LIBRI, SOCIAL E COMUNICAZIONE


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti post su libri, editoria, social e comunicazione.

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Il ventre di Parigi


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Il ventre di Parigi di Emile Zola, ha rappresentato per me un momento di lettura tra i più appaganti, cominciato e terminato a Villa Lazzaroni, sulla Via Appia a Roma. 

Mi ero completamente annullato e da una panchina del parco vivevo l’incantesimo di trovarmi tra i chioschi delle Halles e le contrade parigine, tra le botteghe di gastronomia e i carrelli della frutta. Ero realmente immerso nei profumi e nei colori del mercato.

Il ventre, è un testo caratterizzato da influenze pittoriche. Zola fa riferimento, usando il termine macchie, agli artisti macchiaioli. Nelle descrizioni minuziose, c’è l’omaggio all’arte fiamminga e all’esaltazione del particolare, così come nei cambi di luce, riscontriamo la relazione con l’impressionismo di Monet.

Alcune critiche pongono l’accento sul fatto che non sia un capolavoro assoluto ma solo un buon romanzo, io però lo tratterò da un punto di vista squisitamente soggettivo perché l’ho amato.  

Penso che l’inizio sia un momento in cui la descrizione raggiunge già livelli elevati di narrazione mentre la fine, amara, strappa la carne viva dal corpo. Entro questi due punti si anima il microcosmo di Zola e l’interazione tra i personaggi prende corpo, passando tra paradossi tragicomici e simbolismi come la magrezza di Florent che fa da contraltare alla rotondità del fratello e della cognata, espressioni dell’opulenza di quell’ambiente stesso. Il cibo, inteso come benessere, è uno dei temi che unisce trame e storie minori. 

È un testo che non perpetua soltanto la Parigi del 1858 – secondo Impero di Napoleone III – ma diventa uno spaccato della società moderna.  

Il caso, conduce Florent, evaso dal carcere della Caienna dov’era recluso perché oppositore dell’Impero, dal fratellastro Quenu, diventato ricco grazie all’eredità di un loro zio e alla buona gestione della moglie, Lisa, già assistente dello zio. I due accolgono Florent amorevolmente offrendogli anche la sua parte di eredità, cosa che lui, però, rifiuta. Per proteggere Florent dalle domande indiscrete e dalla polizia, i coniugi lo faranno passare per un cugino di Lisa.

Sarà proprio Lisa, preoccupata che l’indole rivoluzionaria del cognato li esponga a nuovi rischi, a segnalare Florent all’autorità, nel momento in cui, attraverso una serie di pettegolezzi l’attività del congiunto diventa di dominio pubblico. Quenu, per codardia, riuscirà solo a piangere lasciando l’incombenza alla moglie e scegliendo di non intromettersi; proprio lui per il quale Florent, da ragazzo, allo scopo di garantirgli un futuro, aveva rinunciato allo studio dedicandosi alla sua educazione.

Come non immedesimarsi nel povero Florent?

Non trovo differenze tra i contadini arricchiti del secolo scorso che giungono alle Halles per vendere le proprie mercanzie, e quegli impiegati d’ufficio animati da morbi parassitari descritti, per esempio, da Villaggio. Le bassezze, le ipocrisie e gli egoismi dei personaggi della bassa borghesia parigina sono gli stessi riscontrabili nella società globalizzata. I ruoli, le poltrone difese per convenienza, sono movimenti comparabili alle trame che portano la pescivendola (La Normanna) e la pizzicagnola (Lisa), rivali storiche, a contendersi la fiducia e la gratitudine di Florent il bisognoso, per poi allearsi sempre contro Florent il sobillatore, quando questi si fa coinvolgere ancora in attività eversive quanto sterili dall’amico Gavard, l’unico a conoscere bene il suo passato.

Chiunque, inserito in un ambiente a lui estraneo, prenda una strada inversa a un ordine conforme, farà, nella maggioranza dei casi, la fine di Florent.

