V-Blog


t



Benvenuti nel mio blog. 

L'ho chiamato Virgole ( V-Blog ) perché mi piace pensare che i post qui contenuti siano regolati dalla punteggiatura come  se fossero parte di un'unica preposizione; anche, mi piace pensare all'attività di una radio privata che con rubriche varie accompagna le giornate della persone.

Si tratterà di letteratura, editoria, libri ed e-book, musica,

storie quotidiane e arte in genere. 


Saluti

Enrico Mattioli


 © ENRICO MATTIOLI 2017


    

Racconti brevi


IMG 0318


In questa sezione presento i miei racconti brevi. 

Alcuni li ho scritti per partecipare a dei concorsi, 

altri per il solo piacere di scrivere. 

Tra questi ce ne sono di umoristici e surreali, come 

 Appunti dell’appuntato Puntarella,  

altri raccontano temi più seriosi. 


Saluti

EM


© ENRICO MATTIOLI 2017




Ridotti ai minimi termini


Pillole e anfetamine di un sindacalista al supermercato


IMG_0069


I colleghi mi chiamano Telecamera, perché ritengono che io riesca a vedere anche quel che non capita. Eletto delegato sindacale, ho preso l’abitudine di appuntare lo svolgimento delle giornate per le eventuali rimostranze. Ma rileggendoli i miei appunti, ho l’impressione che quanto riportato non sia accaduto realmente: se ciò fosse, sarebbe evidente quanto i lavoratori spesso, non hanno bisogno di un delegato sindacale, bensì di un assistente spirituale.  

Ore 7.50 di un sabato qualunque. Siamo quindici persone assonnate, scaffalate sulla rampa del magazzino. Terremoto, il macellaio, interpreta i quotidiani politici; Zuccone, il magazziniere, dorme, mentre Margheritone conta le pecore: il colmo per un caporeparto pescheria!

Aspettiamo Auricchio, il nuovo capo settore, al quale spetta il compito di aprire il magazzino. E’ in grave ritardo: il supermercato attiva la vendita alle ore 8, ma in genere si comincia alle 6.30.

Auricchio è un cassintegrato con le stellette. Già assorbito dalla filiale di provenienza giacché il mercato ancora precedente aveva avuto il medesimo destino, si è presentato a noi in modo inquietante:

- Nelle altre filiali, io il sabato non lavoravo. Poi un bel sabato, mi hanno costretto e...

Ne nasce un caso: il personale maschile gira con le mani sui marroni. Romoletto, il direttore, ci critica perché le mani servono per lavorare: - Se dovessimo seguire le pratiche della scaramanzia - dice - tutti noi avremmo le mani sui coglioni!

Detto questo, si è toccato i marroni. Intanto, anche questo sabato, per prudenza, ha lasciato Auricchio a casa: è il direttore, infatti, che defilato porta le chiavi urlando Al lavoro! Al lavoro!

Zuccone, per il quale al lavoro è sinonimo di al fuoco, destato di soprassalto scappa, ma è bloccato dal camion che scende per scaricare.      

Ore 8.30. La collega Ciabatta arriva con mezz’ora di ritardo. Subisce il rimprovero del direttore. Lei, offesa, chiede il mio intervento. Dice: - La legge è uguale per tutti: non è giusto che Auricchio stia in casa solo perché porta iella! A questo punto anche io mi metto a portare iella. E tu, che sei il nostro delegato, che fai: dormi?

- Certo che no - le dico sbadigliando - ma adesso finiamola con la storia di Auricchio: porta male!

Detto questo, mi tocco. Romoletto mi coglie in fallo. Dice: - Anche lei, ci si mette: finiamola con le stupidate - dice allontanandosi. Poi, aggiunge sottovoce: - Porta male denigrare un collega che porta iella!

Detto questo, si tocca i marroni. Romoletto sta preparando una lettera per la direzione generale. Suda, s’impegna, ma non capisce dov'è il refuso.

Scuote la testa, scoraggiato. - C’è qualcosa che non va.

E mi legge la lettera. Il fatto è accaduto perché una cassiera non riusciva a cambiare il pannolino della cassa; dopo cinque minuti di vani tentativi, mi ha chiamato e io mi sono recato con urgenza alla cassa in questione, risolvendo il problema nell’arco di qualche minuto...

Intanto Scrocchiazeppi e Pippisenzacalze, confortano la Ciabatta disperata per le offese del direttore, per l’indifferenza del sindacalista e perché da quando è arrivato Auricchio, è già il terzo rimprovero che prende nella sua carriera di cassiera.

- E se le ha attaccato il malocchio? - fa Pippisenzacalze.

- Bisogna portarla dalla Maga - replica Scrocchiazeppi.

- Hai ragione - continua l’altra - e deve intervenire il sindacato. Si preoccupa di così tante fesserie, che dovrà pur fare qualcosa contro la iella!    

 

La cassiera Maga, intanto, ordina al macellaio Terremoto cinque lombate di vitello.

- Ben spesse! - dice - Ora ti lascio che ho la fila in cassa.

Scrocchiazeppi e Pippisenzacalze la rincorrono. - Ti dobbiamo parlare.

Io, attento a non incappare nel direttore, sono impegnato come capo gabinetto: gente che va e che viene; tranne quando arriva Terremoto. La sua seduta di oggi supera la mezz’ora e ciò pregiudica i miei rapporti con il Ricevitore merci. - Non ce la faccio più - dice quest’ultimo - ricordati che ho prenotato venti minuti fa.   

Cerco di intrattenerlo. - Intanto, se vuole, può partecipare a Vota la canzone.

Vota la canzone è una mia trovata: sulla porta del bagno, ognuno può scrivere il titolo del proprio brano preferito nell’attesa che il cesso si liberi. Il Ricevitore è in discesa al terzo posto con Lucean le stelle. Perde terreno e s’incazza con me. - Non è possibile che Gisella sia al primo posto. Sei tu che hai truccato il concorso perché lui è un tuo iscritto. Ecco la verità: questa faccenda è un fatto sindacale! 

Così dicendo, cresce il suo bisogno fisiologico e lo spazientito collega bussa alla porta - Terremotoooo!

Terremoto, disturbato, si offende con me. - E’ colpa tua! Tu devi tutelarmi quando vado al bagno: lo sai che ho seri problemi! 

- Quali?

- Secondo te, perché mi chiamano Terremoto? 


Nel corridoio dolciumi, Scrocchiazeppi e Pippisenzacalze incalzano la Maga. - Devi dare un’occhiata alla Ciabatta: ha seri problemi.

- E che c’ha?

- Ce l’hanno tutti con lei.

- Già - aggiunge Pippisenzacalze - da quando è arrivato Auricchio...

- Aaaah! E non me lo nominare... - dice scappando. Si dirige in macelleria, dove ha un contrasto con Terremoto.  

