MUSICA ED EVENTI


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti i post relativi a musica ed eventi.

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Imagine, John Lennon - equivoci e verità


Inauguro una rubrica a nome di DJ Mattioli, che sarei sempre io medesimo. Vesto impropriamente i panni del nobile mestiere del dj, causa un problema irrisolto con la musica. Userò di volta in volta, dei brani celebri e non, per cominciare una discussione.


di DJ Mattioli 

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Il brano più equivocato nella storia della musica. Una melodia troppo usata, abusata, ridotta a una canzoncina buonista adatta a ogni occasione: questo, oggi, è il concetto di Imagine, la composizione più celebre di John Lennon, registrata nel 1971, inserita nell’album Imagine, prodotto da Phil Spector.

Chiunque se ne appropria per i propri fini, come fosse uno spot gratuito, espropriando l’autore del pensiero originale. Se John fosse in vita, sarebbe nauseato e avvelenato, nel leggere le lodi alla Yesterday di Lennon, arrivando a valutare l’opportunità di toglierla dal repertorio.

Considerata uno dei più alti inni alla pace, in realtà Lennon pensava che la sua prosa si avvicinasse al Manifesto del Partito Comunista, ed essendo un brano anti tutto, è singolare come questo andare contro il nazionalismo, le religioni, il materialismo e il consumismo, colpisca ancora l’immaginario collettivo. John, candidamente, dichiarava che fu accettata perché coperta di zucchero.

Un brano ipocrita, dicono in molti. L’autore ricco e famoso che canta contro il possesso. Abbracciando questa tesi, tutti i musicisti rock dovrebbero essere banditi dallo stesso pubblico che li sostiene. Quando una persona diventa benestante, se benestante non nasce, deve pagare un pegno. La ricchezza è un aspetto che non è mai perdonato, sembra che si diventi colpevoli nei confronti di qualcuno. Il prezzo è la rinuncia alle proprie idee e alla propria indole. È l’approccio tipico di chi scambia la musica rock per la politica e delega ai musicisti un potere sovrannaturale. John conosceva bene questa sensazione e ci conviveva; ci ha convissuto fino all’otto dicembre del 1980. Considerate le folli motivazioni del suo assassino, Mark David Chapman, possiamo affermare che Imagine è stata la condanna di John Winston Lennon.

Yoko Ono recentemente è stata accreditata come co autrice del brano, riconoscimento che avviene con quarantasei anni di ritardo. Lo stesso John confessava i meriti della moglie in un’intervista del 1980, ma i fans e i critici sostengono che sia uno stratagemma per dilatare i diritti che negli Stati Uniti scadono dopo settanta anni dalla morte dell’autore. Tutto vero, resta da capire in che modo la Ono possa aver influenzato la decisione della National Music Publishers’ Association of America. Dopo quasi cinquant’anni dallo scioglimento dei Beatles, e poco meno di quaranta dalla scomparsa di John, c’è ancora tanto rancore irrisolto intorno alla sua figura e un’aurea di maledizione ed esoterismo circonda sempre il mito dei Fab. Tutto ciò è singolare per una band il cui messaggio fu semplice e fanciullesco: love.

Imagine, a parer mio, è un brano anarchico e l’anarchia è simile a quando si guastano i semafori: la gente si regola da sé, questo non serve a prevenire incidenti ma gli incidenti avvengono anche con i semafori in funzione. Come quando un pazzo ti spara cinque colpi di pistola davanti al portone di casa, nella città che si riconosce in un simbolo innalzato alla libertà, nel paese che è il potente centro di un mondo sempre più in confusione, ma che non ha mai risolto il suo rapporto controverso con le licenze per il possesso di armi.



 © ENRICO MATTIOLI 2017  




Di quale rock band sei?



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Quando mi capita di frequentare forum dedicati alla musica e in particolare ai grandi gruppi rock, spesso leggo di fans che si accapigliano sulle preferenze riguardanti i singoli membri: meglio John o Paul, Mick o Keith, Pete o Roger, Roger o David? Si potrebbe andare avanti per secoli senza arrivare da nessuna parte. Non è una frase fatta, in un gruppo c’è un lavoro di svolgimento che è una cooperazione. Chi scrive il pezzo traccia una linea guida, magari sa già dove vuole andare, ma sviluppando il brano con la band, le cose cambiano.

Quando trovi un riff come fu per Keith Richards con I can’t get no satisfaction, puoi andare avanti all’infinito cantando soltanto il refrain, perché va bene così. Ringrazi baciando il fuzzbox e ti rimetti a dormire: ti sei già sistemato per la vita. Poi, tanto per essere eccessivo, aggiungi un esemplare testo di Jagger, ed entri nell’olimpo.

Un altro esempio è My generation degli Who. Pete Townshend potrebbe campare di rendita con quei versi scritti su un foglietto, ma vogliamo trattare dell’assolo al basso di John Entwistle? O dell’interpretazione balbuziente di un raffreddato Roger Daltrey che leggeva per la prima volta le parole? 

I Pink Floid, raggiungono una perfezione audio assoluta. Gli effetti sonori come sintonie radiofoniche, cori da stadio, colpi di tosse, registratori di cassa, s’integrano con gli assoli di Gilmour e i tappeti armonici tessuti da Richard Wright alle tastiere. Semplicemente, tutto diventa naturale: per molto tempo ho atteso invano l’ingresso del basso di Waters, quando ero in fila alla cassa del supermercato. 

Qualche anno fa, il Cirque du Soleil, celebre circo canadese specializzato in mimo e acrobazia, preparava uno spettacolo sulle musiche dei Beatles. Toccare quei brani per molti è qualcosa di sacro ma è ben più pericoloso aver a che fare con gli eredi degli autori o con gli autori diretti. Ad assistere alle prove c’era un meravigliato Paul McCartney che rifletteva sul fatto di aver scritto gran parte di quelle cose su dei fazzoletti di carta e guarda ora – confidava Macca a George Martin (il produttore dei Fab Four) – cosa sono diventate!   

