta le pecore: il colmo per un caporeparto pescheria!

Aspettiamo Auricchio, il nuovo capo settore, al quale spetta il compito di aprire il magazzino. E’ in grave ritardo: il supermercato attiva la vendita alle ore 8, ma in genere si comincia alle 6.30.

Auricchio è un cassintegrato con le stellette. Già assorbito dalla filiale di provenienza giacché il mercato ancora precedente aveva avuto il medesimo destino, si è presentato a noi in modo inquietante:

- Nelle altre filiali, io il sabato non lavoravo. Poi un bel sabato, mi hanno costretto e...

Ne nasce un caso: il personale maschile gira con le mani sui marroni. Romoletto, il direttore, ci critica perché le mani servono per lavorare: - Se dovessimo seguire le pratiche della scaramanzia - dice - tutti noi avremmo le mani sui coglioni!

Detto questo, si è toccato i marroni. Intanto, anche questo sabato, per prudenza, ha lasciato Auricchio a casa: è il direttore, infatti, che defilato porta le chiavi urlando Al lavoro! Al lavoro!

Zuccone, per il quale al lavoro è sinonimo di al fuoco, destato di soprassalto scappa, ma è bloccato dal camion che scende per scaricare.      

Ore 8.30. La collega Ciabatta arriva con mezz’ora di ritardo. Subisce il rimprovero del direttore. Lei, offesa, chiede il mio intervento. Dice: - La legge è uguale per tutti: non è giusto che Auricchio stia in casa solo perché porta iella! A questo punto anche io mi metto a portare iella. E tu, che sei il nostro delegato, che fai: dormi?

- Certo che no - le dico sbadigliando - ma adesso finiamola con la storia di Auricchio: porta male!

Detto questo, mi tocco. Romoletto mi coglie in fallo. Dice: - Anche lei, ci si mette: finiamola con le stupidate - dice allontanandosi. Poi, aggiunge sottovoce: - Porta male denigrare un collega che porta iella!

Detto questo, si tocca i marroni. Romoletto sta preparando una lettera per la direzione generale. Suda, s’impegna, ma non capisce dov'è il refuso.

Scuote la testa, scoraggiato. - C’è qualcosa che non va.

E mi legge la lettera. Il fatto è accaduto perché una cassiera non riusciva a cambiare il pannolino della cassa; dopo cinque minuti di vani tentativi, mi ha chiamato e io mi sono recato con urgenza alla cassa in questione, risolvendo il problema nell’arco di qualche minuto...

Intanto Scrocchiazeppi e Pippisenzacalze, confortano la Ciabatta disperata per le offese del direttore, per l’indifferenza del sindacalista e perché da quando è arrivato Auricchio, è già il terzo rimprovero che prende nella sua carriera di cassiera.

- E se le ha attaccato il malocchio? - fa Pippisenzacalze.

- Bisogna portarla dalla Maga - replica Scrocchiazeppi.

- Hai ragione - continua l’altra - e deve intervenire il sindacato. Si preoccupa di così tante fesserie, che dovrà pur fare qualcosa contro la iella!    

 

La cassiera Maga, intanto, ordina al macellaio Terremoto cinque lombate di vitello.

- Ben spesse! - dice - Ora ti lascio che ho la fila in cassa.

Scrocchiazeppi e Pippisenzacalze la rincorrono. - Ti dobbiamo parlare.

Io, attento a non incappare nel direttore, sono impegnato come capo gabinetto: gente che va e che viene; tranne quando arriva Terremoto. La sua seduta di oggi supera la mezz’ora e ciò pregiudica i miei rapporti con il Ricevitore merci. - Non ce la faccio più - dice quest’ultimo - ricordati che ho prenotato venti minuti fa.   

Cerco di intrattenerlo. - Intanto, se vuole, può partecipare a Vota la canzone.

Vota la canzone è una mia trovata: sulla porta del bagno, ognuno può scrivere il titolo del proprio brano preferito nell’attesa che il cesso si liberi. Il Ricevitore è in discesa al terzo posto con Lucean le stelle. Perde terreno e s’incazza con me. - Non è possibile che Gisella sia al primo posto. Sei tu che hai truccato il concorso perché lui è un tuo iscritto. Ecco la verità: questa faccenda è un fatto sindacale! 

Così dicendo, cresce il suo bisogno fisiologico e lo spazientito collega bussa alla porta - Terremotoooo!

Terremoto, disturbato, si offende con me. - E’ colpa tua! Tu devi tutelarmi quando vado al bagno: lo sai che ho seri problemi! 

- Quali?

- Secondo te, perché mi chiamano Terremoto? 


Nel corridoio dolciumi, Scrocchiazeppi e Pippisenzacalze incalzano la Maga. - Devi dare un’occhiata alla Ciabatta: ha seri problemi.

- E che c’ha?

- Ce l’hanno tutti con lei.

- Già - aggiunge Pippisenzacalze - da quando è arrivato Auricchio...

- Aaaah! E non me lo nominare... - dice scappando. Si dirige in macelleria, dove ha un contrasto con Terremoto.  

- Ancora non sono pronte le lombatine? - Fa lei.

- Sono stato al bagno. Embè? - Risponde lui.   

- Spero che ti sia lavato almeno le mani...

- E perché? Mica è ora di pranzo! (Terremoto crede che il sarcasmo sia qualcosa sotto la ventola del radiatore, in altre parole, è serio).

- E' inutile discutere con te. Ricordati che non posso lasciare la cassa ogni mezz'ora!

Così si reca al reparto dolciumi da Scrocchiazeppi, la quale, continua a consolare la Ciabatta.


Dalle casse due clienti esasperati dagli indugi della Maga, si avvicinano in ufficio per protestare e trovano la Lupa, capo cassiera, sommersa da carte, computer, distinte e denari. Come pizzicata da una tarantola li spedisce nel cesso, dove i due incontrano il Ricevitore.

- Dica? Questo gabinetto è solo per il personale.

- Ma no, vede noi stavamo in fila, ma...

- Bravi, bisogna sempre rispettare la fila: ordine e disciplina innanzitutto! - li interrompe con noncuranza, trascinandoli dentro.

Mimetizzato, li spio; quando emergono, il Ricevitore appare soddisfatto: posa una mano sulle spalle dell'uno e si rivolge all'altro. - Vi ringrazio della preferenza. Ora ditemi: posso esservi utile?

