Rock around the clock


Unknown


Il rock and roll non ha certo cambiato le cose nel mondo, ma la vita di molte persone sarebbe di certo stata diversa senza il rock and roll. Scrivevo così, più o meno (a volte non ricordo nemmeno il testo esatto dei miei libri) a un certo punto di Storie di qualunquisti anonimi. Cioè, quando mi sento giù e le cose non vanno, spesso mi consolo con una birra, del tabacco e un disco di blues, la radice del rock (e di tante altre cosette). Le persone che hanno inventato il rock and roll e molte di quelle che lo hanno cambiato o che son state fondamentali, lo hanno fatto in poco tempo e quasi sempre senza rendersene conto nel momento in cui lo stavano facendo, ed è incredibile tutto questo.

Nel film Cadillac Records sono narrate le vicende della Chess Records, la casa discografica di Chicago fondata da Leonard Chess e dal fratello Phil. Lanciarono gente come Muddy Waters, l’armonicista e cantante Little Walter, Chuck Berry, Bo Diddley, Etta James e altri. Il film si intitola Cadillac Records perché Leonard era solito regalare una Cady ai suoi musicisti. Chess fu la dinamo di quello che oggi possiamo chiamare il Chicago blues, quello elettronico. Tutta questa gente si è alternata nell’arco di quindici anni. Il film testimonia, qualora ce ne fosse bisogno, che la matrice del rock era nera. Questi ragazzi, contadini, figli di contadini (come appunto Muddy Waters, “acque fangose”, soprannome affibbiatogli dalla nonna perché il piccolo Muddy amava sguazzare nel fango delle rive del Mississipi), lavoravano nei campi di cotone dei bianchi e alla fine di una hard day, seduti nelle verande delle case, pizzicavano le corde delle loro chitarre acustiche letteralmente con le mani sporche di terra. Nel giro di poco tempo si trovarono dai campi alle sale di registrazione, grazie ai tipi della Chess. Pieni di soldi, pieni di donne, un gran talento tra le mani e quel disagio che si chiama successo, da gestire. E’ un periodo favoloso, il momento del purismo. Gente che girava con le dita piene di anelli e la pistola nella fondina, tanto per non dimenticare chi fossero e da dove venissero o forse perché non si rendevano conto di ciò che erano diventati. A un certo punto nel film, c’è Muddy Waters fuori degli studi, appoggiato con un piede al muro che fuma una sigaretta. Sembra un personaggio di “Poveri ma belli”, ma non lo è. Da un taxi scendono cinque ragazzi inglesi che sono arrivati a Chicago per visitare gli studi della Chess Records. Lui li accoglie, li saluta e gli porta le valige: quei ragazzi sono i Rolling Stones, i fans sfegatati di Muddy Waters!

In quel fotogramma, siamo però già nel ‘64, quando i ragazzi ebbero il privilegio, dopo in primi successi in patria, di suonare negli studi della Chess in Chicago. Fu in quel momento (fino ad allora gli Stones suonavano solo cover) che cominciarono a scrivere pezzi propri. Quando la favola di Muddy volge al declino, saranno i ragazzi di Dartfort a pagare la tournée inglese di Muddy. Del resto, dovevano pur restituire il favore all’autore del brano Rolling Stone, no?


Anni dopo, molti anni dopo, c’è la storia raccontata da Keith Richards, su un suo recente incontro con Chuck Berry. Un  aeroporto in qualche parte degli Stati Uniti. Richards lo vede e gli va incontro per salutarlo. Si avvicina e fa: - Hey, Berry, che succede?  Ma il vecchio Chuck che non ama essere disturbato, gli molla un cazzotto sul muso, poi dice: - Ciao, scusa, non ti avevo riconosciuto… 

Eh, eh, c’è un solo trono, il posto per uno soltanto in questo mondo. 

Oh, il rock and roll è il figlio di una gran puttana, tra tutta questa gente c’è sicuramente un padre, ma non si sa chi sia. Il grande Chuck Berry, appunto, quello di Johnny Be Good, potrebbe esserne il re, se non fosse caduta sul mondo la gran tempesta. È il momento di Elvis e qui non ce ne più per nessuno, l’ora in cui la gran massa si appropria del rock come fenomeno popolare e per i tizi sotto contratto con la Chess Records scende il tramonto, i bianchi rubano scena e paternità. Il bianco che cantava come un nero o un nero che cantava il country dei bianchi, questo era Elvis alla radio. Il periodo che molti amano di più, gente come Lennon per esempio, fu l’Elvis pre-army, il periodo precedente al servizio militare, quello dei dischi per la Sun che va dal ’55 al 58. Tre anni, solo tre anni per cambiare la storia della musica rock. Il resto, quel che è successo nel periodo successivo è francamente mortificante per la sua figura, gli incontri col presidente Richard Nixon, la denuncia di The King all’autorità americane riguardo al fatto i Beatles rappresentassero una minaccia per la gioventù statunitense. Vostra Maestà, Berry non l’avrebbe mai fatto. 


Non deve trarre in inganno il fatto che la cronologia degli eventi sia così “stretta” tra il fenomeno Elvis e il rock nero. Fu come una tempesta: un temporale in atto in una parte della città, mentre dalla parte opposta splende il sole. All’inizio erano dei fenomeni locali (Elvis, del resto, “entrò” in tutte le case americane solo quando il colonnello Parker - suo manager - stipulò un contratto con la televisione) e gli Stati Uniti sono un paese estremamente vasto. Gli eventi accadevano in una successione troppo rapida ed erano tanti. Ogni cosa, però, finisce se non si alimenta e se si alimenta troppo, finisce per eccesso. Il tramonto del periodo della Chess Records, il declino di Elvis, ci portano a un altrettanto affascinante evento: la British invasion. 

