Banda armata


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Un fiume carsico di lava incandescente, ecco qual è il mio stato d’animo attuale. Sono al parco pubblico, a passeggio con il cane di mia madre, e osservo intorno a me il mondo scorrere con lentezza pachidermica.

Immagini leggermente sfuocate raffigurano coppie con passeggino sportivo a tre ruote spinto con vigoroso orgoglio dall’uomo, un bambino sull’altalena con giovanili nonne che amoreggiano al cellulare fregandosene bellamente dei pianti del fanciullo, deiezioni di animali la cui unica colpa è quella d’esser compagni di persone incivili, bicchieri infranti, tracce di vomito di teen-ager senza futuro spinti a divertirsi da morire.

Quando noi eravamo ragazzi, alla morte non ci pensavamo pure se ci girava intorno offrendo sigarette; il presente credevamo fosse un ponteggio sopra cui avremmo edificato il futuro, eppure, a voler essere chiari, più che un ponteggio le nostre erano barricate da dove attaccavamo e dentro alle quali ci offuscammo. Ci siamo persi, abbiamo perso, ecco che è stato, alla fine.

In questo parco ci venivamo quando dovevamo incontrarci senza dare troppo nell’occhio e soprattutto per la paura di essere ascoltati: eravamo terrorizzati più dalle cimici che dal piombo perché quel tipo di insetto, pure se non si attacca, uccideva ugualmente, anche se in modo diverso. Eravamo quelli che sbagliano.

Lucilla si unì all’organizzazione direttamente dall’università e all’inizio pensavo che fosse lei stessa un insetto, per via del suo inserimento così veloce che io consideravo avventato. La guardavo con scetticismo, indubbiamente fu duro per lei quel periodo. Io volevo ucciderla, confidai il mio proposito agli altri, ma avrei sbagliato, non ebbi, per fortuna, il permesso del gruppo. Si è fatta quasi i nostri stessi anni, non ha mai parlato, pure se quasi sempre era in disaccordo: questo era l’aspetto che non accettavo e che mi faceva porre mille dubbi su lei. Chi e che cosa gli avevano fatto compiere il salto?

Avrebbe fatto la professoressa di lettere se non avesse scelto la clandestinità, del resto, ognuno di noi avrebbe avuto un’altra vita. Lucilla ci tediava con paradossi e riflessioni che a ben considerare di profondo avevano solo la sua presunzione. Sosteneva che la sintesi della nostra esistenza giaceva (giaceva, questo sì un predicato opportuno) nella prima singolare tra il presente e il passato remoto dell’ausiliare essere. Bella scoperta, pensavo, oltretutto, era un pensiero snaturato perché chiunque può affermare “io sono” ma nessuno può più ribadire “io fui”, i morti non parlano, tutt’al più, lasciano parlare.               

Mi guardo intorno, adesso, qui al parco, queste immagini sfuocate mi fanno tanto di pigro scorrere del fiume e non mi appartengono come neanche allora; allo stesso modo, in un certo senso, non mi è appartenuta la vita pure se mi è imputata quella degli altri. A sessantuno anni ho scontato tutto. Mio padre è morto di cuore, di crepacuore, mi disse qualcuno, l’ho saputo tre mesi dopo perché le notizie non filtrano in isolamento. Mia madre, beh, mia madre non porta più neanche a spasso il cane.

Fu tre mesi fa che rividi la Lucilla. Ero sull’autobus che mi recavo all’associazione di Caino, creata dal Partito Radicale per il recupero degli ex detenuti politici. I nostri incontri, durante i processi, erano stati fugaci, giusto il tempo dei saluti. La mia ira era placata. Lei mi guardava, però, sempre con un piglio che mi infastidiva oltremodo. Non so perché, un giorno mi fermai a fissarla negli occhi. Lei disse “Avevo ragione io, s…”. Per un frangente mi irritai come ai vecchi tempi, avevo sentito bene la sua frase, ma non c’era più alcuna ragione, ora, c’era solo da aspettare che il tempo facesse il suo corso.

Dunque, ero sull’autobus e la vidi alla fermata. Ero impreparato all’incontro e rimasi seduto. Nei due o tre giorni seguenti non riuscii a scorgerla. La rividi la settimana dopo e mi convinsi a scendere. La libertà o la semilibertà ti conducono alla solitudine, non hai molto spazio (e neanche tanto tempo) per rifarti una vita, devi accontentarti perché quello che hai è già molto, ma per carità, non è la mia una lagna, solo una costatazione. Del resto, lo stato d’animo di oggi è uguale a quello dell’epoca dei processi: aspettare che il tempo faccia il suo corso. La gente sa chi sei e che porti il tuo fardello, all’inizio provavo disagio anche ad abbozzare un sorriso di circostanza. Dopo tanti anni dietro alle sbarre guardando il sole a scacchi, quando sai che buona parte dell’opinione pubblica, non senza ragione, ti vorrebbe morto, tutta questa libertà è qualcosa che mette perfino paura.

