Libri


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In questo spazio presento i miei libri. Dal conflitto tra i personaggi e l'ambiente intorno, attingo le mie trame. Raccontare le stonature è quanto mi propongo di fare con le mie pubblicazioni. La mia scrittura è come un assorbente, assimila le scorie della società.

I miei personaggi risultano sconfitti, isolati, disillusi, in contrasto con l’ambiente, figure alla ricerca di un senso che però è vietato oppure contrario. 

L'esperienza decennale come delegato sindacale di base, mi ha appassionato alle tematiche legate all’ambito lavorativo, a quello dei mestieri e delle arti. 

Le storie che racconto sono verosimili, ambientate in periferia, alla fermata dell'autobus o in piccole stazioni di quartiere, in un centro commerciale o in un bar. 

Enrico 



Avvisiamo la gentile clientela

Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome? Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati - Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno - l’identità diventa un tema centrale. Leopoldo Canapone, protagonista di Avvisiamo la gentile clientela, assiste quotidianamente alla processione di clienti infatuati dagli spot e dalle offerte promozionali. È anche uno che di soprannomi se ne intende, soprattutto, aveva un’identità. Aspirante attore, era sicuro che alla fine, sarebbe entrato negli Studi di Cinecittà. Sbagliò di poche centinaia di metri: anni dopo, timbrava il cartellino nel supermercato adiacente agli stabilimenti cinematografici...

Il cliente è un cliente fottuto e non un fottuto cliente” - Leopoldo Canapone.


Il bamboccione

Quante volte oltre a essere danneggiati abbiamo subito anche lo sberleffo? Renato Calloni è Il bamboccione. Ha l’unica responsabilità di aver perso il lavoro per colpe non sue e si ritrova a sopportare l’ulteriore peso di questo termine canzonatorio con implicite accuse di opportunismo. Dura la vita di Renato: una sorella detestabile, dei lavori provvisori, due genitori che lo sopportano sempre di meno. Le giornate del precario Calloni, sono segnate dall’effetto devastante della svastica, com’era chiamata senza precisi motivi la polvere bianca nel suo ambiente. Lui mantiene dignità e rettitudine, ma facilmente raggirato, è coinvolto in un traffico che gli fa perdere l’occupazione, patendo i morsi di una società senza scrupoli.

Ricomincia con lavoretti di breve durata e orari che sconvolgono le sue giornate. La precarietà è una condizione in cui le speranze abortiscono prima ancora di essere concepite. Per usare le parole di Renato, ti guardi, ti annusi, decidi che non è nemmeno il caso di provare.



Gabbie

Siamo davvero liberi oppure restiamo prigionieri di noi stessi? Leggendo le riflessioni di Omar Mumba, viviamo reclusi nelle nostre restrizioni mentali e ci rimaniamo per buona parte dell’esistenza, imparando a muoverci negli spazi ridotti di quelle stesse sbarre.  

In ogni tipo di sistema proliferano contraddizioni che diventano tradizioni da rispettare. La società in cui viviamo ha applicato la norma per cui possiamo essere felici, anche se gli altri non lo sono: tutto quello che devi fare, è di non essere tra quegli altri.

È un’equazione semplice, in fondo, eppure Omar sembra non imparare. Mantiene un singolare passatempo: conservare tutte le lettere provenienti da quelle associazioni presenti in luoghi dove ogni bisogno è assoluto. Le legge continuamente, anche quando è in servizio nell’albergo presso il quale lavora e per questa ragione è sbeffeggiato da colleghi e superiori. L’attitudine nei confronti del prossimo in difficoltà, lo rende intransigente ma soprattutto lo lascia solo. Le sue giornate passano tra l’ascolto della musica degli U2 e le faccende di casa, il lavoro e un’accusa ricorrente: chi è che buca le gomme alla macchina del suo capo?



La città senza uscita

Che cos’è una città senza uscita? La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la vecchia metropoli, in un tempo indefinito. Attraverso le vicende di Leopoldo Canapone, il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari, emerge il profilo dell’addetto vendite, una figura che, oltre la lealtà verso l’impresa per cui opera, è una persona come tutte. Canapone, idealista stanco e presuntuoso, terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, inducendola a non tornare. Il suo atteggiamento va a minare il marchio, che è cosa sacra. È soprattutto la storia di una persona che per ragioni di sopravvivenza coesiste con un lavoro che non ama. Quando il caso regala a Leopoldo una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canappa, si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere. Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. 



Stelle di polvere

Un'incursione nel sottobosco dell’arte e dello spettacolo. Siamo noi gli artefici del nostro destino oppure le sue trame ci sfuggono e restiamo impotenti di fronte al fato? Talvolta accade che nonostante un impegno feroce, i risultati non siano quelli sperati. 