Spesso ci si interroga sulle reazioni di massa, sul fanatismo. E’ il 7 febbraio del ’64 quando da Londra parte il volo della Pam per New York City. Soltanto tre mesi prima era stato assassinato John Kennedy (Dallas, 22 novembre ‘63), e il Natale di quell’anno fu una ricorrenza che pochi americani avevano avuto lo spirito di festeggiare. Da novembre fino a all’inizio di quel nevoso febbraio, gli organi di informazione erano ossessionati solo dal video amatoriale sull’omicidio del presidente.

Murray the K è un disc jockey americano dell’emittente radiofonica WMCA di New York. Sull’aereo che da Londra sta volando verso New York, c’è un gruppo musicale inglese (assolutamente sconosciuto in America) e tutto il suo staff. La mattina di quel 7 febbraio, Murray alla radio dà il fischio d’inizio a quella che sarà la pazzia del secolo: Sono le 6.30 del mattino, l’ora dei Beatles. Da trenta minuti essi hanno lasciato Londra. In questo momento si trovano sopra l’oceano Atlantico, diretti a New York. La temperatura è di trentadue gradi Beatles.

Nel giro di un mese, i Fabolous Four avranno ben quattro 45 giri ai primi posti nelle classifiche americane. Il singolo che aveva sconvolto nelle radio i giovani americani era I want to hold your hand, e fu come se, in un certo senso, l’intero paese si tenesse per mano. Il resto è storia e cronaca e leggenda. L’invasione inglese era stata preparata un po’ a tavolino (i ragazzi urlanti all’aeroporto di New York, erano stati omaggiati di un dollaro e gadget vari), per il resto fu casuale, frutto di circostanze fortunate e misteriose. Al di là di ogni ragionevole punto di vista, sembrava ciò di cui il mondo avesse bisogno in quel momento.

Lasciano la propria musica, un caleidoscopio di innovazioni e la loro forza sta nei suoni che spesso non passano, non i grandi successi, ma ciò che rimane inascoltato ai più. Poi, rimangono storie, leggende, qualcuno che muore per finta e altri che se ne vanno per davvero, aneddoti e faccende che accrescono la mitologia. Come quella relativa alla consegna degli MBE. Il 26 ottobre del ’65 la Regina Elisabetta consegna ai quattro l’onorificenza di Membri dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. In Inghilterra c’è la legge che punisce il proprietario di abitazione, qualora all’interno si consumino sostanze stupefacenti. I ragazzi di Liverpool, questione mai negata né confermata, consumano uno spino nei bagni di Buckingham Palace.  

Quando ce l’hai fatta in America, ce l’hai fatta dappertutto. Nessun cantante o gruppo inglese, fino a quel momento, aveva raggiunto l’apice negli Stati Uniti. Ora, sembrava quasi impossibile ottenere visibilità se non si fosse stati di nazionalità britannica. Ci son delle eccezioni, una, più grande delle altre, si chiama Jimi Hendrix. Infanzia complicata e dura gavetta per emergere, Jimi rappresenta quel che potremmo definire il sacrificio più alto. Hendrinx e il suo percorso al contrario, dagli Stati Uniti, Seattle, la sua città, all’Inghilterra. È il 23 settembre ’66, il ragazzo si imbarca dall’aeroporto Kennedy e atterra all’Heathrow, Londra, la mattina del giorno successivo. Viene fermato alla dogana perché senza permesso di lavoro. Entra in contatto con la scena londinese e partorisce gli Experience. Quattro anni scarsi, tra liti, esasperazioni e cambi di band, quattro album prodotti, fino alla morte ancora oscura, il 18 settembre del ’70, a quasi quattro anni esatti dal suo primo sbarco a Londra. Jimi, a cavallo della sua Fender Stratocaster, ha saputo volare oltre il cielo. Il modo di suonare la chitarra, non è stato più lo stesso nella musica rock. 


A consegnare un musicista all’immortalità è il suo talento. Credo che si spezzino, in qualche modo, i fili che lo legano alla proprie origini. Un artista appartiene a tutti e diventa universale, nonostante il fatto che, come essere umano, ognuno cerchi  di rimaner fedele alle proprie radici e spesso fa riferimento a esse quando la terra comincia a scottargli sotto i piedi. È su questo equilibrio sottile che procede l’esistenza, turbolenta, sfuggente, tra successo e vita personale e che può farci comprendere eccessi e vizi. L’equilibrio è una cosa fragile e spesso, l’equilibrio è nemico dell’arte. È un musicista, quindi, una sorta di monaco laico che si immola sull’altare della musica? Retorica, enfasi, parole, anzi, paroloni, ce n’è tanti di artisti che hanno fatto dell’equilibrio la solida base del proprio lavoro e della propria vita. Coloro i quali, però, in poco tempo hanno scritto il nome proprio in modo indelebile e son volati a miglior sorte, avranno un posto speciale nei nostri cuori. Sono quelli che, in un modo o nell’altro, si sono “sacrificati”. Sono gli artisti maledetti e in quella loro pazzia c’è tutto il senso dell’esistenza. Graziati e disgraziati, equilibrati e squilibrati, per quel che mi riguarda, come cantava quello, li ho amati tutti.                    

Quantificare il patrimonio musicale e artistico è impossibile. Potremmo avventurarci in liste di album, di artisti, ma non finiremmo. Hanno cambiato il mondo, quegli anni? Direi di sì, ma non in senso istituzionale. È che forse, come scrivevo all’inizio, la vita di molte persone sarebbe stata diversa, quelle persone sarebbero state altre persone. Che cosa resta? Beh, resta solo la musica. 


© ENRICO MATTIOLI 2013     





© Enrico Mattioli 2017