Lettere dal Johnny's pub


Unknown



Le vicende narrate in questo format sono frutto di fantasia e di affetto per i personaggi trattati, ma non hanno alcun riscontro se non nell’immaginazione. Le star sono descritte prendendo spunto da stereotipi, opere prodotte e dichiarazioni pubbliche. 

Johnny B. Boogie è il gestore di questo pub singolare dove lui può incontrare i suoi idoli anche solo per qualche minuto. È il sogno di tutti, in fondo, e lui riesce a realizzarlo nella sua mente.




Il suo nome prende origine dal celebre brano di Chuck Berry, Johnny B. Goode, perché nel panorama rock and roll, secondo Johnny B. Boogie, tutti dovrebbero chiamarsi “Johnny qualchecosa” e, in qualche modo, questa considerazione è un omaggio al grande Chuck come padre putativo della musica rock; così, anche i camerieri sono Johnny B. Strong, Johnny B. Bup, Johnny Stand By, Johnny B. Cool. 

Johnny B. Boogie è un fan svitato, ma non pericoloso, un avvilito che s’è chiuso in se stesso per sfuggire al grigiore della vita e ama così tanto le stelle del rock da accettarne i limiti, gli eccessi, le contraddizioni; perfino i tradimenti: chi può mostrare una simile fedeltà?



Johnny nutre un rispetto eccessivo nei loro confronti, una devozione che, alla lunga, irrita le star. Lui lascia che smaltiscano la rabbia bevendo una pinta di birra. Quello che chiede loro è solo qualche minuto di considerazione.

I suoi idoli gli vengono in soccorso per scuoterlo, per incoraggiarlo, come se fossero una voce interiore o un’anima parlante; quando costoro gli pongono la fatidica domanda, “Qual è il problema, dolcezza?“, Johnny s’imbarazza, nega con decisione, ma alla fine deve ammettere i suoi problemi esistenziali.


 





© ENRICO MATTIOLI 2018




Lettere dal pub - Barret



e767d25f2400bcf715cde1ac4d22382e



Notte fonda. Un uomo si aggira fuori del pub, ha in mano una busta di biancheria. Indossa una t-shirt con la scritta I am Mister Roger. Sembra spaesato, come se si fosse perso. È fermo e osserva la luna. Quanti versi sono stati declamati alla luna?

Nel mondo dell’immaginazione accade la gran parte delle cose, per il resto viviamo in uno stato di generica staticità. Qualcuno ha detto che usiamo solo una parte del nostro cervello: che cosa ne è stato dell’altra?

 

L’uomo entra nel locale. Ha un’aria mite, studia l’ambiente, poi mi guarda.

 

- Sei un tipo strano tu – dice lui a me.

- Mi ascoltavi?

- Sì, fai delle strane domande…

- E tu sapresti rispondermi?

- Beh, io cercavo solo una lavanderia per lavare le mie magliette.

- A quest’ora di notte?

- Non riuscivo a dormire.

- Capisco…

- … e poi, mi piace restare in lavanderia, c’è profumo di pulito…

- Oh, certo…

- Io mi rilasso in lavanderia…

- Già…

- Sempre meglio che guardare la televisione, no?

- Hai ragione…

- Tu sei molto compiacente…

- Eh, me lo dicono tutti…

- Bello questo posto: cos’è?

- È un pub!

- Ah… e non avete lavatrici?

- No, abbiamo della pastosa birra rossa…

- Io cercavo una lavanderia, amico, però, ora che sono qui, un succo di frutta lo gradirei…

- Mi dispiace. Non abbiamo succhi di frutta…

- Capisco…

- Che cosa posso offrirti?

- Oh… dunque, che cosa potrei prendere? Acqua ne avete?

- Sì, direi di sì…

- Allora acqua fresca, grazie…

- Bene. Johnny? – Faccio a Johnny B. Strong – una caraffa d’acqua…

- Fresca, per piacere… - fa Mr. Roger.

- Sta viaggiando, Johnny – risponde Johnny B. Strong.

- Amico, quindi non sai dirmi dove posso trovare una lavanderia per lavare le mie magliette?

- No, mi dispiace…

- Proverò a cercarla di giorno…

- Sono sicuro che la troverai…

- Speriamo…

- Ecco l’acqua, amico…

- Grazie, Johnny… è proprio fresca… e poi è dissetante…

- Sì…

- Sai Johnny, ti ho sentito prima, mentre stavi pensando… a volte a me capita di sognare…

- Oh, forza Mr. Roger, raccontami dei tuoi sogni…

- Beh, sono dei sogni molto brevi…

- Descrivili…

- Davvero vuoi sapere?

- Scherzi? Ma certo…

- Beh, ecco… io… è un sogno un po’ singolare, in effetti…

- Non preoccuparti…

- Io… nel sogno… io suono in un gruppo rock di successo…

- E ti piace?

- È la cosa migliore che può capitare… poi, però, mi sveglio e torno sui miei passi… non è facile essere in una rock band di successo…

- Perché?