 

Allontanatosi i tre, entro nell'ingresso e sulla porta campeggia:

3° posto: sono un pirata, sono un signore - Il Principe.

2° posto: sono una donna, non sono una santa - Gisella.

1° posto: Lucean le stelle. - Io.

 

Ore 11- La collega Poppa chiama: - Un domicilio alla cassa numero tre.

E' di turno per le consegne Piccione, ma non si trova. Il direttore si esaspera e io intervengo sensibilizzando Romoletto poiché oggi è il trentasettesimo compleanno di Piccione. - Va bene, va bene. Però, me lo vada a prendere.

Mi dirigo fuori del magazzino. Come sospettavo, lo trovo appoggiato alla rampa del posteggio clienti, proprio sotto il balcone di Stellina, la fidanzata.

- Piccione! Sei sempre qui, eh?

- Lo sai che Stellina ha preso quattro al compito di chimica? La settimana prossima, mi tocca.

- Ti tocca, cosa?

- Devo andare a colloquio con i professori. Voglio capire cosa non va.

- E i genitori?

- Ormai siamo insieme da tre mesi. Devo assumermi le mie responsabilità. Non come voi delegati.

- Che cosa?

- La prof di Stellina è della CGIL, e mette quattro a Stellina che io pure tifo per la CGIL? Perché non ci parli tu, che siamo tutti una CGIL?     

 

Ore 12: il Principe, fresco di un corso sindacale, ci scuote. - Prendete esempio da Stachanov!  

Tutti si guardano e si rivolgono a Scatolone, data la vastità della sua cultura. Lui delude - Spiacente, non m'intendo di calcio.

Il Principe, allora, ci raduna. Ha letto un libro di un americano del quale preferisce non rivelare il nome (non lo ricorda), intitolato Come godersi la vita e lavorare meglio. Ha intenzione di organizzare dei corsi inerenti all'argomento. Mette una cassetta dei Mondo Grosso: al rifornimento si avanza di tre passi  e poi si indietreggia di due; prima di disporre l’articolo sullo scaffale, compiamo una piroetta su noi stessi. Dopodiché si muove un po’ il bacino e si ricomincia.

In magazzino si respira un’atmosfera di rilassamento generale, oltre al profumo di nero pakistano offerto da Zuccone.

Ci sdraiamo sulle cataste di carta igienica, insieme alle nostre colleghe preferite. Ognuno sceglie la compagna dei propri sogni.

Godo quel che il destino mi offre: la collega Poppa. Ha due bernoccoli sul petto, decorati da tanti nei che viene voglia di contarli. Resto sdraiato sulla carta igienica. Con la Poppa. Le conto i nei.

Bruscamente, qualcuno mi scuote. Apro gli occhi e mi ritrovo scaffalato sulla rampa dello scarico.

- Hey, Telecamera, hai fatto un bel sonnellino! - E’ il Principe.

- Che ore sono?

- Sono le dieci.

- Abbiamo aperto?

- Da due ore!

- Perché non mi hai chiamato?

- Se non ci aiutiamo tra sindacalisti... ho sistemato tutto con il direttore. 

- Principe, ma come fai?

- Cosa?

- Ad avere un tale ascendente...

- Perché io credo ancora in certe cose!

- Quali?

 

Mi guarda perplesso. Perso, fissa il vuoto. Si allontana risentito, inveendo contro di me. - Ma come hai fatto a prendere i voti tu? E soprattutto, vorrei sapere chi ti ha eletto a te?

Vorrei saperlo anche io. E soprattutto, perché?



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

 

 

 


Appunti dell’appuntato Puntarella



appunti

Avvertenza: 

si consiglia di non tradurre questo testo in altre lingue perché composto di accenti e giochi di parole non comprensibili se differenti dall’italiano. 

Grazie.


C’erano almeno tre buoni motivi per cui mercoledì 29 febbraio, Saverio Bortolotti di anni otto, si trovava chiuso dentro l’armadio di camera sua. Il primo si chiamava amore, il secondo non ricambiato, il terzo Susanna.

In seguito a segna la azione dei genitori - Bortolotti Pietro, padre, Marcelli Elisa in Bortolotti, madre - ci re cammo in località Borghetto, via Cetana n. 8 (otto). La a bitazione con sisteva in villetta di piani due (2), come a purato dopo a certa mento; di box macchina uno (1) con a lo in terno parcheggiate Maserati bi turbo di colore grigio, Smart di colore bianco e Toyota Yaris di colore o paco in definito; a mpio giardino con a nessa alta lena, a mpio terrazzo con para bola.

Il nucleo familiare a n dava com pletatosi da Bortolotti Carlo, anni sedici (16), fra tello; Bortolotti Vanessa, anni quindici (15), sorella; due (2) cani razza Lupo, taglia grande.

Il su detto Bortolotti Pietro (padre), di chiarò che da il giorno precedente a il 29 febbraio mercoledì, (che ri sultò 28 martedì, mese medesimo), il Bortolotti Saverio di anni otto (8), era scomparso.

Da la ri costruzione de i fatti, il Bortolotti Saverio tornò a casa dopo la scuola, verso la ora 17, a compagnato da la madre, Elisa Bortolotti. Ella di chiarò che il Bortolotti Saverio a pariva taci turno, ma in quel momento Ella non diede ri levanza a il suo stato, datosi che il Bortolotti Saverio era tor nato a la a tività scolastica da giorni tre (3) causa in fluenza e le sembrò sol tanto quindi a faticato. A rivati a casa, giocò un poco su la alta lena e fece al cune corse con i cani ne il giardino. A la a vertenza de la madre di non a faticarsi per via de il mal anno passato, il Bortolotti Saverio si ri tirò in camera sua. Ma Ella, la madre, sostenne di non haverlo veduto salire in camera (gli haveva parlato da la finestra de la cucina), per ciò sol tanto su poneva che il Bortolotti Saverio fosse salito.

A la ora 19.30 tornarono il Bortolotti Carlo, fra tello, da gli a lena menti di calcio (ne la quale squadra de il paese militava da difensore centrale ne la categoria giovani simi), a com pagnato da Bortolotti Pietro, padre, e da Bortolotti Vanessa, sorella, ancor ché fidanzata con il com pagno di squadra de il fra tello Carlo, Mirko Cerilli (centrocampista). A spettavano di mangiare parlando de la partita domenicale, ne il mentre che Bortolotti Vanessa salì a il piano di sopra per chiamare il Bortolotti Saverio. Ci si a corse de la sua a senza, per ciò, verso la ora di cena, la 19.40.