Riccardo Nola, dopo un’infanzia crudele, scopre da adolescente che la recitazione può avere effetti terapeutici. Il sottobosco dello spettacolo, però, si rivela una selva oscura, dove non è facile orientarsi. Rick ha un talento naturale nello sbagliare la scelta di soci e compagni di lavoro. Questa dote lo accompagna nel percorso della sua carriera artistica. Eppure, i suoi amici lo invidiano, scambiano la sua precarietà per avventura. Riccardo è costretto a vivacchiare lavorando al mercato rionale, ma al cuor non si comanda: si fa affabulare da un vago progetto del suo amico e collega Thomas Albergari di Polonghera. Il piano consiste nel portare in scena dei monologhi sull’impresa dei Mille di Garibaldi, che li condurrà dalla capitale fino in Sicilia. Mentre il Generale riuscì nell’intento di unificare il paese, però, le strade di Thomas e Riccardo prenderanno direzioni diverse. 



Storie di qualunquisti anonimi

Qual è l’attività principale nell’esistenza? Crescere? Affermarsi nella società? Trovare una strada propria? 

Qualunque sia questo compito, Emilio Santini e i suoi amici, non vogliono saperne di andare avanti. L’unica strada da loro conosciuta è quella del portone di casa, dove vivono fin dagli anni ’70. Sullo sfondo del clima segnato dalle tensioni sociali, essi osservano scorrere la vita con indifferenza, convinti che darsi da fare non serva in questo sistema perché niente potrà cambiare.  

Nella cronaca disordinata di eventi riportati che conducono al passaggio tra la prima e la seconda repubblica in Italia, Emilio e gli amici di sempre, si apprestano a vivere il nuovo corso appoggiando l’ascesa di un politico rampante. Il calcio e la musica rock sono le loro uniche ragioni di vita, ma credono di trovare nell’onorevole Andrea Franzoni, loro vecchio amico, una scorciatoia alle difficoltà del vivere. 

C’è un conto in sospeso, però, che tutti hanno con l’uomo politico e questo li desterà dal lungo sonno regalando un assist per la rivalsa e arginare il cinismo maturato. 

Storia di una generazione afflitta dal morbo di Pete Best.



La rivoluzione che non c’è

E se noi provassimo a esulare personaggi dal contesto in cui vissero, catapultandoli nell’oggi?

Che cosa succederebbe se gli equilibri come il tempo e lo spazio saltassero, e le leggende popolari s’intrecciassero con fatti accaduti?

Nick La Puzza, attraverso una trama di miti universali e aneddoti personali, narra una storia improbabile in cui Ernesto Guevara risorge nel nuovo millennio per correggere degli errori tattici che lo scrittore Luciano Bianciardi gli aveva imputato nel libro Ai miei cari compagni.

Nell’anno 2012, il Che giunge nel quartiere popolare dove vive Nick La Puzza. Guevara sceglie proprio quel sobborgo perché a causa del decentramento sta per essere demolito per far posto alla nuova zona finanziaria. Gli abitanti del luogo, allo scopo di bloccare il progetto, hanno occupato gli alloggi destinati ai bancari e sotto la guida del Che intendono oscurare il segnale televisivo e impadronirsi delle banche, come indicato proprio dal Bianciardi, eletto teorico di questa ipotetica, sgangherata e allegra rivoluzione. 



© ENRICO MATTIOLI 2018


    



LA RIVOLUZIONE CHE NON C'È




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La rivoluzione che non c'è su Amazon - versione cartacea





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IL PASSATO PRESTATO A UN PRESENTE LIQUIDO IN UN FILO NARRATIVO INTRISO DI TROVATE SORPRENDENTI  

di David Giacanelli 

Come Enrico Mattioli ci ha spesso abituato, grazie ai suoi libri riusciamo a vivere di speranze, di valori per noi insormontabili. In un Paese dove tutto è diventato "post", perché qualcuno l’ha deciso per imprimere un'accelerazione, dove si può solo tentare di non annegare nella politica liquida e nei contenuti che vaporizzano, l'autore resuscita personaggi che sono miti del passato attualizzandoli. Si serve del mito, dell'icona che ha cambiato parte della storia e che ha riempito di fascino e determinazione intere generazioni, le nostre, per catapultarlo nell'oggi. Un presente che fa di tutto per annichilire miti e passato. Lo fa al modo suo, sempre ironico e intelligente e proprio di chi, dopo avere rispolverato e approfondito teoria e storia politica, sente la necessità di amalgamare il proprio sentire con l’attuale. Tutto è possibile, dunque, resuscitando la storia per esorcizzare e, anzi, risolvere le paure del presente, come la totale perdita del controllo di una società che ci sfugge. Un presente che se evidenzia di continuo come tutto sia morto e, appunto, “post”, superato, non è ancora in grado di sostituire i "vecchi" con dei nuovi contenuti. C’è bisogno del Che, che si serve delle letture del Biancardi, per risolvere ogni problema. E’ lui, sì, senza alcun parossismo, “l’uomo nuovo”. L'intreccio narrativo di Mattioli, poi, oltre ad essere dinamico e originale, tiene il lettore sospeso nella spasmodica ricerca del finale. 