È la storia della difesa del proprio spazio e della propria rispettabilità, sugli intrighi tessuti dalla gente onesta che lavora, ed è a questi personaggi più che mai reali, che l’autore dedicherà l’epitaffio finale.


Il ventre di Parigi



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 




Avrei voluto scrivere Ex cathedra


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Doveva essere solo l’appendice a una mia inutile biografia, poi ho preferito raccontare. Quelli come me, stilano profili non perché glielo chiede l’editore o il critico, ma per ricucire i fili di un percorso anonimo e per quell’egocentrismo che presuppone il pubblico interesse di quanto riportato.

Ai tempi del mio primo lavoro nell’ambito della Grande Distribuzione, ricevetti un provvedimento disciplinare e volevo sfogarmi. Ripresi a scrivere dopo anni di silenzio, a seguito di un’adolescenza spesa (male) nella musica.

Iniziai a comporre un memoriale che si arricchì di aneddoti, a mio parere, divertenti. L’esigenza di esprimere un canto di dolore, lasciò che s’insinuasse anche una presunta attitudine comica e mi persuasi di avere velleità narrative.

Mi trasformai in un carnefice che prendeva in ostaggio amici, colleghi, familiari, attento che ognuno di essi leggesse con partecipazione e divertimento, il prodotto della mia creazione. Diventai permaloso e anche molto solo, infatti, tutte queste persone cominciarono a tenermi distante. Loro aspettavano che la mania sfogasse verso attitudini meno invasive per ognuno, ma perfino il superiore che aveva redatto il provvedimento, maledisse l'istante solenne in cui aveva concepito un mostro.

Nicola era un mio vecchio compagno di scuola media, negli anni eravamo rimasti in contatto. Alle scuole superiori avevamo scelto indirizzi tecnici diversi e lui aveva avuto come insegnante di lettere, Domenico Starnone, autore del libro di successo Ex cathedra, da cui era stato tratto il film di Daniele Lucchetti, La scuola, con Silvio Orlando e Anna Galiena.

Nicola, forse per scaricare su altri le mie torture, disse che avrebbe potuto avvicinare il suo professore, se soltanto questi si fosse ricordato di lui. Poi suggerì di inviargli il manoscritto alla sede del Manifesto, il giornale con cui Starnone collaborava. Lo feci. Andai all’ufficio postale di zona, inviai la raccomandata e restai in attesa: il giorno dopo non mi aveva ancora risposto!

Passarono settimane, mi dimenticai di lui e, per qualche minuto di ogni mia giornata, perfino del manoscritto. Nel frattempo, avevo iniziato a leggere Ex cathedra. Il testo era di un umorismo sottile, si percepiva la grande passione per la scuola pubblica, nonostante le difficoltà in cui il settore versava. La scuola era il protagonista della storia e lui, Domenico Starnone, il narratore. Mi faceva sorridere la sua autoironia, tutti quei personaggi, studenti e docenti, erano degli schizzi mai troppo accentuati, eppure, caratterizzati in modo perfetto. Erano figure che avevo conosciuto con altri nomi e con vezzeggiativi diversi: qualcuno di questi ero io senza dubbio.

Ex cathedra era un viaggio a ritroso negli anni di un’adolescenza che avevo odiato proprio per la presenza dei tormenti scolastici. Quel libro gettò una nuova luce sul passato, rimosso tanto fu amaro, in qualche modo riuscii a esorcizzare un cammino poco entusiasmante, evocando reminiscenze più dolci e nascoste.

Comprai anche il DVD. Lo vidi ripetutamente, Silvio Orlando o Domenico Starnone - ma preferibilmente Anna Galiena – erano i docenti che avrei voluto e che forse avevo realmente frequentato senza saperne cogliere il lavoro.

Poi, Domenico Starnone rispose. Mi scrisse, non so dire ora se gentilmente o sinceramente ma devo credere, almeno per la stima che gli porto, alla seconda ipotesi, dicendo che quella storia era senz’altro divertente, che avrei dovuto sgrezzare uno stile ridondante ma, se la scrittura fosse stata realmente il mio diletto, che avrei dovuto continuare.