- Ancora non sono pronte le lombatine? - Fa lei.

- Sono stato al bagno. Embè? - Risponde lui.   

- Spero che ti sia lavato almeno le mani...

- E perché? Mica è ora di pranzo! (Terremoto crede che il sarcasmo sia qualcosa sotto la ventola del radiatore, in altre parole, è serio).

- E' inutile discutere con te. Ricordati che non posso lasciare la cassa ogni mezz'ora!

Così si reca al reparto dolciumi da Scrocchiazeppi, la quale, continua a consolare la Ciabatta.


Dalle casse due clienti esasperati dagli indugi della Maga, si avvicinano in ufficio per protestare e trovano la Lupa, capo cassiera, sommersa da carte, computer, distinte e denari. Come pizzicata da una tarantola li spedisce nel cesso, dove i due incontrano il Ricevitore.

- Dica? Questo gabinetto è solo per il personale.

- Ma no, vede noi stavamo in fila, ma...

- Bravi, bisogna sempre rispettare la fila: ordine e disciplina innanzitutto! - li interrompe con noncuranza, trascinandoli dentro.

Mimetizzato, li spio; quando emergono, il Ricevitore appare soddisfatto: posa una mano sulle spalle dell'uno e si rivolge all'altro. - Vi ringrazio della preferenza. Ora ditemi: posso esservi utile?

 

Allontanatosi i tre, entro nell'ingresso e sulla porta campeggia:

3° posto: sono un pirata, sono un signore - Il Principe.

2° posto: sono una donna, non sono una santa - Gisella.

1° posto: Lucean le stelle. - Io.

 

Ore 11- La collega Poppa chiama: - Un domicilio alla cassa numero tre.

E' di turno per le consegne Piccione, ma non si trova. Il direttore si esaspera e io intervengo sensibilizzando Romoletto poiché oggi è il trentasettesimo compleanno di Piccione. - Va bene, va bene. Però, me lo vada a prendere.

Mi dirigo fuori del magazzino. Come sospettavo, lo trovo appoggiato alla rampa del posteggio clienti, proprio sotto il balcone di Stellina, la fidanzata.

- Piccione! Sei sempre qui, eh?

- Lo sai che Stellina ha preso quattro al compito di chimica? La settimana prossima, mi tocca.

- Ti tocca, cosa?

- Devo andare a colloquio con i professori. Voglio capire cosa non va.

- E i genitori?

- Ormai siamo insieme da tre mesi. Devo assumermi le mie responsabilità. Non come voi delegati.

- Che cosa?

- La prof di Stellina è della CGIL, e mette quattro a Stellina che io pure tifo per la CGIL? Perché non ci parli tu, che siamo tutti una CGIL?     

 

Ore 12: il Principe, fresco di un corso sindacale, ci scuote. - Prendete esempio da Stachanov!  

Tutti si guardano e si rivolgono a Scatolone, data la vastità della sua cultura. Lui delude - Spiacente, non m'intendo di calcio.

Il Principe, allora, ci raduna. Ha letto un libro di un americano del quale preferisce non rivelare il nome (non lo ricorda), intitolato Come godersi la vita e lavorare meglio. Ha intenzione di organizzare dei corsi inerenti all'argomento. Mette una cassetta dei Mondo Grosso: al rifornimento si avanza di tre passi  e poi si indietreggia di due; prima di disporre l’articolo sullo scaffale, compiamo una piroetta su noi stessi. Dopodiché si muove un po’ il bacino e si ricomincia.

In magazzino si respira un’atmosfera di rilassamento generale, oltre al profumo di nero pakistano offerto da Zuccone.

Ci sdraiamo sulle cataste di carta igienica, insieme alle nostre colleghe preferite. Ognuno sceglie la compagna dei propri sogni.

Godo quel che il destino mi offre: la collega Poppa. Ha due bernoccoli sul petto, decorati da tanti nei che viene voglia di contarli. Resto sdraiato sulla carta igienica. Con la Poppa. Le conto i nei.

Bruscamente, qualcuno mi scuote. Apro gli occhi e mi ritrovo scaffalato sulla rampa dello scarico.

- Hey, Telecamera, hai fatto un bel sonnellino! - E’ il Principe.

- Che ore sono?

- Sono le dieci.

- Abbiamo aperto?

- Da due ore!

- Perché non mi hai chiamato?

- Se non ci aiutiamo tra sindacalisti... ho sistemato tutto con il direttore. 

- Principe, ma come fai?

- Cosa?

- Ad avere un tale ascendente...

- Perché io credo ancora in certe cose!

- Quali?

 

Mi guarda perplesso. Perso, fissa il vuoto. Si allontana risentito, inveendo contro di me. - Ma come hai fatto a prendere i voti tu? E soprattutto, vorrei sapere chi ti ha eletto a te?

Vorrei saperlo anche io. E soprattutto, perché?



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

 

 

 


Appunti dell’appuntato Puntarella



appunti

Avvertenza: 

si consiglia di non tradurre questo testo in altre lingue perché composto di accenti e giochi di parole non comprensibili se differenti dall’italiano. 

Grazie.


C’erano almeno tre buoni motivi per cui mercoledì 29 febbraio, Saverio Bortolotti di anni otto, si trovava chiuso dentro l’armadio di camera sua. Il primo si chiamava amore, il secondo non ricambiato, il terzo Susanna.

In seguito a segna la azione dei genitori - Bortolotti Pietro, padre, Marcelli Elisa in Bortolotti, madre - ci re cammo in località Borghetto, via Cetana n. 8 (otto). La a bitazione con sisteva in villetta di piani due (2), come a purato dopo a certa mento; di box macchina uno (1) con a lo in terno parcheggiate Maserati bi turbo di colore grigio, Smart di colore bianco e Toyota Yaris di colore o paco in definito; a mpio giardino con a nessa alta lena, a mpio terrazzo con para bola.

Il nucleo familiare a n dava com pletatosi da Bortolotti Carlo, anni sedici (16), fra tello; Bortolotti Vanessa, anni quindici (15), sorella; due (2) cani razza Lupo, taglia grande.

Il su detto Bortolotti Pietro (padre), di chiarò che da il giorno precedente a il 29 febbraio mercoledì, (che ri sultò 28 martedì, mese medesimo), il Bortolotti Saverio di anni otto (8), era scomparso.

