Di quale rock band sei?



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Quando mi capita di frequentare forum dedicati alla musica e in particolare ai grandi gruppi rock, spesso leggo di fans che si accapigliano sulle preferenze riguardanti i singoli membri: meglio John o Paul, Mick o Keith, Pete o Roger, Roger o David? Si potrebbe andare avanti per secoli senza arrivare da nessuna parte. Non è una frase fatta, in un gruppo c’è un lavoro di svolgimento che è una cooperazione. Chi scrive il pezzo traccia una linea guida, magari sa già dove vuole andare, ma sviluppando il brano con la band, le cose cambiano.

Quando trovi un riff come fu per Keith Richards con I can’t get no satisfaction, puoi andare avanti all’infinito cantando soltanto il refrain, perché va bene così. Ringrazi baciando il fuzzbox e ti rimetti a dormire: ti sei già sistemato per la vita. Poi, tanto per essere eccessivo, aggiungi un esemplare testo di Jagger, ed entri nell’olimpo.

Un altro esempio è My generation degli Who. Pete Townshend potrebbe campare di rendita con quei versi scritti su un foglietto, ma vogliamo trattare dell’assolo al basso di John Entwistle? O dell’interpretazione balbuziente di un raffreddato Roger Daltrey che leggeva per la prima volta le parole? 

I Pink Floid, raggiungono una perfezione audio assoluta. Gli effetti sonori come sintonie radiofoniche, cori da stadio, colpi di tosse, registratori di cassa, s’integrano con gli assoli di Gilmour e i tappeti armonici tessuti da Richard Wright alle tastiere. Semplicemente, tutto diventa naturale: per molto tempo ho atteso invano l’ingresso del basso di Waters, quando ero in fila alla cassa del supermercato. 

Qualche anno fa, il Cirque du Soleil, celebre circo canadese specializzato in mimo e acrobazia, preparava uno spettacolo sulle musiche dei Beatles. Toccare quei brani per molti è qualcosa di sacro ma è ben più pericoloso aver a che fare con gli eredi degli autori o con gli autori diretti. Ad assistere alle prove c’era un meravigliato Paul McCartney che rifletteva sul fatto di aver scritto gran parte di quelle cose su dei fazzoletti di carta e guarda ora – confidava Macca a George Martin (il produttore dei Fab Four) – cosa sono diventate!   

In genere non sopporto chi espone per snobismo un parametro soggettivo spacciandolo per oggettivo: Mick e Keith? Ma è chiaro che era di gran lunga più in gamba Brian Jones. Certo, il povero Brian, preparatissimo, polistrumentista, fragile da non reggere l’urto del duopolio JaggerandRichards, della fama, dell’abbandono di Anita Pallenberg, rimanendo alterato dagli eccessi e che vanta una carriera non più lunga di sei anni rispetto agli altri. C’entra niente, dice qualcuno, a Jimi Hendrix ne bastarono quattro soltanto per illuminare la scena in modo indelebile, gli stessi Beatles ebbero il loro fulgore dal ’63 al ’69. Insomma, non se ne esce.

In fondo, ci siamo tutti prostituiti, nel senso che abbiamo amato più gruppi e più band diverse in vari periodi di passione. Sono stato un fan dei Beatles ma sono uscito spesso con gli Stones, per tre o quattro anni ho filato di brutto con i Police ma anche con i Clash. Però, sono stato sempre contro gli ex e le riunioni e su questo tema rimango fedele alla scelta dei quattro di Liverpool (poi legata anche a fattori ineluttabili), i quali, ai tempi, se ne fregarono dei contratti firmati e pur andando incontro a lungo periodo di battaglie legali, decisero che finita la magia, sarebbe finita anche la musica. Artisticamente, più onesti di così non si potrebbe essere. 



 © ENRICO MATTIOLI 2017   



© Enrico Mattioli 2017