Lettere dal pub - Richards



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Possiedo molte cose, ma sono immaginarie. Il rock ha significato tanto e continua a rappresentare molto. Ne ho bisogno, eppure non mi basta solo la musica. Voglio loro, quelli che il rock l’hanno fatto e facendolo, hanno fottuto per sempre anche me. 

Inventare un posto come questo, era l’unica maniera per aver a che fare con i miei diletti. È tutto nella mia testa, è solo nella mia immaginazione. È solo rock and roll. 

È un posto sacro, il pub. Sacralità e rock and roll: beh, voi sapete com’è, no? Le panche, i tavoli, lo stile Urban e la sua atmosfera metropolitana, questo silenzio monastico che alimenta la fantasia, o forse è soltanto colpa della birra che mi fa vaneggiare, che importanza ha?

Due tizi siedono a tre tavoli dal mio. Il tintinnio dei loro boccali mi desta dalle mie considerazioni. Quando riconoscono l’uomo che entra e siede al mio tavolo, i due continuano a girarsi. Non sono geloso, m’infastidiscono gli sguardi fissi.

 

- Succede perché non ci sei abituato – dice l’uomo.

- Oh, ciao zio. Leggi anche nel pensiero?

- Ne ho viste talmente tante che ho sviluppato certe abilità…

- Oh, non ne dubito…

- Beh, insomma, che cavolo vuoi?

- Ho letto il tuo libro.

- Bene.

- È bello.

- Mmm…

- Una vita da vero scellerato del rock. Bella pietra, non potrebbe mancare nella mia libreria.

- Yeah, lo penso anch’io, ma…

- Cosa?

- Come on, dopo tutti questi salamelecchi, stai per dirmi qualcosa che non t’è piaciuto…

- No. Cioè…

- E quindi?

- Ok. Perché quel capitolo sul pisello di Jagger?

- Oh, non ho rovinato l’immagine a nessuno. Mick, comunque, non avrebbe potuto competere con il membro di Hendrix o con quello di Zappa… e nemmeno col mio, dopotutto…

- Io penso che non sia stato corretto soffermarsi sulle dimensioni del sesso di Mick…

- Scherzi? Sono cose interessanti. I fans impazziscono, ah, ah, ah…

- Io mi chiedo che bisogno c’era di soffermarsi su una tale questione…

 - Mi sembra che tu la prenda su un piano personale.

- Perché?

- Sì, sembrerebbe che la faccenda riguardasse te: che cosa c’è che non va, ragazzo?

- Ti pare ci sia qualcosa che non vada? E poi, stavamo parlando di Mick: come reagiresti tu, se qualcuno speculasse sul tuo pisello?

- Ho capito.

- Cosa?

- Oh, lascia perdere…

- No, dimmi pure…

- Non ha importanza, Johnny!

- Sì, per me ha importanza…

- Ok. Tu non scopi.

- Io?

- Oh, a me puoi dirlo. Sei uno sfigato, ma ti vorrei bene lo stesso.

- No… beh… io… insomma, ultimamente ho avuto un crollo verticale in questo settore, ho subito solo una grave recessione e le mie quotazioni sono un po’ in ribasso…

- Solo un po’?

- Beh, andiamo, non sono certo Mick Jagger, io!

- Perché t’interessi tanto a Mick?

- Ascolta: anch’io penso che Mick sia un po’…

- Hey: sta attento a quello che dici. Solo io posso insultare Mick. 

 

I suoi modi sono perentori e convincenti e io sono solo uno che porta rispetto. Forse troppo. Sì, sono troppo devoto a tutti quelli che m’hanno strappato l’anima. Lui indossa delle strane scarpe verdi che sembrano ali di farfalla. 


- Non intendevo insultare nessuno.

- Va bene.

- La parte che riguarda tua madre, invece, quella è commovente. Eh, Malaguena

- Yep.

- E poi…

- Senti: basta, Johnny! Mi hai rotto i coglioni, sai?

- Beh, ma io…

- Quella è bella, quell’altra parte è brutta… non c’entra un cazzo, sai? È solo così che è andata. Non è un problema di ciò che ti piace o no. 

- Era solo per parlare…

- Lo servono un Daniel’s in questo cazzo di posto?

- Beh, veramente… 

- È proprio un cazzo di posto. Dove mi hai invitato, Johnny?

- La birra è veramente di ottima fattura…

- Ottima fattura… parli come un sarto, lo sai?

- Eh, un sarto… 

- Birra hai detto?

- Sì, c’è quella rossa che…

- Rossa? 

- Sì, rossa.

- E sanno aggiungere un po’ di vodka alla birra rossa, in questo cazzo di pub?

- Beh…

- Ok. Una birra rossa. Liscia, Johnny, per favore. 

- Bene. Te la faccio portare subito.

- Vedi Johnny, non devi essere così compiacente…

- Ma tu per me sei…

- Io sono solo uno stronzo come chiunque altro. Sono solo un’equazione.

- Un’equazione?

- Ma sì, Johnny. Sono un tale che è stato elevato a qualche potenza, ma che ridotti i termini, diventa come gli altri numeri, capisci? Cerca di vedermi senza proiezioni. E perdona i miei capricci.  

 


Si toglie le scarpe con le ali di farfalla. Poggia i suoi piedi stanchi sulle mie gambe. Mi guarda fisso e s’accende una cicca. Soffia sulla mia faccia il fumo che esce dai suoi poveri polmoni. 


- Lo sai Johnny? Sei un gran ragazzo.

 

Poi, scalzo, sale sul piccolo palco e con la chitarra acustica suona un pezzo. 

 

- Questa è per il mio amico Johnny B. Boogie.

 

È Malaguena. Alla fine, esce. Prende la birra e lascia le scarpe verdi. Gli corro dietro.

 

- Hey, Keef: le scarpe!

- Sono tue, Johnny. Questa vita fila via in fretta, ma tu metti le ali ai piedi e prova a volare!

  

POST DAL JOHNNY’S PUB



Questo brano s’intitola, in realtà, Malaguena, e dovrebbe essere il primo pezzo imparato da un piccolo Keith alla chitarra. Gus, suo nonno, gli disse: Se sai suonare Malaguena, sai suonare qualsiasi cosa. 

Molti anni più tardi, Keith accudiva sua madre Doris ormai molto malata e l’ultima sera passata insieme, lui suonò per lei Malaguena. 

Tratto da Life, l’autobiografia di Keith Richards



    © ENRICO MATTIOLI 2018 



© Enrico Mattioli 2018