Da la ri costruzione de i fatti, il Bortolotti Saverio tornò a casa dopo la scuola, verso la ora 17, a compagnato da la madre, Elisa Bortolotti. Ella di chiarò che il Bortolotti Saverio a pariva taci turno, ma in quel momento Ella non diede ri levanza a il suo stato, datosi che il Bortolotti Saverio era tor nato a la a tività scolastica da giorni tre (3) causa in fluenza e le sembrò sol tanto quindi a faticato. A rivati a casa, giocò un poco su la alta lena e fece al cune corse con i cani ne il giardino. A la a vertenza de la madre di non a faticarsi per via de il mal anno passato, il Bortolotti Saverio si ri tirò in camera sua. Ma Ella, la madre, sostenne di non haverlo veduto salire in camera (gli haveva parlato da la finestra de la cucina), per ciò sol tanto su poneva che il Bortolotti Saverio fosse salito.

A la ora 19.30 tornarono il Bortolotti Carlo, fra tello, da gli a lena menti di calcio (ne la quale squadra de il paese militava da difensore centrale ne la categoria giovani simi), a com pagnato da Bortolotti Pietro, padre, e da Bortolotti Vanessa, sorella, ancor ché fidanzata con il com pagno di squadra de il fra tello Carlo, Mirko Cerilli (centrocampista). A spettavano di mangiare parlando de la partita domenicale, ne il mentre che Bortolotti Vanessa salì a il piano di sopra per chiamare il Bortolotti Saverio. Ci si a corse de la sua a senza, per ciò, verso la ora di cena, la 19.40.

Il suo quindi ultimo a vista mento era stato in giardino verso la ora 17.30 e gli unici ad haverlo effettiva mente veduto per la ultima volta, erano stati i cani che in quanto bestiole, ri sultarono re ticenti. Nulla poteva escludere che il Bortolotti Saverio anche fosse uscito da il cancello de la a bitazione o chiunque havesse potuto ri chiamarlo da la strada. Mi per plessi però, di un (1) a spetto: il Bortolotti Saverio di anni otto (8), era ri masto solo in camera sua (se ciò dichiarato da Bortolotti Elisa, madre, fosse stato esatto) per ben ore due (2), da la ora 17.30 a la 19.40: per ché?

A il mio in terrogativo, Bortolotti Elisa ri spose che Bortolotti Saverio era un (1) bambino soli tario e dopo la scuola era solito guardare i pro grammi per ragazzi, in parti colare Ciccio Tuttomatto, di cui haveva al tre sì im parato a re gistrare le puntate. Il giallo stava diventando giallognolo: se io medesimo in giallivo a il pensiero di re gistrare con la tecno logia, come era sì possibile che un (1) bambino giovane ne fosse già im praticato?

Il maresciallo Regimondi, decise di re carsi a la scuola per parlare con i com pagni di classe de il Bortolotti Saverio, così per havere in dicazioni utili a la in dagine. Lasciò me medesimo ne la casa de i Bortolotti, per ché anche non era da escludere un (1) rapi mento, datosi il Bartolotti Pietro essere  facol toso pro dottore de il tartufo. Chiesi se fosse stato possibile dare una (1) occhiata a le cassette re gistrate de il pro gramma pre ferito de il Bortolotti Saverio per non la sciare nulla a il caso, datosi che, è ri saputo, i ragazzini sono su gestiona bili e ogni traccia non va tra scurata.       

Da un (1) rapido a certa mento, ne le due (2) ora di visione de il materiale, posso a fermare che il Ciccio Tuttomatto è la storia di un (1) bambino da la i maginazione su periore a la Norma, a dirittura fervida, se mi è con sentito esa gerare e per sino a riva a chiudersi dentro ar madio per ché il suo in realtà non è un (1) ar madio, ma tra tansi di macchina de il tempo a tra verso cui il su detto ri esce a spostarsi ne le varie e poche per fuggire a le e que normative de i Grandi ri guardo a le sue in fra zioni di bambino. Il su detto Ciccio Tuttomatto, si dole, a la fine di ogni puntata, in quanto che per i vari cambi di era storica, trovansi su la sua strada la pre senza fedele e im peritura di un (1) genitore o un (1) maestro o un (1) tutore con i medesimi tra ti soma tici.

Questo è confortante ed educativo, pensai tra me e stesso, ce n’è già troppi di esempi che incoraggiano i bambini giovani a la ribellione e a la maleducanza, che ne sarà di questo suddetto mondo?

Ne il mentre che de la mia ri flessione, tornò a la casa il maresciallo Regimondi con una (1) per sona di sesso femminile, la maestra de la scuola de il Bortolotti Saverio, signora dArco Susanna. Le sue genera lità non mi erano i gnote, forse, ma im pegnai di versi minuti ne lo sforzo di menticarle pro prio, così ché da non havere pre giudizi. Questo per ché, ri cordavo troppo bene la mia di maestra, Lucrezia Rodari, eccome havrei potuta di menticala? Mi chiamava zampe di gallina e tutti i miei com pagni ri devano forse nati: li havrei voluto ri trovare uno (1) a uno (1), ad esso!  

Ne la parte di unica in quisita, la dArco Susanna mi a parve troppo in a nsietà, ma il maresciallo Regimondi disse che la su detta si trovava in loco solo per ché haveva da fare una (1) di chiara zione a i genitori de il Bortolotti Saverio. Ne il mentre che, io re stavo vicino a la porta in a lerta, a scoltando con a tenzione e sospetto, per ché il sospetto è la prima qualità di un (1) buon a. puntato. 

 

Ella di chiarò quanto segue: Non so se tutto questo può avere rilevanza con la scomparsa di Saverio, ma proprio l’altro giorno i suoi compagni di classe presero il suo diario su cui Saverio aveva disegnato un cuore e poi il mio nome, Susanna, aggiungendovi un arco (alludendo al mio cognome?) che scocca una freccia. Poi, sapete come succede tra bambini, no? Lo hanno preso in giro e lui tentava di nascondersi la faccia. Era solo un disegno molto tenero e mi ero ripromessa di parlarvene quanto prima, non immaginando che… diomio, povero Saverio, che cosa sarà successo?

Il maresciallo Regimondi le chiese se ri cordasse al tro. Ella di chiarò quanto segue: Sì, c’erano dei pensierini riguardo al crescere velocemente e diventare adulto per sposarsi… potevo mai immaginare… povero Saverio!

Bortolotti Pietro, padre, scuoteva la testa a vilito e chiedeva a il maresciallo Regimondi se a suo parere fosse da escludere la i potesi di rapi mento. Il maresciallo lo rassi curò che in un caso de il genere, era una possi bilità molto re mota. Elisa Bortolotti, madre, pur tra tenendo le la crime a stento, con solava la dArco Susanna, maestra, la quale rea si sentiva in di fetto di non haver a vertito tempo estiva mente la famiglia. A quel punto, Bortolotti Vanessa, sorella, in quanto tale, in tervenne. Ella di chiarò quanto segue: Io, ultimamente lo prendevo in giro perché mi chiedeva come fare per trovare una macchina del tempo. Mi sembrava una cosa buffa, così lo incoraggiavo a cercarla, perché, dai e dai, l’avrebbe trovata.