Avrei voluto scrivere io Ex cathedra e non ci sono mai riuscito, eppure, riguardo alla mia attività di scrittura, Domenico Starnone, che non ho mai incontrato, è responsabile diretto: se avesse risposto in altro modo, avrei sicuramente deposto le armi.  


Ex cathedra e altre storie di scuola - Domenico Starnone

La scuola - Daniele Lucchetti

  

 


© ENRICO MATTIOLI 2017

 

Uno scrittore



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Gli scrittori stessi, a domanda specifica spiegano con molta difficoltà chi è uno scrittore. Questo perché è un profilo indefinibile che nella realtà non esiste. È lui il primo a essere posseduto dalla storia che racconta: è solo uno dei tanti posseduti dalle storie che ha letto.

Uno scrittore è un assorbente che assimila le scorie della società. Uno scrittore è un bandito che non chiede riscatto. Un esiliato tornato clandestinamente in città che cerca itinerari perduti. Uno scrittore dovrebbe essere un contrabbandiere e un fuggiasco, un emarginato e una puttana incorruttibile. Egli non ha portafogli né passaporto. È un bugiardo che si occupa di verosimiglianza, un imbroglione di corte che sfila le mutande ai reali. Dovrebbe negare qualsiasi forma d’istituzione e di certezza, accompagnare nella perdita costante di se stessi e usare l’utopia come mezzo di espressione.

Uno scrittore dovrebbe ambire alla censura perché se i libri fossero libri, andrebbero vietati. Uno scrittore dovrebbe pubblicare volantini; o scrivere sui muri affinché non ci siano più muri su cui scrivere; stampare a puntate nella carta dei cioccolatini o nei tovaglioli; perfino sulla carta igienica e sulla porta del cesso; sulle schedine del gioco del lotto, nei pacchetti di sigarette, nella carta da regalo.

Entrare in una narrazione è come camminare sulle nuvole e viaggiare per qualche pagina fino a dimenticarsi di se stessi, del tempo e dello spazio intorno. Esserci dentro fino al collo.



 © ENRICO MATTIOLI 2017



Differenze tra autore e scrittore


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Oggi attraverso la rete ognuno può pubblicare un libro. L’auto pubblicazione è una distesa d’acqua, non si possono distinguere le sue delimitazioni e nel mare è possibile trovare di tutto.

Lo scrittore, come era percepito un tempo, non esiste più. Esiste l’autore.

La preparazione di uno scrittore nel passato era diversa: esso attingeva dai propri studi, non da internet. Era anche differente il bacino di lettori perché Dante, Petrarca o Manzoni vivevano in una società in cui il tasso di analfabetismo era alto. Non scrivevano per i posteri, nessuno poteva garantir loro l’immortalità artistica.

Ai nostri giorni quella percentuale è notevolmente ridotta, ma si legge poco. La rete è un posto dove c’è un forte incremento di citazioni. Bukowski è uno dei più gettonati, forse perché la sua prosa si adatta molto al web, ma chi cita Bukowski non è detto che abbia letto Bukowski, anzi. La fretta e la velocità sono i motori che muovono il mondo moderno e queste caratteristiche poco si adattano alla lettura. 

Vivono e vegetano personaggi che sfoggiano frasi in latino, altri che si preparano un compitino - storico, culturale, politico, mistico o misto razziale - prima di uscire di casa, al solo scopo di ridurre una distanza. È una condizione patologica da negare a prescindere, ma l’importante è esagerare, tanto per citare - anche noi - qualcuno. 

Tornando alla scrittura, chi scrive raccoglie dati alla portata di tutti. Internet è come un cervello esterno dove recuperare informazioni. Per affermarsi un autore deve mentire nel miglior modo possibile, deve cioè creare una finzione in cui gli altri possano riconoscersi perché è ciò che porta pubblico (lettori).