- Devi nuotare in avanti, io sono un tipo che ha bisogno di galleggiare.

- È un’immagine confusa, però rende l’idea…

- Sai, Johnny, la mente è… un animale selvaggio, la maggior parte della gente riesce a domarla… è un organo dentro una custodia, in fondo, e tende a liberarsi…

- Oh… è profondo quello che dici…

- Grazie Johnny. Sai dirmi a che ora apre la lavanderia?

- Domani mattina, Mr. Roger.

- Ti dispiace se aspetto qui?

- No, certo.

- È un bel posto questo.

- Grazie, Mr. Roger.

- Ma sì, mi sento bene. È ampio ma tranquillo, ti puoi riposare… e poi, nessuno ti cerca.

- Ti da fastidio quando ti cercano?

- Beh, non ho molto da dire… faccio la spesa, vado a passeggio, curo il giardino…

- Una vita tranquilla…

- Sì, una vita tranquilla… ti dispiace se schiaccio un pisolino?

- No, qui puoi riposare quanto vuoi…

- Ma tu svegliami quando apre la lavanderia…

- Sicuro.

- Magari faccio un bel sogno…

- Buon riposo, Mister Roger…

- Oh, sei molto gentile, Johnny…

 

 

 © ENRICO MATTIOLI 2018 

 

 

 


Lettere dal pub - Smith


images


Possiedo cose che sono immaginarie e ho raggiunto una consapevolezza: sono soddisfatto e non lo sapevo. Sì è paradossale, ma solo in apparenza. Quando cade l’inconsapevolezza, la consapevolezza ti appare nella sua equa dimensione.

Ero davanti a una vetrina di abbigliamento e guardavo senza interesse maglioni, felpe e pantaloni. Ho pensato da quanto tempo non compravo un capo di vestiario. Anni prima, quando non mi sentivo a posto, spendevo soldi acquistando compulsivamente qualsiasi cosa: vestiti, film, profumi. Lo facevo di continuo, possedere acquietava per un po’ di tempo la mia insicurezza, ma quando il suo livello scendeva, dovevo tornare a spendere. Poi, non ricordo bene quando, questo processo s’è fermato. Probabilmente ho acquistato tutta la musica che era possibile e adesso mi basta così. Mi trovo in questo posto dalle cose immaginarie, non possiedo nulla concretamente, ho solo quello che mi occorre. Me ne frego del mio aspetto, o meglio, ci tengo il minimo ragionevole, sto imparando a superare le chiacchiere della gente, sono soltanto quello che sono. È vero che sono solo, ho frequentazioni soltanto nel mondo della fantasia e non riesco ad andare a tempo con la realtà. A parte questo, mi sento bene.

 

- Oh, è un bel profilo, Johnny.

- La grande poetessa!

- Sono solo una che lavora.

- L’unica poetessa, in realtà...

- Mi hanno avvertito che sei troppo compiacente, Johnny.   

- Amo chi supera il concetto di personaggio per essere solo una persona. E tu lo sei.  

- Anche tu, mi piace chi si accetta per quello che è.

- Sei troppo compiacente …

- Non l’ho già sentita questa?

- Sì, è il mio capo d’imputazione…

- In questo posto si beve birra rossa, vero?

- Certamente.

- Una, per piacere.

- Johnny? Birra rossa a questo tavolo.

- È in viaggio, Johnny – risponde Johnny B. Strong.

 

Johnny B. Strong, s’avvicina con due pinte di birra. La guarda e dice: è un vero piacere, Mrs. Smith. Lei sorride: il piacere è mio. Johnny B. Strong s’impegna in un inchino improbabile e torna dietro il banco. Mette musica in sottofondo: Because the night, che con tutta la ricchezza di materiale a disposizione, dev’essere il primo che ha trovato.

 

- Oh Gesù: non l’ho mai visto fare una cosa del genere, a nessuno! – Le confido io.

- La compiacenza è il criterio con cui scegli il personale, a quanto pare! – Ride.

- Sembra di sì!

- Bello questo locale, è tranquillo. Il posto ideale per sedersi e raccogliere appunti. Io vivo di parole, Johnny.

- Oh, le tue parole… molti dicono che la musica è importante, che nasce prima…

- Non è un processo standard. E poi, per me è diverso. Ho sempre amato la scrittura, quindi…

- Hai dei testi molto potenti…

- Mmm…  

- People have the Power è forte, Mrs. Smith. Il fatto di sognare e di cacciare i folli…

- Oh Yeah…

- Io ho sempre visto il rock come un grande partito internazionale…

- Che partito?

- Politico.

- Bah… non so se sono d’accordo…

- Perché?

Io non sono un politico, cerco solo di comunicare. Sono i politici che gestiscono le risorse, pure se hanno anche equilibri e interessi vari con cui fare i conti. 

- Quindi?

- I cambiamenti avvengono sempre in un periodo dilatato di tempo. Seguendo queste trame, il musicista rock rischia di fare il donatore di speranze vane, può far leva sull’opinione pubblica e prestare la sua faccia, ma poi la politica ha i suoi tempi biblici. In realtà, l’essere umano ama complicarsi la vita.   