Il suo quindi ultimo a vista mento era stato in giardino verso la ora 17.30 e gli unici ad haverlo effettiva mente veduto per la ultima volta, erano stati i cani che in quanto bestiole, ri sultarono re ticenti. Nulla poteva escludere che il Bortolotti Saverio anche fosse uscito da il cancello de la a bitazione o chiunque havesse potuto ri chiamarlo da la strada. Mi per plessi però, di un (1) a spetto: il Bortolotti Saverio di anni otto (8), era ri masto solo in camera sua (se ciò dichiarato da Bortolotti Elisa, madre, fosse stato esatto) per ben ore due (2), da la ora 17.30 a la 19.40: per ché?

A il mio in terrogativo, Bortolotti Elisa ri spose che Bortolotti Saverio era un (1) bambino soli tario e dopo la scuola era solito guardare i pro grammi per ragazzi, in parti colare Ciccio Tuttomatto, di cui haveva al tre sì im parato a re gistrare le puntate. Il giallo stava diventando giallognolo: se io medesimo in giallivo a il pensiero di re gistrare con la tecno logia, come era sì possibile che un (1) bambino giovane ne fosse già im praticato?

Il maresciallo Regimondi, decise di re carsi a la scuola per parlare con i com pagni di classe de il Bortolotti Saverio, così per havere in dicazioni utili a la in dagine. Lasciò me medesimo ne la casa de i Bortolotti, per ché anche non era da escludere un (1) rapi mento, datosi il Bartolotti Pietro essere  facol toso pro dottore de il tartufo. Chiesi se fosse stato possibile dare una (1) occhiata a le cassette re gistrate de il pro gramma pre ferito de il Bortolotti Saverio per non la sciare nulla a il caso, datosi che, è ri saputo, i ragazzini sono su gestiona bili e ogni traccia non va tra scurata.       

Da un (1) rapido a certa mento, ne le due (2) ora di visione de il materiale, posso a fermare che il Ciccio Tuttomatto è la storia di un (1) bambino da la i maginazione su periore a la Norma, a dirittura fervida, se mi è con sentito esa gerare e per sino a riva a chiudersi dentro ar madio per ché il suo in realtà non è un (1) ar madio, ma tra tansi di macchina de il tempo a tra verso cui il su detto ri esce a spostarsi ne le varie e poche per fuggire a le e que normative de i Grandi ri guardo a le sue in fra zioni di bambino. Il su detto Ciccio Tuttomatto, si dole, a la fine di ogni puntata, in quanto che per i vari cambi di era storica, trovansi su la sua strada la pre senza fedele e im peritura di un (1) genitore o un (1) maestro o un (1) tutore con i medesimi tra ti soma tici.

Questo è confortante ed educativo, pensai tra me e stesso, ce n’è già troppi di esempi che incoraggiano i bambini giovani a la ribellione e a la maleducanza, che ne sarà di questo suddetto mondo?

Ne il mentre che de la mia ri flessione, tornò a la casa il maresciallo Regimondi con una (1) per sona di sesso femminile, la maestra de la scuola de il Bortolotti Saverio, signora dArco Susanna. Le sue genera lità non mi erano i gnote, forse, ma im pegnai di versi minuti ne lo sforzo di menticarle pro prio, così ché da non havere pre giudizi. Questo per ché, ri cordavo troppo bene la mia di maestra, Lucrezia Rodari, eccome havrei potuta di menticala? Mi chiamava zampe di gallina e tutti i miei com pagni ri devano forse nati: li havrei voluto ri trovare uno (1) a uno (1), ad esso!  

Ne la parte di unica in quisita, la dArco Susanna mi a parve troppo in a nsietà, ma il maresciallo Regimondi disse che la su detta si trovava in loco solo per ché haveva da fare una (1) di chiara zione a i genitori de il Bortolotti Saverio. Ne il mentre che, io re stavo vicino a la porta in a lerta, a scoltando con a tenzione e sospetto, per ché il sospetto è la prima qualità di un (1) buon a. puntato. 

 

Ella di chiarò quanto segue: Non so se tutto questo può avere rilevanza con la scomparsa di Saverio, ma proprio l’altro giorno i suoi compagni di classe presero il suo diario su cui Saverio aveva disegnato un cuore e poi il mio nome, Susanna, aggiungendovi un arco (alludendo al mio cognome?) che scocca una freccia. Poi, sapete come succede tra bambini, no? Lo hanno preso in giro e lui tentava di nascondersi la faccia. Era solo un disegno molto tenero e mi ero ripromessa di parlarvene quanto prima, non immaginando che… diomio, povero Saverio, che cosa sarà successo?

Il maresciallo Regimondi le chiese se ri cordasse al tro. Ella di chiarò quanto segue: Sì, c’erano dei pensierini riguardo al crescere velocemente e diventare adulto per sposarsi… potevo mai immaginare… povero Saverio!

Bortolotti Pietro, padre, scuoteva la testa a vilito e chiedeva a il maresciallo Regimondi se a suo parere fosse da escludere la i potesi di rapi mento. Il maresciallo lo rassi curò che in un caso de il genere, era una possi bilità molto re mota. Elisa Bortolotti, madre, pur tra tenendo le la crime a stento, con solava la dArco Susanna, maestra, la quale rea si sentiva in di fetto di non haver a vertito tempo estiva mente la famiglia. A quel punto, Bortolotti Vanessa, sorella, in quanto tale, in tervenne. Ella di chiarò quanto segue: Io, ultimamente lo prendevo in giro perché mi chiedeva come fare per trovare una macchina del tempo. Mi sembrava una cosa buffa, così lo incoraggiavo a cercarla, perché, dai e dai, l’avrebbe trovata.

 

Fu in quel punto che chiesi a il maresciallo Regimondi di con ferire con Ella (lui sotto scritto) per offrire il mio a porto a la in dagine ed evidenziare che nel fra tempo, non ero stato con le mani in mani. Sentivo il mio sospetto crescere senza per ché e il giallo ormai stava di ventando color mai o nese. Ci a partammo e lo con vinsi a seguirmi di sopra. Entrammo ne la stanza de il Bortolotti Saverio. A cendemmo la tele visione, ma per si qualche minuto ad a viare il video re gistratore.