Tutti, a scanso di ipocrisia, scrivono per essere letti, ma che questo influenzi una trama o addirittura la scelta di un tema, fa male non soltanto alla narrativa, bensì all’arte tutta. 

Una bella copertina funge anche da componente di arredo, una dedica può impressionare nelle pubbliche relazioni. Tutto quel che non serve spesso va a ruba.  

A che cosa serve un libro? 

A rovinare l’esistenza, a far vacillare le convinzioni, a far tacere chi ha tante certezze. Questo andrebbe scritto sulla copertina, come per le sigarette. 

   

 © ENRICO MATTIOLI 2017






Facebook sta morendo


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Facebook sta morendo. Non mi riferisco a questioni numeriche che presumo floride - anzi, recenti indagini operate da esperti del settore lo confermano perché FB detiene il 77 per cento del traffico delle reti sociali, insieme alle consorelle Messenger, WhatsApp e Instagram. Il colosso di Harward che ha caratterizzato questi anni, sta sfiorendo in quella che è l’essenza di socializzazione e d’interazione virtuale. Facebook è un contenitore di dati e d’informazioni personali, di esistenze affidate al web perché non restino nell’oblio: siamo protagonisti di un’immortalità presunta.

In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti. La profezia abilmente riciclata da Andy Warhol è superata. FB offre la notorietà e lo fa ogni volta che abbiamo bisogno di far sapere che esistiamo, in una costante, illusoria esigenza collettiva. Pubblicare autoscatti, riflessioni e parabole, diventa uno svago che trova sublimazione quando verifichiamo approvazioni e seguito. E non lo ammettiamo, ma ci rincresce di passare inosservati. Un evento ha senso solo se immortalato, perfino le frequentazioni risentono di un’applicazione sul telefono: chi non la istalla, è fuori dal giro.

Facebook è la storia di un romanzo, il proprio. È la nostra esistenza raccontata da noi stessi, che difetta d’imparzialità. È la vita ideale che intendiamo esibire, celando il peggio e mostrando trofei per i posteri. 

Cantava Francesco De Gregori - che non prenderebbe bene l’accostamento - la storia siamo noi e anche Facebook siamo noi, siamo l’uso che ne facciamo. FB sta morendo perché quando pubblichi messaggi rivolti ai defunti, vuoi dire che aspetti una risposta dal de cuius? E quando ti rivolgi al tuo gatto, pensi che lui comprenda? Quando tuo figlio imita le tue labbra a culo di gallina, sei soddisfatto? Dilatazioni da tastiera, certo, che fanno di FB un’inutilità necessaria. 

Ora, risparmia la domanda: Mattioli perché anche tu hai un account Facebook?

Sia chiaro, scrivo di FB e del suo impiego scellerato perché non sono certo meglio di altri. Ho disseminato il web di profili personali con la subdola scusa che avendo un’attività, ne faccio uso promozionale. Alimento questo cimitero per vivi con foto ed epitaffi aggiornati, dove ognuno suona e canta di se stesso, prova ad attirare l’interesse ammiccando o provocando, sfoggiando citazioni che fanno fashion.  

Sono arrivato al capolinea, eppure, rimango ancorato a una vecchia massima che non tiene il passo: quando non hai niente da dire, non dire niente.

La mia, insomma, è solo una dichiarazione di consapevolezza. 



© ENRICO MATTIOLI 2017



La letteratura nella vita di tutti i giorni


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Non c’è aspetto dell’esistenza che la letteratura non abbia già trattato. Si può vivere in modo frenetico condensando ogni esperienza, ma non risolvere le questioni legate alla cognizione. Eppure, basta aprire un libro, non importa quale, e prendere atto del tempo che passa (a volte invano), consapevoli che il fisico non vince mai contro le lancette. Possiamo farci una ragione, smaltire le borie, gestire silenzio e solitudine. 

