Lettere dal Johnny's pub


Unknown





Le vicende narrate in questo format sono frutto di fantasia e di affetto per i personaggi trattati, ma non hanno alcun riscontro se non nell’immaginazione. Le star sono descritte prendendo spunto da stereotipi, opere prodotte e dichiarazioni pubbliche. 

Johnny B. Boogie è il gestore di questo pub singolare dove lui può incontrare i suoi idoli anche solo per qualche minuto. È il sogno di tutti, in fondo, e lui riesce a realizzarlo nella sua mente.


Il suo nome prende origine dal celebre brano di Chuck Berry, Johnny B. Goode, perché nel panorama rock and roll, secondo Johnny B. Boogie, tutti dovrebbero chiamarsi “Johnny qualchecosa” e, in qualche modo, questa considerazione è un omaggio al grande Chuck come padre putativo della musica rock; così, anche i camerieri sono Johnny B. Strong, Johnny B. Bup, Johnny Stand By, Johnny B. Cool. 

Johnny B. Boogie è un fan svitato, ma non pericoloso, un avvilito che s’è chiuso in se stesso per sfuggire al grigiore della vita e ama così tanto le stelle del rock da accettarne i limiti, gli eccessi, le contraddizioni; perfino i tradimenti: chi può mostrare una simile fedeltà?



Johnny nutre un rispetto eccessivo nei loro confronti, una devozione che, alla lunga, irrita le star. Lui lascia che smaltiscano la rabbia bevendo una pinta di birra. Quello che chiede loro è solo qualche minuto di considerazione.

I suoi idoli gli vengono in soccorso per scuoterlo, per incoraggiarlo, come se fossero una voce interiore o un’anima parlante; quando costoro gli pongono la fatidica domanda, “Qual è il problema, dolcezza?“, Johnny s’imbarazza, nega con decisione, ma alla fine deve ammettere i suoi problemi esistenziali.





© ENRICO MATTIOLI 2018




Lettere dal pub - Sutcliffe



Stuart Sutcliffe



Non riesco a dormire stanotte. C’è un tipo che abita nell’appartamento sopra il pub. Lui torna a casa sempre molto tardi, quando il mio negozio è ormai chiuso. Oh, sapete come sono le mura che dividono i locali: sottili come fogli di carta e potresti scriverci tutte le impressioni che provi, quando non prendi sonno. Beh, questo tizio che torna molto tardi e che io non ho mai visto in faccia, indossa degli stivali di cuoio che, nel silenzio della notte profonda, producono un gran trambusto sul pavimento. Seguo il peso dei suoi passi mentre si sposta da una stanza all’altra ed è come se lui, in quell’incedere a volte nervoso e altre volte lento, rivendicasse di esistere.

 

- Non è facile vivere nell’ombra, Johnny.

 

La voce che sento, viene dall’altro lato del pub, che è al buio. Il tipo lo riconosco all’istante, ma io l’ho visto solo nelle foto: non ha avuto il tempo di mostrare la sua luce. Lui ha preceduto il più grande frastuono musicale di ogni tempo. Mai così beffarda e indecifrabile fu la sorte. La vita, in alcuni casi, è così crudele che è impossibile qualsiasi bilancio delle perdite. Lo guardo e sorrido. Sorride anche lui; indossa degli occhiali scuri e porta con sé un blocco da disegno e un astuccio nero che presumo contenga pastelli e matite. Sta leggendo un libro di cui non resco a vedere la copertina e tiene chiuso un altro testo di Gregory Corso.

 

- Ciao Johnny – mi dice.

- Oh, piacere di fare la tua conoscenza.

- Bello il tuo locale.

- Grazie. Posso… offrirti una birra?

- Sì, va bene.

- Johnny – dico a Johnny B. Strong – due rosse a questo tavolo, per piacere.

- Stanno viaggiando – risponde.

 

Il tipo si alza e guarda le pareti. Le accarezza, poi mi fissa e sorride ancora. Sfila dei pastelli dalla sua custodia. Posso? Mi chiede. Tu puoi fare tutto quello che vuoi, rispondo.

 

- Sì, ma non essere così compiacente – dice ridendo.

- Oh, anche tu con questa storia…

 

Comincia a disegnare sull’unica parete spoglia. Sembra posseduto. Lentamente, il murales comincia a prendere forma: quattro tizi di spalle, con i corpi da insetti e la testa da umani,  guardano un vulcano in eruzione da cui esplodono note musicali.

 

- Ti piace? – Mi chiede.

- Bello – rispondo.

- È la cima delle cime delle grandi cime – risponde lui.

- Oh… è bello avere una tua testimonianza nel mio pub.

- Ognuno nella propria vita è costretto a battere i piedi per dimostrare di esistere. La domanda quindi è: ma perché bisogna fare tutto questo rumore per chiedere un po’ d’amore?

- Già. Hai ragione. Purtroppo, io non so rispondere alla tua questione.

- Oh, tranquillo, Johnny. Nemmeno io. Assaggiamo la tua birra?

- Sì: beviamo!

 

Si toglie gli occhiali. Bagna le labbra. Sorseggia, chiude gli occhi e assapora.

 

- Buona, è un’opera d’arte la tua birra rossa!

- Davvero?

- Ma certo! Penso ce ne voglia un’altra, Johnny.

- Sicuro. Johnny? – Dico a Johnny B. Strong – Altre due!

- Stanno viaggiando, Johnny – risponde lui.

- Grazie, Johnny – dico io.

- È proprio un bel locale questo Johnny – fa ancora il pittore guardandosi intorno.

- Ci ho messo dentro tutto me stesso.

- Mi ricorda molto il Jacaranda, sai?

- Davvero? Il Jac…

- Sì, c’è una bella atmosfera.

- Le tue parole mi fanno veramente felice.

- Già, le parole - dice lui chiudendo il libro che stava leggendo.

- Oh… cos’è?

- Ferlinghetti.

 

Restiamo col silenzio nell’aria e la fragranza delle nostre birre nella gola. 

 

- Sai Johnny? Mi dispiace di non averti fatto dormire.

- Cioè?

- Sono io quello degli stivali.

- Sei tu che abiti sopra il mio pub?

- Diciamo che cercavo di attirare la tua attenzione.

- Ora siamo amici, puoi venire quando vuoi.