In genere non sopporto chi espone per snobismo un parametro soggettivo spacciandolo per oggettivo: Mick e Keith? Ma è chiaro che era di gran lunga più in gamba Brian Jones. Certo, il povero Brian, preparatissimo, polistrumentista, fragile da non reggere l’urto del duopolio JaggerandRichards, della fama, dell’abbandono di Anita Pallenberg, rimanendo alterato dagli eccessi e che vanta una carriera non più lunga di sei anni rispetto agli altri. C’entra niente, dice qualcuno, a Jimi Hendrix ne bastarono quattro soltanto per illuminare la scena in modo indelebile, gli stessi Beatles ebbero il loro fulgore dal ’63 al ’69. Insomma, non se ne esce.

In fondo, ci siamo tutti prostituiti, nel senso che abbiamo amato più gruppi e più band diverse in vari periodi di passione. Sono stato un fan dei Beatles ma sono uscito spesso con gli Stones, per tre o quattro anni ho filato di brutto con i Police ma anche con i Clash. Però, sono stato sempre contro gli ex e le riunioni e su questo tema rimango fedele alla scelta dei quattro di Liverpool (poi legata anche a fattori ineluttabili), i quali, ai tempi, se ne fregarono dei contratti firmati e pur andando incontro a lungo periodo di battaglie legali, decisero che finita la magia, sarebbe finita anche la musica. Artisticamente, più onesti di così non si potrebbe essere. 



 © ENRICO MATTIOLI 2017   



Nobel for tambourine


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S’indignano per il Nobel a Dylan perché non è uno scrittore, ma forse il vecchio Bob non è neanche un musicista, tantomeno un poeta. Alcuni sono amareggiati perché lui non scrive libri; vero, almeno non in maniera tradizionale, dicono i dylaniani. Altri ancora ci son rimasti di stucco perché, a loro parere, c’erano figure più meritevoli.

Il Nobel a Dylan è la riprova che l’editoria è sepolta nel modo comune di intenderla.

Eppure il problema non è nemmeno questo. La maggior parte degli scrittori non ha mai ricevuto il Nobel e nemmeno una caramella in omaggio ma ha continuato a scrivere, magari affogando dentro una bottiglia o forse soltanto a brindarci sopra. Ci sono poeti che non hanno mai venduto, altri che hanno raccontato senza scrivere. Altri ancora che non hanno mai avuto un editore, ma hanno raccolto versi lungo la strada.

Il presupposto che la vera letteratura (o il libro, fate voi) debba essere pericoloso e mettere a rischio le certezze di chi legge (tanto per parafrasare superficialmente Cioran) sbatte contro la necessità del riconoscimento di una somma giuria.

La letteratura, a mio modestissimo parere, è agli antipodi di ogni forma di giudizio, di sistema o di qualsiasi organizzazione o ente. Chi o che cosa determinano quel che è politicamente corretto o scorretto?

I premi sono spesso anacronistici, rilasciati per un passato glorioso quando quel passato era considerato immorale mentre, col maturare dei tempi, è divenuto accettabile. Ci si amareggia per Dylan come molti, soltanto ieri, non condivisero il Nobel a Dario Fò. Nel 2002 Mick Jagger ricevette il titolo di Sir (oltre che il disconoscimento di fratellanza da parte del compare Keith Richards), una cosa inimmaginabile negli anni ’60, considerando l’aurea che circondava i Rolling Stones.

Tornando al nostro dilemma, qualcuno domanda: e gli scrittori?

Restano a guardare con un pugno di mosche in mano e la puzza sotto il naso. Chi oggi si lamenta della questione Dylan, non si era mai accorto che conta soltanto vendere? E che la differenza tra due libri mediocri la fa il marketing? E che molti libri di successo sono pianificati a tavolino come una formula? E che l’oggetto libro è un contenitore dove inserire argomenti ricavati da qualche sondaggio?

Troppi addetti ai lavori hanno accettato tutto questo tappandosi le narici, forti di un editore, di una fetta di pubblico e, in qualche caso, di qualche lauto anticipo. Hanno un mestiere che li fa campare e il sistema non è certo il paradiso. È la legge del consumo e non si cambia a piacimento. O qualcuno pensava di essere un ambasciatore dell’arte contemporanea e passata e futura?

Nelle grandi catene librarie troviamo gadget, magliette, accessori di ogni specie, videogiochi, dvd, cd. E anche i libri. Perfino le biografie su Dylan (che ora andranno a ruba), e la musica di Dylan. Nulla nasce dal niente.   

Noto che ancora ci si arrovella su faccende del tipo formato cartaceo o formato elettronico, ma ci sono più verità, mescolate a tante amenità, nelle scritte sui muri dei quartieri che in tanti libri. Leggo e ascolto teorie di pressioni politiche sul conferimento del Nobel per interessi nazionali o cose simili, ma non pensavo di attendere quest’avvenimento per accorgermi dell’influenza, da oltre mezzo secolo, di una parte universalmente egemone in ogni campo dell’umano vivere.

Facciamo che Bob Dylan è un autore di stornelli e non parliamone più.


© ENRICO MATTIOLI 2016   




George Harrison: vita di un giardiniere


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Sono una persona molto umile. Non voglio stare a tempo pieno nell’industria della musica, perché sono un giardiniere. Pianto fiori e li guardo crescere. Non vado ai locali o alle feste. Sto a casa e guardo il fiume che scorre”.

Molti affermano che George Harrison fosse il meno interessato a essere un beatle e gli imputano il fatto che anche dopo gli anni sessanta, si sia sempre espresso in maniera caustica sulle trame del suo periodo da Fab. Altri sostengono che sia rimasto schiacciato dalla fama e dall’estro di John e Paul. Il mio amico Nicola, quando George manifestò impressioni poco lusinghiere sugli Oasis, mi disse che a suo parere Harrison era rancoroso perché cosciente di essere un dimenticato.  

È singolare come una delle persone più riservate nel jet set del rock and roll, susciti in realtà, tanta acredine.