TRAMA

E se noi provassimo a esulare personaggi dal contesto in cui vissero, catapultandoli nell’oggi?

Che cosa succederebbe se gli equilibri come il tempo e lo spazio saltassero, e le leggende popolari s’intrecciassero con fatti accaduti?

Accadrebbe che personaggi già incontratesi nella realtà, si ritroverebbero per scriverne un’altra che, ovviamente, avrebbe un finale diverso. Se a questi personaggi ne aggiungessimo alcuni di fantasia, sarebbe La Rivoluzione che non c’è.   

Nick La Puzza, attraverso una trama di miti universali e aneddoti personali, narra una storia improbabile in cui Ernesto Guevara, avendo letto un libro di Luciano Bianciardi (Ai miei cari compagni), risorge nel nuovo millennio per correggere degli errori tattici che lo scrittore gli aveva imputato.

Nell’anno 2012, il Che - sotto il nome di Ramon Benitez – giunge nel quartiere popolare dove vive Nick La Puzza. Guevara sceglie proprio quel sobborgo perché a causa del decentramento sta per essere demolito per far posto alla nuova zona finanziaria. Gli abitanti del luogo, allo scopo di bloccare il progetto, hanno occupato gli alloggi destinati ai bancari e sotto la guida del Che e di altri personaggi, in parte storici, intendono oscurare il segnale televisivo e impadronirsi delle banche, come indicato dal Bianciardi, eletto teorico di questa ipotetica, sgangherata e allegra rivoluzione. 




UN ROMANZO D'AVVENTURA

La rivoluzione che non c'è, lo considero un romanzo d'avventura. I riferimenti storici, la critica, sono serviti soltanto da spunto. È una storia visionaria, probabilmente. Siamo una comunità di grandi rivoluzionari teorici, ognuno dipendente dalle proprie comodità, nauseati dalle bassezze altrui ma tolleranti verso le proprie. Non solo la rivoluzione non c'è, manca un'autocritica che contempli sfere personali e collettive. 

Tutto nasce da quel grande pensatore che è stato (che è) Luciano Bianciardi e le sue teorie sull'occupazione delle banche e il blocco del segnale televisivo. E l'opinione su Guevara, ritenuto un rivoluzionario immaturo che compì degli errori tattici proprio perché (probabile Luciano si riferisse al periodo boliviano), il Che ha occupato le campagne anziché gli istituti di credito e non ha boicottato la televisione.

Una leggenda peruviana riporta che negli abissi del lago Titicaca nacque l'ottavo Inca, Virauchoca, il quale regalò alla terra, il sole, la luna e le stelle, costatando che questa era nell'oscurità. Spostandosi verso la capitale, alcuni abitanti, non sapendo chi lui fosse, tentarono di ucciderlo. Virachoca e i suoi guerrieri si trasformarono in pietre aspettando il momento giusto per riprendere la lotta.

Per i contadini di La Higuera in Bolivia - il luogo in cui fu catturato e ucciso Ernesto Guevara - anche il Che s'è trasformato in pietra e attende l'ora di una nuova battaglia. 

Poteva, questo modesto scribacchino, lasciarsi sfuggire l'occasione? Dalla critica di Bianciardi e dalla leggenda riportata, nasce la mia storia. Ho inteso dare al Che la possibilità di correggere gli errori attribuitegli dallo scrittore grossetano.

Enrico Mattioli



NICK LA PUZZA

Nick La Puzza è un esempleare unico. Rotti i legami con la famiglia d'origine, s'è cambiato nome, s'è tuffato nella vita, s'è arrangiato, s'è specchiato nello squallore del suo quotidiano. Combatte una battaglia inutile con l'esistenza, ma non sa nemmeno da quale parte si trovi collocato, talmente è affaticato dall'esistere. 

È il personaggio che mi ha dato una discreta visibilità. Direi che è stata una fortunata ispirazione. Ho sempre provato affetto per Nick Carter, il cartone di SuperGulp, i fumetti in tv. Da bambino, credo fosse il giovedì sera, restavo davanti lo schermo in attesa del programma. Perciò, direi che il nome è un omaggio a Nick Carter. Anche se, per dirla tutta, c'è pure il "Nick Belane" di Bukowski in Pulp. L'influenza di Bukowski su di me è stata fondamentale e ancora non sono guarito.