 

Fu in quel punto che chiesi a il maresciallo Regimondi di con ferire con Ella (lui sotto scritto) per offrire il mio a porto a la in dagine ed evidenziare che nel fra tempo, non ero stato con le mani in mani. Sentivo il mio sospetto crescere senza per ché e il giallo ormai stava di ventando color mai o nese. Ci a partammo e lo con vinsi a seguirmi di sopra. Entrammo ne la stanza de il Bortolotti Saverio. A cendemmo la tele visione, ma per si qualche minuto ad a viare il video re gistratore.

Eravamo in silenzio, il maresciallo e io. Ne il mentre che guardavamo le cassette di Ciccio Tuttomatto, qualcuno bussò. A prii la porta de la camera, ma non vidi nessuno. Il maresciallo Regimondi disse quanto segue: Ma no, guardi Puntarella, deve essere… credo che bussino da dentro l’armadio!

Io mi feci in anzi, scansando con la mano il maresciallo per pro teggerlo, tenendo la mano destra pronta a slacciare la fondina. A prii lenta mente il vano ar madio e uscii un (1) bambino giovane. Si stropicciava gli occhi e io lo a iutai a uscire. Per quisii rapida mente lo in terno e vi trovai: una (1) bibita a ranciata, una (1) scatola di biscotti, un (1) barattolo di nutella.

 

Che cosa fate con i miei filmini di Ciccio Tuttomatto? - Domandò il ragazzino  

Chi siete - ri sposi io - qualific… -  A quel punto il maresciallo Regimondi disse quanto segue: Puntarella, lasci fare, è il bambino: è lui Saverio Bortolotti, si nascondeva dentro l’armadio.

Ah - dissi io - bella roba.

 

Ri chiamati dal tram busto, salirono i con giunti e pure la maestra. So spirarono per lo scampato per icolo e si fecero in torno a il Bortolotti Saverio di anni otto (8). Quando ri conobbe la sagoma de la donna maestra, il Bortolotti Saverio fece per scappare ancora. Io non capivo, ma pronta mente mi in sospettii. La donna lo a bracciò e si in ginocchiò a la sua al tezza, di cendo quanto segue: Ci hai fatto prendere un bello spavento, Saverio. Io non posso sposarti perché…

 

Fu in quel mo mento che il maresciallo Regimondi mi prese per un (1) braccio, di chiarando quanto segue: Andiamo via, Puntarella. Hanno alcune cose da spiegarsi - a giunse ri dendo.

Io mi per plessi, ma obbedii. Su la camio netta, il maresciallo Regimondi mi fece i com pli menti, di cendo quanto segue: Mi compiaccio, Puntarella, se non mi avesse portato di sopra non saremmo arrivati alla conclusione. Quel bambino aveva viveri per giorni!

Io a scoltai in silenzio e ri flettevo. Non o stante il giallo fosse sgiallito, il caso non mi pareva chiaro. Mi a rovellai per giorni, ma non a rivai a una con clusione o via. Quel che mi pare e quo, in vece, è che maestre anno sempre havuto le pro prie re sponsa abilità nella vite di ognuno.

In fede,

Puntarella Anacleto, a. puntato


                     

© ENRICO MATTIOLI 2017


    

 


La cocomera



62828197


Il malumore del vecchio Alvaro, esalato di senilità, traspare quando lui, rincasando dal passeggio, pulisce le scarpe sul ciglio della porta: se lo zerbino non è ben allineato, è certo che in casa Malacosta il clima si fa funesto. Quel tappetto, regalo del mal sopportato genero, raffigura un’anguria che il vecchio chiama impropriamente la cocomera, a sottolineare con quella storpiatura oltre a un basso gradimento del regalo, un’avversione nei confronti del giovane di nome Odoacre, medico di base con lo studio al primo piano del condominio e che nel giro di due anni gli è diventato genero mettendogli a soqquadro l’esistenza. Fu lui, infatti, che proibì ad Alvaro di fumare per non peggiorare l’enfisema. Il vecchio, però, ora sostiene vivacemente di non sentirsi più quello di una volta, ma non è dato sapere se Alvaro intenda per via della parentela oppure per la mancanza delle sigarette. È per questo che sfoga le sue frustrazioni battendo con vigore le scarpe sulla cocomera? Sembra che anziché pulirle, voglia sbatterle sul muso di qualcuno.      

Matilde Malacosta, invece, è colei che di quella parentela ne fa un vanto con tutto il condominio e oltre. È anche la moglie di Alvaro, ovviamente, e la cocomera diviene spesso motivo delle loro contese.

È mezza mattina. Le sedie sono sopra il tavolo. Con modo secco, burbero, quasi che in quelle ramazzate intendesse dare ancora un ritmo all'esistenza, donna Matilde spazza la cucina. Fuori piove. In sottofondo, il notiziario radiofonico: Ancora nessuna svolta sulla fuga dei banditi che ieri a mezzogiorno hanno assaltato l’ufficio postale.

Alvaro siede in salotto, sulla poltrona appena sotto la foto dei tre nipotini. Laborioso, sbuccia i fagioli.

Dalla cucina, con tono di rimprovero, la moglie lo coglie: - Ti sei accorto che è finito l’olio?

- Se ne ho prese tre bottiglie la scorsa settimana...

- Sei sicuro?

- Sono sì, sicuro! Tu piuttosto: dove le hai messe?

 

Si sposta verso la cucina: - Non vedi che le tieni in mano? - Le dice.

- Le ho trovate adesso! - Gli risponde. Lui scuote la testa, lei prende il soprabito.    

- Mica vorrai uscire con questo tempo? - Fa lui.

- Vado al mercato: è finita la frutta - replica seccata.

- Allora vado io. Tu è meglio che ti riguardi.

Matilde è sorpresa. - Sai scegliere le arance? 

- Beh!

- Vai dalla signora Valeria, che è tanto brava. Ha il banco in fondo, dopo il vecchio Marcello. 

- In fondo dove? - Urla Alvaro.

- Dopo il banco del vecchio Marcello...

- Marcello si è spostato: adesso è proprio all’entrata.

- Appunto: in fondo dall’inizio!

 

Alvaro con gesto lento prende il cappello e l’ombrello. Matilde si raccomanda: - E non fare tardi, e non prendere tutto quel peperoncino, e lascia in ordine la cocomera quando rientri che una cocomera è lo specchio della casa: che cosa penserà la gente? 

Gironzola per la casa e pensa: da quando Odoacre gli ha impedito di fumare, è peggiorato: che il fumo rinvigorisca le cervella?