Riavvolgendo il nastro della storia, i Beatles furono un fenomeno che esplose all’improvviso. Nacquero dal niente e nel nulla ritornarono. Fu un bagliore irripetibile e irripetuto. Tutti e quattro sono stati i Beatles, malgrado se stessi: John con l’impeto, Paul con l’entusiasmo, Ringo con la sua fedeltà e la capacità di tenere uniti i pezzi; George con la forza di ascoltare, la pazienza di attendere il proprio turno, l’originalità.

Quando George si entusiasmava per qualcosa, aveva la forza di farsi seguire dagli altri, come fu con l’India e con il Maharishi. A lui si deve l’introduzione del sitar nella musica. Il primo grande evento benefico del rock, il concerto per il Bangladesh, fu opera sua.

Riguardo alla frustrazione, in parte riguardava il gruppo ma una notevole percentuale era dovuta all’isteria. I Beatles si mostrarono al pubblico mondiale nel ’63 ma il sodalizio iniziò nel ’58. Il loro fu un rapporto prima di tutto adolescenziale e poi adulto che si trasformò, negli anni del successo, in una questione di affari.

George ha vissuto il suo sviluppo e la sua crescita personale all'ombra di John e Paul e molte dinamiche, causa l’enorme successo, rimasero le stesse dell’adolescenza: come non soffrirne?

Aveva passioni che spaziavano, in modo contraddittorio, dalla Formula Uno alla meditazione e alle donne; dalla musica al giardinaggio e al cinema. George era colui il quale, durante una sera passata con Paul che suonava She’s living home, chiese: - Bella, cos’è?

Quando suo figlio Dhani, dopo che i compagni di scuola lo rincorsero cantando Yellow Submarine e scoprendo così che il padre aveva fatto parte del gruppo, gli chiese perché non mi hai mai detto che eri nei Beatles? George rispose: - Scusa. Suppongo che avrei dovuto parlartene. 

Ma George era anche quello che scrisse All those years ago e When we was Fab. Possedeva un profondo senso dell’ironia e la presunta mancanza di interesse per il meraviglioso periodo era, in realtà, una necessità di dissacrare un demone.

Per capire George Harrison, bisognerebbe accettare ciò che per lui era veramente importante. L’esistenza di George ha oscillato, come poche altre, tra la materialità delle cose terrene e la ricerca di una spiritualità. Per lui i Beatles sono stati un periodo felice e anche tormentato della vita, ma la sua vita non si è fermata con i Beatles. 

Tutte le esperienze, che siano positive o negative, sono fondamentali se ti insegnano qualcosa. Se non insegnano nulla, non sono nulla.

George Harrison 



© ENRICO MATTIOLI 2016   




Il segno di Banksy



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Scendo le scale. L’ascensore è requisito dagli operai che lavorano allo scarico condominiale e nell’androne due inquilini stanno torchiando la portiera, preoccupati che non sia manomessa la colonna. Sbircio dentro la cassetta della posta, dove scadenze e bollette mi guardano beffarde, ma lascio gli avvisi giacere fino al ritorno dal mio giro.

Estate piena a Roma, si combatte la solitudine e si gode una città vivibile. Davanti all’edicola la gente è in astinenza di notizie perché la nuova gestione ha eliminato la rassegna dei giornali e quindi anche la lettura gratuita. È questa l’unica novità, oltre al fatto che sta per cominciare il campionato: se il calcio è l’oppio dei popoli, un giornalaio diventa il pusher del quartiere.

Incontro un vecchio amico di mio padre e mi fermo a parlare del costo della vita. Ho scoperto di assomigliare tanto a papà. Stesse pause, stessi sospiri, stesso passo. Avevo sognato di occuparmi d’altro nel corso della mia esistenza. Musicista da giovane e poi, col sopraggiungere dell’età, scrittore. Speravo di restare lontano dalle faccende quotidiane e invece ora mi trovo come tutti a discutere delle cose che riguardano tutti, come capitava a mio padre. Lui ha trascorso una pensione serena, tranne che all’ultimo. Da quando è mancato, assomiglio a una persona normale e la cosa non mi dispiace.

Gruppetti di anziani camminano senza meta, cercando l’ombra e una fontana. Lungo il vialone alberato, una folla di curiosi fissa il muro della caserma dei pompieri. Mi avvicino. Stanno guardando un disegno con tecnica stencil in cui sono raffigurati due pompieri che reggono una pompa da dove esce fuoco anziché acqua.

- Banksy, questa è opera di Banksy, non può essere che lui! - Urla un ragazzetto con i capelli rasta e la felpa di Marley.

- Chi? - Chiede una vecchietta col carrello della spesa.

- È il massimo esponente della Street Art, signora, quello che fa un disegno sul muro e poi fugge preferendo l’anonimato - spiega ancora colui che chiamerò Bob Marley.

- Mah… una specie di Zorro - fa la vecchia.

- Eh, ma poi che rappresenta ‘sta cosa? - Fa un vecchio a un altro.

- Ma come che rappresenta? È un’opera sul ruolo ambiguo delle istituzioni nella società - spiega ancora il rasta.


Il capannello di persone s’è allargato. Arrivano dei cronisti di una radio. Uno si avvicina a Bob Marley: - È lei che ci ha telefonato?

- Sì, sono stato io. Guardate qua: questo è un Banksy originale!

 

Tutti fotografano con i cellulari. Giunge anche una troupe con telecamera. La minestra infittisce. M’intrattengo con un ragazzo della radio.

- Escluderai che si tratta di Banksy - gli dico - perché lui non si sognerebbe mai di attaccare i vigili del fuoco, un corpo che è al fianco della popolazione con azioni di soccorso e difesa civile. E poi, onestamente, Banksy qui al Quadraro…

- Beh, questo non vuol dire - fa il cronista - anzi, sarebbe plausibile che uno come Banksy appaia in periferia, tutto sommato…

- Ma senti: abbiamo degli esperti di Street Art - si intromette il ragazzo con la felpa di Marley - come fate a dire che non è lui?

- Spiegaci tu, invece, come fai a dire che è lui - risponde il cronista.

- Sono uno studioso di Banksy - replica il rasta - e poi, conosco le sue mosse!

- Già le sue mosse. Stai parlando di Diabolik? - Fa il cronista.