- Grazie Johnny. Ti lascio questi – mi dice sfilando gli stivali.

- Beh, stanno bene ai piedi di questo murales come segno del tuo passaggio.




POST DAL JOHNNY’S PUB



© ENRICO MATTIOLI 2018




Lettere dal pub - Richards, Belushi, Brown



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Le cose che possiedo sono immaginarie, ma quelle che mi fregano sono reali. I camerieri del Johnny’s pub, Johnny B. Strong e Johnny B. Cool, i due cuochi, Johnny B. Bup e Johnny Stand By, si uniscono in libera associazione e rivendicano diritti: ferie e permessi retribuiti, riposi.

Da stamattina si protrae una sterile discussione in cui io tento di farli ragionare.

 

- Questa iniziativa del Johnny’s pub è come una missione, cioè dovreste sentirvi coinvolti, noi tutti siamo Johnny, mi spiego?

- Già, però tu vuoi fare il capo – dice B. Cool.

- No… beh, pensavo che fosse sottointeso – rispondo – del resto, fra tutti noi, io sono il più…

- Il più, cosa? – Mi chiede minaccioso Johnny B. Strong.

- … no, solo il più…

- E allora? – Fa B. Cool.

- Io sono il più adatto a gestire… dopotutto l’idea è mia!

- E poi non ci provare – rincara B. Bup – la storia della missione per conto di Dio è già stata scritta!

- Noi siamo una grande famiglia, Johnny – dico io a tutti e quattro.

- Sei bravo con la retorica – dice Johnny Stand By.

 

Scende il silenzio. Ognuno si serve una birra per riflettere. Una Limou bianca parcheggia proprio davanti al Johnny’s pub. Scendono tre tipi e uno mi pare di riconoscerlo. Entrano.

 

- È permesso?

- Oh, salve Mr. Richards. Mi dispiace, è chiuso.

- Sei impazzito? Sono venuto con degli amici…

 

Li guardo tutti e tre e resto immobile.

 

- Hello, Johnny, tutto bene? – Dice il nero.

- Johnny B. Boogie, amico mio, siamo venuti per fare un po’ di baldoria! – Dice il robusto.

- Oh, è un tale onore… - rispondo.

- Oh, non essere così compiacente – fanno loro due in coro.

- Abbiamo saputo che qui si beve e che… hai della meravigliosa erba medica… - fa il robusto.

- Beh, sì, ma…

- Che problemi ci sono? – Mi chiede Mr. Richards.

- Il personale mi sta ammutinando… - rispondo.

- Come sarebbe? – Chiede lui.

- Vogliamo ferie, permessi, riposi… - dice Johnny B. Bup a nome di tutti loro.

- È giusto – mi dice il nero – i fratelli hanno ragione. Non dirmi che tu sei uno di quelli che sfrutta il lavoro degli altri o ti faccio ragionare io a forza di calci…

 - Sai qual è il problema del tuo locale, Johnny? – Dice Mr. Richards.

- Dimmi… - rispondo.

- Va bene la birra, bello il pub, buona la musica…

- … anche l’erba medica… - fa il robusto.

- Sì, bello tutto – riprende Mr. Richards – però… - fa una pausa, si guarda intorno sconcertato sputando fumo dalle narici.

- Però? – Chiedo io.

- Però… dovresti assumere qualche ragazza, Johnny – sentenzia Mr. Richards.

- Già – fa il nero indicandoci – voi siete tutti uomini.

- Perché siete tutti uomini? – Ci chiede il robusto.

- Perché non siamo donne… ma che cazzo di domanda è! – Risponde Johnny Stand By.

- Intendevo dire: perché in questo pub non ci sono donne, idiota! – Fa il robusto.

- E poi – gli dice Johnny B. Strong – anche voi siete tutti uomini.

- Che c’entra – replica il robusto – noi siamo quello che siamo.

- Giusto – aggiunge il nero – non vorrete certo fare un paragone con noi!

- Vai a prenderlo nel culo! – Fanno loro quattro in coro.

- B. Boogie – mi dice perentorio il nero – fai bene a non concedere diritti a questi quattro stronzi!

- Ah, ma noi i diritti ce li prendiamo da soli! – Urla Johnny B. Cool.

- Calma, gente… - dice Mr. Richards. – Ok, Johnny. Hai bisogno di ragazze in questo locale. Le donne migliorano la vita, capisci?

- Sì, ma anche l’erba medica migliora le cose – suggerisce il robusto.

- Sì, anche l’erba medica – sogghigna Mr. Richards.

- Dunque? – Chiedo io.

- Dunque – continua Mr. Richards – devi prendere delle ragazze, Johnny. Il tuo business crescerà…

- Eh, ma dove le trovo delle ragazze? – Chiedo io.

- Lui conosce molte ragazze – fa il nero indicando Mr. Richards.

- Oh, potrei darti una mano, Johnny – dice Mr. Richards. – Accompagnami a vedere gli altri ambienti del locale. Hey ragazzi – dice lui al nero e al robusto – faccio un giro con Johnny…

- Bene – dicono loro.


Ci allontaniamo e lo porto a vedere i bagni, la cucina e anche il magazzino.

 

- Potrei organizzarti degli stage, poi la ragazza la scegli tu – dice Mr. Richards.

- Bene – rispondo.

- Sai Johnny, io metterei qualche tavolo in più, magari anche di fuori…

- Non c’è n’è bisogno, Mr. Richards…

- Sarebbero dei privè, Johnny…

- Cioè?

- Mi piace pensare che quando io vengo a trovarti, il mio tavolo sia libero. È un capriccio, Johnny, mi capisci?

- Sì, credo di sì…

- E poi io ristrutturerei la cucina, Johnny…

- La cucina va bene così, Mr. Richards…

- Lo so che va bene, Johnny, però se io dico che la ristrutturerei, tu non dovresti contraddirmi, se mi vuoi bene veramente… mi sono spiegato, Johnny?

- Effettivamente, anche io credo che la cucina vada ristrutturata, Mr. Richards…

- Benissimo, Johnny, come vuoi tu. Vorrà dire che ristrutturerò la cucina…

- Ok Mr. Richards. Dovrò chiamare una ditta.

- No, Johnny, ma quale ditta… lo farò io e tu mi aiuterai.