- Già, quest’ultimo concetto riassume un po’ tutto…

- Bisogna andare avanti e non mollare, Johnny…

- Immagino che non sia stato facile per te...

- Beh, avevo due figli quando ho perso mio marito, un conto bancario in rosso come questa birra. Dovevo lavorare e badare ai ragazzi. Problemi quotidiani come qualunque donna. Non è stata come la vita di una star, piuttosto sembra il diario di una casalinga.

- Tu sei…

- Ascolta: mi dispiace di non rispondere al cliché che tu hai di una musicista, ma…

- Stai scherzando? Io nei musicisti cerco proprio la normalità, anche se questo può deludere qualcuno, ma non me!

- Bene, Johnny.

- Oh, è così, puoi giurarci.

- È buona questa birra.

- Beh, è solo una normale birra rossa, come tutte le altre…

- Ah, ah, ah…

- Perché ridi?

- Oh, non offenderti, ma…

- Cosa?

- Una normale birra come tante altre: cerchi di essere coerente per compiacermi ancora?

- No, è che… beh…

- Non c’è niente di male nell’eccezionalità, quando è autentica: questa birra è proprio buona.

- Eccezionalità… come incontrare il Papa?

- È uno che porta la sua croce, nel bene e nel male. Del resto, tutti portiamo una croce, giusto Johnny?

- Tu riesci a semplificare tutto: è straordinario!

- Bel paradosso, Johnny, complimenti…

- Oh, lo so, a volte sono così goffo…

- No, è divertente. Davvero.

- Grazie.

- Non hai una ragazza, Johnny?

- Io?

- Sì, tu.

- No.

- Qual è il problema?

- Non lo so.

- Mmm…

- Io ho bisogno di stare tranquillo, non riesco a seguire i ritmi della vita. Osservo, ma non riesco a partecipare. Mi spiego?

- Credo di sì. Eppure un giorno troverai una ragazza, Johnny.

- Oh… magari anche io le suonerò Because the night

- Bella scelta, Johnny. Buona fortuna!

 


 © ENRICO MATTIOLI 2018 




Lettere dal pub - Berry



gettyimages-74254317-1- custom-aef94890d4830616c516c0fd20eb120fdb2d7136-s900-c85



Possiedo molte cose ma…

 

- Hey, tu: cerco un tale che si chiama Johnny.

- Qui tutti si chiamano Johnny.

- Già, ma io cerco il più Johnny di tutti!

- Hey, amico, cerca di calmarti. Ti faccio portare una birra?

- Pensi di comprarmi con una birra?

- Qual è il problema, fratello?

- Io non sono tuo fratello, ok?

- Ok.

- Il problema è che c’è uno stronzo che si fa chiamare Johnny B. Boogie, per via di un mio brano, che senz’altro conoscerai, Johnny B. Goode

- Oh, Mister Berry… io sono lo stronzo!

- Ah, sei tu? Sto per darti un colpo sul muso, ragazzo…

- Beh, ma io pensavo…

- Lo sai che fine faccio fare a quelli che pensano sbagliato come te?

- Senti, Chuck…

- E non chiamarmi Chuck, ho già detto che non sono tuo fratello…

- Come vuoi essere chiamato?

- Mister Berry, va bene.

- Ok. Mister Berry, la mia è soltanto ammirazione. Per me tu sei il padre del rock and roll…

- Che cosa? Non ci provare nemmeno: Chuck Berry ha quattro figli ma non ha eredi, ok?

- Il fatto è che…

- Non hai una personalità tua, coglione? Tuo padre non ti ha dato un nome?

- Beh, ecco, io non so chi sia mio padre…

- Ah… e perché non provi a cercare lui invece di rompere il cazzo?

- Hai ragione Chuck… cioè, Mister Berry.

- Ti sei ficcato in un grosso guaio, ragazzo…

- Mi dispiace…

- Ah, ti dispiace?

- Come possiamo fare?

- Adesso devo colpirti, capisci?

- Oh…

- È per il tuo bene…

- Ma…

- Prima però, è possibile bere qualcosa in questo cazzo di posto?

- Birra rossa?

- Ok, birra rossa!

- Ah… complimenti, eh, Mister Berry…

- Perché?

- Tua figlia è un’attrice bravissima… ed è anche una bella gnocca…

- Non sapevo che facesse l’attrice…

- Halle Berry non è tua figlia?

- Chi?

- È una grande attrice…

- E perché io dovrei essere il padre di tutti quelli che si chiamano Berry?

- Oh, ho fatto una gaffe…

- E comunque, se fosse stata mia figlia, avresti già pensato a portartela in camera, vero, Johnny? È così che mi porti rispetto?