Riguardo al cognome, sono affascinato da quelli italo americani. Il punto di partenza, era Jack La Motta, il pugile. A me ne serviva uno più buffo, un cognome spazzatura che suscitasse un ghigno istantaneo.  Nick La Puzza era perfetto, almeno secondo il mio punto di vista. 

La Puzza è il povero cristo e il povero diavolo, colui che tenta di sopravvivere allo squallore di una società cinica e spietata. Sviluppata questa resistenza personale, Nick la oppone contro quel che gli ruota intorno e che, inevitabilmente, gira nel senso contrario al suo.

Nick La Puzza è un solitario nella metropoli sconfinata e dispersiva, un casco non omologato in una strada piena di buche. Nelle sue vicissitudini trionfa l'incomunicabilità con il prossimo, dove il prossimo è rappresentato da un'istituzione come dal vicino di casa, dalla donna del momento all'amica che riesce a provare solo un'avvilente compassione nei suoi confronti. A tal proposito, qualcuno mi disse che Nick appare caustico nei confronti dell'universo femminile, ma lui è uno che non riesce a trovare risposte concrete alle proprie frustrazioni, le sue risoluzioni sono sempre momentanee e vengono smontate a ogni confronto. La Puzza in realtà subisce le donne e le donne lo subiscono a loro volta, come nell'ambiente costruito intorno a lui, dove ogni individuo raggira perennemente l'interlocutore per dopo esserne soggiogato a sua volta.




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© ENRICO MATTIOLI 2018



GABBIE



Gabbie


Gabbie su Amazon versione cartacea



Siamo davvero liberi oppure restiamo prigionieri di noi stessi? Leggendo le riflessioni di Omar Mumba, il protagonista di questa storia, viviamo reclusi nelle nostre restrizioni mentali e ci rimaniamo per buona parte dell’esistenza, imparando a muoverci negli spazi ridotti di quelle stesse sbarre.  

In ogni tipo di sistema proliferano contraddizioni che diventano tradizioni da rispettare. La società in cui viviamo ha applicato la norma per cui possiamo essere felici, anche se gli altri non lo sono: tutto quello che devi fare, è di non essere tra quegli altri. 

È un’equazione semplice, in fondo, eppure Omar sembra non imparare. Mantiene un singolare passatempo, se così si può chiamarlo: conservare dentro una grande busta, tutte le lettere provenienti da quelle strutture e associazioni presenti in luoghi dimenticati, dove ogni bisogno è assoluto. Le legge continuamente, anche quando è in servizio nell’albergo presso il quale lavora e per questa ragione è sbeffeggiato da colleghi e superiori. L’attitudine nei confronti del prossimo in difficoltà, lo rende intransigente ma soprattutto lo lascia solo. Le sue giornate passano tra l’ascolto della musica degli U2 e le faccende di casa, il lavoro e un’accusa ricorrente: chi è che buca le gomme alla macchina del suo capo? 




NOTE

È una storia lieve, a trazione posteriore, cioè, controbilanciata da un progetto pesante alle spalle. 

Il protagonista è un mezzo, mi occorreva un personaggio sul quale riversare i rancori nascosti, le paure e anche le curiosità del prossimo. 

Omar non narra una storia d’integrazione perché lui è già cittadino italiano. Nato a Roma da madre italiana e padre keniota, la sua è una vicenda di profonda introversione.

Omar ha imparato dai genitori, entrambi medici, a non concepire il lavoro come un sostentamento personale e divide lo stipendio di addetto d’albergo supportando con piccole donazioni le associazioni onlus che operano in paesi poveri. Nella sua cassetta postale giungono lettere di strutture presenti nelle terre dove ogni bisogno è assoluto e lui non può che assistere desolato alle contraddizioni della società in cui è nato, cresciuto e vive. 

L’attività costante nei confronti del prossimo in difficoltà, lo rende intransigente verso le leggerezze e le debolezze altrui e questo fa sì che Omar perda il contatto con gli aspetti a lui vicini, isolandolo ulteriormente. 

Le gabbie sono mentali e riguardano i limiti di ognuno di noi. Ci condizionano come zavorre, non ci permettono di vivere pienamente la nostra esistenza. 

Quello che è il pregio di Omar, la solidarietà assoluta verso gli altri, è anche il suo difetto, la mancanza di leggerezza.

Mumba affronta anche il concetto della fede. È un aspetto che lui non riesce ad afferrare, sospeso tra una sua confusione materialistica e una vaga misericordia che lo guida. È il dilemma sul senso dell'esistenza, quel contrasto sulla promessa di una vita migliore in un altro regno e le risposte immediate che occorrono sulla terra.  