Alcuni abili scrittori hanno spiegato come sarebbe stato il futuro, altri hanno chiarito cosa stava accadendo nel momento in cui loro stavano scrivendo, altri hanno raccontato che cosa era accaduto prima; altri ancora, hanno narrato come ci si sente in varie circostanze e che cosa si cela dietro un’epoca, un momento, un movimento.

La letteratura racconta la vita e dice che non v’è certezza concreta. È pericolosa e violenta, assassina e crudele, ma non mente. Nell’era della tecnologia, ha cercato di stare al passo con il suo formato elettronico. Eppure, il punto, non è questo. La televisione e i format creano una realtà artificiosa. C’è una società reale che ha ritmi lenti, come - esempio su tutti - l’attesa di un posto di lavoro o l’assistenza sanitaria, e c’è una società virtuale e fintamente virtuosa che vende dicendo di offrire, compra raccontando di liberare, raggira dicendo di giocare, una società che è indubbiamente più veloce e alla portata delle masse. Consuma e ricrea in serie a ritmi vertiginosi. Ti cerca direttamente a casa, bussa alla porta - spesso non bussa ed entra senza annunciarsi - ti chiama al telefono offrendo servizi non richiesti e insiste, persevera camuffando la voce.

Sono tutte metafore. Non è solo questo e non è soltanto quello, sono tutti questi aspetti insieme. Sono disturbi che meriterebbero di essere evocati da un punto di vista narrativo, eppure, diventando consuetudine - come ogni disagio che si rispetti - si finisce per conviverci. E scivolano via, come scivola una schiuma neutra, eludendo le maglie di qualsiasi narrazione letteraria, tali a un fatto consolidato che non merita considerazione alcuna.

La funzione della letteratura non è quella di stare al passo con una realtà virtuale che confeziona miti, ricrea illusioni e vende promesse: se ha una funzione è di raccontare il reale da cui ognuno, però, è distante perché la connessione sostituisce la comunicazione.     



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© ENRICO MATTIOLI 2017


         

 

Alla vita, così com'è.



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Ognuno conduce una battaglia sacrosanta per il proprio stato sociale. Chiunque, marca il terreno per proteggerlo dalla causa altrui che, se assecondata, minerebbe quel territorio inviolabile.

Non mi riferisco a questioni internazionali o di politica ordinaria. Io mi rivolgo alla vita, così com’è. Alla ferocia inconscia di taluni sottili ricatti. M’indigno, sì, come un certo comune pensare m’impone; ne faccio questioni, mi schiero, aborro e resto basito: come non potrei?

Percepisco il silenzio scendere come la neve che non fa rumore, quando apprendo dell’abbandono al proprio destino, tanto di un vecchio rincoglionito quanto di una bestia ormai cresciuta. O della fine di un’amicizia che lascia a disagio e in genere per qualsiasi cosa non serva più e intralci la strada a qualcuno. Accade per non urtare la serenità di una convivenza o solo per la propria tranquillità. Lo strazio del più debole, dopotutto, col passare del tempo diventa flebile. È soltanto la vita, così com’è.

Lo stesso Guy de Maupassant nel romanzo Bel Ami, narra la scalata di George Duroy nella Parigi del diciannovesimo secolo. Militare in congedo, trasferitosi nella capitale con impiego alle Ferrovie, George osserva la vita agiata dell’alta società parigina e si consuma per l’invidia. Casualmente incontra un vecchio commilitone, ora caporedattore de La vie française. Costui lo incoraggia a intraprendere la carriera nel giornalismo, presentandogli le persone giuste: sta creando un mostro. Rinnegando le origini modeste, da uomo ambizioso e da gran seduttore qual è, Duroy avvierà un’arrampicata che lo porterà a manipolare uomini potenti e donne intelligentissime. Privo di scrupoli, George Duroy rappresenta il mediocre determinato che usa chiunque e qualunque mezzo per arrivare al successo.     