Eravamo in silenzio, il maresciallo e io. Ne il mentre che guardavamo le cassette di Ciccio Tuttomatto, qualcuno bussò. A prii la porta de la camera, ma non vidi nessuno. Il maresciallo Regimondi disse quanto segue: Ma no, guardi Puntarella, deve essere… credo che bussino da dentro l’armadio!

Io mi feci in anzi, scansando con la mano il maresciallo per pro teggerlo, tenendo la mano destra pronta a slacciare la fondina. A prii lenta mente il vano ar madio e uscii un (1) bambino giovane. Si stropicciava gli occhi e io lo a iutai a uscire. Per quisii rapida mente lo in terno e vi trovai: una (1) bibita a ranciata, una (1) scatola di biscotti, un (1) barattolo di nutella.

 

Che cosa fate con i miei filmini di Ciccio Tuttomatto? - Domandò il ragazzino  

Chi siete - ri sposi io - qualific… -  A quel punto il maresciallo Regimondi disse quanto segue: Puntarella, lasci fare, è il bambino: è lui Saverio Bortolotti, si nascondeva dentro l’armadio.

Ah - dissi io - bella roba.

 

Ri chiamati dal tram busto, salirono i con giunti e pure la maestra. So spirarono per lo scampato per icolo e si fecero in torno a il Bortolotti Saverio di anni otto (8). Quando ri conobbe la sagoma de la donna maestra, il Bortolotti Saverio fece per scappare ancora. Io non capivo, ma pronta mente mi in sospettii. La donna lo a bracciò e si in ginocchiò a la sua al tezza, di cendo quanto segue: Ci hai fatto prendere un bello spavento, Saverio. Io non posso sposarti perché…

 

Fu in quel mo mento che il maresciallo Regimondi mi prese per un (1) braccio, di chiarando quanto segue: Andiamo via, Puntarella. Hanno alcune cose da spiegarsi - a giunse ri dendo.

Io mi per plessi, ma obbedii. Su la camio netta, il maresciallo Regimondi mi fece i com pli menti, di cendo quanto segue: Mi compiaccio, Puntarella, se non mi avesse portato di sopra non saremmo arrivati alla conclusione. Quel bambino aveva viveri per giorni!

Io a scoltai in silenzio e ri flettevo. Non o stante il giallo fosse sgiallito, il caso non mi pareva chiaro. Mi a rovellai per giorni, ma non a rivai a una con clusione o via. Quel che mi pare e quo, in vece, è che maestre anno sempre havuto le pro prie re sponsa abilità nella vite di ognuno.

In fede,

Puntarella Anacleto, a. puntato


                     

© ENRICO MATTIOLI 2017


    

 


La cocomera



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Il malumore del vecchio Alvaro, esalato di senilità, traspare quando lui, rincasando dal passeggio, pulisce le scarpe sul ciglio della porta: se lo zerbino non è ben allineato, è certo che in casa Malacosta il clima si fa funesto. Quel tappetto, regalo del mal sopportato genero, raffigura un’anguria che il vecchio chiama impropriamente la cocomera, a sottolineare con quella storpiatura oltre a un basso gradimento del regalo, un’avversione nei confronti del giovane di nome Odoacre, medico di base con lo studio al primo piano del condominio e che nel giro di due anni gli è diventato genero mettendogli a soqquadro l’esistenza. Fu lui, infatti, che proibì ad Alvaro di fumare per non peggiorare l’enfisema. Il vecchio, però, ora sostiene vivacemente di non sentirsi più quello di una volta, ma non è dato sapere se Alvaro intenda per via della parentela oppure per la mancanza delle sigarette. È per questo che sfoga le sue frustrazioni battendo con vigore le scarpe sulla cocomera? Sembra che anziché pulirle, voglia sbatterle sul muso di qualcuno.      

Matilde Malacosta, invece, è colei che di quella parentela ne fa un vanto con tutto il condominio e oltre. È anche la moglie di Alvaro, ovviamente, e la cocomera diviene spesso motivo delle loro contese.

È mezza mattina. Le sedie sono sopra il tavolo. Con modo secco, burbero, quasi che in quelle ramazzate intendesse dare ancora un ritmo all'esistenza, donna Matilde spazza la cucina. Fuori piove. In sottofondo, il notiziario radiofonico: Ancora nessuna svolta sulla fuga dei banditi che ieri a mezzogiorno hanno assaltato l’ufficio postale.

Alvaro siede in salotto, sulla poltrona appena sotto la foto dei tre nipotini. Laborioso, sbuccia i fagioli.

Dalla cucina, con tono di rimprovero, la moglie lo coglie: - Ti sei accorto che è finito l’olio?

- Se ne ho prese tre bottiglie la scorsa settimana...

- Sei sicuro?

- Sono sì, sicuro! Tu piuttosto: dove le hai messe?

 

Si sposta verso la cucina: - Non vedi che le tieni in mano? - Le dice.

- Le ho trovate adesso! - Gli risponde. Lui scuote la testa, lei prende il soprabito.    

- Mica vorrai uscire con questo tempo? - Fa lui.

- Vado al mercato: è finita la frutta - replica seccata.

- Allora vado io. Tu è meglio che ti riguardi.

Matilde è sorpresa. - Sai scegliere le arance? 

- Beh!

- Vai dalla signora Valeria, che è tanto brava. Ha il banco in fondo, dopo il vecchio Marcello. 

- In fondo dove? - Urla Alvaro.

- Dopo il banco del vecchio Marcello...

- Marcello si è spostato: adesso è proprio all’entrata.

- Appunto: in fondo dall’inizio!

 

Alvaro con gesto lento prende il cappello e l’ombrello. Matilde si raccomanda: - E non fare tardi, e non prendere tutto quel peperoncino, e lascia in ordine la cocomera quando rientri che una cocomera è lo specchio della casa: che cosa penserà la gente? 

Gironzola per la casa e pensa: da quando Odoacre gli ha impedito di fumare, è peggiorato: che il fumo rinvigorisca le cervella?

Alvaro apre e accompagna delicato la porta, lasciando dentro casa le raccomandazioni della moglie che, del resto, conosce a memoria. Nello stesso momento la signora Tabacci dal terzo piano, esce sbattendo la blindata; il riverbero scuote la ringhiera delle scale.

 

- Buongiorno sig. Alvaro.

