Donne


Roma - Lampione a via Merulana - - Versione 2


Alle quattro di mattina, mentre sto facendo un bellissimo sogno, di colpo squilla il telefono del corridoio. Quello che suona solo quando c’è qualcuno da un call - center che mi telefona per vendermi qualcosa che non voglio, il telefono che mai e poi mai dovrebbe suonare nel cuore della notte. Mi trascino a rispondere, dico “Pronto?” con la voce impastata dal sonno, e dall’altra parte sento una voce roca che rantola pianissimo, “Sergio?”.

“Guardi che ha sbagliato, signora, non c’è nessun Sergio qui”.

“Sergio…”.

“Senta, sono le quattro, francamente… abbia pazienza”.

 

Francamente abbia pazienza, è il meglio che possa esprimere a quest’ora. Rimango seduta sulla cassapanca cercando di ricordare il sogno, ma la telefonata ha svuotato la cronologia della memoria recente. Non mi capitava da un sacco di fare sogni bellissimi. Trascino le gambe, mi fermo a guardare il mio viso allo specchio del corridoio. Una donna alle quattro di mattina sbattuta giù dal letto: che dire? È quel che una telefonata non può certo cancellare. Vivo la pace senza uscita di quest’attimo a cavallo tra la notte e il giorno. Respiro, sento i passi di Birillo: mi avvicina, mi annusa, mi lecca la mano. Gli accarezzo il testone e mentre lo abbraccio, sento il suo respiro sulle mie guancie. Poi va verso la porta, si gira e fa un verso strozzato. Ma sì, usciamo, è meglio! Infilo una tuta e prendo le chiavi.

Lungo il viale, Birillo mi precede di qualche metro. Le luminarie sono ancora accese. L’ansia ha cancellato il sonno. Devo fumare, mentre accendo la sigaretta mi accorgo che abbiamo già voltato l’angolo e Birillo corre incontro a una cagnetta che passeggia col padrone.

“Birillo! Birillo vieni qui! Mi scusi” dico all’uomo col cane che riconosco essere l’inquilino del piano terra. “Niente, si figuri” fa lui. “Questa è l’ora solenne della bestia e del padrone, eh!”, aggiunge. “Credo di sì, anche se è Birillo che porta a spasso me”, dico io. Lui si mette a ridere. “A proposito di orari, oggi c’è l’ora legale, vero?”. “Sì, sì, è vero, oggi”. “Quindi adesso sarebbero le…”. “Oddio, guardi, non saprei, è troppo presto per essere lucidi”. “Ma lei… tu, abiti qui da poco, vero?”. “Sì, sì, da due mesi. Beh, arrivederci, allora, buondì”. “No, perché io qui ci sono cresciuto, invece. Sono il figlio del portiere, quando i miei sono venuti a mancare, il condominio mi ha lasciato l’appartamento. Oh, pago l’affitto, ovviamente”. “Ovviamente. Beh, allora buona giornata. Io continuo il giro”. “No, aspetta: ma dimmi come ti chiami”. “Adriana. Io sono Adriana e lui è Birillo”. “Ciao, io sono Michele, lei è Peggy”. “Ok. Allora ciao Michele, ciao Peggy”.

Ci allontaniamo, io e Birillo. Dunque, l’ora legale, oggi è domenica. Sono fuori del tempo e della cognizione. Arriviamo ai giardinetti sulla piazza. Birillo beve alla fontanella, poi dichiara guerra ai piccioni. Corre, salta, vorrebbe forse volare, abbaia rompendo il silenzio del piazzale deserto. I piccioni sono un esercito troppo numeroso per lui. Sconfitto, viene nella panchina dove mi sono seduta. Si sdraia ai miei piedi. Lo guardo, lo gratto sulla testa. La mia attenzione è rapita da uno stormo di rondini sopra di noi. L’aria fresca mi conferma che è entrata la primavera, ma io non mi sono svegliata e ancor meno, sono una bambina. Credo di essere in coma ormai da anni. È l’unica condizione d’animo che riesco ad accettare per me stessa. Guardo l’ora sul cellulare: le cinque e tre quarti. Birillo decide che è ora di tornare. Mi alzo e ripercorriamo il viale. Tra un po’ sarà giorno; allungo il passo, non ho intenzione di guardare l’alba, per me non ha senso che nasca un nuovo giorno, è la stessa cosa, in fondo, non mi interessa.

Arriviamo davanti al portone, apro. Birillo si intrufola ed entra prima di me, non ha dimestichezza con la galanteria. Superiamo l’androne e siamo davanti all’ascensore. La porta dell’appartamento a piano terra si apre. È quel Michele che si affaccia: “Ho fatto il caffè: vuoi?”. “Guarda, sei molto gentile, ma vorrei dormire un paio d’ore, se ci riesco. Grazie”. “Va bene. La prossima volta, però, non puoi rifiutare”. “Buona domenica, Michele”.            

Deve aver avvertito la nostra presenza: forse è restato dietro la porta ad aspettare? Ci son più cose nella solitudine che in cielo e in terra, caro Michele, e io preferisco le cose della solitudine. Saliamo al quarto piano, entro in casa e mi svesto. Mi sdraio sul letto e tento di riprendere sonno. È ancora tutto tranquillo nel condominio, non sento nemmeno qualche lontano rumore che in questi casi, concilia col riposo.