Nella vita, così com’è, il successo sarebbe già rappresentato dall’evitare gli inconvenienti. Le abitudini, anche le sbagliate, si adattano alla postura di chiunque. Ognuno ha dei motivi superiori, nell’arco di quello che Bukowski definisce in Hollywood Hollywood, il tritacarne umano dell’esistenza. Le cronache sviluppano l’intransigenza e il senso di giustizia, riguardo alla società in cui vivi. Poi, nel privato, lontano dai riflettori, diventi un giudice compiacente con te stesso. Le cronache ti esaltano, sì, il tuo equilibrio resta così fragile. Basta un niente, quando ti muovi nei margini stretti del panico, e il controllo che credevi di avere, vola via. C’è da chiedersi, quando quel che resta intorno è desolazione, emarginazione, come si riesca a vivere ugualmente.

Riflessione di bassa retorica. George Duroy è una matrice ben raffigurata, perfino sconosciuta a chi non ha letto Bel Ami, ma il suo spirito, comunque si voglia definirlo, aleggia in qualsiasi tipo di società che mente umana sia in grado di percepire. E non serve nemmeno leggere Maupassant, dopotutto. Duroy il mediocre, è chiunque. È soltanto la vita, così com’è.



Il bamboccioneLEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2017 


 

La lettura insegna



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La foto riporta un aforisma di Jonathan Franzen. La correlazione tra lettura e solitudine, però, merita di essere chiarita al fine di superare un equivoco: si legge poco per non rischiare l’emarginazione. E poi, che cosa significa veramente, stare da soli è approfondire la conoscenza di se stessi? O qualcosa del genere? O niente di tutto ciò?

Parto da lontano, quasi per finta. Sigaretta? Molti iniziano a scuola, perché c’è sempre un compagno che fuma. Un elemento per stare in compagnia? Io cominciai regolarmente durante l’anno da militare, spesso per rompere la monotonia di un lungo e solitario servizio di guardia. La sigaretta è compagna del soldato, come un buon sigaro lo è per un guerrigliero. In seguito, diventerà la buona (cattiva) amica durante le pausa di lavoro e la scusa storica per fermarsi qualche attimo prima di riprendere l’attività.

Concretamente, da giovani sentiamo la necessità di trovare sicurezze nel gruppo (o branco). Facciamo di tutto per essere accettati, attirare l’attenzione, allontanare la paura della bocciatura sonora, appunto, la solitudine. Dal tipo più smaliziato al più timido, ognuno accetta gerarchie e regole non scritte. Un aspetto, questo, simile alla griglia di partenza nelle corse in auto: sarà poi la gara (la vita), a stabilire le posizioni finali. Ed è a questo punto, in pista, che s’impara la prima lezione. Nel momento in cui la gara ha inizio, nell’abitacolo sei da solo. A volte anche il tuo compagno di scuderia diventa un rivale.

La concorrenza è quindi un fattore di divisione. Ti spinge a schierarti, a scegliere una parte o l’altra perché chi resta nel mezzo è commiserato e mai stimato o temuto (e l’inimicizia, non dimentichiamo, per taluni è punto d’onore); a volte, quando il tempo è nefasto, il povero ruffiano è perfino perseguitato da tutti. Alla rivalità, perciò, aggiungerai la neutralità come un altro passo verso l’isolamento.      

In generale, troviamo la solitudine dei numeri uno perché tutti i vincitori sono soli. Le regine o i re, lo sono. Gli imperatori, i campioni, i divi. Sono figure acclamate, ma intimamente vivono in isolamento. C’è la solitudine del dimenticato, quella dell’emarginato; dell’individuo in mezzo alla folla in una metropoli sconfinata, la percezione dell’abbandono istituzionale per giungere alla distanza tra elettore ed eletto. La solitudine di coppia, quelle del malato e dell’anziano. Condizioni reali mischiate alle virtuali e che hanno un denominatore comune.

Esiste un modo per difendersi dalla sventura di stare da soli? Forse sì, ed è proprio il non opporsi, il non far nulla.