Scesi le scalette del bus lentamente, lei non s’accorse subito di me. Passò un altro autobus e salirono quasi tutti. Rimanemmo da soli alla fermata, eccetto due vecchiette con le sporte della spesa. Lucilla si voltò e mi vide. Ci guardammo per qualche minuto, senza dire, né abbracciarci. Poi lei fece per muoversi, ma senza fretta. Si voltò a guardarmi e io la seguii. Camminando ci sciogliemmo, parlammo del più e del meno, cosa fai e con chi, le chiesi, oggi era il suo giorno libero, casualità, e questo mi ricordò di fare uno squillo all’associazione per avvertire di un contrattempo qualsiasi e che sarei arrivato in ritardo. Sua madre era mancata il mese precedente, mi informò Lucilla. Passeggiammo un po’ fino al centro storico, più o meno in silenzio col sottofondo del traffico. Un bus all’inglese, aperto al piano superiore, si fermò al semaforo e dei turisti ci salutarono con la mano. Ridemmo, quasi increduli di farlo e ricambiammo il saluto: Lucilla si commosse (pure se evitai di farglielo notare), come se per qualsiasi cosa, anche la più banale, avessimo dovuto essere riconoscenti. Proseguimmo, ci fermammo davanti alla locandina del teatro sotto ai portici a guardare la programmazione degli spettacoli. Arrivammo a un caffè all’aperto e ci sedemmo. Ordinai un caffè corretto e lei un espresso semplice, ci portarono anche dei cioccolatini. Restammo seduti, muti, a fumare e a guardare il via vai. Sulla piazza un mimo improvvisava uno spettacolo con un mangianastri che suonava le colonne sonore e lui imitava i protagonisti dei film. Il più richiesto era Charlie Chaplin, il mimo ne faceva una versione ridanciana usando un pallone enorme come quello del Grande Dittatore, che lui faceva sgonfiare mandandolo in tutte le direzioni per poi goffamente tentare di afferrarlo. Dei ragazzini lo guardavano seduti in terra a bocca aperta.  

Lucilla si alzò chiedendomi di seguirla, ti faccio vedere dove lavoro, disse, è qui vicino. Mi condusse fin dietro l’angolo, dove c’era una sala conferenze. Organizzo convegni, fece lei, la prossima settimana c’è “Il fascino discreto delle merci”, se hai tempo e vuoi venire, mi trovi qui. Si allontanò e restai a osservarla andare via.            

Nel condividere i silenzi, avvertire la presenza dell’altro era confortante, avevamo ancora addosso l’odore secco della polvere da sparo, del ferro e del fuoco, la responsabilità morale e giuridica di un paese dato alle fiamme, la convinzione di diffondere, attraverso le vie di fatto, il riscatto sociale anziché il terrore che ci lasciò isolati. Se Lucilla nella sua lungimiranza, percepisse già all’epoca dei fatti tutto questo, non sono in grado di dirlo oggi, certo non mi è ancora chiaro, se fosse stato così, il motivo della sua adesione alla lotta armata, probabile, forse, che vivesse con la coscienza di chi, oltre a quanto elencato, sapesse di vivere in un paese malsano, come la cronaca e la storia hanno dimostrato successivamente, e pertanto, di sentirsi legittimata a… sbagliare.            

Mi trovo ancora qui, al parco, a passeggio col cane di mia madre, tra i rifiuti della scampagnata di pasquetta, coppie che spingono un passeggino, vomito di adolescenti che hanno voglia di morire, quel che si dice, appunto, il lento scorrere. Fu qui che, durante un nostro incontro, arrestarono parte della colonna e io ero uno di questi. Lucilla sosteneva di aver ragione, ma anche io ne avevo. Sbagliai a individuarla, ma c’era la cimice tra di noi, pure se adesso non ha più senso rivangare e certe cose sarebbero avvenute ugualmente, magari in maniera diversa. Non è solo l’aver perso e messo sottosopra il mondo, la vita nostra e quella altrui: tutto è in quel che abbiamo sciupato di quel resto di cui non ci importava.

Gioco col cane, gli tiro una palla sgonfia che ha scovato tra i rifiuti. La riporta deponendola ai miei piedi come un cimelio. Lui guarda con la lingua di fuori le mie finte, abbocca, torna sui suoi passi, abbaia rimproverandomi, poi effettuo un lungo lancio fino al campetto di pallone dove alcuni ragazzi giocano ai tiri in porta. Bobby vorrebbe scambiare il pallone bucato per quello con cui stanno giocando. I ragazzi si passano la palla con tocchi veloci, impauriti dall’entusiasmo del cane. Gli dico di non preoccuparsi, Bobby non morde di certo, è una bestiola tranquilla e giocherellona. Lo richiamo, lui torna con la palla sgonfia e la lingua di fuori per la corsa. Lascia di nuovo la sfera ai miei piedi e si sdraia a riposarsi. Guardo il cielo, tra poco pioverà. Mi avvio verso casa, Bobby mi segue con questa gomma bucata tra i denti che non vuol davvero saperne di mollare. Comincia a piovere forte, la pioggia di Aprile caratterizza i primi giorni della primavera. Di fronte a noi c’è la tettoria di un pub con le panche di legno. Attraverso a grandi passi la strada e mi accomodo. Così ordino una rossa. Le casse dello stereo in sottofondo suonano il blues Happy birthday to you di BB King. M’è sempre piaciuto il blues, durante gli anni della scuola suonavo un’armonica. Sorseggio la birra, fumo e guardo la pioggia scendere. Bobby è ai miei piedi che ancora mastica la palla. Sono passati gli anni, solo adesso riesco a capire che cosa volesse intendere Lucilla con il paradossale “Avevo ragione io, stavamo sbagliando”.

Mentre penso a questo, mi accorgo di tenere il ritmo del brano schiaffeggiando di lato il tavolo del pub, mentre la pioggia scende e batte in controtempo, lavando quell’iniziale fiume di lava incandescente.



© ENRICO MATTIOLI 2017



 

© Enrico Mattioli 2017