- Beh, hai detto che non è lei tua figlia…

- Che c’entra? Se fosse stata mia figlia, ho detto, e tu il pensiero lo hai avuto comunque…

- Beh, ma…

- Questa cosa è grave: mia figlia, Johnny, ti rendi conto? No, io devo colpirti e ti colpirò più forte… ma dopo un’altra birra…

- Ok, Mister Berry. Hey, Johnny, un’altra birra per Mister Berry…

- Sta viaggiando, Johnny – fa Johnny B. Strong.

- Per me, tutti dovrebbero chiamarsi Johnny nell’ambiente del rock – dico a Mister Berry.

- E perché mai? – Fa lui.

- Te l’ho detto: per Johnny B. Goode. Tu sei il padre del rock…

- Ok, va bene, Johnny, non capisci un cazzo ma io so che dici certe cose per ammirazione.

- Certo, Mister Berry.

- Adesso, però, la birra è finita e io devo proprio farlo, Johnny.

- Che cosa?

- Colpirti.

- Beh, dopotutto, per me è un onore…

- Smettila…

- Grazie Mister Berry…

- Eh no…

- Cosa?

- Sei troppo compiacente…

- Io?

- Johnny, non c’è gusto a picchiarti.

- Non dire così, Mister Berry…

- Mi hai deluso, Johnny, non meriti i miei colpi…

- Oh…

- Me ne vado Johnny…

- No, Mister Berry, ti supplico, colpiscimi: è un grande piacere per me…

- Basta così, Johnny, sei anche masochista: che schifo!

- Ok. Lo sai che c’è?

- Cosa?

- Mister Berry sembra il nome di panino di McDonald’s!

 

 SBRANG!

 

- Grazie, Mister Berry, bel colpo!

- Ti avevo avvertito, Johnny… e stai alla larga da mia figlia!


 

 © ENRICO MATTIOLI 2018 



 



Lettere dal pub - Joplin



R-1511689-1314046222.jpeg



Possiedo tutte cose immaginarie e a volte ho l’impressione di aver sbagliato. Sono fuggito, mi sono isolato dal mondo, dove mi sentivo inadeguato, per rifugiarmi in questo posto: è solo qui che ritrovo una mia armonia. La solitudine è una droga, non riesco a fronteggiare serenamente gli accadimenti e così ho lasciato che nella mia vita non succedesse nulla. La osservo scivolare via, niente è cambiato da quando ero un ragazzo, è un bene questo?

Tutti hanno trovato una strada, in una maniera o nell’altra, tutti sono riusciti a integrarsi e a crescere. C’è una sentenza inappuntabile nella logica delle cose che vanno in onda, ed è che io sono un fallito di bell’aspetto, un emarginato che tenta di nascondere la sua condizione. È difficile gestire la sofferenza.

 

- La logica di questo mondo è stupida, Johnny.

- Oh, tu ragazza, proprio tu: devo sembrarti un cretino, vero?

- Mi offri una birra rossa, Johnny? Ho sentito in giro che è molto buona.

- Oh, ma certo: Johnny – dico a Johnny B. Strong – una birra per lei. E una per me.

- Subito, Johnny – risponde lui.

- Stavamo dicendo? – Le chiedo.

- Non c’è bisogno di ripetere - fa lei – ti ho ascoltato. Non hai segreti per me, Johnny…

- Oh bene, è un tale sollievo non dover ripetere… non vorrei annoiarti…

- Oh, andiamo, tu sei il mio Bobby McGee, dolcezza…

- È un onore…

- Oh, però, non essere così compiacente, Johnny…

- Eh, me lo dicono tutti…

- Lo so, s’è sparsa la voce, Johnny… tu sei il nostro idolo…

- No, non dire così, ti prego…

- Na nana nana… stare bene è facile, quando canti pezzi blues…

- Oh, yeah…

- Mi fa sentire bene questo posto, Johnny…

- Tu mi fai sentire bene!

- Ne sono felice, Johnny. Non badare a quello che dice la gente, lasciali fare, te lo dice una che fu eletta uomo più brutto del campus, quando ero all’università…

- Certo, non dev’essere facile quando sei giovane…

- No. Beh, quei ricordi sono amari… ah, la mia acne giovanile…

- Già…

- Sai che cosa ti invidio, Johnny?

- Tu a me? E che cosa?

- Tu non hai paura della solitudine. Io ne ero terrorizzata…

- Io non ho la tua voce…

- Avevo paura che mi abbandonasse, una paura fottuta, Johnny…

- Beh, non t’ha mai abbandonato.

- No, era solo una paura. Sembra che la testa non smetta di proporti brutti pensieri… è questo che mi faceva paura della solitudine, Johnny… ma poi ho capito che quei pensieri, erano solo parole. E io le usavo cantandoci sopra.

- Facendo l’amore con ventimila persone…

- Eh, non fare il moralista. 

- Era solo per dire…

- È il blues, Johnny, è tutto qui, non c’è molto altro…

- Già, facile a dirsi…

- Ah, come mi fa sentire bene questo posto!

- Puoi venire quando vuoi, lo sai?

- Lo so, dolcezza…

- Sicuro.

- Lo sai che cosa facciamo, adesso, Johnny?