In città abito a pochi metri da una caserma dei vigili del fuoco. Il mio quotidiano, quindi, è scandito dal rincorrersi di sirene, al punto che ormai non ci faccio più caso. Ed è un problema, questo, immaginate se dovesse andarmi a fuoco la casa: me ne accorgerei quando sono cotti gli hamburger! A parte ciò, quando mi trovo al paese di mio padre, in campagna, rimango devastato dal silenzio. La notte, fatico a prendere sonno. Poi, col passare dei giorni, la nervatura si scioglie e continuo a dormire profondamente, a ogni ora, in ogni posto. Il fisico subisce un contraccolpo e mi coglie una strana indolenza. L’ansia mi pervade, quasi è il panico. Più o meno, è quel che mi accadeva quando passavo degli insoliti periodi in solitudine. Non sapevo come riempirla, non ero in grado nemmeno di decidere cosa mi piacesse fare. Nulla. 

Ecco il primo passo. Piacere, sono solo io, colui il quale abita questo porco corpo, che ha una mente svariante sulla destra e poi sulla sinistra del sentiero, un’anima, forse, che barcolla in preda a un respiro affannato e irregolare, un cuore, lui sì, che lavora sette giorni su sette in accaventiquattro, e l’ha fatto almeno fino a ora. E queste cianche che m’accompagnano sulla nuda terra, le mani per conoscere, toccare, sfogliare le pagine del libro. Perché in fondo ha proprio ragione Franzen: la prima cosa che la lettura ti insegna è come stare da solo.


 

La città senza uscita: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2016


 


Scrittori senza notorietà


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Ho capito che uno scrittore doveva scrivere poco e niente, solo dopo aver scritto troppo. Scrivere è una condizione dello spirito e a volte anche dell’alcol: ci sono dosi sufficienti di poesia nel vino o nella birra e non bisogna giocare a essere Bukowski per rendersene conto; ci sono dosi di prosa e poesia anche nell’acqua, dopotutto.

Scrivere non significa pubblicare. Una bella camminata per il proprio quartiere, lenta, serve a scrivere ma soprattutto a passare meglio il tempo. Ho letto in qualche articolo che scrivere vuol dire creare un mondo ideale e allora, se ciò è possibile, occorre applicare questa regola alla propria esistenza e renderla più accettabile.

Uno scrittore senza notorietà, pur essendo cosciente che in un altro mondo, in un’altra epoca, si sarebbe compiaciuto della propria arte e ne avrebbe tratto giovamento, deve trovare una pace interiore convivendo con quell’anonimato e farsene una ragione. Se è almeno soddisfatto di quando prodotto, sarà ricompensato.

Uno scrittore senza notorietà, fa ancora la spesa dal pizzicagnolo, cerca un buon fornaio e una cantina sociale. Beve birra artigianale e non perché spendere gli piace, ma solo per non dar olio alle catene. Spesso - e non per questo - rimane senza conio e deve aspettare l’agognato ventisette perché - l’avevo già dimenticato - quel tipo di scrittore che scrittore poi non è, offre le natiche a un padrone che lo campa con un altro impiego e non sa delle presunte velleità.

Lo scrittore senza notorietà, gode una pratica contemplazione, si sente confortato delle quattro trattorie che ben frequenta, divide il desco con camionisti ed operai, ma non per questo a prescindere lusinga, come un distinto radicale.

E cosa dire, poi, di quel che ci governa, di chi segue una traccia ma non la inventa, di chi svilisce e sminuisce? A un primo impeto, lui ne farebbe brace per castagne, ma poi perché parlarne di continuo, fino a invelenirsi il sangue?

Da che mondo è mondo, ogni apparato ha confuso, strozzato e sbeffeggiato, eccetto quei sistemi di giustizia popolare che, se mai hanno trionfato, una ragione ci sarà, come pure esiste un responsabile di questa castrazione e che, vuoi vedere, è proprio quel modo imperante che non è mai cambiato ma soltanto, s’è evoluto?    

Consapevole che presto o tardi ogni cosa svanisce, lo scrittore senza notorietà, sorride al letto amico quando a dormire se ne va. 