Alvaro apre e accompagna delicato la porta, lasciando dentro casa le raccomandazioni della moglie che, del resto, conosce a memoria. Nello stesso momento la signora Tabacci dal terzo piano, esce sbattendo la blindata; il riverbero scuote la ringhiera delle scale.

 

- Buongiorno sig. Alvaro.

- Signora Tabacci, lei è sempre in forma...

- Le scale sono una bella ginnastica per il cuore.

- Devo dirlo a mia moglie. Palpitazioni, aritmia...

- Poverina. Deve andarci cauta allora...

- E perché? Visto mai un colpo secco!

- Lei è il solito mattacchione...

- Signora mia, io sono una vittima!         

- Di nuovo al mercato?

- Vado a prendere la frutta. Vitamine ci vogliono...

- Ma cosa ci fa con tutti quei peperoncini?

- Se un giorno ci vediamo per un caffè, glielo dico! 

- Che paravento... lascio a lei la delega per la riunione di domani? Io sono sempre di corsa...

- Ci mancherebbe. Lo faccio con piacere.

- Arrivederci sig. Malacosta, devo andare.       

 

La donna fugge lasciando il vecchio da solo. Sempre di corsa, sempre di corsa... - borbotta lui.

Arriva davanti alla guardiola. Il portiere è immerso nella lettura dei quotidiani sportivi e non si accorge nemmeno che la bella signora lo saluti. Alvaro lo fissa e urla: - Ah! Quindici anni di meno!  

 

Il portiere ha un sussulto, poi lo guarda e lo manda al diavolo: - Ma va là, mister peperoncino...


Alvaro si ferma davanti alla cassetta della posta. Cerca la chiave; si guarda intorno e apre furtivo il portello. Estrae un pacchetto di sigarette ed esce. Saluta gli altri pensionati sotto il portone. 

 

- Ciao, vecchi rimbambiti!

- Hey Alvaro... è l’ora del peperoncino?

 

Il vecchio Malacosta ridacchia soddisfatto e accende una sigaretta.

 

A casa Matilde pulisce le orate e le spigole. Ciccia, la gatta, fissa gli scarti e gli strofina tra le gambe. Matilde, distratta da un vago ronzare, pensa: elicotteri! Forse stanno cercando qualcuno o è accaduto qualcosa. Quel rimbambito è uscito adesso, non può averne combinata un’altra delle sue...

Regala la testa della spigola alla gatta, ma continua a sentire il rumore dall’alto, la stessa sensazione di cinquant’anni prima, quando un bombardamento distrusse la casa dei suoi.

Mette il prezzemolo e l’aglio, un pizzico di peperoncino dentro le orate; spruzza un goccio di limone e un cucchiaio d’olio. Sistema il tutto e accende il forno. 

Esce in balcone a leggere il giornale e non ci riesce. Ciccia è ai suoi piedi. Matilde guarda i comignoli del palazzo di fronte e più in alto, per vedere l’elicottero di cui continua a sentire il rumore.

E’ distolta dal grill. Mezz’ora e il pesce è bello e cotto. Ciccia gli ronza intorno e con la zampa si lucida il pelo tigrato grigio.

Alvaro sta tornando. Entra nel portone e ripone il pacchetto di sigarette nella cassetta della posta. Pianta la cicca che tiene tra le labbra nel vaso davanti alla guardiola. Dalla sporta estrae un peperoncino: lo strofina sul cappotto e comincia a masticarlo. Chiama l’ascensore, che non ha certo un rumore silenzioso. 

Matilde sente che il marito sta tornando e si avvicina all’ingresso.

Alvaro gira la chiave e apre. La moglie lo aspetta sul corridoio a mani conserte. Matilde prende la sporta e controlla la spesa, continuando a borbottare.

Cosa ci farà con tutto questo peperoncino... vecchio rimbambito!

Fuori, la cocomera è in ordine perfetto. Ciccia esce e si accomoda sul quel tappeto col ronfare tipico di un elicottero in volo.



© ENRICO MATTIOLI 2017




Banda armata


148283_133602800029677_5898522_n


Un fiume carsico di lava incandescente, ecco qual è il mio stato d’animo attuale. Sono al parco pubblico, a passeggio con il cane di mia madre, e osservo intorno a me il mondo scorrere con lentezza pachidermica.

Immagini leggermente sfuocate raffigurano coppie con passeggino sportivo a tre ruote spinto con vigoroso orgoglio dall’uomo, un bambino sull’altalena con giovanili nonne che amoreggiano al cellulare fregandosene bellamente dei pianti del fanciullo, deiezioni di animali la cui unica colpa è quella d’esser compagni di persone incivili, bicchieri infranti, tracce di vomito di teen-ager senza futuro spinti a divertirsi da morire.

Quando noi eravamo ragazzi, alla morte non ci pensavamo pure se ci girava intorno offrendo sigarette; il presente credevamo fosse un ponteggio sopra cui avremmo edificato il futuro, eppure, a voler essere chiari, più che un ponteggio le nostre erano barricate da dove attaccavamo e dentro alle quali ci offuscammo. Ci siamo persi, abbiamo perso, ecco che è stato, alla fine.

In questo parco ci venivamo quando dovevamo incontrarci senza dare troppo nell’occhio e soprattutto per la paura di essere ascoltati: eravamo terrorizzati più dalle cimici che dal piombo perché quel tipo di insetto, pure se non si attacca, uccideva ugualmente, anche se in modo diverso. Eravamo quelli che sbagliano.

Lucilla si unì all’organizzazione direttamente dall’università e all’inizio pensavo che fosse lei stessa un insetto, per via del suo inserimento così veloce che io consideravo avventato. La guardavo con scetticismo, indubbiamente fu duro per lei quel periodo. Io volevo ucciderla, confidai il mio proposito agli altri, ma avrei sbagliato, non ebbi, per fortuna, il permesso del gruppo. Si è fatta quasi i nostri stessi anni, non ha mai parlato, pure se quasi sempre era in disaccordo: questo era l’aspetto che non accettavo e che mi faceva porre mille dubbi su lei. Chi e che cosa gli avevano fatto compiere il salto?

Avrebbe fatto la professoressa di lettere se non avesse scelto la clandestinità, del resto, ognuno di noi avrebbe avuto un’altra vita. Lucilla ci tediava con paradossi e riflessioni che a ben considerare di profondo avevano solo la sua presunzione. Sosteneva che la sintesi della nostra esistenza giaceva (giaceva, questo sì un predicato opportuno) nella prima singolare tra il presente e il passato remoto dell’ausiliare essere. Bella scoperta, pensavo, oltretutto, era un pensiero snaturato perché chiunque può affermare “io sono” ma nessuno può più ribadire “io fui”, i morti non parlano, tutt’al più, lasciano parlare.               

