E così, vorresti fare lo scrittore?


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L’arte nella vita dell’uomo ha una funzione fondamentale, che sia elemento di evasione o di cultura, rappresenta un occhio sul passato, sul presente e sul futuro. L’espressione creativa aiuta a comprendere l’esistenza il cui senso spesso sfugge. 

Qualche anno fa, scrissi un post (Il libro è morto) in cui sostenevo che Dante o Manzoni, nel loro tempo, non vantavano schiere di lettori. Parliamo di periodi in cui buona parte della popolazione non sapeva scrivere e leggere. 

Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, l’analfabetismo era vicino al 75 per cento. Quando faccio riferimento a questi dati, non intendo trascurare il credito, per esempio del Manzoni, nei circoli e negli ambienti letterari della sua epoca, ma soltanto che la letteratura non era un fenomeno di massa, almeno nell’accezione attuale del termine. 

In Fermo e Lucia, 1821, primo impasto de I Promessi Sposi, Manzoni percepiva che il linguaggio usato e l'esposizione non erano realistici con i tempi e optò per l’opzione generica del toscano. Nel 1827 realizzò un viaggio a Firenze dove restò per quattro mesi, costatando come le espressioni della nobiltà fiorentina fossero somiglianti con quelle usate dal popolo e scelse il fiorentino. Nel 1840, la pubblicazione fu definitiva. 

Il volgare fiorentino, già stato usato dal sommo Alighieri ne La Divina Commedia, circa cinquecento anni prima - tra il 1306 e il 1321, le date su Dante sono approssimative - stabilì il dialetto toscano come lingua italiana. 

La Divina Commedia, determinò il nascere del movimento poetico sviluppatosi a Firenze tra la fine del 1200 e il 1310, definito Dolce Stil Novo, che segna il passaggio dalla lingua volgare a uno stile più ricercato ed elevato. Dante superò il suo tempo non solo per l’immortalità dell’opera ma perché con questa, andò oltre a un’immaginaria asticella culturale. 

Caratterizzata da una forma allegorica, ne La Divina Commedia il mondo è distinto in una realtà storica effettiva, e il sopramondo, cioè la stessa realtà trasferita su un piano morale e ultraterreno, questo prima ancora che ai giorni nostri, in tutt’altre circostanze, si parlasse del mondo di sopra e del mondo di mezzo. Forzando i termini, possiamo affermare che Dante sfondò il muro del reale e del virtuale già nel 1300.

Battute a parte, l’Alighieri e il Manzoni sono accomunati dal duro lavoro e dalla volontà di farsi comprendere. Da un rapido calcolo, l’opera di Dante ha richiesto circa quattordici anni di scrittura e studio, quella del Manzoni, considerando la prima stesura e la pubblicazione finale, circa diciannove. 

Le ricerche creative e di linguaggio, le revisioni, il lavoro di documentazione, testimoniano lo sforzo di elevare le proprie opere oltre il metodo efficace delle rispettive epoche. 

Quando si tratta di consigli ai giovani scrittori, a mio avviso, non c’è troppo altro da aggiungere, anche se Dante e don Alessandro, non rappresentano un parametro (altrimenti nessuno scriverebbe più una riga). Li cito con estrema sintesi perché rappresentano le mie reminiscenze scolastiche, cosciente che la loro incidenza e il loro spessore, richiedono ben altri approfondimenti.

Arrivando ai giorni nostri (più o meno), Jack Kerouac, glorioso autore di Sulla strada, conduceva una vita molto simile a quella dei personaggi descritti e se ne fregava della vita stessa; come lui, Charles Bukowski: ai reading letterari la gente andava a vedere Buk, nell’attesa che questi, ciucco fino al midollo, tirasse una bottiglia in testa a qualcuno. Nonostante fosse immagine anche quella e, in questo senso si trattava di numeri compresi nello spettacolo, tutto era autentico, primo fra tutti lui, Bukowski. 

Raymond Carver, pur con gli stessi problemi di alcol degli altri due, conduceva una vita meno anticonformista, ma le cose che scriveva, erano coerenti con la sua vita stessa: storie di persone in difficoltà alle prese con un pericolo imminente, il ruolo quasi fisico dell’elettrodomestico. Il suo lavoro è caratterizzato dalla ricerca stilistica, dall’omissione o essenzialità eppure il buon Raymond non amava l’etichetta di minimalista, termine in cui non s’è mai riconosciuto. 

M’è capitato spesso di sentire artisti, il cui campo di pertinenza non è la scrittura, affermare adesso voglio scrivere un libro, e tutto ciò rivela la considerazione inconscia che molti hanno di questa forma artistica, come se l’approccio fosse semplice o banale e bastasse del tempo da perdere per poterla affrontare. 

Altre volte, faccenda più deprimente, ho ascoltato lo stesso concetto uscire dalla bocca di professionisti che praticano mestieri decisamente lontani da ogni tipo di espressione creativa.

Quelli che seguono sono i miei personalissimi consigli a chi si appresta a scrivere, ma prima di tutto una domanda: perché farlo? 

Molti scrittori hanno passato buona parte dell’esistenza in forti ristrettezze economiche, in precarie condizioni di salute, aspettando la notorietà che è arrivata in età avanzata; alcuni hanno avuto una vita breve.

Se proprio dovete scrivere, quindi, ricordate la lettura, la coerenza e l'autenticità; la pazienza. E il passeggio, perché passeggiare aiuta la digestione ma anche la riflessione. 

« Qualcuno in uno di questi posti... mi chiese: "Cosa fai? Come scrivi, come crei?" Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l'immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico. »

Charles Bukowski



 © ENRICO MATTIOLI 2018





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