- Bene, ma io non so fare il muratore o l’imbianchino…

- Ci penserò io, Johnny, tu dovrai solo guardare me… 


POST DAL JOHNNY’S PUB



 


 © ENRICO MATTIOLI 2018

 

 



Lettere dal pub - Jagger



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Brutti presentimenti. Ho parlato troppo e quando ti esponi, sei vulnerabile. Ho ideato questo posto proprio per non avere guai. Le suggestioni negative sono dei morbi che bisognerebbe stroncare sul nascere per evitarne la proliferazione: un condizionamento prende il possesso della tua mente e questa paralizza il tuo corpo lasciandoti in balia di una minaccia che è soltanto virtuale. La successione dei tuoi comportamenti, influenzati da quello stato di tensione, è tale che i fatti tanto temuti, alla fine, accadano veramente. Oppure, molto più semplicemente, ho fumato troppo e l’erba medica non era esattamente priva di sostanze allucinogene…

 

- Hello Sir.

- Permetti che mi presenti?

- Oh, non c’è n’è bisogno…

- Sono un uomo raffinato…

- Lo so bene…

- Ok Johnny. Ti piace giocare con le tenebre?

- Oh no, non oserei mai…

- Eppure l’hai fatto, Johnny…

- Io? Mai, posso giurare…

- No, Johnny, non giurare…

- Se ti riferisci all’incontro con Mr. Richards…

- Keith è mio fratello, Johnny…

- Beh, certo, lo so bene…

- Oh, giocare con la mia fama, Johnny, che squallore: dopo quello che ho fatto per te…

- Prego: cosa avresti fatto per me?

- Io canto anche per te, Johnny…

- Oh, beh… questo mi sembra un po’ speculativo…

- Johnny, Johnny… come hai potuto farlo?

- Ecco, ci deve essere stato un equivoco, eppure, io mi scuso lo stesso…

- Johnny: non essere così compiacente…

- Ti chiedo doverosamente scusa…

- Guardami Johnny: dritto negli occhi!

- Oh… oh… uh… ooooo… uuuuh… uah… oh yeah…

- Ti piace Johnny?

- Oh… Uh…

- Ok, Johnny. Lo vedi? Mi sto approfittando di te.

- Oh… oh… per Giove!

- Hai avuto la prima lezione.

- Di quale lezione parli?

- Un amplesso comincia dalla testa, Johnny.

- Uh… oh…

- Ancora un po’, Johnny?

- Oh…

- No, basta. Così impari.

- Oh…

- Seconda lezione: decido sempre io, come e quando; e quanto. Ok?

- Ok.

- Non dimenticarlo.

- Va bene.

- Apparecchiami un tavolo e portami da mangiare, Johnny. Ho una fame bastarda!

- Vuoi anche bere?

- Secondo te?

- Birra rossa?

- Birra rossa va bene… oh, ma in che cavolo di posto sono capitato!


Apparecchio il tavolo e lo servo personalmente. Lui sembra contrariato.

 

- Comunque, ci tengo a farti sapere, che io non ho mai giocato con la tua fama…

- Ah no?

- No!

- E quello che hai detto a Mr. Cita?

- Che figlio di puttana! È stato lui a dire che hai preso il suo modo di danzare…

- Bene Johnny. Guardami.

 

Si arrampica sulle travi del soffitto come una vera scimmia, fa tutte le sue mossette da scimmia, prende una banana finta dal cesto di frutta di plastica e poi me la tira in faccia, batte le mani come una scimmia, e poi, farfuglia (e canta anche) come una scimmia. Alla fine si blocca. Mi fissa negli occhi.

 

- Hai visto, Johnny? Ti sembro una scimmia?

- No!

- Così va bene, Johnny.

- Anzi, secondo me, è la scimmia che ha copiato il tuo modo di danzare…

- Certo, Johnny. È così.

- Sicuro. Nessun dubbio su questo.

- Bene Johnny. Hai avuto la tua terza lezione.

- Oh… cioè?

- È il potere della persuasione.

- Che cos’è?

- Oh, lascia fare. Fai la cuccia e lasciami mangiare…

- Va bene.

- Hey, Johnny…

- Dimmi…

- Dovresti smettere di fumare quella robaccia… puzzi da far schifo!

- Mi dispiace…

- Gradirei un certo decoro, quando mi servono da mangiare…



POST DAL JOHNNY’S PUB




© ENRICO MATTIOLI 2018



Lettere dal pub - Cita



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Possiedo molte cose, ma sono tutte immaginarie. Se la città è una giungla, questo pub è un’oasi. In fondo, noi tutti siamo animali domestici. Domestici perché? Ci siamo soltanto adattati al luogo in cui ci trovavamo, se fossimo vissuti realmente in una giungla, ci saremmo abituati ai riti tribali. E ai tempi della giungla.

Il rock and roll è il suono della giungla, ma rispecchia molto anche una grande città. La metropoli e la giungla sono diverse e uguali, il rock ne cattura l’anima. Se Tarzan avesse abitato in città, sarebbe stato il front man di un gruppo rock con i suoi urli selvaggi.

 

- Ciao amico.

- Mi dispiace: le scimmie non possono stare in questo posto.

- Ti sembro una scimmia?

- Beh, sì…

- No, amico, io sono il padre del rock and roll…

- Oh… lo sai quante scimmie credono di essere il padre del rock and roll?

- Io “non credo di essere”, io “sono” il padre…

- Oh, ma certo… beh, cosa posso fare per te?

- Voglio una birra…

- Non posso darti una birra…

- E perché?

- Le scimmie non bevono birra…

- E tu chi credi di essere per decidere quello che bevono gli altri?

- Io sono Johnny B. Boogie e gestisco questo posto.

- Johnny B. Boogie… bel suono rock and roll, bravo!

- Grazie.


- Ascolta, B. Boogie: chi è che ha insegnato la danza a Mick Jagger?

- Non dirmi che sei stato tu…

- Oh yeah!

- Beh, Jagger, in effetti, balla proprio come una scimmia!

- Sicuro. Eh, ma non credere che sia facile…

- Cosa: insegnare la danza a Mick Jagger?

- No… ballare come una scimmia!

- Tu dici?

- Beh, Jagger è davvero bravo…

- Sì, se la cava…

- Sei mai stato nella giungla, B. Boogie?