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 © ENRICO MATTIOLI 2018



IL BAMBOCCIONE




Il bamboccione



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Quante volte oltre a essere danneggiati abbiamo subito anche lo sberleffo? La pubblica berlina, espressione di origine barbarica, consisteva nell’esporre un colpevole alla derisione generale. Era usata soprattutto nel medioevo ma, ahimè, non solo: Renato Calloni, protagonista di questa storia, è Il bamboccione. Ha l’unica responsabilità di aver perso il lavoro per colpe non sue e si ritrova a sopportare l’ulteriore peso di questo termine canzonatorio con implicite accuse di opportunismo. 

Dura la vita di Renato: una sorella detestabile, dei lavori provvisori, due genitori che lo sopportano sempre di meno. Le giornate del precario Calloni, sono segnate dall’effetto devastante della svastica, com’era chiamata senza precisi motivi la polvere bianca nel suo ambiente. Lui mantiene dignità e rettitudine, ma facilmente raggirato, è coinvolto in un traffico che gli fa perdere l’occupazione, patendo i morsi di una società senza scrupoli.

Ricomincia con lavoretti di breve durata e orari che sconvolgono le sue giornate. La precarietà è una condizione in cui le speranze abortiscono prima ancora di essere concepite. Per usare le parole di Renato, ti guardi, ti annusi, decidi che non è nemmeno il caso di provare.

Nonostante la situazione lo costringa ai margini, lui riesce ad allargare i parametri della sua esistenza, dove aggiungere ancora degli spazi.




NOTE

È il diario di un precario. Renato Calloni lavora in un grande magazzino ma i colleghi lo coinvolgono in un traffico di cocaina in cui sono implicati dirigenti e quadri aziendali. È un circolo vizioso e benché Renato sia estraneo alla vicenda, non riesce a dimostrare la sua innocenza. 

I rapporti con la sorella Olga, un personaggio che ha imparato a stare al mondo e a giocare bene le sue carte, e con i genitori, diventano insostenibili. 

Perso il lavoro, segue un percorso costituito da occupazioni temporanee. La sua esistenza si svolge ai margini. Usa la laurea di infermiere presso l’Unione Sanitaria Locale e insieme agli addetti del camper si occupa di assistenza nei centri di accoglienza, in quelle zone della città dove la concentrazione di clandestini è alta. 

Una nota positiva è che Renato ha molto tempo libero ma, ahimè, non sa come sfruttarlo. Girovaga tra quartieri di periferia, stazioni, fermate della metropolitana. La passione per il calcio giovanile unita alle competenze del nuovo lavoro, lo portano a collaborare con l'Autoricambi, la squadra del suo quartiere, come massaggiatore. 

In quella terra chiamata desolazione, i suoi migliori amici sono un tale chiamato Farfuglia, cantante balbuziente che quando canta non balbetta, e Nerone, il cane del pronto soccorso di zona.

La simpatia per Vanessa, laureanda e commessa di fast food, è volutamente platonica perché, ammette Renato, nelle sue condizioni ti guardi, ti annusi, ti chiedi perché dovresti provare

La sua casa è in realtà il bar di Varechina, un egiziano trapiantato, che è un ritrovo di extracomunitari, emarginati e tipi stravaganti con i quali, per forza di cose, solidarizza, non nascondendo un arricchimento che lo tiene, nonostante tutto, attaccato alla vita. 


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STORIE DI QUALUNQUISTI ANONIMI



Storie di qualunquisti anonimi



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Qual è l’attività principale nell’esistenza? Crescere? Affermarsi nella società? Trovare una strada propria? 

Qualunque sia questo compito, Emilio Santini - il protagonista della storia - e i suoi amici, non vogliono saperne di andare avanti. Tengono duro, l’unica strada da loro conosciuta è quella del portone di casa, dove vivono fin dagli anni ’70, quando erano ragazzini, in un quartiere periferico di Roma. Sullo sfondo del clima segnato dalle tensioni sociali, essi osservano scorrere la vita con indifferenza, convinti che darsi da fare non serva in questo sistema perché niente potrà cambiare. Hanno motivazioni sterili, hanno giustificazioni puerili, la vita gli va bene com’è, nel grigiore quotidiano si sono accomodati in prima fila per assistere al cambio delle stagioni. 

Nella cronaca disordinata di eventi riportati che conducono al passaggio tra la prima e la seconda repubblica in Italia, Emilio e gli amici di sempre, si apprestano a vivere il nuovo corso appoggiando l’ascesa di un politico rampante. Il calcio e la musica rock sono le loro uniche ragioni di vita, ma credono di trovare nell’onorevole Andrea Franzoni, loro caro, vecchio amico, una scorciatoia alle difficoltà dell’umano vivere. 

