Cultura


La cultura di Pier Paolo Pasolini - Quelle che amo di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Non lo dico per retorica, ma perché la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione (ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice - Pier Paolo Pasolini


Approssimativamente, questi pensieri risalgono a trentacinque o più anni fa. Credo che oggi quelle persone semplici che non abbiano fatto nemmeno la quarta elementare, non esistano. Ma non per via della scuola: la televisione, oggi, è la scuola. Il linguaggio è omologato da internet, dal telefonino e dalla tv, appunto. Pasolini ne faceva, a ragione, un ritratto feroce e si riferiva alla televisione di allora; oggi il baratro è più profondo perché l'analfabeta al quale Pier Paolo guardava, viene ora svezzato dal tubo catodico e non dalla scuola o da flebo culturali. Oggi la semplicità, la grazia, la purezza, la naturalezza (e si permetta anche a me di scriverlo, NON PER RETORICA), è solo nell'animale. Se si cerca un rapporto autentico, non alienato, in cui le parole servono letteralmente a nulla, dove nello sguardo non esiste quella falsità regolare e programmata, tutto ciò non è nell'essere umano, ma nelle bestie. 


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Le mie Americhe. America come sogno, leggenda, viaggio, arte, vita. Ognuno (credo) suo malgrado, ne è impregnato. Amo la congiunzione che parte dal delta del Mississipi, passa per Nashville, tocca Memphis e dà origine al rock and roll. Amo il blues e i suoi puristi, il jazz. Broadway, Manhattan, i film. Così come amo la  narrativa americana, Bukowski e Fante, Carver e Kerouac. Questa è la mia America. Se l’America è sogno, amo quei luoghi dove un certo tipo di cultura arriva, parte e torna. Perciò, amo la musica inglese dei decenni trascorsi e che da Liverpool, Londra e ogni parte del Regno Unito arrivò negli Stati Uniti.

Ognuno di noi nella sua mente conserva una mitologia che può chiamare America o in un altro modo, penso che esistano e coesistano tante americhe. Quella pulsante del centro del continente e l’America del sud, le sue popolazioni dignitose che conservano le proprie culture millenarie, nonostante i flussi e le contaminazioni occidentali. Questo  patrimonio artistico e culturale resiste al tempo, nello stesso modo naturale e faticoso con cui noi viviamo e lo percepiamo.

I miei scritti, volenti o nolenti, risentono di tutto ciò, anche quando non ne tratto direttamente o implicitamente. Nei miei racconti si ripetono (me ne sono reso conto da poco tempo) fermate di autobus e metropolitane, mercati rionali e supermercati, luoghi comuni a molti altri posti del mondo eppure ognuno con un proprio animus. Nei mie romanzetti  porto le cose che ho letto dai maestri della narrativa (o quelli che io ritengo tali), luoghi che ho visto o immaginato. Se c’è qualcosa di buono nelle cose che scrivo è dovuto soltanto a tutto ciò. 


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Termini geneticamente modificati dalla pubblicità. Tempo fa un collega di lavoro mi raccontò una storia. La figlia gli chiedeva dei soldi per l’acquisto di un nuovo cellulare, assicurando che li avrebbe restituiti in sei comode rate. Ridemmo, io e lui, per quell’uscita. Sei comode rate, ma chi è che parla così? Complice l’accusa di una mia proverbiale pesantezza cosmica, cominciai a riflettere tra me e me. Pensai con arbitrio che i ragazzi definiscono delle rate comode perché, nella maggioranza dei casi, non sono loro a sottoscriverle. Quando ero più giovane guardavo a questo genere di cose come si guarda uno scaffale pericolante che prima o dopo cadrà sulla testa di qualcuno o ancora peggio, a un effetto domino sull’esistenza. Probabile che gli atteggiamenti di morigeratezza appartengano al folclore dello scaramantico che teme la sfiga oppure al timor di Dio del credente che presagendo giudizio e condanna, tenta di comportarsi a modo e talvolta è colto a parlare da solo, quando in realtà dialoga (o è convinto di farlo) col suo Signore, pregandolo di accoglierne le suppliche. 

Umorismo a parte, è il linguaggio pubblicitario che con luce distorta indica la direzione, quello che ti perseguita su internet o per posta, la vecchia finanziaria che continua a messaggiare anche dopo anni che hai esaurito il debito e vuole premiarti perché sei stato un ottimo pagatore. Sono i termini geneticamente modificati, svuotati della propria etimologia e farciti nuovamente di altri significati. Se la ragazza che parla di sei comode rate da restituire al padre, parlerà di comode rate anche quando sarà una madre di famiglia con problemi di bilancio ben sapendo che le rate non sono certo comode, vorrà dire che quel che lei avrà assimilato sarà stata un’alterazione impropria del termine che condurrà a una miopia di massa, all’olocausto linguistico e dell’espressività delle persone.

La pubblicità da una parte è l’anima del commercio, dall’altra è uno spirito infetto che attacca un organismo debilitato come la nostra comunità. Si insinua come un virus, anzi è un trojan killer, un’applicazione apparentemente innocua che nasconde un morbo fatale. E pensare che noialtri lo abbiamo preso da ragazzini, si chiamava Carosello e ancora oggi lo ricordiamo con affetto e nostalgia. Se siamo ancora qui, è solo perché siamo abituati a tutto e i nostri pensieri sono anestetizzati, le nostre anime sono simili a quelle dei ratti che vivono nelle fogne e mangiano di tutto perché il proprio organismo, ormai, è impermeabile a qualsiasi veleno. Dato che anche questa metafora dei ratti la usavo in Storie di qualunquisti anonimi, vuoi vedere che queste righe diventano una mera pubblicità a un vile libro?


© ENRICO MATTIOLI 2013 

   



© Enrico Mattioli 2017