- Beh, io… no, non capisco molto di giungla… l’unica giungla che ho visto è quella di Tarzan…

- Già, Tarzan… non farmi parlare…

- Ok.

- No, ma a te posso dirlo…

- Cosa?

- No, meglio di no!

- Come vuoi…

- In realtà, voglio confidarti...

- Sentiamo…

- Jane…

- E allora?

- Io e lei, insomma… hai capito, no?

- Oh, questa poi…

- È la verità…

- Mah...

- Ti dico di sì! Lei non ne aveva mai abbastanza… alla fine, ho dovuto dire basta…

- Davvero?

- Sì, e poi…

- E poi?

- Io ero veramente amico di Tarzan…

- Già, tanto amico da approfittarti della sua donna…

- Beh, cosa vuoi, quando scoppia, la passione diventa un sentimento incontenibile!

- Certo.

- Inoltre, dalla televisione si cominciava a percepire la tresca, così il pubblico, quando lui si lanciava dalle liane per andare nella giungla lasciandoci soli, cominciava a ridacchiare…

- Sul serio?

- Ti dico di sì: non dirmi che non lo hai mai notato!

- Ora che me lo racconti, sì, credo che la tresca si percepisse…

- Ma certo che si percepiva…

- Eh, che vuoi farci? È la vita…

- Hey, B. Boogie…

- Che c’è?

- Me la offri una birra?

- Perché dovrei offrirti una birra?

- Siamo amici, io potrei… offrirti protezione… sai, a volte accadono cose spiacevoli, quando uno è senza protezione…

- Mi stai velatamente minacciando?

- No… nessuna minaccia… sto solo mettendoti in guardia, B. Boogie…

- Oh, grazie…

- E come stai messo con i permessi?

- Quali permessi?

- I permessi per il locale…

- Tutto a posto, nessun problema.

- Io… vorrei proporti un affare.

- Che affare?

- Ti piacerebbe diventare rivenditore esclusivo di un nuovo prodotto?

- Che prodotto?

- Erba medica.

- Cosa?

- È una pianta che cresce dalle mie parti…

- Tu vorresti vendere quella roba nel mio pub? Finirei nei guai prima di subito!

- No. Devi solo usare un’accortezza: niente nomi. Nessuna Maria o Marianna, ma erba medica.

- Tu sei pazzo…

- È tutto perfettamente legale… si tratta di una pianta privata delle sue proprietà allucinogene che offre solo un effetto rilassante…

- Davvero?

- Ti dico di sì, è come una tisana, soltanto che invece di bere, la fumi.

- Beh, se mi assicuri che è legale…

- Ma certo, amico, ho un piccolo assaggio con me… prova…

- Sì, dopotutto, anche i gatti usano l’erba gatta, no?

- Sì, amico, nessun problema, mi ringrazierai, vedrai…


POST DAL JOHNNY’S PUB






© ENRICO MATTIOLI 2018




Lettere dal pub - Harry



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Possiedo molte cose immaginarie. In questo posto mi sento a casa. Mi piace restare seduto al tavolo sorseggiando la birra e guardare fuori dalla vetrata il mondo che si affanna. Non ho molti interessi oltre alla musica e possiedo solo cose immaginarie, ma questo forse l’ho già detto.

 

- Ciao Johnny!

- Salve Miss Harry.

- Carino questo pub…

- Oh, non è il CBGB…

- Ti dico che è ok, Johnny, io ne ho bazzicati di locali…

- Beh, grazie… certo, io non sono Mister Kristal…

- Ognuno è quello che è, Johnny…

- Già…

- Perché essere un altro quando si può essere se stessi?

- Io non saprei da dove cominciare…

- Hai già cominciato, Johnny…

- Tu credi?

- Ho fiducia in te.

 

È una parola magica: nessuno mi ha mai detto ho fiducia in te. S’insinua come un mantra. Davanti a me, la bionda più famosa della new wave, dice delle cose carine. Non capita spesso. La gente ben di rado dice cose carine, preferisce tenerle per se stessa.


 

- Ti piacciono i miei stivali, Johnny?

- Sì, vanno bene con i pantaloni di pelle…

- Beh, questi non li ho trovati nella spazzatura…

- Sei molto sexy…

- Dici?

- Assolutamente…

- Sei il mio bambino, Johnny…

- Oh…

- Dovresti distrarti, Johnny…

- Beh, non è mica facile…

- Dovresti uscire, incontrare persone…

- Io…

- Cosa?

- Mi da fastidio vedere la gente…

- E perché?

- Non lo so, forse perché in troppi hanno un’alta considerazione di se stessi…

- È possibile bere qualcosa, Johnny?

- Oh, ma certo: Johnny – dico a Johnny B. Strong – due rosse al tavolo, per piacere.

 

Stanno viaggiando – risponde lui. È un bravo cameriere, Johnny. Ha la capacità di prevedere le ordinazioni, del resto, non è difficile, in un pub cosa puoi bere se non la birra? Lui però, è davvero bravo. Giunge al tavolo visibilmente emozionato.


 


- È un vero piacere, Miss Harry – le dice – sei splendida!

- Grazie – risponde lei.

- Oh, non l’ho mai visto fare una cosa del genere, a nessuno! – Dico io.

- Andiamo, Johnny, scommetto che è un giochetto che fate con tutti…

- Ti giuro di no… cioè, non con tutti…

- Ti piace il sesso, Johnny?

- Beh, abbastanza…

- Beh, abbastanza? Sembra quasi che non ti piaccia…

- No… sì, mi piace…

- No? Sì? Qual è il problema, Johnny?

- Nessun problema, Miss Harry.

- E allora?

- Secondo me, è stata data troppa importanza al sesso…

- Ma non mi dire…

- … e questo a volte è controproducente…

- Ecco a voi Johnny e la sua nuova provocazione punk: Stop al sesso!

- Ah, tu mi prendi in giro…

- Non vuoi proprio dirmi qual è il problema, Johnny?

- Forse io sono un po’ intorpidito…

- Intorpidito? Scommetto che la pistola che hai nella fondina potrebbe provocare una strage, Johnny…

- Tu dici?

- Sai qual è il problema, Johnny?

- Quale?

- Tu pensi troppo.

- Al sesso?