- Che cosa facciamo?

- Ci beviamo un’altra birra!

- Senz’altro!

- Ma tu non essere così compiacente, Johnny!

- No, macché…

- Oh, come mi sento bene in questo posto!

- Tu… sei così bella quando sei felice…

- Sei un brav’uomo, Johnny… è facile, quando canti pezzi blues… na nana na…

- Yeah…

- Ora farò una cosa solo per te, Johnny, ma tu non pensare più di essere un fallito.

- Va bene.

- La fragilità, a che serve nasconderla? Molla qualche cazzotto al vento, Johnny. Sarà come affrontare la vita.

- Già.

- E ricorda: ogni volta che vedrò una cartolina con scritto Lettere dal Johnny’s pub, io correrò a trovarti, Johnny.

- Bene.

- Ok? Il prossimo brano è un riadattamento. Si chiama, Me and Johnny B. Boogie

 


© ENRICO MATTIOLI 2018 

 



Lettere dal pub - Lee Hooker


John_Lee_Hooker



Sono tutte immaginarie le cose che possiedo e nessuno me le può togliere. Conosco due cose che alimentano la fantasia: la musica e la birra. A parte il sesso, che può appagare (o non appagare), pure se dopotutto, il rock and roll è sesso, quindi si torna al punto di partenza.

Non puoi certo dire che seguendo il ritmo di uno come Lee Hooker, qualcosa non si scateni nel tuo stomaco per spingersi più giù, e che non ti venga voglia di scopare. Che lo faccia oppure no, sai che quella cosa può liberare l’animale che c’è in te. Conosco molti chitarristi che fanno sesso andando a ritmo con la chitarra di qualcun altro. È un buon allenamento. Che dire? Io sono a corto di fiato.

 

È possibile bere o mangiare una cosa in questo posto?


Guardo l’uomo. Sono paralizzato: è il Re del Boogie! Ormai mi pare che solo a pensarli, i fantasmi si materializzino.


- Ci penso io, John: Johnny, porta una birra! – Dico a Johnny B. Strong.

- Ok, Johnny – risponde B. Strong.

- Johnny, prepara una patatina: svelto! - Dico a Johnny Stand By.

- Cinque minuti ed è pronta, Johnny – risponde Stand By.

- Che confusione, Johnny: ma in questo posto tutti si chiamano Johnny? - Mi chiede il Re.

- Sì, è per Berry. Sai, Johnny B. Goode

- Perché mai quest’omaggio al vecchio Chuck?

- Perché lui è il padre.

- Di chi?

- Del rock and roll.

- Mi dispiace dirtelo, Johnny, ma non si sa con esattezza chi sia il padre del rock and roll.

- Oh… non lo dici per questioni in sospeso con Berry?

- No, per niente. E non ha neanche una madre, il rock, figliuolo...

- Oh… dunque, non sarà mica opera dello spirito santo?

- Non essere blasfemo, Johnny. Mio padre era un predicatore battista.

- Oh, capisco.

- E così, qui tutti si chiamano Johnny.

- Sì, è una delle nostre caratteristiche.

- Già. E quali sono le altre?

- Beh… in realtà, questa è l’unica caratteristica.

- Ah, è una bella caratteristica.

- Davvero?

- No… ma la tua la birra è buona.

- In alto i boccali, alla tua salute, Re del Boogie.

- Già, è così che mi chiamavano tutti.

- C’è qualcosa di eccellente in questo.

- Eccellente? Parli come un Lord, figliuolo…

- Non condividi?

- Tutti siamo dei re, in qualche modo.

- Beh, non tutti.

- Perché? Tu non sei forse il Re di questo pub?

- In un certo senso…

- No “in un certo senso”: tu sei proprio il Re, in questo posto!

- Mi stai convincendo – rispondo. Poi, mi rivolgo a Johnny B. Bup: - Hey, Johnny, portami un’altra spina. Subito!

- Non puoi prenderla da solo, Johnny? Io devo aiutare Johnny B. Cool ha scaricare i fusti della birra. Pesano un accidente!

- Come ti permetti, Johnny? È un ordine!

- Ma che ti prende, Johnny?

- Io sono il Re del pub, ecco che mi prende!

- Beh, ma allora se tu sei il Re del pub, io sono il Re della banco della birra, Johnny. Quindi prendila da solo!

 

Guardo esterrefatto il Re del Boogie. Non ho trovato conferme alla mia nuova, presunta, consapevolezza. Lui dice: - Non te la prendere, Johnny. In fondo ognuno è il Re in qualche cosa. Capisci? 

- Temo di sì. Allora non serve a niente essere un re – rispondo.

- È per te stesso, Johnny. Serve per la tua autostima.

- Beh, ma…

- Ascolta, Johnny: io non ero il Re del Boogie perché ero bravo o per un diritto divino. È solo che quando io cantavo, prendevo il tuo dolore, lo mettevo sulle mie spalle e ti aiutavo a portarlo. Insomma, è una metafora, Johnny. Per questo dicevano che ero il Re del Boogie.