 

Bob Marley si allontana risentito. Si siede sul ciglio del marciapiede, fuma una sigaretta, riflette. Poi si alza e si dirige verso la troupe televisiva. Parlotta con due del gruppo, gesticola. Dopo cinque minuti rilascia un’intervista, raccontando le stesse cose che ha detto in precedenza, aggiungendo che è un writer anch’egli. E che non si sente certo inferiore a Banksy. Alla fine, invasato, gli lancia una sfida in diretta, guardando fisso la telecamera.

- Oh, Banksy, devi darmi una possibilità, io sono qui con la mia faccia e con la mia voce, non mi nascondo certo dietro a una maschera…

 

Mi allontano. Torno al portone, supero la guardiola, dove una radio è sintonizzata sulla stazione che manda l’improbabile notizia della presenza di Banksy nel nostro quartiere. Davanti all’ascensore la portiera sta di nuovo pulendo per le pedate lasciate dagli operai. È esasperata: - Questi vengono, fanno rumore, sporcano e se ne vanno. Lo sa lei che manco li ho visti in faccia?

- Magari era Banksy, signora, anzi, direi che questo è proprio il segno di Banksy!

- Chi? Beato lei che ha voglia di scherzare con tutto questo caldo…



 © ENRICO MATTIOLI 2016   


  

 

Su queste pietre fondò un gruppo rock


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Euterpe, dea della musica


Novembre 1960. Se il governo britannico non avesse annunciato la fine della leva obbligatoria, la storia della musica rock avrebbe avuto un percorso differente.

Molti non potevano saperlo in quel momento, ancora non era accaduto nulla ma quell'annuncio unì simultaneamente migliaia di adolescenti: ognuno avrebbe avuto un biennio in aggiunta all'ordinario per coltivare l'immaturità prima che la società intervenisse con le sue solide braccia generando degli uomini assennati. Se consideriamo che la vita di molte persone sarebbe stata certo diversa senza la musica rock per la sua propulsione alla cultura giovanile, si può affermare che la decisione del governo d'oltremanica rappresenti la prima pietra della british revolution. Del resto, perfino Elvis, alfiere del rock and roll a stelle e strisce, terminò il suo carburante nel momento in cui partì per prestare servizio a Friedberg, una basa USA in Germania, dove le truppe americane rimasero per venti anni dopo la fine del secondo conflitto. The Pelvis diventò senz'altro più rassicurante. 

A ben riflettere, una reale cultura giovanile forse non esisteva. Prima di quell'epoca, erano i ciuffi, la brillantina e i periodi del college, simbolismi macho di chi era uscito vincitore da una guerra lontana e si adoperava a imporre i propri status al resto del mondo occidentale, compreso quel che pareva suscitare indignazione nei moralisti e nei ben pensanti in patria. Ma più che di cultura giovanile, io parlerei di periodo di preparazione al mondo adulto, un'età e uno stato mentale che inesorabilmente, prima o dopo, si sarebbero abbandonati.

Di quei due anni in regalo dal destino (o chi per esso), il giovane Keith non sapeva che farsene, dopotutto. La vita a Dartford (Kent, venticinque chilometri da Londra), non alimentava prospettive particolarmente affascinanti. 

Eppure in età romana Dartford era stata fondamentale per l'incrocio tra due strade: la Londra Dover e quella che da Londra conduceva all'Est Anglia, cioè al continente. Alla fine del 1961, invece - qualche secolo successivo - la storia passa per la stazione di Dartford, su un treno per pendolari. E' il blues che fa da sfondo e tratteggia il sogno di due diciottenni. C'è l'enfasi e un alone di mitologia a circondare gli appuntamenti della vita. In realtà, nascono per caso e sfuggono alle previsioni. L'incontro tra Micheal Philip Jagger e Keith Richards avviene proprio alla stazione in un giorno qualunque di quotidianità britannica e mi sembra uscito da un romanzo di Joyce: Gente di... Dartford.  

Jagger con un pila di dischi della Chess Records e Richards con la sua chitarra. La Chess Records, i discografici che lanciarono Muddy Waters, Bo Diddley, Chuck Barry, Little Walter e compagnia. Muddy Waters, autore di Rolling Stone. Mick e Keith che si rincontrano perché, in realtà, erano amici dalla scuola elementare. 

Jagger trascorre tutte le mattine del sabato al Carousel con gli amici. E' un locale con il jukebox. Una mattina di gennaio Keith passa a fargli visita. Gran baldoria e inviti a ogni party. E poi c'entrano i dischi e il blues, i giorni passati all'ascolto e a scomporre brani cercando il sound giusto. Fino all'arrivo di Brian, Bill, Charlie, Ian Stuart. E l'amico in comune, Dick Taylor. Su queste pietre Euterpe, dea della musica, fondò un gruppo rock. In seguito, ci fu la sala del Marquee a Londra, prima del pomeriggio a Jermyn Street, quando Lennon e Mc Cartney passarono allo Studio 51 e concessero loro I wanna be your man, la cui composizione andarono a terminare nella stanza di fianco. E prima ancora di (I can't get no) Satisfaction o qualunque altra cosa, prima di tutto forse anche di loro stessi, ci fu l'amore incondizionato per il blues.



  © ENRICO MATTIOLI 2016  



 

Lettere dal pub


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Diceva Pete Townshend, glorioso chitarrista degli Who: io sono come una grossa pietra contro cui tutti vanno a pisciare, piano piano si sgretola.

Ero un fedele lettore di Rockstar, la rivista musicale nata nel 1980 e un giorno lessi l’intervista di Pete. Mi affezionai a lui e lo elessi mio secondo zio putativo, insieme a Keith Richards.

Adoro queste persone. Sono stati la mia formazione. Hanno sacrificato se stessi per insegnarci a stare al mondo. Sì, lo so che sto esagerando, ma ho già detto che sono stati (e lo sono ancora) i miei idoli. Ora sono solo un po’ più rincoglioniti di prima, mi perdoneranno loro, ma chi non lo è lo diventerà presto e perciò, è meglio riderci sopra. 