- Signora Tabacci, lei è sempre in forma...

- Le scale sono una bella ginnastica per il cuore.

- Devo dirlo a mia moglie. Palpitazioni, aritmia...

- Poverina. Deve andarci cauta allora...

- E perché? Visto mai un colpo secco!

- Lei è il solito mattacchione...

- Signora mia, io sono una vittima!         

- Di nuovo al mercato?

- Vado a prendere la frutta. Vitamine ci vogliono...

- Ma cosa ci fa con tutti quei peperoncini?

- Se un giorno ci vediamo per un caffè, glielo dico! 

- Che paravento... lascio a lei la delega per la riunione di domani? Io sono sempre di corsa...

- Ci mancherebbe. Lo faccio con piacere.

- Arrivederci sig. Malacosta, devo andare.       

 

La donna fugge lasciando il vecchio da solo. Sempre di corsa, sempre di corsa... - borbotta lui.

Arriva davanti alla guardiola. Il portiere è immerso nella lettura dei quotidiani sportivi e non si accorge nemmeno che la bella signora lo saluti. Alvaro lo fissa e urla: - Ah! Quindici anni di meno!  

 

Il portiere ha un sussulto, poi lo guarda e lo manda al diavolo: - Ma va là, mister peperoncino...


Alvaro si ferma davanti alla cassetta della posta. Cerca la chiave; si guarda intorno e apre furtivo il portello. Estrae un pacchetto di sigarette ed esce. Saluta gli altri pensionati sotto il portone. 

 

- Ciao, vecchi rimbambiti!

- Hey Alvaro... è l’ora del peperoncino?

 

Il vecchio Malacosta ridacchia soddisfatto e accende una sigaretta.

 

A casa Matilde pulisce le orate e le spigole. Ciccia, la gatta, fissa gli scarti e gli strofina tra le gambe. Matilde, distratta da un vago ronzare, pensa: elicotteri! Forse stanno cercando qualcuno o è accaduto qualcosa. Quel rimbambito è uscito adesso, non può averne combinata un’altra delle sue...

Regala la testa della spigola alla gatta, ma continua a sentire il rumore dall’alto, la stessa sensazione di cinquant’anni prima, quando un bombardamento distrusse la casa dei suoi.

Mette il prezzemolo e l’aglio, un pizzico di peperoncino dentro le orate; spruzza un goccio di limone e un cucchiaio d’olio. Sistema il tutto e accende il forno. 

Esce in balcone a leggere il giornale e non ci riesce. Ciccia è ai suoi piedi. Matilde guarda i comignoli del palazzo di fronte e più in alto, per vedere l’elicottero di cui continua a sentire il rumore.

E’ distolta dal grill. Mezz’ora e il pesce è bello e cotto. Ciccia gli ronza intorno e con la zampa si lucida il pelo tigrato grigio.

Alvaro sta tornando. Entra nel portone e ripone il pacchetto di sigarette nella cassetta della posta. Pianta la cicca che tiene tra le labbra nel vaso davanti alla guardiola. Dalla sporta estrae un peperoncino: lo strofina sul cappotto e comincia a masticarlo. Chiama l’ascensore, che non ha certo un rumore silenzioso. 

Matilde sente che il marito sta tornando e si avvicina all’ingresso.

Alvaro gira la chiave e apre. La moglie lo aspetta sul corridoio a mani conserte. Matilde prende la sporta e controlla la spesa, continuando a borbottare.

Cosa ci farà con tutto questo peperoncino... vecchio rimbambito!

Fuori, la cocomera è in ordine perfetto. Ciccia esce e si accomoda sul quel tappeto col ronfare tipico di un elicottero in volo.



© ENRICO MATTIOLI 2017




Banda armata


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Un fiume carsico di lava incandescente, ecco qual è il mio stato d’animo attuale. Sono al parco pubblico, a passeggio con il cane di mia madre, e osservo intorno a me il mondo scorrere con lentezza pachidermica.

Immagini leggermente sfuocate raffigurano coppie con passeggino sportivo a tre ruote spinto con vigoroso orgoglio dall’uomo, un bambino sull’altalena con giovanili nonne che amoreggiano al cellulare fregandosene bellamente dei pianti del fanciullo, deiezioni di animali la cui unica colpa è quella d’esser compagni di persone incivili, bicchieri infranti, tracce di vomito di teen-ager senza futuro spinti a divertirsi da morire.

Quando noi eravamo ragazzi, alla morte non ci pensavamo pure se ci girava intorno offrendo sigarette; il presente credevamo fosse un ponteggio sopra cui avremmo edificato il futuro, eppure, a voler essere chiari, più che un ponteggio le nostre erano barricate da dove attaccavamo e dentro alle quali ci offuscammo. Ci siamo persi, abbiamo perso, ecco che è stato, alla fine.

In questo parco ci venivamo quando dovevamo incontrarci senza dare troppo nell’occhio e soprattutto per la paura di essere ascoltati: eravamo terrorizzati più dalle cimici che dal piombo perché quel tipo di insetto, pure se non si attacca, uccideva ugualmente, anche se in modo diverso. Eravamo quelli che sbagliano.

Lucilla si unì all’organizzazione direttamente dall’università e all’inizio pensavo che fosse lei stessa un insetto, per via del suo inserimento così veloce che io consideravo avventato. La guardavo con scetticismo, indubbiamente fu duro per lei quel periodo. Io volevo ucciderla, confidai il mio proposito agli altri, ma avrei sbagliato, non ebbi, per fortuna, il permesso del gruppo. Si è fatta quasi i nostri stessi anni, non ha mai parlato, pure se quasi sempre era in disaccordo: questo era l’aspetto che non accettavo e che mi faceva porre mille dubbi su lei. Chi e che cosa gli avevano fatto compiere il salto?

Avrebbe fatto la professoressa di lettere se non avesse scelto la clandestinità, del resto, ognuno di noi avrebbe avuto un’altra vita. Lucilla ci tediava con paradossi e riflessioni che a ben considerare di profondo avevano solo la sua presunzione. Sosteneva che la sintesi della nostra esistenza giaceva (giaceva, questo sì un predicato opportuno) nella prima singolare tra il presente e il passato remoto dell’ausiliare essere. Bella scoperta, pensavo, oltretutto, era un pensiero snaturato perché chiunque può affermare “io sono” ma nessuno può più ribadire “io fui”, i morti non parlano, tutt’al più, lasciano parlare.               