- Oh… ma a me nessuno dice che sono il Re di questo pub!

- Lo dico io, Johnny. È un posto favoloso questo, dove io posso venire e stare in pace a ristorarmi. E per questo, tu sei il Re di questo pub.

- Oh, grazie molto. In effetti, la tua è una visione diversa.

- È il blues, Johnny, uno stile di vita, come la meditazione o la preghiera o qualunque cosa in cui tu creda.

- Io non ho una cosa in cui credere.

- Beh, tu credi nel blues, nel rock, nella musica, nella birra.

- Questo è vero.

- Certo che è vero. 

- Però, c’è una cosa che non mi piace.

- E cosa?

- Che prima o poi, un re deve abdicare, prima che qualcuno gli sfili il trono da sotto il culo.

- Non è proprio così, sai Johnny? Non nella musica…

- Che cosa vuoi dire?

- Beh, tu pensi che io sia morto, ma lascia che ti dica una cosa: non è così.

- Non è così?

- No: io vivo nell’anima di tutti quelli che ascoltano ancora la mia chitarra suonare, mi capisci? Quindi, sono ancora il Re del Boogie, nonostante tutto.

- Lo sai perché ho scelto di chiamarmi Johnny B. Boogie?

- Certo che lo so. Non è un caso se sono capitato qui. Questo blues è per te, Johnny B. Boogie.

 


© ENRICO MATTIOLI 2018 



 

Lettere dal pub - Richards



Unknown-1



Possiedo molte cose, ma sono immaginarie. Il rock ha significato tanto e continua a rappresentare molto. Ne ho bisogno, eppure non mi basta solo la musica. Voglio loro, quelli che il rock l’hanno fatto e facendolo, hanno fottuto per sempre anche me. 

Inventare un posto come questo, era l’unica maniera per aver a che fare con i miei diletti. È tutto nella mia testa, è solo nella mia immaginazione. È solo rock and roll. 

È un posto sacro, il pub. Sacralità e rock and roll: beh, voi sapete com’è, no? Le panche, i tavoli, lo stile Urban e la sua atmosfera metropolitana, questo silenzio monastico che alimenta la fantasia, o forse è soltanto colpa della birra che mi fa vaneggiare, che importanza ha?

Due tizi siedono a tre tavoli dal mio. Il tintinnio dei loro boccali mi desta dalle mie considerazioni. Quando riconoscono l’uomo che entra e siede al mio tavolo, i due continuano a girarsi. Non sono geloso, m’infastidiscono gli sguardi fissi.

 

- Succede perché non ci sei abituato – dice l’uomo.

- Oh, ciao zio. Leggi anche nel pensiero?

- Ne ho viste talmente tante che ho sviluppato certe abilità…

- Oh, non ne dubito…

- Beh, insomma, che cavolo vuoi?

- Ho letto il tuo libro.

- Bene.

- È bello.

- Mmm…

- Una vita da vero scellerato del rock. Bella pietra, non potrebbe mancare nella mia libreria.

- Yeah, lo penso anch’io, ma…

- Cosa?

- Come on, dopo tutti questi salamelecchi, stai per dirmi qualcosa che non t’è piaciuto…

- No. Cioè…

- E quindi?

- Ok. Perché quel capitolo sul pisello di Jagger?

- Oh, non ho rovinato l’immagine a nessuno. Mick, comunque, non avrebbe potuto competere con il membro di Hendrix o con quello di Zappa… e nemmeno col mio, dopotutto…

- Io penso che non sia stato corretto soffermarsi sulle dimensioni del sesso di Mick…

- Scherzi? Sono cose interessanti. I fans impazziscono, ah, ah, ah…

- Io mi chiedo che bisogno c’era di soffermarsi su una tale questione…

 - Mi sembra che tu la prenda su un piano personale.

- Perché?

- Sì, sembrerebbe che la faccenda riguardasse te: che cosa c’è che non va, ragazzo?

- Ti pare ci sia qualcosa che non vada? E poi, stavamo parlando di Mick: come reagiresti tu, se qualcuno speculasse sul tuo pisello?

- Ho capito.

- Cosa?

- Oh, lascia perdere…

- No, dimmi pure…

- Non ha importanza, Johnny!

- Sì, per me ha importanza…

- Ok. Tu non scopi.

- Io?

- Oh, a me puoi dirlo. Sei uno sfigato, ma ti vorrei bene lo stesso.

- No… beh… io… insomma, ultimamente ho avuto un crollo verticale in questo settore, ho subito solo una grave recessione e le mie quotazioni sono un po’ in ribasso…

- Solo un po’?

- Beh, andiamo, non sono certo Mick Jagger, io!

- Perché t’interessi tanto a Mick?

- Ascolta: anch’io penso che Mick sia un po’…

- Hey: sta attento a quello che dici. Solo io posso insultare Mick. 