- No, in generale… e quando si pensa troppo, le cose appaiono più gravi di quanto non siano nella realtà…

- Chissà, forse è così…

- Un viaggio comincia con il primo passo, Johnny…

- Già…

- Dovresti distrarti, Johnny…

- Lo so, ma non è facile…

- Prova a ridere di più. Non balli mai, tu, Johnny?

- Oh, no, non sono capace…

- Non sei capace? Chiunque è capace di ballare, basta muoversi un po’…

- Mi vergogno…

- Di cosa?

- Di quello che sono… mi sento a disagio quando mi muovo…

- Ti farebbe bene ballare, Johnny…

- Non so come fare…

- Chiudi gli occhi e lasciati andare… segui me…


POST DAL JOHNNY’S PUB

  

 


  © ENRICO MATTIOLI 2018 


 

 



Lettere dal pub - Barret



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Notte fonda. Un uomo si aggira fuori del pub, ha in mano una busta di biancheria. Indossa una t-shirt con la scritta I am Mister Roger. Sembra spaesato, come se si fosse perso. È fermo e osserva la luna. Quanti versi sono stati declamati alla luna?

Nel mondo dell’immaginazione accade la gran parte delle cose, per il resto viviamo in uno stato di generica staticità. Qualcuno ha detto che usiamo solo una parte del nostro cervello: che cosa ne è stato dell’altra?

 

L’uomo entra nel locale. Ha un’aria mite, studia l’ambiente, poi mi guarda.

 

- Sei un tipo strano tu – dice lui a me.

- Mi ascoltavi?

- Sì, fai delle strane domande…

- E tu sapresti rispondermi?

- Beh, io cercavo solo una lavanderia per lavare le mie magliette.

- A quest’ora di notte?

- Non riuscivo a dormire.

- Capisco…

- … e poi, mi piace restare in lavanderia, c’è profumo di pulito…

- Oh, certo…

- Io mi rilasso in lavanderia…

- Già…

- Sempre meglio che guardare la televisione, no?

- Hai ragione…

- Tu sei molto compiacente…

- Eh, me lo dicono tutti…

- Bello questo posto: cos’è?

- È un pub!

- Ah… e non avete lavatrici?

- No, abbiamo della pastosa birra rossa…

- Io cercavo una lavanderia, amico, però, ora che sono qui, un succo di frutta lo gradirei…

- Mi dispiace. Non abbiamo succhi di frutta…

- Capisco…



- Che cosa posso offrirti?

- Oh… dunque, che cosa potrei prendere? Acqua ne avete?

- Sì, direi di sì…

- Allora acqua fresca, grazie…

- Bene. Johnny? – Faccio a Johnny B. Strong – una caraffa d’acqua…

- Fresca, per piacere… - fa Mr. Roger.

- Sta viaggiando, Johnny – risponde Johnny B. Strong.

- Amico, quindi non sai dirmi dove posso trovare una lavanderia per lavare le mie magliette?

- No, mi dispiace…

- Proverò a cercarla di giorno…

- Sono sicuro che la troverai…

- Speriamo…

- Ecco l’acqua, amico…

- Grazie, Johnny… è proprio fresca… e poi è dissetante…

- Sì…

- Sai Johnny, ti ho sentito prima, mentre stavi pensando… a volte a me capita di sognare…

- Oh, forza Mr. Roger, raccontami dei tuoi sogni…

- Beh, sono dei sogni molto brevi…

- Descrivili…

- Davvero vuoi sapere?

- Scherzi? Ma certo…

- Beh, ecco… io… è un sogno un po’ singolare, in effetti…

- Non preoccuparti…

- Io… nel sogno… io suono in un gruppo rock di successo…

- E ti piace?

- È la cosa migliore che può capitare… poi, però, mi sveglio e torno sui miei passi… non è facile essere in una rock band di successo…

- Perché?

- Devi nuotare in avanti, io sono un tipo che ha bisogno di galleggiare.

- È un’immagine confusa, però rende l’idea…

- Sai, Johnny, la mente è… un animale selvaggio, la maggior parte della gente riesce a domarla… è un organo dentro una custodia, in fondo, e tende a liberarsi…

- Oh… è profondo quello che dici…

- Grazie Johnny. Sai dirmi a che ora apre la lavanderia?

- Domani mattina, Mr. Roger.

- Ti dispiace se aspetto qui?



- No, certo.

- È un bel posto questo.

- Grazie, Mr. Roger.

- Ma sì, mi sento bene. È ampio ma tranquillo, ti puoi riposare… e poi, nessuno ti cerca.

- Ti da fastidio quando ti cercano?

- Beh, non ho molto da dire… faccio la spesa, vado a passeggio, curo il giardino…

- Una vita tranquilla…

- Sì, una vita tranquilla… ti dispiace se schiaccio un pisolino?

- No, qui puoi riposare quanto vuoi…

- Ma tu svegliami quando apre la lavanderia…

- Sicuro.

- Magari faccio un bel sogno…

- Buon riposo, Mister Roger…

- Oh, sei molto gentile, Johnny… 


POST DAL JOHNNY’S PUB




 © ENRICO MATTIOLI 2018 

 

 

 


Lettere dal pub - Smith


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Possiedo cose che sono immaginarie e ho raggiunto una consapevolezza: sono soddisfatto e non lo sapevo. Sì è paradossale, ma solo in apparenza. Quando cade l’inconsapevolezza, la consapevolezza ti appare nella sua equa dimensione.

Ero davanti a una vetrina di abbigliamento e guardavo senza interesse maglioni, felpe e pantaloni. Ho pensato da quanto tempo non compravo un capo di vestiario. Anni prima, quando non mi sentivo a posto, spendevo soldi acquistando compulsivamente qualsiasi cosa: vestiti, film, profumi. Lo facevo di continuo, possedere acquietava per un po’ di tempo la mia insicurezza, ma quando il suo livello scendeva, dovevo tornare a spendere. Poi, non ricordo bene quando, questo processo s’è fermato. Probabilmente ho acquistato tutta la musica che era possibile e adesso mi basta così. Mi trovo in questo posto dalle cose immaginarie, non possiedo nulla concretamente, ho solo quello che mi occorre. Me ne frego del mio aspetto, o meglio, ci tengo il minimo ragionevole, sto imparando a superare le chiacchiere della gente, sono soltanto quello che sono. È vero che sono solo, ho frequentazioni soltanto nel mondo della fantasia e non riesco ad andare a tempo con la realtà. A parte questo, mi sento bene.