Mi guardo intorno, adesso, qui al parco, queste immagini sfuocate mi fanno tanto di pigro scorrere del fiume e non mi appartengono come neanche allora; allo stesso modo, in un certo senso, non mi è appartenuta la vita pure se mi è imputata quella degli altri. A sessantuno anni ho scontato tutto. Mio padre è morto di cuore, di crepacuore, mi disse qualcuno, l’ho saputo tre mesi dopo perché le notizie non filtrano in isolamento. Mia madre, beh, mia madre non porta più neanche a spasso il cane.

Fu tre mesi fa che rividi la Lucilla. Ero sull’autobus che mi recavo all’associazione di Caino, creata dal Partito Radicale per il recupero degli ex detenuti politici. I nostri incontri, durante i processi, erano stati fugaci, giusto il tempo dei saluti. La mia ira era placata. Lei mi guardava, però, sempre con un piglio che mi infastidiva oltremodo. Non so perché, un giorno mi fermai a fissarla negli occhi. Lei disse “Avevo ragione io, s…”. Per un frangente mi irritai come ai vecchi tempi, avevo sentito bene la sua frase, ma non c’era più alcuna ragione, ora, c’era solo da aspettare che il tempo facesse il suo corso.

Dunque, ero sull’autobus e la vidi alla fermata. Ero impreparato all’incontro e rimasi seduto. Nei due o tre giorni seguenti non riuscii a scorgerla. La rividi la settimana dopo e mi convinsi a scendere. La libertà o la semilibertà ti conducono alla solitudine, non hai molto spazio (e neanche tanto tempo) per rifarti una vita, devi accontentarti perché quello che hai è già molto, ma per carità, non è la mia una lagna, solo una costatazione. Del resto, lo stato d’animo di oggi è uguale a quello dell’epoca dei processi: aspettare che il tempo faccia il suo corso. La gente sa chi sei e che porti il tuo fardello, all’inizio provavo disagio anche ad abbozzare un sorriso di circostanza. Dopo tanti anni dietro alle sbarre guardando il sole a scacchi, quando sai che buona parte dell’opinione pubblica, non senza ragione, ti vorrebbe morto, tutta questa libertà è qualcosa che mette perfino paura.

Scesi le scalette del bus lentamente, lei non s’accorse subito di me. Passò un altro autobus e salirono quasi tutti. Rimanemmo da soli alla fermata, eccetto due vecchiette con le sporte della spesa. Lucilla si voltò e mi vide. Ci guardammo per qualche minuto, senza dire, né abbracciarci. Poi lei fece per muoversi, ma senza fretta. Si voltò a guardarmi e io la seguii. Camminando ci sciogliemmo, parlammo del più e del meno, cosa fai e con chi, le chiesi, oggi era il suo giorno libero, casualità, e questo mi ricordò di fare uno squillo all’associazione per avvertire di un contrattempo qualsiasi e che sarei arrivato in ritardo. Sua madre era mancata il mese precedente, mi informò Lucilla. Passeggiammo un po’ fino al centro storico, più o meno in silenzio col sottofondo del traffico. Un bus all’inglese, aperto al piano superiore, si fermò al semaforo e dei turisti ci salutarono con la mano. Ridemmo, quasi increduli di farlo e ricambiammo il saluto: Lucilla si commosse (pure se evitai di farglielo notare), come se per qualsiasi cosa, anche la più banale, avessimo dovuto essere riconoscenti. Proseguimmo, ci fermammo davanti alla locandina del teatro sotto ai portici a guardare la programmazione degli spettacoli. Arrivammo a un caffè all’aperto e ci sedemmo. Ordinai un caffè corretto e lei un espresso semplice, ci portarono anche dei cioccolatini. Restammo seduti, muti, a fumare e a guardare il via vai. Sulla piazza un mimo improvvisava uno spettacolo con un mangianastri che suonava le colonne sonore e lui imitava i protagonisti dei film. Il più richiesto era Charlie Chaplin, il mimo ne faceva una versione ridanciana usando un pallone enorme come quello del Grande Dittatore, che lui faceva sgonfiare mandandolo in tutte le direzioni per poi goffamente tentare di afferrarlo. Dei ragazzini lo guardavano seduti in terra a bocca aperta.  

Lucilla si alzò chiedendomi di seguirla, ti faccio vedere dove lavoro, disse, è qui vicino. Mi condusse fin dietro l’angolo, dove c’era una sala conferenze. Organizzo convegni, fece lei, la prossima settimana c’è “Il fascino discreto delle merci”, se hai tempo e vuoi venire, mi trovi qui. Si allontanò e restai a osservarla andare via.            

Nel condividere i silenzi, avvertire la presenza dell’altro era confortante, avevamo ancora addosso l’odore secco della polvere da sparo, del ferro e del fuoco, la responsabilità morale e giuridica di un paese dato alle fiamme, la convinzione di diffondere, attraverso le vie di fatto, il riscatto sociale anziché il terrore che ci lasciò isolati. Se Lucilla nella sua lungimiranza, percepisse già all’epoca dei fatti tutto questo, non sono in grado di dirlo oggi, certo non mi è ancora chiaro, se fosse stato così, il motivo della sua adesione alla lotta armata, probabile, forse, che vivesse con la coscienza di chi, oltre a quanto elencato, sapesse di vivere in un paese malsano, come la cronaca e la storia hanno dimostrato successivamente, e pertanto, di sentirsi legittimata a… sbagliare.            

Mi trovo ancora qui, al parco, a passeggio col cane di mia madre, tra i rifiuti della scampagnata di pasquetta, coppie che spingono un passeggino, vomito di adolescenti che hanno voglia di morire, quel che si dice, appunto, il lento scorrere. Fu qui che, durante un nostro incontro, arrestarono parte della colonna e io ero uno di questi. Lucilla sosteneva di aver ragione, ma anche io ne avevo. Sbagliai a individuarla, ma c’era la cimice tra di noi, pure se adesso non ha più senso rivangare e certe cose sarebbero avvenute ugualmente, magari in maniera diversa. Non è solo l’aver perso e messo sottosopra il mondo, la vita nostra e quella altrui: tutto è in quel che abbiamo sciupato di quel resto di cui non ci importava.