Mi guardo intorno, adesso, qui al parco, queste immagini sfuocate mi fanno tanto di pigro scorrere del fiume e non mi appartengono come neanche allora; allo stesso modo, in un certo senso, non mi è appartenuta la vita pure se mi è imputata quella degli altri. A sessantuno anni ho scontato tutto. Mio padre è morto di cuore, di crepacuore, mi disse qualcuno, l’ho saputo tre mesi dopo perché le notizie non filtrano in isolamento. Mia madre, beh, mia madre non porta più neanche a spasso il cane.

Fu tre mesi fa che rividi la Lucilla. Ero sull’autobus che mi recavo all’associazione di Caino, creata dal Partito Radicale per il recupero degli ex detenuti politici. I nostri incontri, durante i processi, erano stati fugaci, giusto il tempo dei saluti. La mia ira era placata. Lei mi guardava, però, sempre con un piglio che mi infastidiva oltremodo. Non so perché, un giorno mi fermai a fissarla negli occhi. Lei disse “Avevo ragione io, s…”. Per un frangente mi irritai come ai vecchi tempi, avevo sentito bene la sua frase, ma non c’era più alcuna ragione, ora, c’era solo da aspettare che il tempo facesse il suo corso.

Dunque, ero sull’autobus e la vidi alla fermata. Ero impreparato all’incontro e rimasi seduto. Nei due o tre giorni seguenti non riuscii a scorgerla. La rividi la settimana dopo e mi convinsi a scendere. La libertà o la semilibertà ti conducono alla solitudine, non hai molto spazio (e neanche tanto tempo) per rifarti una vita, devi accontentarti perché quello che hai è già molto, ma per carità, non è la mia una lagna, solo una costatazione. Del resto, lo stato d’animo di oggi è uguale a quello dell’epoca dei processi: aspettare che il tempo faccia il suo corso. La gente sa chi sei e che porti il tuo fardello, all’inizio provavo disagio anche ad abbozzare un sorriso di circostanza. Dopo tanti anni dietro alle sbarre guardando il sole a scacchi, quando sai che buona parte dell’opinione pubblica, non senza ragione, ti vorrebbe morto, tutta questa libertà è qualcosa che mette perfino paura.

Scesi le scalette del bus lentamente, lei non s’accorse subito di me. Passò un altro autobus e salirono quasi tutti. Rimanemmo da soli alla fermata, eccetto due vecchiette con le sporte della spesa. Lucilla si voltò e mi vide. Ci guardammo per qualche minuto, senza dire, né abbracciarci. Poi lei fece per muoversi, ma senza fretta. Si voltò a guardarmi e io la seguii. Camminando ci sciogliemmo, parlammo del più e del meno, cosa fai e con chi, le chiesi, oggi era il suo giorno libero, casualità, e questo mi ricordò di fare uno squillo all’associazione per avvertire di un contrattempo qualsiasi e che sarei arrivato in ritardo. Sua madre era mancata il mese precedente, mi informò Lucilla. Passeggiammo un po’ fino al centro storico, più o meno in silenzio col sottofondo del traffico. Un bus all’inglese, aperto al piano superiore, si fermò al semaforo e dei turisti ci salutarono con la mano. Ridemmo, quasi increduli di farlo e ricambiammo il saluto: Lucilla si commosse (pure se evitai di farglielo notare), come se per qualsiasi cosa, anche la più banale, avessimo dovuto essere riconoscenti. Proseguimmo, ci fermammo davanti alla locandina del teatro sotto ai portici a guardare la programmazione degli spettacoli. Arrivammo a un caffè all’aperto e ci sedemmo. Ordinai un caffè corretto e lei un espresso semplice, ci portarono anche dei cioccolatini. Restammo seduti, muti, a fumare e a guardare il via vai. Sulla piazza un mimo improvvisava uno spettacolo con un mangianastri che suonava le colonne sonore e lui imitava i protagonisti dei film. Il più richiesto era Charlie Chaplin, il mimo ne faceva una versione ridanciana usando un pallone enorme come quello del Grande Dittatore, che lui faceva sgonfiare mandandolo in tutte le direzioni per poi goffamente tentare di afferrarlo. Dei ragazzini lo guardavano seduti in terra a bocca aperta.  

Lucilla si alzò chiedendomi di seguirla, ti faccio vedere dove lavoro, disse, è qui vicino. Mi condusse fin dietro l’angolo, dove c’era una sala conferenze. Organizzo convegni, fece lei, la prossima settimana c’è “Il fascino discreto delle merci”, se hai tempo e vuoi venire, mi trovi qui. Si allontanò e restai a osservarla andare via.            

Nel condividere i silenzi, avvertire la presenza dell’altro era confortante, avevamo ancora addosso l’odore secco della polvere da sparo, del ferro e del fuoco, la responsabilità morale e giuridica di un paese dato alle fiamme, la convinzione di diffondere, attraverso le vie di fatto, il riscatto sociale anziché il terrore che ci lasciò isolati. Se Lucilla nella sua lungimiranza, percepisse già all’epoca dei fatti tutto questo, non sono in grado di dirlo oggi, certo non mi è ancora chiaro, se fosse stato così, il motivo della sua adesione alla lotta armata, probabile, forse, che vivesse con la coscienza di chi, oltre a quanto elencato, sapesse di vivere in un paese malsano, come la cronaca e la storia hanno dimostrato successivamente, e pertanto, di sentirsi legittimata a… sbagliare.            

Mi trovo ancora qui, al parco, a passeggio col cane di mia madre, tra i rifiuti della scampagnata di pasquetta, coppie che spingono un passeggino, vomito di adolescenti che hanno voglia di morire, quel che si dice, appunto, il lento scorrere. Fu qui che, durante un nostro incontro, arrestarono parte della colonna e io ero uno di questi. Lucilla sosteneva di aver ragione, ma anche io ne avevo. Sbagliai a individuarla, ma c’era la cimice tra di noi, pure se adesso non ha più senso rivangare e certe cose sarebbero avvenute ugualmente, magari in maniera diversa. Non è solo l’aver perso e messo sottosopra il mondo, la vita nostra e quella altrui: tutto è in quel che abbiamo sciupato di quel resto di cui non ci importava.