 

- Oh, è un bel profilo, Johnny.

- La grande poetessa!

- Sono solo una che lavora.

- L’unica poetessa, in realtà...

- Mi hanno avvertito che sei troppo compiacente, Johnny.   

- Amo chi supera il concetto di personaggio per essere solo una persona. E tu lo sei.  

- Anche tu, mi piace chi si accetta per quello che è.

- Sei troppo compiacente …

- Non l’ho già sentita questa?

- Sì, è il mio capo d’imputazione…

- In questo posto si beve birra rossa, vero?

- Certamente.

- Una, per piacere.

- Johnny? Birra rossa a questo tavolo.

- È in viaggio, Johnny – risponde Johnny B. Strong.


 

Johnny B. Strong, s’avvicina con due pinte di birra. La guarda e dice: è un vero piacere, Mrs. Smith. Lei sorride: il piacere è mio. Johnny B. Strong s’impegna in un inchino improbabile e torna dietro il banco. Mette musica in sottofondo: Because the night, che con tutta la ricchezza di materiale a disposizione, dev’essere il primo che ha trovato.

 

- Oh Gesù: non l’ho mai visto fare una cosa del genere, a nessuno! – Le confido io.

- La compiacenza è il criterio con cui scegli il personale, a quanto pare! – Ride.

- Sembra di sì!

- Bello questo locale, è tranquillo. Il posto ideale per sedersi e raccogliere appunti. Io vivo di parole, Johnny.

- Oh, le tue parole… molti dicono che la musica è importante, che nasce prima…

- Non è un processo standard. E poi, per me è diverso. Ho sempre amato la scrittura, quindi…

- Hai dei testi molto potenti…

- Mmm…  

- People have the Power è forte, Mrs. Smith. Il fatto di sognare e di cacciare i folli…

- Oh Yeah…

- Io ho sempre visto il rock come un grande partito internazionale…

- Che partito?

- Politico.

- Bah… non so se sono d’accordo…

- Perché?

Io non sono un politico, cerco solo di comunicare. Sono i politici che gestiscono le risorse, pure se hanno anche equilibri e interessi vari con cui fare i conti. 

- Quindi?

- I cambiamenti avvengono sempre in un periodo dilatato di tempo. Seguendo queste trame, il musicista rock rischia di fare il donatore di speranze vane, può far leva sull’opinione pubblica e prestare la sua faccia, ma poi la politica ha i suoi tempi biblici. In realtà, l’essere umano ama complicarsi la vita.   

- Già, quest’ultimo concetto riassume un po’ tutto…

- Bisogna andare avanti e non mollare, Johnny…

- Immagino che non sia stato facile per te...

- Beh, avevo due figli quando ho perso mio marito, un conto bancario in rosso come questa birra. Dovevo lavorare e badare ai ragazzi. Problemi quotidiani come qualunque donna. Non è stata come la vita di una star, piuttosto sembra il diario di una casalinga.

- Tu sei…

- Ascolta: mi dispiace di non rispondere al cliché che tu hai di una musicista, ma…

- Stai scherzando? Io nei musicisti cerco proprio la normalità, anche se questo può deludere qualcuno, ma non me!

- Bene, Johnny.

- Oh, è così, puoi giurarci.

- È buona questa birra.

- Beh, è solo una normale birra rossa, come tutte le altre…

- Ah, ah, ah…

- Perché ridi?

- Oh, non offenderti, ma…

- Cosa?

- Una normale birra come tante altre: cerchi di essere coerente per compiacermi ancora?

- No, è che… beh…




- Non c’è niente di male nell’eccezionalità, quando è autentica: questa birra è proprio buona.

- Eccezionalità… come incontrare il Papa?

- È uno che porta la sua croce, nel bene e nel male. Del resto, tutti portiamo una croce, giusto Johnny?

- Tu riesci a semplificare tutto: è straordinario!

- Bel paradosso, Johnny, complimenti…

- Oh, lo so, a volte sono così goffo…

- No, è divertente. Davvero.

- Grazie.

- Non hai una ragazza, Johnny?

- Io?

- Sì, tu.

- No.

- Qual è il problema?

- Non lo so.

- Mmm…

- Io ho bisogno di stare tranquillo, non riesco a seguire i ritmi della vita. Osservo, ma non riesco a partecipare. Mi spiego?

- Credo di sì. Eppure un giorno troverai una ragazza, Johnny.

- Oh… magari anche io le suonerò Because the night

- Bella scelta, Johnny. Buona fortuna!


POST DAL JOHNNY’S PUB

 



 © ENRICO MATTIOLI 2018 




Lettere dal pub - Berry



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Possiedo molte cose ma…

 

- Hey, tu: cerco un tale che si chiama Johnny.

- Qui tutti si chiamano Johnny.

- Già, ma io cerco il più Johnny di tutti!

- Hey, amico, cerca di calmarti. Ti faccio portare una birra?

- Pensi di comprarmi con una birra?

- Qual è il problema, fratello?

- Io non sono tuo fratello, ok?

- Ok.

- Il problema è che c’è uno stronzo che si fa chiamare Johnny B. Boogie, per via di un mio brano, che senz’altro conoscerai, Johnny B. Goode

- Oh, Mister Berry… io sono lo stronzo!

- Ah, sei tu? Sto per darti un colpo sul muso, ragazzo…

- Beh, ma io pensavo…

- Lo sai che fine faccio fare a quelli che pensano sbagliato come te?

- Senti, Chuck…

- E non chiamarmi Chuck, ho già detto che non sono tuo fratello…

- Come vuoi essere chiamato?

- Mister Berry, va bene.



- Ok. Mister Berry, la mia è soltanto ammirazione. Per me tu sei il padre del rock and roll…

- Che cosa? Non ci provare nemmeno: Chuck Berry ha quattro figli ma non ha eredi, ok?

- Il fatto è che…

- Non hai una personalità tua, coglione? Tuo padre non ti ha dato un nome?

- Beh, ecco, io non so chi sia mio padre…

- Ah… e perché non provi a cercare lui invece di rompere il cazzo?

- Hai ragione Chuck… cioè, Mister Berry.

