Romanzo Rock


Tutti i soldi che gli avevamo fatto fare stavano finendo in delle piccole scatole nere, montate poi su quei cazzo di bombardieri americani per bombardare quel cazzo di Vietnam del Nord. Avrei preferito la Mafia alla Decca Records.

Lo diceva Keith Richards saputo che la casa discografica, che con il gruppo di Jagger e Richards aveva accumulato cifre spropositate, reinvestiva parte di queste nell’industria delle armi. È, purtroppo, la metafora dell’inganno della musica rock.

Il rock che ha avuto come campo di espressione l’America degli anni ’60 (in particolare la musica proveniente dall’Inghilterra - la British Invasion - che ha dovuto affermarsi negli Stati Uniti, come un marchio d’origine controllata), non è il rock che oggi ascoltiamo. È una questione di autenticità.

È un esempio grossolano, forse, ma l’onestà nel rock, per me, è Vasco Rossi che canta conta sì il denaro, me ne accorgo soprattutto quando non ne ho; un po’ meno onesto è l’autore di Immagine, e non perché il brano è un’ode all’anarchia, come ha scritto qualcuno, ma perché più che altro è un inno all’ipocrisia: immagina che non ci siano possessi (proprietà). Lo scrivo ma chi mi conosce, sa quale affetto io provi per l’autore di Immagine. Detto questo, il testo potrebbe anche essere un programma politico. Vagamente anarchico, ovvio. 

C’è una frase usata da Charles Bukowski all’inizio di Hollywood Hollywood, quando Chinaski, passando nel porticciolo guidando la sua Volks verso Marina del Rey, definiva quei personaggi che armeggiavano sulle loro imbarcazioni: erano tutte persone – scrive Buk – riuscite in qualche modo a tirarsi fuori dal tritacarne umano dell’esistenza. E io, ovviamente, non ero nemmeno nei loro pensieri.   

Quelle figure descritte da Charles Bukowski mi ricordano i mammasantissima del rock e l’espressione tritacarne la considero un assoluto colpo di genio. Sogni e ideali s’infrangono su quello scoglio rappresentato dalle bollette da pagare e la dimensione di essere fuori dal tritacarne umano, godere la celebrità e un’eventuale immortalità, sono lussi che pochi esseri umani possono vantare. Tutto è così lontano dai tumulti nelle strade, le barricate e i convegni dei ’60. 

A quei tempi il rock (e tutte le sue trame), poteva sembrare un partito di massa, ma quando nella controcultura entrano le industrie dei concerti e dei dischi e s’infiltrano come un malanno, l’essenza svanisce.

Il fatto è che il rock, per i discografici, è una formula. Lo sapeva bene Sam Phillips, produttore e disc jockey.  Fu colui che fondò la Sun Records. All’inizio era solo un vecchio garage attrezzato da Phillips a studio di registrazione. Il luogo era sorto per accogliere musicisti dilettanti che volevano registrare un disco e poi cercare un’etichetta.

In realtà Sam Phillips non nascondeva il progetto di trovare dei bianchi che suonassero come neri per invadere il mercato. Se questo possa considerarsi un sogno, era il sogno dello zio Sam (dio, come mi piace, in questi casi, scrivere filo americano!).

Quindi bisogna concedere che, oltre alla formula e al business, per molti imprenditori del settore c'è anche la componente del sogno. Se a tutto questo aggiungiamo il fattore mamma, il gioco è fatto. Non è molto ribelle come immagine, ed è quindi necessario spiegarsi meglio.

Lo studio di Phillips, che ancora non si chiamava Sun Records, era situato al numero 706 di Union Avenue a Memphis. Il 5 luglio del ’54, un giovane camionista di una ditta elettrica, Elvis Aaron Presley, percorreva la strada per delle commissioni di lavoro. Si accorse fortuitamente dello studio di Phillips e ne rimase eccitato. Di lì a poco sarebbe stato il compleanno di mamma Presley e il ragazzo volle registrare un demo per lei dal titolo My Happiness. Il caso si sposò con la sorte, nel momento in cui Sam Phillips ascoltò il nastro. Il dado era tratto. Sam realizzò il suo sogno e Presley divenne il re.