Gioco col cane, gli tiro una palla sgonfia che ha scovato tra i rifiuti. La riporta deponendola ai miei piedi come un cimelio. Lui guarda con la lingua di fuori le mie finte, abbocca, torna sui suoi passi, abbaia rimproverandomi, poi effettuo un lungo lancio fino al campetto di pallone dove alcuni ragazzi giocano ai tiri in porta. Bobby vorrebbe scambiare il pallone bucato per quello con cui stanno giocando. I ragazzi si passano la palla con tocchi veloci, impauriti dall’entusiasmo del cane. Gli dico di non preoccuparsi, Bobby non morde di certo, è una bestiola tranquilla e giocherellona. Lo richiamo, lui torna con la palla sgonfia e la lingua di fuori per la corsa. Lascia di nuovo la sfera ai miei piedi e si sdraia a riposarsi. Guardo il cielo, tra poco pioverà. Mi avvio verso casa, Bobby mi segue con questa gomma bucata tra i denti che non vuol davvero saperne di mollare. Comincia a piovere forte, la pioggia di Aprile caratterizza i primi giorni della primavera. Di fronte a noi c’è la tettoria di un pub con le panche di legno. Attraverso a grandi passi la strada e mi accomodo. Così ordino una rossa. Le casse dello stereo in sottofondo suonano il blues Happy birthday to you di BB King. M’è sempre piaciuto il blues, durante gli anni della scuola suonavo un’armonica. Sorseggio la birra, fumo e guardo la pioggia scendere. Bobby è ai miei piedi che ancora mastica la palla. Sono passati gli anni, solo adesso riesco a capire che cosa volesse intendere Lucilla con il paradossale “Avevo ragione io, stavamo sbagliando”.

Mentre penso a questo, mi accorgo di tenere il ritmo del brano schiaffeggiando di lato il tavolo del pub, mentre la pioggia scende e batte in controtempo, lavando quell’iniziale fiume di lava incandescente.



© ENRICO MATTIOLI 2017



 

Donne


Roma - Lampione a via Merulana - - Versione 2


Alle quattro di mattina, mentre sto facendo un bellissimo sogno, di colpo squilla il telefono del corridoio. Quello che suona solo quando c’è qualcuno da un call - center che mi telefona per vendermi qualcosa che non voglio, il telefono che mai e poi mai dovrebbe suonare nel cuore della notte. Mi trascino a rispondere, dico “Pronto?” con la voce impastata dal sonno, e dall’altra parte sento una voce roca che rantola pianissimo, “Sergio?”.

“Guardi che ha sbagliato, signora, non c’è nessun Sergio qui”.

“Sergio…”.

“Senta, sono le quattro, francamente… abbia pazienza”.

 

Francamente abbia pazienza, è il meglio che possa esprimere a quest’ora. Rimango seduta sulla cassapanca cercando di ricordare il sogno, ma la telefonata ha svuotato la cronologia della memoria recente. Non mi capitava da un sacco di fare sogni bellissimi. Trascino le gambe, mi fermo a guardare il mio viso allo specchio del corridoio. Una donna alle quattro di mattina sbattuta giù dal letto: che dire? È quel che una telefonata non può certo cancellare. Vivo la pace senza uscita di quest’attimo a cavallo tra la notte e il giorno. Respiro, sento i passi di Birillo: mi avvicina, mi annusa, mi lecca la mano. Gli accarezzo il testone e mentre lo abbraccio, sento il suo respiro sulle mie guancie. Poi va verso la porta, si gira e fa un verso strozzato. Ma sì, usciamo, è meglio! Infilo una tuta e prendo le chiavi.

Lungo il viale, Birillo mi precede di qualche metro. Le luminarie sono ancora accese. L’ansia ha cancellato il sonno. Devo fumare, mentre accendo la sigaretta mi accorgo che abbiamo già voltato l’angolo e Birillo corre incontro a una cagnetta che passeggia col padrone.

“Birillo! Birillo vieni qui! Mi scusi” dico all’uomo col cane che riconosco essere l’inquilino del piano terra. “Niente, si figuri” fa lui. “Questa è l’ora solenne della bestia e del padrone, eh!”, aggiunge. “Credo di sì, anche se è Birillo che porta a spasso me”, dico io. Lui si mette a ridere. “A proposito di orari, oggi c’è l’ora legale, vero?”. “Sì, sì, è vero, oggi”. “Quindi adesso sarebbero le…”. “Oddio, guardi, non saprei, è troppo presto per essere lucidi”. “Ma lei… tu, abiti qui da poco, vero?”. “Sì, sì, da due mesi. Beh, arrivederci, allora, buondì”. “No, perché io qui ci sono cresciuto, invece. Sono il figlio del portiere, quando i miei sono venuti a mancare, il condominio mi ha lasciato l’appartamento. Oh, pago l’affitto, ovviamente”. “Ovviamente. Beh, allora buona giornata. Io continuo il giro”. “No, aspetta: ma dimmi come ti chiami”. “Adriana. Io sono Adriana e lui è Birillo”. “Ciao, io sono Michele, lei è Peggy”. “Ok. Allora ciao Michele, ciao Peggy”.

Ci allontaniamo, io e Birillo. Dunque, l’ora legale, oggi è domenica. Sono fuori del tempo e della cognizione. Arriviamo ai giardinetti sulla piazza. Birillo beve alla fontanella, poi dichiara guerra ai piccioni. Corre, salta, vorrebbe forse volare, abbaia rompendo il silenzio del piazzale deserto. I piccioni sono un esercito troppo numeroso per lui. Sconfitto, viene nella panchina dove mi sono seduta. Si sdraia ai miei piedi. Lo guardo, lo gratto sulla testa. La mia attenzione è rapita da uno stormo di rondini sopra di noi. L’aria fresca mi conferma che è entrata la primavera, ma io non mi sono svegliata e ancor meno, sono una bambina. Credo di essere in coma ormai da anni. È l’unica condizione d’animo che riesco ad accettare per me stessa. Guardo l’ora sul cellulare: le cinque e tre quarti. Birillo decide che è ora di tornare. Mi alzo e ripercorriamo il viale. Tra un po’ sarà giorno; allungo il passo, non ho intenzione di guardare l’alba, per me non ha senso che nasca un nuovo giorno, è la stessa cosa, in fondo, non mi interessa.

