Facebook sta morendo


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Facebook sta morendo. Non mi riferisco a questioni numeriche che presumo floride - anzi, recenti indagini operate da esperti del settore lo confermano perché FB detiene il 77 per cento del traffico delle reti sociali, insieme alle consorelle Messenger, WhatsApp e Instagram. Il colosso di Harward che ha caratterizzato questi anni, sta sfiorendo in quella che è l’essenza di socializzazione e d’interazione virtuale. Facebook è un contenitore di dati e d’informazioni personali, di esistenze affidate al web perché non restino nell’oblio: siamo protagonisti di un’immortalità presunta.

In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti. La profezia abilmente riciclata da Andy Warhol è superata. FB offre la notorietà e lo fa ogni volta che abbiamo bisogno di far sapere che esistiamo, in una costante, illusoria esigenza collettiva. Pubblicare autoscatti, riflessioni e parabole, diventa uno svago che trova sublimazione quando verifichiamo approvazioni e seguito. E non lo ammettiamo, ma ci rincresce di passare inosservati. Un evento ha senso solo se immortalato, perfino le frequentazioni risentono di un’applicazione sul telefono: chi non la istalla, è fuori dal giro.

Facebook è la storia di un romanzo, il proprio. È la nostra esistenza raccontata da noi stessi, che difetta d’imparzialità. È la vita ideale che intendiamo esibire, celando il peggio e mostrando trofei per i posteri. 

Cantava Francesco De Gregori - che non prenderebbe bene l’accostamento - la storia siamo noi e anche Facebook siamo noi, siamo l’uso che ne facciamo. FB sta morendo perché quando pubblichi messaggi rivolti ai defunti, vuoi dire che aspetti una risposta dal de cuius? E quando ti rivolgi al tuo gatto, pensi che lui comprenda? Quando tuo figlio imita le tue labbra a culo di gallina, sei soddisfatto? Dilatazioni da tastiera, certo, che fanno di FB un’inutilità necessaria. 

Ora, risparmia la domanda: Mattioli perché anche tu hai un account Facebook?

Sia chiaro, scrivo di FB e del suo impiego scellerato perché non sono certo meglio di altri. Ho disseminato il web di profili personali con la subdola scusa che avendo un’attività, ne faccio uso promozionale. Alimento questo cimitero per vivi con foto ed epitaffi aggiornati, dove ognuno suona e canta di se stesso, prova ad attirare l’interesse ammiccando o provocando, sfoggiando citazioni che fanno fashion.  

Sono arrivato al capolinea, eppure, rimango ancorato a una vecchia massima che non tiene il passo: quando non hai niente da dire, non dire niente.

La mia, insomma, è solo una dichiarazione di consapevolezza. 



© ENRICO MATTIOLI 2017



© Enrico Mattioli 2017