Emilio - un appassionato dei Beatles - guadagna pochi soldi come insegnante di chitarra, il Taciturno lavora quando ha voglia distribuendo volantini pubblicitari, il Bestemmia opera nella salumeria di un parente dopo le dieci e mai oltre le tredici, il Cobra si arrangia come autista in lavoretti poco leciti e Rigatone è un fotografo di musica rock.

C’è un conto in sospeso, però, che tutti hanno con l’uomo politico e questo li desterà dal lungo sonno regalando un assist per la rivalsa e arginare il cinismo maturato. 

Storia di una generazione afflitta dal morbo di Pete Best.

“ Nessuno potrebbe essere John, Paul, George o Ringo, ma tutti siamo Pete Best e in una maniera o nell’altra ci siamo dovuti adattare con quel che era rimasto ”. 

Emilio Santini




NOTE

Le generazioni successive agli anni '70 - quindi anche la mia - non hanno una caratterizzazione. Intendo che negli anni '60 si parlava del potere dei fiori e dell'amore universale, gli anni '70 furono segnati dalle contestazioni e dal terrorismo ma anche dalle conquiste sociali.

Era presente - nel bene e nel male - una forte socializzazione, una componente di appartenenza che si esprimeva nell'estremismo e nell'avversione all'opposto ma che faceva in modo che le persone si unissero sotto un colore o una bandiera. 

E dopo? Negli anni '80 e nei decenni successivi, una spirale effimera ha soffiato sul fuoco dell'individualizzazione e della realizzazione dell'io.

Poter essere eroi solo per un giorno e i quindici minuti di notorietà per ognuno, hanno tratteggiato - e tratteggiano - l'immaginario collettivo. 

Nel terzo capitolo di Storie di qualunquisti anonimi ho cercato di sintetizzare tutto questo con il discorso agli amici del futuro onorevole Adrea Franzoni:

Le ideologie sono tramontate. Prima ve ne convincerete e meglio sarà per tutti. Che cosa hanno prodotto le ideologie nella storia? Niente, anzi, solo disastri. Non sono io a dirlo: è la cronaca. Certo, qualcuno può dire che solo un’ideologia può farti sentire vivo, solidale, in piena comunione con la razza umana. Sapete come rispondo io? Con un’altra domanda: preferite una dolce menzogna o un’amara verità? E la verità, amici miei, è che se prima non aiutate voi stessi, non sarete mai in grado di aiutare nessun altro. 


Nel libro alcuni dei ragazzi tra cui Emilio Santini, il Bestemmia e il Taciturno, non faticano a condividere il concetto perché privi di una passione politica e sociale. In loro questa teoria trova terreno fertile. Il Cobra e Archimede, invece, inizialmente sono diffidenti proprio perché conservano ancora una coscienza ideologica, pure se sono schierati su barricate opposte. Alla fine anche loro cederanno e saranno affabulati dalle maniere del politico. 

L'opportunismo dell'onorevole Franzoni (l'Infame) costituisce la loro primaria educazione al mondo degli adulti dove i ragazzi troveranno un facile e comodo approdo nell'isola del qualunquismo e dell'indifferenza. 

Quel che accade successivamente è fiction. I ragazzi avranno una possibilità di rivalsa pure se il tempo perduto non tornerà certo indietro. 

Il morbo di Pete Best è la paura del fallimento. Nella vita di ognuno di noi non c'è posto per i passi falsi. 

Pete Best è stato il primo batterista dei Bestles. Quando tratto dei ragazzi di Liverpool ne parlo come di uno dei maggiori fenomeni di comunicazione di massa che siano mai esistiti e non per un'intenzione di imporli al prossimo. 

Credo che la storia di Pete Best insegni più di qualsiasi altro aneddoto. Batterista in carica fino al primo disco (Love me do, '62), viene sostituito perché non ritenuto all'altezza. Un minuto prima della fama mondiale, il ragazzo ha subito uno scippo storico dalla sorte che lo proverà della gloria e dell'immortalità. 

Cos'altro potrebbe succederti di peggio? - È la domanda.

Essere Pete Best - è la risposta.

È davvero un atto eroico restare vivi.

Un aspetto che ho voluto rimarcare è il forte impatto che il messaggio della musica rock ha avuto su questo secolo. Ripeto spesso che la vita di molte persone sarebbe stata diversa senza la musica rock and roll o magari solo senza questo o quel gruppo. È stata la colonna sonora di questi ultimi sessant'anni ed è l'aspetto principale (forse l'unico) che lega le generazioni di oggi con quelle dei '60 o dei '70. 



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LA CITTÅ SENZA USCITA



La città senza uscita


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Che cos’è una città senza uscita e chi c’è dietro una sigla aziendale?