- Ti sei ficcato in un grosso guaio, ragazzo…

- Mi dispiace…

- Ah, ti dispiace?

- Come possiamo fare?

- Adesso devo colpirti, capisci?

- Oh…

- È per il tuo bene…

- Ma…

- Prima però, è possibile bere qualcosa in questo cazzo di posto?

- Birra rossa?

- Ok, birra rossa!

- Ah… complimenti, eh, Mister Berry…

- Perché?

- Tua figlia è un’attrice bravissima… ed è anche una bella gnocca…

- Non sapevo che facesse l’attrice…

- Halle Berry non è tua figlia?

- Chi?

- È una grande attrice…

- E perché io dovrei essere il padre di tutti quelli che si chiamano Berry?

- Oh, ho fatto una gaffe…

- E comunque, se fosse stata mia figlia, avresti già pensato a portartela in camera, vero, Johnny? È così che mi porti rispetto?

- Beh, hai detto che non è lei tua figlia…

- Che c’entra? Se fosse stata mia figlia, ho detto, e tu il pensiero lo hai avuto comunque…

- Beh, ma…

- Questa cosa è grave: mia figlia, Johnny, ti rendi conto? No, io devo colpirti e ti colpirò più forte… ma dopo un’altra birra…

- Ok, Mister Berry. Hey, Johnny, un’altra birra per Mister Berry…

- Sta viaggiando, Johnny – fa Johnny B. Strong.




- Per me, tutti dovrebbero chiamarsi Johnny nell’ambiente del rock – dico a Mister Berry.

- E perché mai? – Fa lui.

- Te l’ho detto: per Johnny B. Goode. Tu sei il padre del rock…

- Ok, va bene, Johnny, non capisci un cazzo ma io so che dici certe cose per ammirazione.

- Certo, Mister Berry.

- Adesso, però, la birra è finita e io devo proprio farlo, Johnny.

- Che cosa?

- Colpirti.

- Beh, dopotutto, per me è un onore…

- Smettila…

- Grazie Mister Berry…

- Eh no…

- Cosa?

- Sei troppo compiacente…

- Io?

- Johnny, non c’è gusto a picchiarti.

- Non dire così, Mister Berry…

- Mi hai deluso, Johnny, non meriti i miei colpi…

- Oh…

- Me ne vado Johnny…

- No, Mister Berry, ti supplico, colpiscimi: è un grande piacere per me…

- Basta così, Johnny, sei anche masochista: che schifo!

- Ok. Lo sai che c’è?

- Cosa?

- Mister Berry sembra il nome di panino di McDonald’s!

 

 SBRANG!

 

- Grazie, Mister Berry, bel colpo!

- Ti avevo avvertito, Johnny… e stai alla larga da mia figlia!


POST DAL JOHNNY’S PUB


 


 © ENRICO MATTIOLI 2018 



 



Lettere dal pub - Joplin



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Possiedo tutte cose immaginarie e a volte ho l’impressione di aver sbagliato. Sono fuggito, mi sono isolato dal mondo, dove mi sentivo inadeguato, per rifugiarmi in questo posto: è solo qui che ritrovo una mia armonia. La solitudine è una droga, non riesco a fronteggiare serenamente gli accadimenti e così ho lasciato che nella mia vita non succedesse nulla. La osservo scivolare via, niente è cambiato da quando ero un ragazzo, è un bene questo?

Tutti hanno trovato una strada, in una maniera o nell’altra, tutti sono riusciti a integrarsi e a crescere. C’è una sentenza inappuntabile nella logica delle cose che vanno in onda, ed è che io sono un fallito di bell’aspetto, un emarginato che tenta di nascondere la sua condizione. È difficile gestire la sofferenza.

 

- La logica di questo mondo è stupida, Johnny.

- Oh, tu ragazza, proprio tu: devo sembrarti un cretino, vero?

- Mi offri una birra rossa, Johnny? Ho sentito in giro che è molto buona.

- Oh, ma certo: Johnny – dico a Johnny B. Strong – una birra per lei. E una per me.

- Subito, Johnny – risponde lui.

- Stavamo dicendo? – Le chiedo.

- Non c’è bisogno di ripetere - fa lei – ti ho ascoltato. Non hai segreti per me, Johnny…

- Oh bene, è un tale sollievo non dover ripetere… non vorrei annoiarti…

- Oh, andiamo, tu sei il mio Bobby McGee, dolcezza…

- È un onore…

- Oh, però, non essere così compiacente, Johnny…

- Eh, me lo dicono tutti…



- Lo so, s’è sparsa la voce, Johnny… tu sei il nostro idolo…

- No, non dire così, ti prego…

- Na nana nana… stare bene è facile, quando canti pezzi blues…

- Oh, yeah…

- Mi fa sentire bene questo posto, Johnny…

- Tu mi fai sentire bene!

- Ne sono felice, Johnny. Non badare a quello che dice la gente, lasciali fare, te lo dice una che fu eletta uomo più brutto del campus, quando ero all’università…

- Certo, non dev’essere facile quando sei giovane…

- No. Beh, quei ricordi sono amari… ah, la mia acne giovanile…

- Già…

- Sai che cosa ti invidio, Johnny?

- Tu a me? E che cosa?

- Tu non hai paura della solitudine. Io ne ero terrorizzata…

- Io non ho la tua voce…

- Avevo paura che mi abbandonasse, una paura fottuta, Johnny…

- Beh, non t’ha mai abbandonato.

- No, era solo una paura. Sembra che la testa non smetta di proporti brutti pensieri… è questo che mi faceva paura della solitudine, Johnny… ma poi ho capito che quei pensieri, erano solo parole. E io le usavo cantandoci sopra.

- Facendo l’amore con ventimila persone…

- Eh, non fare il moralista. 



- Era solo per dire…

- È il blues, Johnny, è tutto qui, non c’è molto altro…

- Già, facile a dirsi…

- Ah, come mi fa sentire bene questo posto!

- Puoi venire quando vuoi, lo sai?

- Lo so, dolcezza…

- Sicuro.

- Lo sai che cosa facciamo, adesso, Johnny?

- Che cosa facciamo?

- Ci beviamo un’altra birra!

- Senz’altro!

- Ma tu non essere così compiacente, Johnny!

- No, macché…

- Oh, come mi sento bene in questo posto!