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Libro o e-book? Questo non è il problema


Tutto sommato, io proporrei un referendum.

Chi scrive, chi deve vendere un’opera, a mio modesto avviso, non dovrebbe nemmeno porsi la domanda. Va bene qualsiasi formato, anche la pietra o l’intonaco. In tempo di guerra, ogni buco è trincea e il libro è una trincea. Per difendersi da cosa? Boh!

Questa polemica ha senso nella musica, perché è innegabile che il vinile, per gli audiofili, sia preferibile al file mp3 o al cd anche se dipende da quello che ascolti. Mi sono commosso ascoltando musicisti suonare in posti dall’audio pessimo e sono rimasto indifferente innanzi a watt atomici!

Direi, per provare a dare subito una risposta, che la giusta chiave dovrebbe darla sempre il contenuto. Un’emozione è un’emozione, che sia suscitata dalla carta o da byte elettronici, fa lo stesso.

Nell’era digitale, storcere il naso davanti al libro elettronico, è paradossale. Viviamo con il mondo in mano, anzi, al polso, visti gli ultimi prodotti usciti che ci danno l’ora, il tragitto, i messaggi e le mail, come se fossero semplici orologi. Siamo tanti bersaglieri che anziché correre e suonare la tromba, camminano e consultano il telefono o la tavola, senza guardare la strada. Dobbiamo controllare nevroticamente i social, però ci stizziamo se si parla di e-book.

Quando chiedo a qualcuno dell’ultimo libro letto, lui non ricorda oppure non rammenta nemmeno quando ha letto per l’ultima volta un libro. Comincia a sparare titoli a raffica o far cronaca del proprio privato, di dove era e con chi e perché.

Diciamo la verità: chi legge poco su carta, non legge mai in elettronico. Il Reader potrebbe invogliare i patiti dell’elettronica, ma anche farli smettere il giorno seguente (e ci troviamo nel campo delle ipotesi). La carta potrebbe essere il passaggio all’elettronica, ma, in definitiva, io parafraserei il filosofo Massimo Catalano a Quelli della notte: chi legge, legge; chi non legge, non legge. 



Riprendo il concetto di Maurizio Maggiani, attraverso cui lo scrittore di Castelnuovo Magra, sostiene  in un'intervista che l’editoria è già digitale da trent’anni: cambia solo il processo finale - prima in carta e adesso anche in elettronico - ma il progetto libro rimane immutato. 

È possibile che la questione primaria sia nella percezione asettica dell’e-book in quanto fruibile attraverso lo strumento del Reader e che in qualche modo, per molti, limita l’immaginazione, rispetto a una prospettiva (intesa a livello sensoriale, non come possibilità) più ampia che offre la carta.  

I sostenitori dell’e-book affermano che il problema riguarda la materialità (l’oggetto), che nel formato elettronico sparisce. Io sono d’accordo a metà: sparisce per quanto riguarda l’opera, ma si sposta allo strumento di lettura.

Riguardo alle caratteristiche tecniche (non da sottovalutare) occorre fare una distinzione tra i mezzi: il Tablet, esalta la multimedialità perché non serve solo per leggere, il Reader si usa solo per la lettura e per scaricare e-book, le nuove versioni portano anche qualcosa in più, ma si tratta di sottigliezze.

Il Tablet sarà forse usato più dai lettori occasionali ma ha di contro la retroilluminazione che non è un toccasana per la vista, mentre il Reader monta la versione e-ink che offre l’effetto pagina di carta.   

I dati riguardo al mercato sono contrastanti, sia in Italia e sia negli Stati Uniti, soprattutto, sono fortemente indirizzati dalle case produttrici, perciò bisogna tenerne conto solo in parte. Certo è che oltreoceano il Reader ha una diffusione maggiore.

A concludere, la lettura, il mezzo e lo scopo, sono una scelta personale, ma credo che ogni fazione o partigianeria siano assolutamente futili.   


© ENRICO MATTIOLI 2016   

   


    

 


© Enrico Mattioli 2017