Lettere dal pub


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Diceva Pete Townshend, glorioso chitarrista degli Who: io sono come una grossa pietra contro cui tutti vanno a pisciare, piano piano si sgretola.

Ero un fedele lettore di Rockstar, la rivista musicale nata nel 1980 e un giorno lessi l’intervista di Pete. Mi affezionai a lui e lo elessi mio secondo zio putativo, insieme a Keith Richards.

Adoro queste persone. Sono stati la mia formazione. Hanno sacrificato se stessi per insegnarci a stare al mondo. Sì, lo so che sto esagerando, ma ho già detto che sono stati (e lo sono ancora) i miei idoli. Ora sono solo un po’ più rincoglioniti di prima, mi perdoneranno loro, ma chi non lo è lo diventerà presto e perciò, è meglio riderci sopra. 

Possiedo molte cose, ma sono tutte immaginarie. Ho un vocabolario personale e astratto in cui scompongo alcuni termini modificandone i significati. E ho un mio pub immaginario, dove la birra non la sudi dopo qualche minuto come una fontana. E posso fumare sigaro o sigaretta perché è certo che lì non fa male.

Seduto al mio tavolino vicino alla vetrata, osservo il via vai sulla strada aspettando che qualcuno dei lor signori citati, venga a trovarmi. Parliamo dei tempi andati, posso fare ogni domanda perché nel mio pub anche loro si rilassano e non sono scontrosi anche se questo dipende dalle domande. Le rockstar sono animali e come le bestie hanno quel particolare intuito di sapere quando fidarsi. Di me si fidano, non sarò un principe dell’intelletto, ma io non li tradisco.

Il fatto che alcuni siano morti e altri siano ancora su questa terra, non è una storia strana perché non si tratta di superare tempo e spazio e materia. Sono i messaggi che loro hanno lasciato o le cose che hanno detto. Si discute sulla vita, sulle stronzate, e si passano dei bei momenti. 

Dunque, dicevo, anzi, scrivevo, che stavo riflettendo sulla dichiarazione di Pete Townshend riguardo alla pietra dove lui sarebbe andato a mingere. In effetti, tutto si modifica. Il nostro corpo (anche se facciamo di tutto per nasconderne i segni che il tempo lascia), le nostre idee (non sempre ma a volte), la nostra indole (per istinto di difesa), ma cambiano anche le cose intorno a noi. I luoghi che abbiamo frequentato, la gente, i tuoi idoli, i costumi, le abitudini e le necessità. 

Un giorno, alludendo al verso di My generation (voglio morire prima di diventare vecchio) dissi a Pete: - Proprio tu fai il discorso sulla pietra che si sgretola?

- Perché? – Chiese lui.

- È una contraddizione – risposi io. – Prima volevi morire e ora parli di resistere al tempo?

- Ah, maledetto quel verso. Mi ha procurato solo un mucchio di grattacapi. Andiamo, tutti cercano di resistere. Che cosa dovrei fare? Uccidermi per essere coerente?

- Uh, uccidermi per essere coerente: bello, potrebbe essere il verso per un altro brano, Pete…

- Tutti nella musica rock hanno scritto versi sulle pietre che rotolano… e il mio non è un verso, ma solo una maledetta intervista!

- Tutti chi?

- Beh, Dylan, e poi anche Muddy Waters che ha dato il nome ai Rolling Stones…

- Ah, Dylan...

- Oh certo, tutti vi riempite la bocca con Dylan…

- Dylan è Dylan…

- Che cosa vorresti dire? No, dimmi: a cosa vorresti alludere con questo? Che gli Who non sono all’altezza di sua altezza Dylan?  

- Non ti piace Dylan?

- Certo che mi piace Dylan.

- E allora?

- Beh, io sono quello che spacca le chitarre con gli Who. Capisci?

- No.


Bevve un sorso e pensò per un minuto. Sbatteva le labbra assaporando la birra. Poi disse: - Nemmeno io. Di solito mi trovo di fronte un giornalista che risponde di sì. È un modo per voltare pagina. Chiaro?

- Oh sì, adesso è chiaro.

- Bene. È solo rock and roll, in fondo - disse guardandomi in cagnesco e intimandomi di non aggiungere nulla, ben sapendo di aver citato un pezzo degli Stones. Mi limitai a chiedergli che rapporti mantenesse con loro, con i Rolling Stones. Non rispose subito, fece una smorfia. 


- Adoro Mick - mi disse.  

- E Keith? - Chiesi io maldestramente. Pete non aggiunse altro, così gli spiegai che anche Keith Richards lo consideravo a buon diritto uno zio acquisito come lui, come Pete, insomma. Lui biascicò una serie di epiteti in inglese arcaico (devo aggiungere, per facilitare la comprensione, che in questo strano posto si parla un linguaggio comune ma gli insulti sono nella lingua madre di ognuno) di cui comprendevo soltanto il ripetuto uso di fuck e fucking. Pensai che sarebbe stato meglio restare in silenzio per qualche istante e fargli sbollire la rabbia. Cambiai tattica, cercando di adularlo.  


- Mi piace il tuo album solista.

- Quale?

- White City.

- Ah, to remember White city fighting – canticchiò Pete orgoglioso

- Grande album, Pete, bravo.

- Yeah. Quando esci da un gruppo come gli Who, tutti i progetti solisti sono delle rivendicazioni.

- Cioè?

- Beh, è come dire, questo sono io. Sono il migliore tra noi.

- Già, ma i fans amano tutti i membri dei gruppi sciolti.

- Questo lo so. Però è giusto ribadire. Tanto per giocare.

- Ti piace questa birra?

- Sì. Ne prendo un’altra – Pete si alzò e andò verso il bancone. Ordinò e tornò al tavolo.

 

Sul piccolo palco c'era un ragazzo che suonava i pezzi di Billy Bragg tra cui Greetings To The New Brunette. Quando giungeva il verso whoops, there goes another year,
 whoops, there goes another pint of beer (ops, arriva un altro anno, ops, ci sta un'altra pinta di birra) mi commuovevo sempre. Andò così anche quella volta. Pete se n’accorse e si avvicinò al ragazzo. Al secondo giro del pezzo, quando lui stava per ripetere il verso, Pete si unì al coro whoops, there goes another pint of beer, mimò l’assolo di chitarra, finì la scolatura e tirò il boccale sul pavimento, spaccandolo come se fosse stata la sua vecchia chitarra, come se fossero stati ancora i tempi andati. Poi salutò, si avvicinò alla cassa, pagò la consumazione e sparì con tutte le risposte che quella volta non ebbi il tempo di chiedere.

Uscii anche io e lo vidi allontanarsi. Pete ha una camminata singolare: brevi passi e poi salta, come quando sul palco davanti alla folla, roteava il braccio sulla chitarra. 

Sorrisi, fissai l'insegna del pub, e restai a guardare il mare che ovviamente non c'era.  


 

    © ENRICO MATTIOLI 2016  




© Enrico Mattioli 2017