La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la vecchia metropoli, in un tempo indefinito. Attraverso le vicende di Leopoldo Canapone, il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari, emerge il profilo dell’addetto vendite, una figura che, oltre la lealtà verso l’impresa per cui opera, è una persona come tutte, compreso il cliente con il quale entra in contrasto. Canapone, idealista stanco e presuntuoso, terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, inducendola a non tornare. Il suo atteggiamento va a minare il marchio, che è cosa sacra. 

È soprattutto la storia di una persona che per ragioni di sopravvivenza coesiste con un lavoro che non ama. Questo conflitto si snoda lungo una narrazione amara e beffarda, dove tecniche di vendita e slogan stordiscono il dipendente, minando la sua identità personale in nome della fedeltà a un gruppo commerciale.

Quando il caso regala a Leopoldo una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canappa, come lo chiamano i colleghi, si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere. Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. Come la vita.



TRAMA

Leopoldo Canapone ha un passato discutibile. Le vicende vissute insieme ai suoi due compagni, Giuseppe Vacca e Manolo Lombardoni, continuano a turbare le sue giornate. 

Negli anni in cui la protesta sociale era forte, il gruppo di amici si pose agli estremi. Finito quel periodo, ognuno dei tre ha tentato di farsene una ragione: uno c'è riuscito, un altro ne è rimasto stordito, il terzo ha pensato che tutto gli era ancora concesso.   

Canappa, come lo chiamano i colleghi, porta ancora il fardello di un pesante senso di colpa, ma è un passato di cui lui ha capito poco e nulla. Lo scorrere del tempo getterà una nuova luce sull'impegno speso, sull'idealismo, sulla natura umana.  

Nel suo stato vegetativo Canapone conserva ancora degli slanci di repulsione. Crede, forse per dare dignità agli anni che furono, di essere paladino di una lotta al consumo indotto e terrorizza la clientela - spesso anche in malafede - suggestionandola con la scarsa qualità dei prodotti. Per questo motivo è il dipendente col più alto numero di richiami. I mezzi di controllo sul personale si sono raffinati, la direzione lo tollera isolandolo, ponendolo come il cattivo esempio da non seguire. 

Quella di Canapone è un guerra personale contro il Nix, l'immagine pubblicitaria dell'azienda che non si dovrebbe discutere in alcun modo.

Una casualità fornirà a Leopoldo della fama da quattro soldi, figlia dei tempi che corrono. I rapporti con i colleghi e con i pochi amici che frequenta (su tutti Spider, il pusher del quartiere che per opportunismo comincia ad adularlo convinto che farsi vedere insieme a lui, alimenti il traffico e gli affari), cambiano di colpo. Perfino la clientela, dapprima nauseata dalle sue provocazioni, ora appare divertita. 

L'azienda scopre così che qualsiasi tipo di notorietà funge da veicolo promozionale e la vita di Canapone all'interno del punto vendita diventa morbida e dolce. Lui gode del piacere effimero ma riuscirà a bruciare questo momento favorevole e la sua esistenza tornerà a essere quella di prima. 

Ci sarà spazio per una nuova compassione e per una ritrovata dignità personale che è alla base di ogni individuo. Nella realtà di tutti i giorni, dato che la vita è breve, è complicato passare l'esistenza a lottare contro un sistema cinico, invisibile ma assolutamente vivo e presente. Tenerlo il più possibile fuori dalla propria porta, per quello che ci è dato, è una giusta opportunità.



ASSUNTO

Dopo Avvisiamo la gentile clientela, Leopoldo Canapone torna protagonista di una mia storia. Sono passati gli anni, il mercato occupazionale è cambiato, i diritti si sono ristretti così come gli orizzonti dei dipendenti. 

Questa narrazione è più visionaria e surreale, la città descritta non ha una collocazione geografica, potrebbe essere ovunque. È un racconto in cui la dilatazione e l'esasperazione sono i tratti fondamentali. La toponomastica cittadina è sostituita da quella del supermercato: vie, strade e quartieri lasciano il posto a corsie, corridoi, reparti. Ogni retaggio del passato è filtrato dal revisionismo. Si campa e ci si trascina per mantenere in vita un sistema che ormai è agli sgoccioli.  

Le donne che ricoprono ruoli gestionali sono demansionate da strategie che non lasciano loro spazio decisionale. La strada è già segnata e chi sbaglia passo viene perseguito e umiliato a prescindere dal ruolo. Il resto del personale vive l'esistenza scandita da programmazioni che cambiano di giorno in giorno, di ora in ora, votato a una missione che ha lo scopo di allargare sempre di più l'orario di vendita per coprire le esigenze di una clientela sotto congiuntura e che vede il suo potere di acquisto svanire, dissolversi nella crisi dell'Era del Centro Commerciale. È l'Autarchia, bisogna aiutare il sistema con i pochi mezzi a disposizione, nessuno può esimersi, il cliente è una gallina spennata a cui è rimasta solo la pelle: è a quella che si attacca l'apparato con ogni mezzo persuasivo.    