 

I suoi modi sono perentori e convincenti e io sono solo uno che porta rispetto. Forse troppo. Sì, sono troppo devoto a tutti quelli che m’hanno strappato l’anima. Lui indossa delle strane scarpe verdi che sembrano ali di farfalla. 


- Non intendevo insultare nessuno.

- Va bene.

- La parte che riguarda tua madre, invece, quella è commovente. Eh, Malaguena

- Yep.

- E poi…

- Senti: basta, Johnny! Mi hai rotto i coglioni, sai?

- Beh, ma io…

- Quella è bella, quell’altra parte è brutta… non c’entra un cazzo, sai? È solo così che è andata. Non è un problema di ciò che ti piace o no. 

- Era solo per parlare…

- Lo servono un Daniel’s in questo cazzo di posto?

- Beh, veramente… 

- È proprio un cazzo di posto. Dove mi hai invitato, Johnny?

- La birra è veramente di ottima fattura…

- Ottima fattura… parli come un sarto, lo sai?

- Eh, un sarto… 

- Birra hai detto?

- Sì, c’è quella rossa che…

- Rossa? 

- Sì, rossa.

- E sanno aggiungere un po’ di vodka alla birra rossa, in questo cazzo di pub?

- Beh…

- Ok. Una birra rossa. Liscia, Johnny, per favore. 

- Bene. Te la faccio portare subito.

- Vedi Johnny, non devi essere così compiacente…

- Ma tu per me sei…

- Io sono solo uno stronzo come chiunque altro. Sono solo un’equazione.

- Un’equazione?

- Ma sì, Johnny. Sono un tale che è stato elevato a qualche potenza, ma che ridotti i termini, diventa come gli altri numeri, capisci? Cerca di vedermi senza proiezioni. E perdona i miei capricci.  

 

Si toglie le scarpe con le ali di farfalla. Poggia i suoi piedi stanchi sulle mie gambe. Mi guarda fisso e s’accende una cicca. Soffia sulla mia faccia il fumo che esce dai suoi poveri polmoni. 


- Lo sai Johnny? Sei un gran ragazzo.

 

Poi, scalzo, sale sul piccolo palco e con la chitarra acustica suona un pezzo. 

 

- Questa è per il mio amico Johnny B. Boogie.

 

È Malaguena. Alla fine, esce. Prende la birra e lascia le scarpe verdi. Gli corro dietro.

 

- Hey, Keef: le scarpe!

- Sono tue, Johnny. Questa vita fila via in fretta, ma tu metti le ali ai piedi e prova a volare!

 

 


Questo brano s’intitola, in realtà, Malaguena, e dovrebbe essere il primo pezzo imparato da un piccolo Keith alla chitarra. Gus, suo nonno, gli disse: Se sai suonare Malaguena, sai suonare qualsiasi cosa. 

Molti anni più tardi, Keith accudiva sua madre Doris ormai molto malata e l’ultima sera passata insieme, lui suonò per lei Malaguena. 

Tratto da Life, l’autobiografia di Keith Richards


    © ENRICO MATTIOLI 2018 



Lettere dal pub - Townshend


petetownshend300


Diceva Pete Townshend, glorioso chitarrista degli Who: io sono come una grossa pietra contro cui tutti vanno a pisciare, piano piano si sgretola.

Ero un fedele lettore di Rockstar, la rivista musicale nata nel 1980 e un giorno lessi l’intervista di Pete. Mi affezionai a lui e lo elessi mio secondo zio putativo, insieme a Keith Richards.

Adoro queste persone. Sono stati la mia formazione. Hanno sacrificato se stessi per insegnarci a stare al mondo. Sì, lo so che sto esagerando, ma ho già detto che sono stati (e lo sono ancora) i miei idoli. Ora sono solo un po’ più rincoglioniti di prima, mi perdoneranno loro, ma chi non lo è lo diventerà presto e perciò, è meglio riderci sopra. 

Possiedo molte cose, ma sono tutte immaginarie. Ho un vocabolario personale e astratto in cui scompongo alcuni termini modificandone i significati. E ho un mio pub immaginario, dove la birra non la sudi dopo qualche minuto come una fontana. E posso fumare sigaro o sigaretta perché è certo che lì non fa male.

Seduto al mio tavolino vicino alla vetrata, osservo il via vai sulla strada aspettando che qualcuno dei lor signori citati, venga a trovarmi. Parliamo dei tempi andati, posso fare ogni domanda perché nel mio pub anche loro si rilassano e non sono scontrosi anche se questo dipende dalle domande. Le rockstar sono animali e come le bestie hanno quel particolare intuito di sapere quando fidarsi. Di me si fidano, non sarò un principe dell’intelletto, ma io non li tradisco.

Il fatto che alcuni siano morti e altri siano ancora su questa terra, non è una storia strana perché non si tratta di superare tempo e spazio e materia. Sono i messaggi che loro hanno lasciato o le cose che hanno detto. Si discute sulla vita, sulle stronzate, e si passano dei bei momenti. 