- Tu… sei così bella quando sei felice…

- Sei un brav’uomo, Johnny… è facile, quando canti pezzi blues… na nana na…

- Yeah…

- Ora farò una cosa solo per te, Johnny, ma tu non pensare più di essere un fallito.

- Va bene.

- La fragilità, a che serve nasconderla? Molla qualche cazzotto al vento, Johnny. Sarà come affrontare la vita.

- Già.

- E ricorda: ogni volta che vedrò una cartolina con scritto Lettere dal Johnny’s pub, io correrò a trovarti, Johnny.

- Bene.

- Ok? Il prossimo brano è un riadattamento. Si chiama, Me and Johnny B. Boogie


POST DAL JOHNNY’S PUB

 



© ENRICO MATTIOLI 2018 

 



Lettere dal pub - Lee Hooker


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Sono tutte immaginarie le cose che possiedo e nessuno me le può togliere. Conosco due cose che alimentano la fantasia: la musica e la birra. A parte il sesso, che può appagare (o non appagare), pure se dopotutto, il rock and roll è sesso, quindi si torna al punto di partenza.

Non puoi certo dire che seguendo il ritmo di uno come Lee Hooker, qualcosa non si scateni nel tuo stomaco per spingersi più giù, e che non ti venga voglia di scopare. Che lo faccia oppure no, sai che quella cosa può liberare l’animale che c’è in te. Conosco molti chitarristi che fanno sesso andando a ritmo con la chitarra di qualcun altro. È un buon allenamento. Che dire? Io sono a corto di fiato.

 

È possibile bere o mangiare una cosa in questo posto?


Guardo l’uomo. Sono paralizzato: è il Re del Boogie! Ormai mi pare che solo a pensarli, i fantasmi si materializzino.


- Ci penso io, John: Johnny, porta una birra! – Dico a Johnny B. Strong.

- Ok, Johnny – risponde B. Strong.

- Johnny, prepara una patatina: svelto! - Dico a Johnny Stand By.

- Cinque minuti ed è pronta, Johnny – risponde Stand By.

- Che confusione, Johnny: ma in questo posto tutti si chiamano Johnny? - Mi chiede il Re.

- Sì, è per Berry. Sai, Johnny B. Goode

- Perché mai quest’omaggio al vecchio Chuck?

- Perché lui è il padre.

- Di chi?

- Del rock and roll.

- Mi dispiace dirtelo, Johnny, ma non si sa con esattezza chi sia il padre del rock and roll.

- Oh… non lo dici per questioni in sospeso con Berry?

- No, per niente. E non ha neanche una madre, il rock, figliuolo...

- Oh… dunque, non sarà mica opera dello spirito santo?

- Non essere blasfemo, Johnny. Mio padre era un predicatore battista.

- Oh, capisco.

- E così, qui tutti si chiamano Johnny.

- Sì, è una delle nostre caratteristiche.

- Già. E quali sono le altre?

- Beh… in realtà, questa è l’unica caratteristica.

- Ah, è una bella caratteristica.

- Davvero?

- No… ma la tua la birra è buona.

- In alto i boccali, alla tua salute, Re del Boogie.

- Già, è così che mi chiamavano tutti.

- C’è qualcosa di eccellente in questo.

- Eccellente? Parli come un Lord, figliuolo…

- Non condividi?

- Tutti siamo dei re, in qualche modo.

- Beh, non tutti.

- Perché? Tu non sei forse il Re di questo pub?

- In un certo senso…

- No “in un certo senso”: tu sei proprio il Re, in questo posto!

- Mi stai convincendo – rispondo. Poi, mi rivolgo a Johnny B. Bup: - Hey, Johnny, portami un’altra spina. Subito!

- Non puoi prenderla da solo, Johnny? Io devo aiutare Johnny B. Cool ha scaricare i fusti della birra. Pesano un accidente!

- Come ti permetti, Johnny? È un ordine!

- Ma che ti prende, Johnny?

- Io sono il Re del pub, ecco che mi prende!

- Beh, ma allora se tu sei il Re del pub, io sono il Re della banco della birra, Johnny. Quindi prendila da solo!

 


Guardo esterrefatto il Re del Boogie. Non ho trovato conferme alla mia nuova, presunta, consapevolezza. Lui dice: - Non te la prendere, Johnny. In fondo ognuno è il Re in qualche cosa. Capisci? 

- Temo di sì. Allora non serve a niente essere un re – rispondo.

- È per te stesso, Johnny. Serve per la tua autostima.

- Beh, ma…

- Ascolta, Johnny: io non ero il Re del Boogie perché ero bravo o per un diritto divino. È solo che quando io cantavo, prendevo il tuo dolore, lo mettevo sulle mie spalle e ti aiutavo a portarlo. Insomma, è una metafora, Johnny. Per questo dicevano che ero il Re del Boogie.

- Oh… ma a me nessuno dice che sono il Re di questo pub!

- Lo dico io, Johnny. È un posto favoloso questo, dove io posso venire e stare in pace a ristorarmi. E per questo, tu sei il Re di questo pub.

- Oh, grazie molto. In effetti, la tua è una visione diversa.

- È il blues, Johnny, uno stile di vita, come la meditazione o la preghiera o qualunque cosa in cui tu creda.

- Io non ho una cosa in cui credere.

- Beh, tu credi nel blues, nel rock, nella musica, nella birra.

- Questo è vero.

- Certo che è vero. 

- Però, c’è una cosa che non mi piace.

- E cosa?

- Che prima o poi, un re deve abdicare, prima che qualcuno gli sfili il trono da sotto il culo.

- Non è proprio così, sai Johnny? Non nella musica…

- Che cosa vuoi dire?

- Beh, tu pensi che io sia morto, ma lascia che ti dica una cosa: non è così.

- Non è così?

- No: io vivo nell’anima di tutti quelli che ascoltano ancora la mia chitarra suonare, mi capisci? Quindi, sono ancora il Re del Boogie, nonostante tutto.

- Lo sai perché ho scelto di chiamarmi Johnny B. Boogie?

- Certo che lo so. Non è un caso se sono capitato qui. Questo blues è per te, Johnny B. Boogie.


POST DAL JOHNNY’S PUB

 



© ENRICO MATTIOLI 2018 



 


© Enrico Mattioli 2018