Possiedo molte cose, ma sono tutte immaginarie. Ho un vocabolario personale e astratto in cui scompongo alcuni termini modificandone i significati. E ho un mio pub immaginario, dove la birra non la sudi dopo qualche minuto come una fontana. E posso fumare sigaro o sigaretta perché è certo che lì non fa male.

Seduto al mio tavolino vicino alla vetrata, osservo il via vai sulla strada aspettando che qualcuno dei lor signori citati, venga a trovarmi. Parliamo dei tempi andati, posso fare ogni domanda perché nel mio pub anche loro si rilassano e non sono scontrosi anche se questo dipende dalle domande. Le rockstar sono animali e come le bestie hanno quel particolare intuito di sapere quando fidarsi. Di me si fidano, non sarò un principe dell’intelletto, ma io non li tradisco.

Il fatto che alcuni siano morti e altri siano ancora su questa terra, non è una storia strana perché non si tratta di superare tempo e spazio e materia. Sono i messaggi che loro hanno lasciato o le cose che hanno detto. Si discute sulla vita, sulle stronzate, e si passano dei bei momenti. 

Dunque, dicevo, anzi, scrivevo, che stavo riflettendo sulla dichiarazione di Pete Townshend riguardo alla pietra dove lui sarebbe andato a mingere. In effetti, tutto si modifica. Il nostro corpo (anche se facciamo di tutto per nasconderne i segni che il tempo lascia), le nostre idee (non sempre ma a volte), la nostra indole (per istinto di difesa), ma cambiano anche le cose intorno a noi. I luoghi che abbiamo frequentato, la gente, i tuoi idoli, i costumi, le abitudini e le necessità. 

Un giorno, alludendo al verso di My generation (voglio morire prima di diventare vecchio) dissi a Pete: - Proprio tu fai il discorso sulla pietra che si sgretola?

- Perché? – Chiese lui.

- È una contraddizione – risposi io. – Prima volevi morire e ora parli di resistere al tempo?

- Ah, maledetto quel verso. Mi ha procurato solo un mucchio di grattacapi. Andiamo, tutti cercano di resistere. Che cosa dovrei fare? Uccidermi per essere coerente?

- Uh, uccidermi per essere coerente: bello, potrebbe essere il verso per un altro brano, Pete…

- Tutti nella musica rock hanno scritto versi sulle pietre che rotolano… e il mio non è un verso, ma solo una maledetta intervista!

- Tutti chi?

- Beh, Dylan, e poi anche Muddy Waters che ha dato il nome ai Rolling Stones…

- Ah, Dylan...

- Oh certo, tutti vi riempite la bocca con Dylan…

- Dylan è Dylan…

- Che cosa vorresti dire? No, dimmi: a cosa vorresti alludere con questo? Che gli Who non sono all’altezza di sua altezza Dylan?  

- Non ti piace Dylan?

- Certo che mi piace Dylan.

- E allora?

- Beh, io sono quello che spacca le chitarre con gli Who. Capisci?

- No.


Bevve un sorso e pensò per un minuto. Sbatteva le labbra assaporando la birra. Poi disse: - Nemmeno io. Di solito mi trovo di fronte un giornalista che risponde di sì. È un modo per voltare pagina. Chiaro?

- Oh sì, adesso è chiaro.

- Bene. È solo rock and roll, in fondo - disse guardandomi in cagnesco e intimandomi di non aggiungere nulla, ben sapendo di aver citato un pezzo degli Stones. Mi limitai a chiedergli che rapporti mantenesse con loro, con i Rolling Stones. Non rispose subito, fece una smorfia. 


- Adoro Mick - mi disse.  

- E Keith? - Chiesi io maldestramente. Pete non aggiunse altro, così gli spiegai che anche Keith Richards lo consideravo a buon diritto uno zio acquisito come lui, come Pete, insomma. Lui biascicò una serie di epiteti in inglese arcaico (devo aggiungere, per facilitare la comprensione, che in questo strano posto si parla un linguaggio comune ma gli insulti sono nella lingua madre di ognuno) di cui comprendevo soltanto il ripetuto uso di fuck e fucking. Pensai che sarebbe stato meglio restare in silenzio per qualche istante e fargli sbollire la rabbia. Cambiai tattica, cercando di adularlo.  


- Mi piace il tuo album solista.

- Quale?

- White City.

- Ah, to remember White city fighting – canticchiò Pete orgoglioso

- Grande album, Pete, bravo.

- Yeah. Quando esci da un gruppo come gli Who, tutti i progetti solisti sono delle rivendicazioni.

- Cioè?

- Beh, è come dire, questo sono io. Sono il migliore tra noi.

- Già, ma i fans amano tutti i membri dei gruppi sciolti.

- Questo lo so. Però è giusto ribadire. Tanto per giocare.

- Ti piace questa birra?

- Sì. Ne prendo un’altra – Pete si alzò e andò verso il bancone. Ordinò e tornò al tavolo.

 

Sul piccolo palco c'era un ragazzo che suonava i pezzi di Billy Bragg tra cui Greetings To The New Brunette. Quando giungeva il verso whoops, there goes another year,
 whoops, there goes another pint of beer (ops, arriva un altro anno, ops, ci sta un'altra pinta di birra) mi commuovevo sempre. Andò così anche quella volta. Pete se n’accorse e si avvicinò al ragazzo. Al secondo giro del pezzo, quando lui stava per ripetere il verso, Pete si unì al coro whoops, there goes another pint of beer, mimò l’assolo di chitarra, finì la scolatura e tirò il boccale sul pavimento, spaccandolo come se fosse stata la sua vecchia chitarra, come se fossero stati ancora i tempi andati. Poi salutò, si avvicinò alla cassa, pagò la consumazione e sparì con tutte le risposte che quella volta non ebbi il tempo di chiedere.

Uscii anche io e lo vidi allontanarsi. Pete ha una camminata singolare: brevi passi e poi salta, come quando sul palco davanti alla folla, roteava il braccio sulla chitarra. 

Sorrisi, fissai l'insegna del pub, e restai a guardare il mare che ovviamente non c'era.  