Molti ricordano i dischi con la Sun Records come il periodo più fecondo di Elvis. Alcuni scrivono anche che alla Sun si registrò il primo disco rock and roll della storia. Era Rocket 88 di Jackie Brenston, un brano scritto dal grande Ike Turner. Ma qui entriamo già nel campo riguardante la scoperta del sesso degli angeli. Il come, chi, quando, dove e perché sulla nascita del rock è una questione infinita quanto la scintilla primordiale dell’universo.

Quindi, per finirla bene, io concluderei col monologo di Bruno Iori, il dj di Radio Raptus nel film Radio Freccia per la regia di Luciano Ligabue.



Il rock non ha cambiato certo le cose – dice loro Rigatone - ma mi piace pensare che sia stato un movimento. Le grandi stelle oggi sono multimiliardarie, in pratica delle aziende, però hanno sintetizzato i pensieri, le frustrazioni di ragazze e ragazzi che fino alla metà del secolo passato attendevano un cenno per entrare in società.

La musica punk scioccò il modo comune nella Grande Britannia, il poeta Dylan cantò di un’altra America, la psichedelica con i suoi eccessi, incitava ad allargare gli orizzonti della mente; gli Who volevano morire prima di diventare vecchi, concetto non legato a fattori anagrafici; le pene di Waters legate agli sviluppi della guerra e su come si diventa insensibili e di ghiaccio. Le visioni di Jim e i Doors nell’America impegnata in Vietnam, la disillusione degli Stones rispetto al ruolo di stelle acclamate verso le contraddizioni di un mondo visitato in tour.

Beh, ragazze, io ho vissuto tutto questo dentro la mia stanza ascoltandoli da un nuovo stereo di volta in volta che potevo permettermene uno migliore e poi, a un certo punto li ho visti tutti, almeno quelli che c’erano ancora, da dietro alle quinte di uno stadio o di un palazzetto, ma comunque davanti a me.

È stato tutto affascinante e incredibile, quando li vedi a pochi passi pensi a null’altro che a delle persone come te, e che adesso, proprio mentre noi stiamo parlando, esistono e stanno facendo qualcosa in altra parte della terra, come noi in questo momento.

La cosa fondamentale è il messaggio, sempre il messaggio e questo li rende, o rende quello che hanno fatto, speciali perché è stato ascoltato da milioni di persone in tutto il mondo.

In estrema sintesi, il comune denominatore di tutti questi messaggi è il NO intransigente alla guerra e a quel che devasta la nostra società. Il rock ha provato a immaginare un mondo migliore, magari usando mezzi illeciti come gli stupefacenti, il rock ha contestato, finché ha potuto. È stato un propulsore fenomenale per un nuovo pensiero. La vita di milioni di persone sarebbe stata diversa senza la musica rock, senza quelle illusioni, le visioni anche violente, la nostra società sarebbe oggi ferma al secolo passato.

Perfino i politici, i quali decidono le nostre sorti, hanno avuto nella loro adolescenza, un mito del rock. Peccato che quando arrivano a legiferare, se ne dimentichino. Se c’è un limite nella musica, è quello di non riuscire a salire l’ultima rampa di scale, quelle che portano alla gestione o, per usare un termine poetico, la scala e la porta del paradiso. Il rock muore non perché non ci sono più musicisti o miti da incorniciare, ma perché quella nuova generazione che doveva cambiare il mondo e che s’era nutrita di tutti quei messaggi, una volta varcata la soglia della sala dei bottoni, ha pensato bene che tutti i messaggi ricevuti fossero infantili e senza progetto di attuazione, più o meno come la generazione precedente alla loro, li aveva classificati.

È così, ragazze, per parafrasare Neruda, che si muore lentamente.


Tratto da Storie di qualunquisti anonimi


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