STORIE DI QUALUNQUISTI ANONIMI



Storie di qualunquisti anonimi



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Qual è l’attività principale nell’esistenza? Crescere? Affermarsi nella società? Trovare una strada propria? 

Qualunque sia questo compito, Emilio Santini - il protagonista della storia - e i suoi amici, non vogliono saperne di andare avanti. Tengono duro, l’unica strada da loro conosciuta è quella del portone di casa, dove vivono fin dagli anni ’70, quando erano ragazzini, in un quartiere periferico di Roma. Sullo sfondo del clima segnato dalle tensioni sociali, essi osservano scorrere la vita con indifferenza, convinti che darsi da fare non serva in questo sistema perché niente potrà cambiare. Hanno motivazioni sterili, hanno giustificazioni puerili, la vita gli va bene com’è, nel grigiore quotidiano si sono accomodati in prima fila per assistere al cambio delle stagioni. 

Nella cronaca disordinata di eventi riportati che conducono al passaggio tra la prima e la seconda repubblica in Italia, Emilio e gli amici di sempre, si apprestano a vivere il nuovo corso appoggiando l’ascesa di un politico rampante. Il calcio e la musica rock sono le loro uniche ragioni di vita, ma credono di trovare nell’onorevole Andrea Franzoni, loro caro, vecchio amico, una scorciatoia alle difficoltà dell’umano vivere. 

Emilio - un appassionato dei Beatles - guadagna pochi soldi come insegnante di chitarra, il Taciturno lavora quando ha voglia distribuendo volantini pubblicitari, il Bestemmia opera nella salumeria di un parente dopo le dieci e mai oltre le tredici, il Cobra si arrangia come autista in lavoretti poco leciti e Rigatone è un fotografo di musica rock.

C’è un conto in sospeso, però, che tutti hanno con l’uomo politico e questo li desterà dal lungo sonno regalando un assist per la rivalsa e arginare il cinismo maturato. 

Storia di una generazione afflitta dal morbo di Pete Best.

“ Nessuno potrebbe essere John, Paul, George o Ringo, ma tutti siamo Pete Best e in una maniera o nell’altra ci siamo dovuti adattare con quel che era rimasto ”. 

Emilio Santini




NOTE

Le generazioni successive agli anni '70 - quindi anche la mia - non hanno una caratterizzazione. Intendo che negli anni '60 si parlava del potere dei fiori e dell'amore universale, gli anni '70 furono segnati dalle contestazioni e dal terrorismo ma anche dalle conquiste sociali.

Era presente - nel bene e nel male - una forte socializzazione, una componente di appartenenza che si esprimeva nell'estremismo e nell'avversione all'opposto ma che faceva in modo che le persone si unissero sotto un colore o una bandiera. 

E dopo? Negli anni '80 e nei decenni successivi, una spirale effimera ha soffiato sul fuoco dell'individualizzazione e della realizzazione dell'io.

Poter essere eroi solo per un giorno e i quindici minuti di notorietà per ognuno, hanno tratteggiato - e tratteggiano - l'immaginario collettivo. 

Nel terzo capitolo di Storie di qualunquisti anonimi ho cercato di sintetizzare tutto questo con il discorso agli amici del futuro onorevole Adrea Franzoni:

Le ideologie sono tramontate. Prima ve ne convincerete e meglio sarà per tutti. Che cosa hanno prodotto le ideologie nella storia? Niente, anzi, solo disastri. Non sono io a dirlo: è la cronaca. Certo, qualcuno può dire che solo un’ideologia può farti sentire vivo, solidale, in piena comunione con la razza umana. Sapete come rispondo io? Con un’altra domanda: preferite una dolce menzogna o un’amara verità? E la verità, amici miei, è che se prima non aiutate voi stessi, non sarete mai in grado di aiutare nessun altro. 


Nel libro alcuni dei ragazzi tra cui Emilio Santini, il Bestemmia e il Taciturno, non faticano a condividere il concetto perché privi di una passione politica e sociale. In loro questa teoria trova terreno fertile. Il Cobra e Archimede, invece, inizialmente sono diffidenti proprio perché conservano ancora una coscienza ideologica, pure se sono schierati su barricate opposte. Alla fine anche loro cederanno e saranno affabulati dalle maniere del politico. 

L'opportunismo dell'onorevole Franzoni (l'Infame) costituisce la loro primaria educazione al mondo degli adulti dove i ragazzi troveranno un facile e comodo approdo nell'isola del qualunquismo e dell'indifferenza. 

Quel che accade successivamente è fiction. I ragazzi avranno una possibilità di rivalsa pure se il tempo perduto non tornerà certo indietro. 

Il morbo di Pete Best è la paura del fallimento. Nella vita di ognuno di noi non c'è posto per i passi falsi. 

Pete Best è stato il primo batterista dei Bestles. Quando tratto dei ragazzi di Liverpool ne parlo come di uno dei maggiori fenomeni di comunicazione di massa che siano mai esistiti e non per un'intenzione di imporli al prossimo. 

Credo che la storia di Pete Best insegni più di qualsiasi altro aneddoto. Batterista in carica fino al primo disco (Love me do, '62), viene sostituito perché non ritenuto all'altezza. Un minuto prima della fama mondiale, il ragazzo ha subito uno scippo storico dalla sorte che lo proverà della gloria e dell'immortalità. 

Cos'altro potrebbe succederti di peggio? - È la domanda.

Essere Pete Best - è la risposta.

È davvero un atto eroico restare vivi.

Un aspetto che ho voluto rimarcare è il forte impatto che il messaggio della musica rock ha avuto su questo secolo. Ripeto spesso che la vita di molte persone sarebbe stata diversa senza la musica rock and roll o magari solo senza questo o quel gruppo. È stata la colonna sonora di questi ultimi sessant'anni ed è l'aspetto principale (forse l'unico) che lega le generazioni di oggi con quelle dei '60 o dei '70. 



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