 

    © ENRICO MATTIOLI 2016  




Quell'eccellentissimo ordine del rock



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Capibranco di una Liverpool fintamente soporifera in cui centinaia di band esportavano il Mersey’s sound oltre alla muffa stagnante nelle cantine, i Beatles diventarono sovrani della London chicchissima di giorno e gaia di notte, dove la stampa digiuna gli mordeva le calcagna in attesa di una parabola per le masse di adolescenti. A quei tempi, l’immagine del beatle sulla tazza del cesso davanti a un giornalista seduto in terra con le gambe incrociate, più che un’allucinazione ecologia era una cosa che sarebbe potuta accadere. Il resto l’hanno fatto le dicerie e le confidenze democratiche, la mitologia e il tempo che passa. Le inesattezze sono l’indizio di partenza per il gioco del vero o falso.

Perfino le date sono errate. Alcune fonti italiane riportano il 24 ottobre, quelle inglesi, ovviamente più certe, declamano come inconfutabile il 26 ottobre 1965, giorno in cui i ragazzi di Epstein (il manager dei Beatles) ricevono l’onorificenza di Membri dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. Fu il primo ministro Harold Wilson a proporre la candidatura del gruppo. Wilson era a caccia di consensi perché in quel momento i quattro, attraverso le vendite di musica e gadget, erano il prodotto inglese più richiesto all’estero. All’annuncio dell’investitura non mancarono le proteste: colonnelli e militari della RAF che avevano ricevuto titoli per azioni di guerra, li restituirono indignati.

I ragazzi stavano per pubblicare Rubber Soul - dicembre 1965 - ed erano in procinto di regolare i limiti della musica rock con un deciso balzo in avanti che si sarebbe confermato l’anno successivo con l’uscita di Revolver. Però questo, ai condomini di Buckingham Palace, interessava di meno.    

Il nodo di tutta la questione furono le dichiarazioni di Lennon riguardo al fatto che i quattro fumarono uno spinello nei bagni del Palazzo Reale. Una frase non significa nulla, soprattutto se pronunciata per strafottenza oppure, come tutti all’epoca, da una vittima della beatlesmania, cioè John stesso. L’impresa fu in seguito smentita da George Harrison, mai commentata da Ringo e Paul.

Effettivamente in quel periodo i Beatles fumano erba, introdotti al consumo da Bob Dylan nel corso di un incontro durante il loro tour negli Stati Uniti nel ’64. Dettagli, se il fatto effettivamente accadde, non s’è mai capito.

L’acutezza di John portava più lontano. C’era una legge in Gran Bretagna che puniva i fumatori di cannabis, ma anche i proprietari delle residenze in cui si consumava il reato. Di fatto, la Regina Elisabetta diventava passibile di condanna. Tre o quattro anni più tardi la legge subì delle modifiche.

Tutte le star della musica rock avevano guai con la giustizia a causa dell’uso e del possesso di droga. Ne sanno qualcosa gli Stones che alla fine di quel decennio erano più occupati a schivare accuse che a produrre del buon vecchio blues english, e ne sanno qualcosa gli stessi baronetti di Liverpool, i quali, proprio per l’onorificenza conseguita, erano fatti uscire dagli scandali da una porta di servizio e successivamente, a suggello della propria perseveranza, furono perseguiti come i loro colleghi.

Tornando a quella giornata di ottobre, John, per completare l’opera, confidò ad Alistair Taylor, l’assistente di Brian Epstein, di aver portato con sé due pasticche di LSD con l’intento di farle scivolare nel the della regina. Piano non portato a compimento, ovviamente.   

L’esistenza di una rockstar è permeata da un’aurea a metà tra il migrante di lusso e il cittadino del mondo che lo colloca in maniera indefinita nel jet set del rich and roll. Tutte o quasi le stelle dello spettacolo sono tra i maggiori contribuenti dei propri paesi di appartenenza. Diventano uomini d’affari, mercanti, mecenati, e anche incoerenti, imborghesiti, a volte sono un pericolo per loro stessi, ma rappresentano, almeno agli inizi delle carriere, un contrasto alle coscienze poco limpide e all’ordine costituito. Ognuno a proprio modo, secondo le proprie capacità e in relazione alla collocazione del proprio pubblico.

Nei fab four tutto ciò cominciò a delinearsi in Taxman (album Revolver, 1966), il rancoroso brano di George Harrison contro il fisco e che è il motivo dell’investitura dei Beatles con l’MBE. Erano al primo posto nella lista dell’erario inglese dovendo pagare una sopratassa che arrivò fino al 95% su tutte le loro entrare, essendo, proprio il governo Wilson, impegnato in una politica di tutela allo stato sociale, alla deflazione e all’uguaglianza. I Beatles si trovarono nella paradossale situazione in cui più guadagnavano e più erano colpiti dalle imposte. Il conferimento del titolo di baronetti, quindi, era in realtà una specie di risarcimento ipocrita.

Il pezzo è una tirata contro l’elevata pressione fiscale, there’s one for you, nineteen for me (ce n’è uno per te, diciannove per me), e contro lo Stato, yeah, I’m the taxman, and you’re working for no one but me (sì, sono l’esattore e tu stai lavorando per nessun altri che per me): if you drive a car I’ll tax the street, if you try to sit I’ll tax your seat, if you get too could I’ll tax the heat (se hai una macchina tasserò la strada, se provi a sederti tasserò il tuo posto, se avrai freddo tasserò il caldo, sono l’esattore).

Anche i ricchi piangono, soprattutto se non sono nati ricchi. L’estrazione sociale dei quattro è essenzialmente proletaria, soltanto Lennon è di origini borghesi nonostante l’infanzia e l’adolescenza per nulla tranquille.

Taxman potrebbe considerarsi una bandiera da sventolare in faccia alle istituzioni ingorde e papponesche, in realtà l’autore spiegò come si sentiva. Disse George: Quando nasci povero, trovi un lavoro e cominci a guadagnare. Sei così felice di diventare ricco e pensi che non hai fatto nulla di male. Tutte quelle imposte affermavano il contrario, che era impossibile cambiare la propria condizione in modo onesto per chi proveniva dalla classe lavoratrice.


