La lettura insegna



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La foto riporta un aforisma di Jonathan Franzen. La correlazione tra lettura e solitudine, però, merita di essere chiarita al fine di superare un equivoco: si legge poco per non rischiare l’emarginazione. E poi, che cosa significa veramente, stare da soli è approfondire la conoscenza di se stessi? O qualcosa del genere? O niente di tutto ciò?

Parto da lontano, quasi per finta. Sigaretta? Molti iniziano a scuola, perché c’è sempre un compagno che fuma. Un elemento per stare in compagnia? Io cominciai regolarmente durante l’anno da militare, spesso per rompere la monotonia di un lungo e solitario servizio di guardia. La sigaretta è compagna del soldato, come un buon sigaro lo è per un guerrigliero. In seguito, diventerà la buona (cattiva) amica durante le pausa di lavoro e la scusa storica per fermarsi qualche attimo prima di riprendere l’attività.

Concretamente, da giovani sentiamo la necessità di trovare sicurezze nel gruppo (o branco). Facciamo di tutto per essere accettati, attirare l’attenzione, allontanare la paura della bocciatura sonora, appunto, la solitudine. Dal tipo più smaliziato al più timido, ognuno accetta gerarchie e regole non scritte. Un aspetto, questo, simile alla griglia di partenza nelle corse in auto: sarà poi la gara (la vita), a stabilire le posizioni finali. Ed è a questo punto, in pista, che s’impara la prima lezione. Nel momento in cui la gara ha inizio, nell’abitacolo sei da solo. A volte anche il tuo compagno di scuderia diventa un rivale.

La concorrenza è quindi un fattore di divisione. Ti spinge a schierarti, a scegliere una parte o l’altra perché chi resta nel mezzo è commiserato e mai stimato o temuto (e l’inimicizia, non dimentichiamo, per taluni è punto d’onore); a volte, quando il tempo è nefasto, il povero ruffiano è perfino perseguitato da tutti. Alla rivalità, perciò, aggiungerai la neutralità come un altro passo verso l’isolamento.      

In generale, troviamo la solitudine dei numeri uno perché tutti i vincitori sono soli. Le regine o i re, lo sono. Gli imperatori, i campioni, i divi. Sono figure acclamate, ma intimamente vivono in isolamento. C’è la solitudine del dimenticato, quella dell’emarginato; dell’individuo in mezzo alla folla in una metropoli sconfinata, la percezione dell’abbandono istituzionale per giungere alla distanza tra elettore ed eletto. La solitudine di coppia, quelle del malato e dell’anziano. Condizioni reali mischiate alle virtuali e che hanno un denominatore comune.

Esiste un modo per difendersi dalla sventura di stare da soli? Forse sì, ed è proprio il non opporsi, il non far nulla.

In città abito a pochi metri da una caserma dei vigili del fuoco. Il mio quotidiano, quindi, è scandito dal rincorrersi di sirene, al punto che ormai non ci faccio più caso. Ed è un problema, questo, immaginate se dovesse andarmi a fuoco la casa: me ne accorgerei quando sono cotti gli hamburger! A parte ciò, quando mi trovo al paese di mio padre, in campagna, rimango devastato dal silenzio. La notte, fatico a prendere sonno. Poi, col passare dei giorni, la nervatura si scioglie e continuo a dormire profondamente, a ogni ora, in ogni posto. Il fisico subisce un contraccolpo e mi coglie una strana indolenza. L’ansia mi pervade, quasi è il panico. Più o meno, è quel che mi accadeva quando passavo degli insoliti periodi in solitudine. Non sapevo come riempirla, non ero in grado nemmeno di decidere cosa mi piacesse fare. Nulla. 

Ecco il primo passo. Piacere, sono solo io, colui il quale abita questo porco corpo, che ha una mente svariante sulla destra e poi sulla sinistra del sentiero, un’anima, forse, che barcolla in preda a un respiro affannato e irregolare, un cuore, lui sì, che lavora sette giorni su sette in accaventiquattro, e l’ha fatto almeno fino a ora. E queste cianche che m’accompagnano sulla nuda terra, le mani per conoscere, toccare, sfogliare le pagine del libro. Perché in fondo ha proprio ragione Franzen: la prima cosa che la lettura ti insegna è come stare da solo.


 

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© ENRICO MATTIOLI 2016


 


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