Arriviamo davanti al portone, apro. Birillo si intrufola ed entra prima di me, non ha dimestichezza con la galanteria. Superiamo l’androne e siamo davanti all’ascensore. La porta dell’appartamento a piano terra si apre. È quel Michele che si affaccia: “Ho fatto il caffè: vuoi?”. “Guarda, sei molto gentile, ma vorrei dormire un paio d’ore, se ci riesco. Grazie”. “Va bene. La prossima volta, però, non puoi rifiutare”. “Buona domenica, Michele”.            

Deve aver avvertito la nostra presenza: forse è restato dietro la porta ad aspettare? Ci son più cose nella solitudine che in cielo e in terra, caro Michele, e io preferisco le cose della solitudine. Saliamo al quarto piano, entro in casa e mi svesto. Mi sdraio sul letto e tento di riprendere sonno. È ancora tutto tranquillo nel condominio, non sento nemmeno qualche lontano rumore che in questi casi, concilia col riposo.

Alessandro aveva scelto Birillo in un canile e lo aveva ribattezzato col nome del cane di Rocky Balboa. Era buffo per uno spinone, da piccolo sembrava proprio un birillo. Ad Alessandro piaceva andare in città e farmi la sorpresa della passeggiata in carrozza. Era una dimensione antica che io amavo molto, quella del girovagare per le strade del centro storico chiuse al traffico. C’era un momento particolare dopo il crepuscolo, quando la luce del giorno calava e si accendevano i lampioni: in quell’istante si creava d’incanto un effetto giallognolo tipo foto d’epoca che mi stringeva il cuore. Era come essere fuori del tempo.

Birillo non accettava di sedersi di fronte a noi sulla carrozza e pretendeva di stare in mezzo. Io cominciavo a ridere e Alessandro fingeva di offendersi con Birillo: “Fesso d’un cane, vai a lavorare e fatti una famiglia”, gli diceva mentre Birillo abbaiava giocoso.

Ero felice, anche se io e Alessandro eravamo una coppia e non una famiglia. Con lui stavo bene, ero molto “presa”: “troppo” sostenevano le mie amiche. Ma l’amore quando arriva, arriva, per me era un momento bellissimo e non lo nascondevo. La felicità è qualcosa che bisognerebbe conservare con discrezione, ma è evidente agli occhi che si palesa da sé, non puoi mascherarla.

Alessandro conservò i suoi slanci d’entusiasmo fin quasi alla fine, pure se le sedute di chemioterapia avevano ormai fiaccato i suoi sensi. E la dignità mia, della sua compagna. Chi cerca giustizia trova la legge, i medici  pensano solo alla prassi, è il bianco e il nero dell’esistenza, mi ci è voluto un po’ per capirlo. Nove anni fa, ormai, ma il tempo è come fermo. Le manifestazioni e i diritti dei conviventi, i dibattiti e i forum che seguirono nel tempo, a me non riguardavano più perché a soli ventisei anni avevo già pagato il conto alla vita.  

Mi rigiro nel letto. Non c’è verso di ricordare il sogno bellissimo, solo i tormenti mi siedono accanto. Non ho più avuto un uomo da nove anni. Non sono più andata a letto con un uomo. “Non hai più scopato con un uomo”, dicono le mie amiche. A volte ho l’impressione che questa constatazione, diventi un’accusa. Il fatto è che io sto bene con il mio malessere. Non posso farci nulla, non voglio farci nulla, non intendo più fare alcuno sforzo. Credo di averne fatti abbastanza. Così, anche le amicizie si sono sfilacciate. La gente si stanca del consueto “Ciao ragazze, vi presento il mio nuovo compagno: il vecchio dolore sordo che non mi abbandona mai”.

La mia dignità femminile ha raggiunto il minimo storico. Indosso sempre i pantaloni per coprire la peluria, credo che perfino madre natura sia stata compassionevole perché col passare del tempo, mi sembra che la ricrescita sia regredita.

L’altro giorno in ufficio ascoltavo di nascosto gli uomini parlare di noi colleghe. Riguardo a me, dicevano che sono una “morta”: “neanche un necrofita avrebbe soddisfazione con l’Adriana!”. Sono rimasta indifferente, ci ho riflettuto, non riesco a dargli torto.    

Mi alzo, è inutile dormire. Inutile “tentare” di dormire. Dormire ed essere svegli non fa differenza, io riesco solo a riposare il corpo. Bevo un bicchiere d’acqua e preparo il tè. Scaldo un croissant al microonde. Resto a guardare il televisore spento mentre consumo la colazione. Sbadiglio ripetutamente. Prendo il telecomando, accendo, ma cambio i canali a velocità supersonica, come se dovessi far passare con la stessa rapidità questa giornata. Spengo e rimango a fissare ancora lo schermo. Di colpo, ricordo il mio sogno perduto: una carrozza cammina lentamente. È vuota, non c’è nemmeno il vetturino. Si allontana, si allontana, si allontana: lentamente. Mi accorgo che non è un sogno bellissimo, anche i ricordi perdono colore. La primavera è una poesia senza versi.

Vado a farmi una doccia. Mi spoglio. Gli anni non hanno pesato sul mio corpo, non ho preso un etto anche se mangio regolarmente. Entro nel box, lascio scorrere l’acqua. Scorre sui miei capelli, sul mio seno, sulle mie gambe. Sulla mia vita. Tutto quel che è stato non evapora così come un fenomeno fisico. Chiudo la manopola della doccia. Rimango qualche minuto a far colare l’acqua. Esco, indosso l’accappatoio e mi asciugo. Sì, dovrei farla una ceretta. Siedo sul bidet e poggio i piedi sulla tazza del water. Mentre mi allungo per tagliare le unghie, squilla di nuovo il telefono. Mi alzo, sono ancora bagnata e lascio una scia per il corridoio. Alzo la cornetta. È la stessa voce di stanotte: “Sergio, Sergio…”.

Il tono è sempre roco e rantolante. Deve aver pianto. “Sergio” continua a ripetere. Sento i suoi singhiozzi, il respiro affannoso. “Signora, mi dispiace, non c’è nessun Sergio, deve aver sbagliato ancora, Sergio non c’è, non c’è nessun Sergio, signora”.

Non riesco a chiudere la telefonata e rimango all’apparecchio in silenzio. Avverto un rivolo solcare i tratti del mio viso. Ascolto il pianto della donna e guardo le mie lacrime allo specchio del corridoio.       



© ENRICO MATTIOLI 2017     





© Enrico Mattioli 2017