I Beatles, a quell’epoca di un’età media di venticinque anni e nel pieno della follia che li coinvolse, stavano guardandosi intorno, osservando la società e gli aspetti contraddittori di essa. Nel pieno di una felicità apparente, John scrisse Help! (aiuto), la conferma che l’essenza dei messaggi si perdeva nell’adulazione collettiva che di lì a qualche tempo avrebbe trovato il suo termine con la fine dei tour e le esibizioni dal vivo aprendo alla seconda era dei fab four, gli studi e la consacrazione definitiva.

 

Nel ’69 John Lennon restituì alla regina la medaglia di MBE. Era custodita da sua zia Mimi in una mensola del salotto nel civico 251 a Menlove Avenue. John gliela chiese indietro senza spiegarle le intenzioni, spendendola poi a Buckingham Palace per protestare contro il coinvolgimento inglese nella guerra in Biafra e il supporto agli Stati Uniti in Vietnam. A coronare il proprio sarcasmo, aggiunse che era indignato perché Cold Turkey (tacchino freddo), il suo secondo singolo da solista con riferimenti alla droga, stava dormendo in fondo alle classifiche. La regina non capì il suo gesto e forse neanche il senso dell'umorismo.

 


  © ENRICO MATTIOLI 2016  



 

Romanzo Rock


Tutti i soldi che gli avevamo fatto fare stavano finendo in delle piccole scatole nere, montate poi su quei cazzo di bombardieri americani per bombardare quel cazzo di Vietnam del Nord. Avrei preferito la Mafia alla Decca Records.

Lo diceva Keith Richards saputo che la casa discografica, che con il gruppo di Jagger e Richards aveva accumulato cifre spropositate, reinvestiva parte di queste nell’industria delle armi. È, purtroppo, la metafora dell’inganno della musica rock.

Il rock che ha avuto come campo di espressione l’America degli anni ’60 (in particolare la musica proveniente dall’Inghilterra - la British Invasion - che ha dovuto affermarsi negli Stati Uniti, come un marchio d’origine controllata), non è il rock che oggi ascoltiamo. È una questione di autenticità.

È un esempio grossolano, forse, ma l’onestà nel rock, per me, è Vasco Rossi che canta conta sì il denaro, me ne accorgo soprattutto quando non ne ho; un po’ meno onesto è l’autore di Immagine, e non perché il brano è un’ode all’anarchia, come ha scritto qualcuno, ma perché più che altro è un inno all’ipocrisia: immagina che non ci siano possessi (proprietà). Lo scrivo ma chi mi conosce, sa quale affetto io provi per l’autore di Immagine. Detto questo, il testo potrebbe anche essere un programma politico. Vagamente anarchico, ovvio. 

C’è una frase usata da Charles Bukowski all’inizio di Hollywood Hollywood, quando Chinaski, passando nel porticciolo guidando la sua Volks verso Marina del Rey, definiva quei personaggi che armeggiavano sulle loro imbarcazioni: erano tutte persone – scrive Buk – riuscite in qualche modo a tirarsi fuori dal tritacarne umano dell’esistenza. E io, ovviamente, non ero nemmeno nei loro pensieri.   

Quelle figure descritte da Charles Bukowski mi ricordano i mammasantissima del rock e l’espressione tritacarne la considero un assoluto colpo di genio. Sogni e ideali s’infrangono su quello scoglio rappresentato dalle bollette da pagare e la dimensione di essere fuori dal tritacarne umano, godere la celebrità e un’eventuale immortalità, sono lussi che pochi esseri umani possono vantare. Tutto è così lontano dai tumulti nelle strade, le barricate e i convegni dei ’60. 

A quei tempi il rock (e tutte le sue trame), poteva sembrare un partito di massa, ma quando nella controcultura entrano le industrie dei concerti e dei dischi e s’infiltrano come un malanno, l’essenza svanisce.

Il fatto è che il rock, per i discografici, è una formula. Lo sapeva bene Sam Phillips, produttore e disc jockey.  Fu colui che fondò la Sun Records. All’inizio era solo un vecchio garage attrezzato da Phillips a studio di registrazione. Il luogo era sorto per accogliere musicisti dilettanti che volevano registrare un disco e poi cercare un’etichetta.

In realtà Sam Phillips non nascondeva il progetto di trovare dei bianchi che suonassero come neri per invadere il mercato. Se questo possa considerarsi un sogno, era il sogno dello zio Sam (dio, come mi piace, in questi casi, scrivere filo americano!).

Quindi bisogna concedere che, oltre alla formula e al business, per molti imprenditori del settore c'è anche la componente del sogno. Se a tutto questo aggiungiamo il fattore mamma, il gioco è fatto. Non è molto ribelle come immagine, ed è quindi necessario spiegarsi meglio.

Lo studio di Phillips, che ancora non si chiamava Sun Records, era situato al numero 706 di Union Avenue a Memphis. Il 5 luglio del ’54, un giovane camionista di una ditta elettrica, Elvis Aaron Presley, percorreva la strada per delle commissioni di lavoro. Si accorse fortuitamente dello studio di Phillips e ne rimase eccitato. Di lì a poco sarebbe stato il compleanno di mamma Presley e il ragazzo volle registrare un demo per lei dal titolo My Happiness. Il caso si sposò con la sorte, nel momento in cui Sam Phillips ascoltò il nastro. Il dado era tratto. Sam realizzò il suo sogno e Presley divenne il re.

Molti ricordano i dischi con la Sun Records come il periodo più fecondo di Elvis. Alcuni scrivono anche che alla Sun si registrò il primo disco rock and roll della storia. Era Rocket 88 di Jackie Brenston, un brano scritto dal grande Ike Turner. Ma qui entriamo già nel campo riguardante la scoperta del sesso degli angeli. Il come, chi, quando, dove e perché sulla nascita del rock è una questione infinita quanto la scintilla primordiale dell’universo.

Quindi, per finirla bene, io concluderei col monologo di Bruno Iori, il dj di Radio Raptus nel film Radio Freccia per la regia di Luciano Ligabue.