Gioco col cane, gli tiro una palla sgonfia che ha scovato tra i rifiuti. La riporta deponendola ai miei piedi come un cimelio. Lui guarda con la lingua di fuori le mie finte, abbocca, torna sui suoi passi, abbaia rimproverandomi, poi effettuo un lungo lancio fino al campetto di pallone dove alcuni ragazzi giocano ai tiri in porta. Bobby vorrebbe scambiare il pallone bucato per quello con cui stanno giocando. I ragazzi si passano la palla con tocchi veloci, impauriti dall’entusiasmo del cane. Gli dico di non preoccuparsi, Bobby non morde di certo, è una bestiola tranquilla e giocherellona. Lo richiamo, lui torna con la palla sgonfia e la lingua di fuori per la corsa. Lascia di nuovo la sfera ai miei piedi e si sdraia a riposarsi. Guardo il cielo, tra poco pioverà. Mi avvio verso casa, Bobby mi segue con questa gomma bucata tra i denti che non vuol davvero saperne di mollare. Comincia a piovere forte, la pioggia di Aprile caratterizza i primi giorni della primavera. Di fronte a noi c’è la tettoria di un pub con le panche di legno. Attraverso a grandi passi la strada e mi accomodo. Così ordino una rossa. Le casse dello stereo in sottofondo suonano il blues Happy birthday to you di BB King. M’è sempre piaciuto il blues, durante gli anni della scuola suonavo un’armonica. Sorseggio la birra, fumo e guardo la pioggia scendere. Bobby è ai miei piedi che ancora mastica la palla. Sono passati gli anni, solo adesso riesco a capire che cosa volesse intendere Lucilla con il paradossale “Avevo ragione io, stavamo sbagliando”.

Mentre penso a questo, mi accorgo di tenere il ritmo del brano schiaffeggiando di lato il tavolo del pub, mentre la pioggia scende e batte in controtempo, lavando quell’iniziale fiume di lava incandescente.



© ENRICO MATTIOLI 2017



 

Donne


Roma - Lampione a via Merulana - - Versione 2


Alle quattro di mattina, mentre sto facendo un bellissimo sogno, di colpo squilla il telefono del corridoio. Quello che suona solo quando c’è qualcuno da un call - center che mi telefona per vendermi qualcosa che non voglio, il telefono che mai e poi mai dovrebbe suonare nel cuore della notte. Mi trascino a rispondere, dico “Pronto?” con la voce impastata dal sonno, e dall’altra parte sento una voce roca che rantola pianissimo, “Sergio?”.

“Guardi che ha sbagliato, signora, non c’è nessun Sergio qui”.

“Sergio…”.

“Senta, sono le quattro, francamente… abbia pazienza”.

 

Francamente abbia pazienza, è il meglio che possa esprimere a quest’ora. Rimango seduta sulla cassapanca cercando di ricordare il sogno, ma la telefonata ha svuotato la cronologia della memoria recente. Non mi capitava da un sacco di fare sogni bellissimi. Trascino le gambe, mi fermo a guardare il mio viso allo specchio del corridoio. Una donna alle quattro di mattina sbattuta giù dal letto: che dire? È quel che una telefonata non può certo cancellare. Vivo la pace senza uscita di quest’attimo a cavallo tra la notte e il giorno. Respiro, sento i passi di Birillo: mi avvicina, mi annusa, mi lecca la mano. Gli accarezzo il testone e mentre lo abbraccio, sento il suo respiro sulle mie guancie. Poi va verso la porta, si gira e fa un verso strozzato. Ma sì, usciamo, è meglio! Infilo una tuta e prendo le chiavi.

Lungo il viale, Birillo mi precede di qualche metro. Le luminarie sono ancora accese. L’ansia ha cancellato il sonno. Devo fumare, mentre accendo la sigaretta mi accorgo che abbiamo già voltato l’angolo e Birillo corre incontro a una cagnetta che passeggia col padrone.

“Birillo! Birillo vieni qui! Mi scusi” dico all’uomo col cane che riconosco essere l’inquilino del piano terra. “Niente, si figuri” fa lui. “Questa è l’ora solenne della bestia e del padrone, eh!”, aggiunge. “Credo di sì, anche se è Birillo che porta a spasso me”, dico io. Lui si mette a ridere. “A proposito di orari, oggi c’è l’ora legale, vero?”. “Sì, sì, è vero, oggi”. “Quindi adesso sarebbero le…”. “Oddio, guardi, non saprei, è troppo presto per essere lucidi”. “Ma lei… tu, abiti qui da poco, vero?”. “Sì, sì, da due mesi. Beh, arrivederci, allora, buondì”. “No, perché io qui ci sono cresciuto, invece. Sono il figlio del portiere, quando i miei sono venuti a mancare, il condominio mi ha lasciato l’appartamento. Oh, pago l’affitto, ovviamente”. “Ovviamente. Beh, allora buona giornata. Io continuo il giro”. “No, aspetta: ma dimmi come ti chiami”. “Adriana. Io sono Adriana e lui è Birillo”. “Ciao, io sono Michele, lei è Peggy”. “Ok. Allora ciao Michele, ciao Peggy”.

Ci allontaniamo, io e Birillo. Dunque, l’ora legale, oggi è domenica. Sono fuori del tempo e della cognizione. Arriviamo ai giardinetti sulla piazza. Birillo beve alla fontanella, poi dichiara guerra ai piccioni. Corre, salta, vorrebbe forse volare, abbaia rompendo il silenzio del piazzale deserto. I piccioni sono un esercito troppo numeroso per lui. Sconfitto, viene nella panchina dove mi sono seduta. Si sdraia ai miei piedi. Lo guardo, lo gratto sulla testa. La mia attenzione è rapita da uno stormo di rondini sopra di noi. L’aria fresca mi conferma che è entrata la primavera, ma io non mi sono svegliata e ancor meno, sono una bambina. Credo di essere in coma ormai da anni. È l’unica condizione d’animo che riesco ad accettare per me stessa. Guardo l’ora sul cellulare: le cinque e tre quarti. Birillo decide che è ora di tornare. Mi alzo e ripercorriamo il viale. Tra un po’ sarà giorno; allungo il passo, non ho intenzione di guardare l’alba, per me non ha senso che nasca un nuovo giorno, è la stessa cosa, in fondo, non mi interessa.

Arriviamo davanti al portone, apro. Birillo si intrufola ed entra prima di me, non ha dimestichezza con la galanteria. Superiamo l’androne e siamo davanti all’ascensore. La porta dell’appartamento a piano terra si apre. È quel Michele che si affaccia: “Ho fatto il caffè: vuoi?”. “Guarda, sei molto gentile, ma vorrei dormire un paio d’ore, se ci riesco. Grazie”. “Va bene. La prossima volta, però, non puoi rifiutare”. “Buona domenica, Michele”.            

Deve aver avvertito la nostra presenza: forse è restato dietro la porta ad aspettare? Ci son più cose nella solitudine che in cielo e in terra, caro Michele, e io preferisco le cose della solitudine. Saliamo al quarto piano, entro in casa e mi svesto. Mi sdraio sul letto e tento di riprendere sonno. È ancora tutto tranquillo nel condominio, non sento nemmeno qualche lontano rumore che in questi casi, concilia col riposo.

