Uno scrittore dovrebbe scrivere poco, meglio se nulla.


I giovani scrittori sono una specie, se di specie si tratta, che riceve infiniti consigli per il proprio lavoro. È improbabile che sbaglino mossa, visti gli innumerevoli libri pubblicati affinché questi (i giovani scrittori), abbiano chiara la strada. Gli scrittori saggi non riescono a rinunciare all’edizione di scrittura creativa per le nuove leve. Siamo un popolo di navigatori, di esploratori e anche di consiglieri.

Eppure, nonostante il buffet dei suggerimenti sia sempre ricco, i giovani scrittori continuano a chiederne di più e di nuovi, come se i passati non siano di gradimento. È una scena, questa, che ricorda il tizio che continua a cambiare medico perché il suo gli ha vietato di bere.

Non hanno tutti i torti, in effetti, gli scrittori: spesso incontrano l’editore che chiede loro sostegno economico, altre volte l’editore che non paga, molto spesso l’editore che non pubblica per scarsa qualità o assenza della stessa; quindi? Rimane l’auto pubblicazione, quella cosa che tutti possono fare perché non esiste filtro.

Ora dibattere sul ruolo del filtro e dell’addetto ai lavori, in un settore ormai in crisi e che non fa che continuare a raspare nel barile, è facile, inevitabile e perfino sacrosanto. Basterebbe ricordare il clima depressivo del primo giorno alla Fiera della Piccola e Media Editoria del dicembre scorso a Roma.

Quindi, via libera al selfie? Si profilano nuove opportunità: epurati del settore, esperti di editing, correzione di bozze ed elaborazione di file, si uniscono sotto l’ala del colosso internazionale costituendo case editrici virtuali; cioè, l'editore sotto l'ombra dell'amazzone americana. Ahimè, emerge un dato: i costi non incoraggiano l’acquisto on line. Nonostante l’autore (o il nuovo editore) decreti il prezzo della sua opera, questa lievita per le spese di spedizione. I tipi del noto portale a stelle e strisce che vende ogni bene, dicono che se un prezzo è troppo basso, il prodotto libro non avrà la sua esposizione in tutti i canali (e se un prodotto ha una ridotta visibilità, la conseguenza è logica…) perché i costi di produzione superano il ritorno economico.

Un pensiero comune riporta che questa società sia asservita a un degrado generale insanabile, anche perché si legge poco o non si legge per niente, come se quando il tasso di alfabetizzazione era rivolto verso il basso più di adesso, si fosse letto con azione febbrile. Mi chiedo: c’è stato mai un periodo in cui si divoravano libri? 

Emil Cioran annunciava che i libri dovevano essere pericolosi, lasciare una ferita, cambiare la vita del lettore. Il punto, magari, è proprio questo: c’è qualcuno che vorrebbe veramente cambiare la propria esistenza?

Spesso leggo gli articoli dei guru del marketing editoriale, il quali rivelano i segreti delle strategie, la tattica di aggregazione e la caccia al lettore; esplorazioni riguardo ai temi più dibattuti e agli argomenti di maggior interesse.

Nella mia casella di posta giungono post deliranti. Il sistema della comunicazione è al collasso. È importante il click, la condivisione, l'aggregazione. Si crea un gruppo di apostoli (in genere molto più di dodici), dediti al mi piace e al consiglia questo post, ognuno dei quali si aspetta che tutti gli altri ricambino l'attenzione. 

Emerge anche la figura energica e risoluta che in genere minaccia verbalmente, insulta educatamente e avverte chi si azzarda a contraddire che alla prossima cancellerà l'ardito dalle proprie liste. Il risoluto ha successo quanto il profilo democratico di chi tende a ingrassare le fila dei propri seguaci. 

Il denominatore comune è l'artificio. Più o meno come in quei portali per l'autopubblicazione in cui ci si commenta a vicenda e si aggiungono stellette ai libri altrui dopo che l'autore ha fatto altrettanto. A volte ci si scambia perfino l'acquisto appena verificata l'identità di chi ha comprato il tuo. Questo è. 

Vado avanti. 

Credo che ci sia differenza tra la fiction in senso stretto e la verosimiglianza. Nello scrivere e pubblicare il suo personale romanzo stile Pretty Woman, la giovane scrittrice (o il giovane scrittore), riceverà contratti, acquisirà visibilità, magari accrescerà il proprio conto. Ma, che ne sarà della letteratura?

Partendo dal presupposto che ogni espressione artistica è una finzione, nella fiction in senso stretto si tratta perlopiù di sogni, aspirazioni, dell’uno su mille che ce la fa. È un’arte, questa, che serve al singolo. Alimentare i sogni per la maggioranza silenziosa è sempre stato un mercato fruttifero. Parliamoci chiaro, ci sono anche pessimi libri di verosimiglianza e realismo, non c’è dubbio. Qui si cerca solo di evidenziare i tentativi, il compito, l’intento.

Ora, mi auguro sempre che una prostituta incontri il principe, che un ladro si ravveda, che un terrorista metta fiori nel proprio fucile. La vita però è altro, non si sa bene cosa, ma non certo un romanzo d’appendice. 

Credo che chi scrive debba capire cosa vuole fare della sua attività e dove intenda andare con questa. Penso sia necessario interrogarsi sulla funzione dello scrittore o del poeta nella società, su cosa sia la notorietà e non certo perché questa è da disprezzare ma perché è ingiusto sacrificare la propria opera per il suo raggiungimento.

Uno scrittore deve scrivere poco, meglio se niente. Ecco fatto. Perché? Boh, non chiedetemelo. Mi pare paradossale almeno quanto la situazione generale dell’editoria, comprensiva di domanda, offerta, bisogni.

Ed è così che mi pento per tutto quel che ho scritto e pubblicato. Tecniche di scrittura insegnano a scrivere da secoli gli stessi concetti, inventando, se possibile, modi nuovi per esprimerli: vi dirò, nella maniera più originale possibile, non comprate i miei libri e sputatemi addosso.

   


© ENRICO MATTIOLI 2015


 

© Enrico Mattioli 2017