Quell'eccellentissimo ordine del rock



Unknown


Capibranco di una Liverpool fintamente soporifera in cui centinaia di band esportavano il Mersey’s sound oltre alla muffa stagnante nelle cantine, i Beatles diventarono sovrani della London chicchissima di giorno e gaia di notte, dove la stampa digiuna gli mordeva le calcagna in attesa di una parabola per le masse di adolescenti. A quei tempi, l’immagine del beatle sulla tazza del cesso davanti a un giornalista seduto in terra con le gambe incrociate, più che un’allucinazione ecologia era una cosa che sarebbe potuta accadere. Il resto l’hanno fatto le dicerie e le confidenze democratiche, la mitologia e il tempo che passa. Le inesattezze sono l’indizio di partenza per il gioco del vero o falso.

Perfino le date sono errate. Alcune fonti italiane riportano il 24 ottobre, quelle inglesi, ovviamente più certe, declamano come inconfutabile il 26 ottobre 1965, giorno in cui i ragazzi di Epstein (il manager dei Beatles) ricevono l’onorificenza di Membri dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. Fu il primo ministro Harold Wilson a proporre la candidatura del gruppo. Wilson era a caccia di consensi perché in quel momento i quattro, attraverso le vendite di musica e gadget, erano il prodotto inglese più richiesto all’estero. All’annuncio dell’investitura non mancarono le proteste: colonnelli e militari della RAF che avevano ricevuto titoli per azioni di guerra, li restituirono indignati.

I ragazzi stavano per pubblicare Rubber Soul - dicembre 1965 - ed erano in procinto di regolare i limiti della musica rock con un deciso balzo in avanti che si sarebbe confermato l’anno successivo con l’uscita di Revolver. Però questo, ai condomini di Buckingham Palace, interessava di meno.    

Il nodo di tutta la questione furono le dichiarazioni di Lennon riguardo al fatto che i quattro fumarono uno spinello nei bagni del Palazzo Reale. Una frase non significa nulla, soprattutto se pronunciata per strafottenza oppure, come tutti all’epoca, da una vittima della beatlesmania, cioè John stesso. L’impresa fu in seguito smentita da George Harrison, mai commentata da Ringo e Paul.

Effettivamente in quel periodo i Beatles fumano erba, introdotti al consumo da Bob Dylan nel corso di un incontro durante il loro tour negli Stati Uniti nel ’64. Dettagli, se il fatto effettivamente accadde, non s’è mai capito.

L’acutezza di John portava più lontano. C’era una legge in Gran Bretagna che puniva i fumatori di cannabis, ma anche i proprietari delle residenze in cui si consumava il reato. Di fatto, la Regina Elisabetta diventava passibile di condanna. Tre o quattro anni più tardi la legge subì delle modifiche.

Tutte le star della musica rock avevano guai con la giustizia a causa dell’uso e del possesso di droga. Ne sanno qualcosa gli Stones che alla fine di quel decennio erano più occupati a schivare accuse che a produrre del buon vecchio blues english, e ne sanno qualcosa gli stessi baronetti di Liverpool, i quali, proprio per l’onorificenza conseguita, erano fatti uscire dagli scandali da una porta di servizio e successivamente, a suggello della propria perseveranza, furono perseguiti come i loro colleghi.

Tornando a quella giornata di ottobre, John, per completare l’opera, confidò ad Alistair Taylor, l’assistente di Brian Epstein, di aver portato con sé due pasticche di LSD con l’intento di farle scivolare nel the della regina. Piano non portato a compimento, ovviamente.   

L’esistenza di una rockstar è permeata da un’aurea a metà tra il migrante di lusso e il cittadino del mondo che lo colloca in maniera indefinita nel jet set del rich and roll. Tutte o quasi le stelle dello spettacolo sono tra i maggiori contribuenti dei propri paesi di appartenenza. Diventano uomini d’affari, mercanti, mecenati, e anche incoerenti, imborghesiti, a volte sono un pericolo per loro stessi, ma rappresentano, almeno agli inizi delle carriere, un contrasto alle coscienze poco limpide e all’ordine costituito. Ognuno a proprio modo, secondo le proprie capacità e in relazione alla collocazione del proprio pubblico.

Nei fab four tutto ciò cominciò a delinearsi in Taxman (album Revolver, 1966), il rancoroso brano di George Harrison contro il fisco e che è il motivo dell’investitura dei Beatles con l’MBE. Erano al primo posto nella lista dell’erario inglese dovendo pagare una sopratassa che arrivò fino al 95% su tutte le loro entrare, essendo, proprio il governo Wilson, impegnato in una politica di tutela allo stato sociale, alla deflazione e all’uguaglianza. I Beatles si trovarono nella paradossale situazione in cui più guadagnavano e più erano colpiti dalle imposte. Il conferimento del titolo di baronetti, quindi, era in realtà una specie di risarcimento ipocrita.

Il pezzo è una tirata contro l’elevata pressione fiscale, there’s one for you, nineteen for me (ce n’è uno per te, diciannove per me), e contro lo Stato, yeah, I’m the taxman, and you’re working for no one but me (sì, sono l’esattore e tu stai lavorando per nessun altri che per me): if you drive a car I’ll tax the street, if you try to sit I’ll tax your seat, if you get too could I’ll tax the heat (se hai una macchina tasserò la strada, se provi a sederti tasserò il tuo posto, se avrai freddo tasserò il caldo, sono l’esattore).

Anche i ricchi piangono, soprattutto se non sono nati ricchi. L’estrazione sociale dei quattro è essenzialmente proletaria, soltanto Lennon è di origini borghesi nonostante l’infanzia e l’adolescenza per nulla tranquille.

Taxman potrebbe considerarsi una bandiera da sventolare in faccia alle istituzioni ingorde e papponesche, in realtà l’autore spiegò come si sentiva. Disse George: Quando nasci povero, trovi un lavoro e cominci a guadagnare. Sei così felice di diventare ricco e pensi che non hai fatto nulla di male. Tutte quelle imposte affermavano il contrario, che era impossibile cambiare la propria condizione in modo onesto per chi proveniva dalla classe lavoratrice.


I Beatles, a quell’epoca di un’età media di venticinque anni e nel pieno della follia che li coinvolse, stavano guardandosi intorno, osservando la società e gli aspetti contraddittori di essa. Nel pieno di una felicità apparente, John scrisse Help! (aiuto), la conferma che l’essenza dei messaggi si perdeva nell’adulazione collettiva che di lì a qualche tempo avrebbe trovato il suo termine con la fine dei tour e le esibizioni dal vivo aprendo alla seconda era dei fab four, gli studi e la consacrazione definitiva.

 

Nel ’69 John Lennon restituì alla regina la medaglia di MBE. Era custodita da sua zia Mimi in una mensola del salotto nel civico 251 a Menlove Avenue. John gliela chiese indietro senza spiegarle le intenzioni, spendendola poi a Buckingham Palace per protestare contro il coinvolgimento inglese nella guerra in Biafra e il supporto agli Stati Uniti in Vietnam. A coronare il proprio sarcasmo, aggiunse che era indignato perché Cold Turkey (tacchino freddo), il suo secondo singolo da solista con riferimenti alla droga, stava dormendo in fondo alle classifiche. La regina non capì il suo gesto e forse neanche il senso dell'umorismo.

 


  © ENRICO MATTIOLI 2016  



 

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