Dunque, dicevo, anzi, scrivevo, che stavo riflettendo sulla dichiarazione di Pete Townshend riguardo alla pietra dove lui sarebbe andato a mingere. In effetti, tutto si modifica. Il nostro corpo (anche se facciamo di tutto per nasconderne i segni che il tempo lascia), le nostre idee (non sempre ma a volte), la nostra indole (per istinto di difesa), ma cambiano anche le cose intorno a noi. I luoghi che abbiamo frequentato, la gente, i tuoi idoli, i costumi, le abitudini e le necessità. 

Un giorno, alludendo al verso di My generation (voglio morire prima di diventare vecchio) dissi a Pete: - Proprio tu fai il discorso sulla pietra che si sgretola?

- Perché? – Chiese lui.

- È una contraddizione – risposi io. – Prima volevi morire e ora parli di resistere al tempo?

- Ah, maledetto quel verso. Mi ha procurato solo un mucchio di grattacapi. Andiamo, tutti cercano di resistere. Che cosa dovrei fare? Uccidermi per essere coerente?

- Uh, uccidermi per essere coerente: bello, potrebbe essere il verso per un altro brano, Pete…

- Tutti nella musica rock hanno scritto versi sulle pietre che rotolano… e il mio non è un verso, ma solo una maledetta intervista!

- Tutti chi?

- Beh, Dylan, e poi anche Muddy Waters che ha dato il nome ai Rolling Stones…

- Ah, Dylan...

- Oh certo, tutti vi riempite la bocca con Dylan…

- Dylan è Dylan…

- Che cosa vorresti dire? No, dimmi: a cosa vorresti alludere con questo? Che gli Who non sono all’altezza di sua altezza Dylan?  

- Non ti piace Dylan?

- Certo che mi piace Dylan.

- E allora?

- Beh, io sono quello che spacca le chitarre con gli Who. Capisci?

- No.


Bevve un sorso e pensò per un minuto. Sbatteva le labbra assaporando la birra. Poi disse: - Nemmeno io. Di solito mi trovo di fronte un giornalista che risponde di sì. È un modo per voltare pagina. Chiaro?

- Oh sì, adesso è chiaro.

- Bene. È solo rock and roll, in fondo - disse guardandomi in cagnesco e intimandomi di non aggiungere nulla, ben sapendo di aver citato un pezzo degli Stones. Mi limitai a chiedergli che rapporti mantenesse con loro, con i Rolling Stones. Non rispose subito, fece una smorfia. 


- Adoro Mick - mi disse.  

- E Keith? - Chiesi io maldestramente. Pete non aggiunse altro, così gli spiegai che anche Keith Richards lo consideravo a buon diritto uno zio acquisito come lui, come Pete, insomma. Lui biascicò una serie di epiteti in inglese arcaico (devo aggiungere, per facilitare la comprensione, che in questo strano posto si parla un linguaggio comune ma gli insulti sono nella lingua madre di ognuno) di cui comprendevo soltanto il ripetuto uso di fuck e fucking. Pensai che sarebbe stato meglio restare in silenzio per qualche istante e fargli sbollire la rabbia. Cambiai tattica, cercando di adularlo.  


- Mi piace il tuo album solista.

- Quale?

- White City.

- Ah, to remember White city fighting – canticchiò Pete orgoglioso

- Grande album, Pete, bravo.

- Yeah. Quando esci da un gruppo come gli Who, tutti i progetti solisti sono delle rivendicazioni.

- Cioè?

- Beh, è come dire, questo sono io. Sono il migliore tra noi.

- Già, ma i fans amano tutti i membri dei gruppi sciolti.

- Questo lo so. Però è giusto ribadire. Tanto per giocare.

- Ti piace questa birra?

- Sì. Ne prendo un’altra – Pete si alzò e andò verso il bancone. Ordinò e tornò al tavolo.

 

Sul piccolo palco c'era un ragazzo che suonava i pezzi di Billy Bragg tra cui Greetings To The New Brunette. Quando giungeva il verso whoops, there goes another year,
 whoops, there goes another pint of beer (ops, arriva un altro anno, ops, ci sta un'altra pinta di birra) mi commuovevo sempre. Andò così anche quella volta. Pete se n’accorse e si avvicinò al ragazzo. Al secondo giro del pezzo, quando lui stava per ripetere il verso, Pete si unì al coro whoops, there goes another pint of beer, mimò l’assolo di chitarra, finì la scolatura e tirò il boccale sul pavimento, spaccandolo come se fosse stata la sua vecchia chitarra, come se fossero stati ancora i tempi andati. Poi salutò, si avvicinò alla cassa, pagò la consumazione e sparì con tutte le risposte che quella volta non ebbi il tempo di chiedere.

Uscii anche io e lo vidi allontanarsi. Pete ha una camminata singolare: brevi passi e poi salta, come quando sul palco davanti alla folla, roteava il braccio sulla chitarra. 

Sorrisi, fissai l'insegna del pub, e restai a guardare il mare che ovviamente non c'era.  


 

    © ENRICO MATTIOLI 2016  





© Enrico Mattioli 2018