Al di sopra del carrozzone, c'è un'entità asessuata che si chiama Gruppo o Marchio o Immagine, e chi tenta di infrangere questo cardine non ha possibilità di sopravvivenza. È, appunto, La città senza uscita.


IL CENTRO COMMERCIALE

Se c'è un comune denominatore tra le grandi metropoli, è che le periferie si allargano e i centri storici diventano a misura di consumatore. È cambiato il concetto stesso di movimento, il turismo si lega allo shopping.

Le metropoli cambiano i connotati per mano di un chirurgo che con l'estetica ha poco a che fare. Tutto è funzionale al consumo.  


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 © ENRICO MATTIOLI 2018




STELLE DI POLVERE




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Stelle di polvere su Amazon - versione cartacea


Siamo noi gli artefici del nostro destino oppure le sue trame ci sfuggono e restiamo impotenti di fronte al fato? Talvolta accade che nonostante un impegno feroce, i risultati non siano quelli sperati. Nel tentativo di non avere rimpianti si può sacrificare tutta la vita per accorgersi che il tempo non è buon amico di nessuno.

Riccardo Nola, il protagonista di Stelle di polvere, dopo un’infanzia crudele, scopre da adolescente che la recitazione può avere effetti terapeutici. Il sottobosco dello spettacolo, però, si rivela una selva oscura, dove non è facile orientarsi. Rick ha un talento naturale nello sbagliare la scelta di soci e compagni di lavoro. Questa dote lo accompagna nel percorso della sua carriera artistica. Attore diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, il suo cruccio è di lavorare solo con gli spot pubblicitari, grazie ai pessimi uffici di un impresario dal nome nefasto: Al Sapone. Eppure, i suoi amici lo adorano, lo invidiano, scambiano la sua precarietà per avventura. In seguito a esperienze artistiche di poco conto, Riccardo è costretto a vivacchiare lavorando al mercato rionale, ma al cuor non si comanda: annoiato, si fa affabulare da un vago progetto del suo amico e collega Thomas Albergari di Polonghera, origini nobiliari e famiglia facoltosa. Il piano consiste nel portare in scena (in realtà sulla strada, sui mezzi pubblici o nelle piazze), dei monologhi tratti da un libro sull’impresa dei Mille di Garibaldi, che li condurrà dalla capitale fino in Sicilia. Mentre il Generale riuscì nell’intento di unificare il paese, però, le strade di Thomas e Riccardo prenderanno direzioni diverse.




APPUNTI

Stelle di polvere è un rovesciamento del titolo Polvere di stelle, il film con Alberto Sordi e Monica Vitti. 

Il lavoro di documentazione incontra tante resistenze. Pochi accettano di buon grado che un intruso si insinui nell’ambiente in cui operano e tenti di riprodurlo. Molti troveranno in quel tentativo aspetti trattati marginalmente, ne metteranno in dubbio l’autenticità.

Stelle di polvere, è un testo sull’ambiente dello spettacolo.

La pretesa coatta del massimo risultato con il minimo sforzo è un germe diffuso. Sarebbe opportuno ripetere, invece, che non sempre si raggiungono risultati certi: è un’equazione errata. A volte, purtroppo, perfino in caso di sforzi prolungati, le cose non accadono a causa di motivi disparati o sconosciuti.




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AVVISIAMO LA GENTILE CLIENTELA



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Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome? Le generalità sono il frutto della scelta di altri, presto o tardi, quando entreremo nel mondo del lavoro, quelle lettere diventeranno numeri. Un nomignolo, invece, è legato a un fatto realmente accaduto o a una caratteristica personale e in qualche maniera rivela la nostra reale identità. 

Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati - Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno - l’identità diventa un tema centrale. Mantenerla ed essere coinvolti il meno possibile dall’ossessione di dover comprare, è una faccenda primaria. 


Leopoldo Canapone, protagonista di Avvisiamo la gentile clientela, assiste quotidianamente alla processione di clienti infatuati dagli spot e dalle offerte promozionali. È anche uno che di soprannomi se ne intende, soprattutto, aveva un’identità. Aspirante attore, era sicuro che alla fine, sarebbe entrato negli Studi di Cinecittà. Sbagliò di poche centinaia di metri: anni dopo, timbrava il cartellino nel supermercato adiacente agli stabilimenti cinematografici, ma in fondo, era arte anche quella perché come addetto vendite, doveva indossare una maschera e sorridere al pubblico.   

 

Il cliente è un cliente fottuto e non un fottuto cliente” - Leopoldo Canapone.



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