Il ventre di Parigi


leshalles


Il ventre di Parigi di Emile Zola, ha rappresentato per me un momento di lettura tra i più appaganti, cominciato e terminato a Villa Lazzaroni, sulla Via Appia a Roma. 

Mi ero completamente annullato e da una panchina del parco vivevo l’incantesimo di trovarmi tra i chioschi delle Halles e le contrade parigine, tra le botteghe di gastronomia e i carrelli della frutta. Ero realmente immerso nei profumi e nei colori del mercato.

Il ventre, è un testo caratterizzato da influenze pittoriche. Zola fa riferimento, usando il termine macchie, agli artisti macchiaioli. Nelle descrizioni minuziose, c’è l’omaggio all’arte fiamminga e all’esaltazione del particolare, così come nei cambi di luce, riscontriamo la relazione con l’impressionismo di Monet.

Alcune critiche pongono l’accento sul fatto che non sia un capolavoro assoluto ma solo un buon romanzo, io però lo tratterò da un punto di vista squisitamente soggettivo perché l’ho amato.  

Penso che l’inizio sia un momento in cui la descrizione raggiunge già livelli elevati di narrazione mentre la fine, amara, strappa la carne viva dal corpo. Entro questi due punti si anima il microcosmo di Zola e l’interazione tra i personaggi prende corpo, passando tra paradossi tragicomici e simbolismi come la magrezza di Florent che fa da contraltare alla rotondità del fratello e della cognata, espressioni dell’opulenza di quell’ambiente stesso. Il cibo, inteso come benessere, è uno dei temi che unisce trame e storie minori. 

È un testo che non perpetua soltanto la Parigi del 1858 – secondo Impero di Napoleone III – ma diventa uno spaccato della società moderna.  

Il caso, conduce Florent, evaso dal carcere della Caienna dov’era recluso perché oppositore dell’Impero, dal fratellastro Quenu, diventato ricco grazie all’eredità di un loro zio e alla buona gestione della moglie, Lisa, già assistente dello zio. I due accolgono Florent amorevolmente offrendogli anche la sua parte di eredità, cosa che lui, però, rifiuta. Per proteggere Florent dalle domande indiscrete e dalla polizia, i coniugi lo faranno passare per un cugino di Lisa.

Sarà proprio Lisa, preoccupata che l’indole rivoluzionaria del cognato li esponga a nuovi rischi, a segnalare Florent all’autorità, nel momento in cui, attraverso una serie di pettegolezzi l’attività del congiunto diventa di dominio pubblico. Quenu, per codardia, riuscirà solo a piangere lasciando l’incombenza alla moglie e scegliendo di non intromettersi; proprio lui per il quale Florent, da ragazzo, allo scopo di garantirgli un futuro, aveva rinunciato allo studio dedicandosi alla sua educazione.

Come non immedesimarsi nel povero Florent?

Non trovo differenze tra i contadini arricchiti del secolo scorso che giungono alle Halles per vendere le proprie mercanzie, e quegli impiegati d’ufficio animati da morbi parassitari descritti, per esempio, da Villaggio. Le bassezze, le ipocrisie e gli egoismi dei personaggi della bassa borghesia parigina sono gli stessi riscontrabili nella società globalizzata. I ruoli, le poltrone difese per convenienza, sono movimenti comparabili alle trame che portano la pescivendola (La Normanna) e la pizzicagnola (Lisa), rivali storiche, a contendersi la fiducia e la gratitudine di Florent il bisognoso, per poi allearsi sempre contro Florent il sobillatore, quando questi si fa coinvolgere ancora in attività eversive quanto sterili dall’amico Gavard, l’unico a conoscere bene il suo passato.

Chiunque, inserito in un ambiente a lui estraneo, prenda una strada inversa a un ordine conforme, farà, nella maggioranza dei casi, la fine di Florent.

È la storia della difesa del proprio spazio e della propria rispettabilità, sugli intrighi tessuti dalla gente onesta che lavora, ed è a questi personaggi più che mai reali, che l’autore dedicherà l’epitaffio finale.


Il ventre di Parigi



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 




© Enrico Mattioli 2017