Il rock non ha cambiato certo le cose – dice loro Rigatone - ma mi piace pensare che sia stato un movimento. Le grandi stelle oggi sono multimiliardarie, in pratica delle aziende, però hanno sintetizzato i pensieri, le frustrazioni di ragazze e ragazzi che fino alla metà del secolo passato attendevano un cenno per entrare in società.

La musica punk scioccò il modo comune nella Grande Britannia, il poeta Dylan cantò di un’altra America, la psichedelica con i suoi eccessi, incitava ad allargare gli orizzonti della mente; gli Who volevano morire prima di diventare vecchi, concetto non legato a fattori anagrafici; le pene di Waters legate agli sviluppi della guerra e su come si diventa insensibili e di ghiaccio. Le visioni di Jim e i Doors nell’America impegnata in Vietnam, la disillusione degli Stones rispetto al ruolo di stelle acclamate verso le contraddizioni di un mondo visitato in tour.

Beh, ragazze, io ho vissuto tutto questo dentro la mia stanza ascoltandoli da un nuovo stereo di volta in volta che potevo permettermene uno migliore e poi, a un certo punto li ho visti tutti, almeno quelli che c’erano ancora, da dietro alle quinte di uno stadio o di un palazzetto, ma comunque davanti a me.

È stato tutto affascinante e incredibile, quando li vedi a pochi passi pensi a null’altro che a delle persone come te, e che adesso, proprio mentre noi stiamo parlando, esistono e stanno facendo qualcosa in altra parte della terra, come noi in questo momento.

La cosa fondamentale è il messaggio, sempre il messaggio e questo li rende, o rende quello che hanno fatto, speciali perché è stato ascoltato da milioni di persone in tutto il mondo.

In estrema sintesi, il comune denominatore di tutti questi messaggi è il NO intransigente alla guerra e a quel che devasta la nostra società. Il rock ha provato a immaginare un mondo migliore, magari usando mezzi illeciti come gli stupefacenti, il rock ha contestato, finché ha potuto. È stato un propulsore fenomenale per un nuovo pensiero. La vita di milioni di persone sarebbe stata diversa senza la musica rock, senza quelle illusioni, le visioni anche violente, la nostra società sarebbe oggi ferma al secolo passato.

Perfino i politici, i quali decidono le nostre sorti, hanno avuto nella loro adolescenza, un mito del rock. Peccato che quando arrivano a legiferare, se ne dimentichino. Se c’è un limite nella musica, è quello di non riuscire a salire l’ultima rampa di scale, quelle che portano alla gestione o, per usare un termine poetico, la scala e la porta del paradiso. Il rock muore non perché non ci sono più musicisti o miti da incorniciare, ma perché quella nuova generazione che doveva cambiare il mondo e che s’era nutrita di tutti quei messaggi, una volta varcata la soglia della sala dei bottoni, ha pensato bene che tutti i messaggi ricevuti fossero infantili e senza progetto di attuazione, più o meno come la generazione precedente alla loro, li aveva classificati.

È così, ragazze, per parafrasare Neruda, che si muore lentamente.


Tratto da Storie di qualunquisti anonimi


© ENRICO MATTIOLI 2016          




Distanze: Warhol e Pasolini


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Una volta scrissi scherzosamente che ero contro il citazionismo. Preferirei parole o riflessioni semplici ma personali, nell’auspicio che l’autenticità si mantenga a temperatura ambiente.

È ovvio, però, che taluni pensieri andrebbero studiati anziché farne sfoggio sui social network. Ci sono persone che conoscono a memoria ogni aforisma di Charles Bukowski senza averne letto un libro. 

Ne La città senza uscita, apro la storia con un aforisma artefatto di Andy Worhol. L’originale è quello che segue.

Quel che c'è di veramente grande in questo paese è che l'America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca Cola, sai che anche il Presidente beve Coca Cola, Liz Taylor beve Coca Cola, e anche tu puoi berla.

Il mio libro è ambientato in un centro commerciale e il Gruppo dei Supermercati BellaGente lo usa per incentivare il consumo.

Questa riflessione mi ha fatto pensare, paradossalmente, a due pensieri di Pier Paolo Pasolini. Il primo è questo: il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi.

Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi. I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: "un genocidio delle culture viventi".

Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori, sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione, non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dagli illustri del sistema nazionale. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano.

Il regime, è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società dei consumi è riuscito a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.

E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. È stata una specie di incubo in cui abbiam visto l'Italia intorno a noi distruggersi, sparire e adesso risvegliandoci forse da quest'incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c'è più niente da fare.

L'uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell'uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l'uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società.

Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l'uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute.


L’altro: Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione, hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

 

L’istinto mi fa sentire più vicino Pasolini, eppure, le riflessioni di Warhol, affascinano e colpiscono. E per affascinare non bisogna per forza essere condivisi.

L'arte di Andy Warhol, sfrutta il prodotto e la stessa ripetizione delle immagini da lui proposte, sembra ribadire la necessità del sistema a indurre al consumo continuo perché solo così può restare in vita. Picchia, Warhol, interpreta perfettamente il suo tempo e io, nella mia città (senza uscita, appunto, perché non v’è possibilità di fuga) l’ho immaginato proprio all’entrata di un centro commerciale.

Pasolini ha trattato spesso della differenza tra progresso e sviluppo. Nonostante la difformità sia forte e netta, un’opera rieducativa, fuorviante e alienante, ha fatto in modo che nel tempo le due espressioni divenissero affini. Del resto, ho già scritto che dei termini geneticamente modificati, svuotati cioè, del proprio significato e farciti di nuovi.    

C’è sempre un’america sullo sfondo a far da madre bacchettona e disinibita, cometa artificiale di tutto quel che esiste sotto di essa. Tv, spot e bollicine sono i mezzi per raggiungere un fine. 

Mi vengono a conforto i versi di Vecchioni in Stranamore, quelli di colui che quando si trovò di fronte al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente.  

 

E sì, non si può recingere l’acqua. Oh, ma siamo proprio sicuri?


 

 © ENRICO MATTIOLI 2015 




© Enrico Mattioli 2017