Alessandro aveva scelto Birillo in un canile e lo aveva ribattezzato col nome del cane di Rocky Balboa. Era buffo per uno spinone, da piccolo sembrava proprio un birillo. Ad Alessandro piaceva andare in città e farmi la sorpresa della passeggiata in carrozza. Era una dimensione antica che io amavo molto, quella del girovagare per le strade del centro storico chiuse al traffico. C’era un momento particolare dopo il crepuscolo, quando la luce del giorno calava e si accendevano i lampioni: in quell’istante si creava d’incanto un effetto giallognolo tipo foto d’epoca che mi stringeva il cuore. Era come essere fuori del tempo.

Birillo non accettava di sedersi di fronte a noi sulla carrozza e pretendeva di stare in mezzo. Io cominciavo a ridere e Alessandro fingeva di offendersi con Birillo: “Fesso d’un cane, vai a lavorare e fatti una famiglia”, gli diceva mentre Birillo abbaiava giocoso.

Ero felice, anche se io e Alessandro eravamo una coppia e non una famiglia. Con lui stavo bene, ero molto “presa”: “troppo” sostenevano le mie amiche. Ma l’amore quando arriva, arriva, per me era un momento bellissimo e non lo nascondevo. La felicità è qualcosa che bisognerebbe conservare con discrezione, ma è evidente agli occhi che si palesa da sé, non puoi mascherarla.

Alessandro conservò i suoi slanci d’entusiasmo fin quasi alla fine, pure se le sedute di chemioterapia avevano ormai fiaccato i suoi sensi. E la dignità mia, della sua compagna. Chi cerca giustizia trova la legge, i medici  pensano solo alla prassi, è il bianco e il nero dell’esistenza, mi ci è voluto un po’ per capirlo. Nove anni fa, ormai, ma il tempo è come fermo. Le manifestazioni e i diritti dei conviventi, i dibattiti e i forum che seguirono nel tempo, a me non riguardavano più perché a soli ventisei anni avevo già pagato il conto alla vita.  

Mi rigiro nel letto. Non c’è verso di ricordare il sogno bellissimo, solo i tormenti mi siedono accanto. Non ho più avuto un uomo da nove anni. Non sono più andata a letto con un uomo. “Non hai più scopato con un uomo”, dicono le mie amiche. A volte ho l’impressione che questa constatazione, diventi un’accusa. Il fatto è che io sto bene con il mio malessere. Non posso farci nulla, non voglio farci nulla, non intendo più fare alcuno sforzo. Credo di averne fatti abbastanza. Così, anche le amicizie si sono sfilacciate. La gente si stanca del consueto “Ciao ragazze, vi presento il mio nuovo compagno: il vecchio dolore sordo che non mi abbandona mai”.

La mia dignità femminile ha raggiunto il minimo storico. Indosso sempre i pantaloni per coprire la peluria, credo che perfino madre natura sia stata compassionevole perché col passare del tempo, mi sembra che la ricrescita sia regredita.

L’altro giorno in ufficio ascoltavo di nascosto gli uomini parlare di noi colleghe. Riguardo a me, dicevano che sono una “morta”: “neanche un necrofita avrebbe soddisfazione con l’Adriana!”. Sono rimasta indifferente, ci ho riflettuto, non riesco a dargli torto.    

Mi alzo, è inutile dormire. Inutile “tentare” di dormire. Dormire ed essere svegli non fa differenza, io riesco solo a riposare il corpo. Bevo un bicchiere d’acqua e preparo il tè. Scaldo un croissant al microonde. Resto a guardare il televisore spento mentre consumo la colazione. Sbadiglio ripetutamente. Prendo il telecomando, accendo, ma cambio i canali a velocità supersonica, come se dovessi far passare con la stessa rapidità questa giornata. Spengo e rimango a fissare ancora lo schermo. Di colpo, ricordo il mio sogno perduto: una carrozza cammina lentamente. È vuota, non c’è nemmeno il vetturino. Si allontana, si allontana, si allontana: lentamente. Mi accorgo che non è un sogno bellissimo, anche i ricordi perdono colore. La primavera è una poesia senza versi.

Vado a farmi una doccia. Mi spoglio. Gli anni non hanno pesato sul mio corpo, non ho preso un etto anche se mangio regolarmente. Entro nel box, lascio scorrere l’acqua. Scorre sui miei capelli, sul mio seno, sulle mie gambe. Sulla mia vita. Tutto quel che è stato non evapora così come un fenomeno fisico. Chiudo la manopola della doccia. Rimango qualche minuto a far colare l’acqua. Esco, indosso l’accappatoio e mi asciugo. Sì, dovrei farla una ceretta. Siedo sul bidet e poggio i piedi sulla tazza del water. Mentre mi allungo per tagliare le unghie, squilla di nuovo il telefono. Mi alzo, sono ancora bagnata e lascio una scia per il corridoio. Alzo la cornetta. È la stessa voce di stanotte: “Sergio, Sergio…”.

Il tono è sempre roco e rantolante. Deve aver pianto. “Sergio” continua a ripetere. Sento i suoi singhiozzi, il respiro affannoso. “Signora, mi dispiace, non c’è nessun Sergio, deve aver sbagliato ancora, Sergio non c’è, non c’è nessun Sergio, signora”.

Non riesco a chiudere la telefonata e rimango all’apparecchio in silenzio. Avverto un rivolo solcare i tratti del mio viso. Ascolto il pianto della donna e guardo le mie lacrime allo specchio del corridoio.       



© ENRICO MATTIOLI 2017     




© Enrico Mattioli 2017