Alessandro aveva scelto Birillo in un canile e lo aveva ribattezzato col nome del cane di Rocky Balboa. Era buffo per uno spinone, da piccolo sembrava proprio un birillo. Ad Alessandro piaceva andare in città e farmi la sorpresa della passeggiata in carrozza. Era una dimensione antica che io amavo molto, quella del girovagare per le strade del centro storico chiuse al traffico. C’era un momento particolare dopo il crepuscolo, quando la luce del giorno calava e si accendevano i lampioni: in quell’istante si creava d’incanto un effetto giallognolo tipo foto d’epoca che mi stringeva il cuore. Era come essere fuori del tempo.

Birillo non accettava di sedersi di fronte a noi sulla carrozza e pretendeva di stare in mezzo. Io cominciavo a ridere e Alessandro fingeva di offendersi con Birillo: “Fesso d’un cane, vai a lavorare e fatti una famiglia”, gli diceva mentre Birillo abbaiava giocoso.

Ero felice, anche se io e Alessandro eravamo una coppia e non una famiglia. Con lui stavo bene, ero molto “presa”: “troppo” sostenevano le mie amiche. Ma l’amore quando arriva, arriva, per me era un momento bellissimo e non lo nascondevo. La felicità è qualcosa che bisognerebbe conservare con discrezione, ma è evidente agli occhi che si palesa da sé, non puoi mascherarla.

Alessandro conservò i suoi slanci d’entusiasmo fin quasi alla fine, pure se le sedute di chemioterapia avevano ormai fiaccato i suoi sensi. E la dignità mia, della sua compagna. Chi cerca giustizia trova la legge, i medici  pensano solo alla prassi, è il bianco e il nero dell’esistenza, mi ci è voluto un po’ per capirlo. Nove anni fa, ormai, ma il tempo è come fermo. Le manifestazioni e i diritti dei conviventi, i dibattiti e i forum che seguirono nel tempo, a me non riguardavano più perché a soli ventisei anni avevo già pagato il conto alla vita.  

Mi rigiro nel letto. Non c’è verso di ricordare il sogno bellissimo, solo i tormenti mi siedono accanto. Non ho più avuto un uomo da nove anni. Non sono più andata a letto con un uomo. “Non hai più scopato con un uomo”, dicono le mie amiche. A volte ho l’impressione che questa constatazione, diventi un’accusa. Il fatto è che io sto bene con il mio malessere. Non posso farci nulla, non voglio farci nulla, non intendo più fare alcuno sforzo. Credo di averne fatti abbastanza. Così, anche le amicizie si sono sfilacciate. La gente si stanca del consueto “Ciao ragazze, vi presento il mio nuovo compagno: il vecchio dolore sordo che non mi abbandona mai”.

La mia dignità femminile ha raggiunto il minimo storico. Indosso sempre i pantaloni per coprire la peluria, credo che perfino madre natura sia stata compassionevole perché col passare del tempo, mi sembra che la ricrescita sia regredita.

L’altro giorno in ufficio ascoltavo di nascosto gli uomini parlare di noi colleghe. Riguardo a me, dicevano che sono una “morta”: “neanche un necrofita avrebbe soddisfazione con l’Adriana!”. Sono rimasta indifferente, ci ho riflettuto, non riesco a dargli torto.    

Mi alzo, è inutile dormire. Inutile “tentare” di dormire. Dormire ed essere svegli non fa differenza, io riesco solo a riposare il corpo. Bevo un bicchiere d’acqua e preparo il tè. Scaldo un croissant al microonde. Resto a guardare il televisore spento mentre consumo la colazione. Sbadiglio ripetutamente. Prendo il telecomando, accendo, ma cambio i canali a velocità supersonica, come se dovessi far passare con la stessa rapidità questa giornata. Spengo e rimango a fissare ancora lo schermo. Di colpo, ricordo il mio sogno perduto: una carrozza cammina lentamente. È vuota, non c’è nemmeno il vetturino. Si allontana, si allontana, si allontana: lentamente. Mi accorgo che non è un sogno bellissimo, anche i ricordi perdono colore. La primavera è una poesia senza versi.

Vado a farmi una doccia. Mi spoglio. Gli anni non hanno pesato sul mio corpo, non ho preso un etto anche se mangio regolarmente. Entro nel box, lascio scorrere l’acqua. Scorre sui miei capelli, sul mio seno, sulle mie gambe. Sulla mia vita. Tutto quel che è stato non evapora così come un fenomeno fisico. Chiudo la manopola della doccia. Rimango qualche minuto a far colare l’acqua. Esco, indosso l’accappatoio e mi asciugo. Sì, dovrei farla una ceretta. Siedo sul bidet e poggio i piedi sulla tazza del water. Mentre mi allungo per tagliare le unghie, squilla di nuovo il telefono. Mi alzo, sono ancora bagnata e lascio una scia per il corridoio. Alzo la cornetta. È la stessa voce di stanotte: “Sergio, Sergio…”.

Il tono è sempre roco e rantolante. Deve aver pianto. “Sergio” continua a ripetere. Sento i suoi singhiozzi, il respiro affannoso. “Signora, mi dispiace, non c’è nessun Sergio, deve aver sbagliato ancora, Sergio non c’è, non c’è nessun Sergio, signora”.

Non riesco a chiudere la telefonata e rimango all’apparecchio in silenzio. Avverto un rivolo solcare i tratti del mio viso. Ascolto il pianto della donna e guardo le mie lacrime allo specchio del corridoio.       



© ENRICO MATTIOLI 2017     





APPROFONDIMENTI


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti approfondimenti su libri e tematiche varie.

EM



Liverpool, prossima fermata



Storiediqualunquistianonimi_148x210_cover - Versione 2



di Emilio Santini

 

Emilio Santini, detto anche Santillana, è il narratore di Storie di qualunquisti anonimi. Nel precedente post ho inaugurato delle appendici, la possibilità, cioè, che questi miei personaggi raccontino ancora un’altra storia.

Santillana è un insegnante di chitarra e offre lezioni su come affrontare il palco. Emilio è anche e soprattutto un fan dei Beatles, ricorda con nostalgia un viaggio a Liverpool con Ursula, sua vecchia fiamma. La morte di John Lennon e il ricordo di Ursula sono tormenti da cui non riesce a liberarsi. Prende la vita di Pete Best come metafora universale che accomuna la vita di ognuno. È il fato, camuffato in una figura qualunque, che può decidere a chi sì e a chi no.

 

###

 

Un romanzo infinito, una vicenda che ha segnato la vita di milioni di appassionati, una storia di quelle già scritte, in cui il destino, più che in altre circostanze, sembra avere autonomia assoluta e l’uomo non può sottrarsi a quel volere.

Una città di poche prospettive. La guerra. L’infanzia e l’adolescenza complicate. Dei ragazzini che s’incontrano in modo fortuito. Percorsi accidentali e inevitabili. E i sogni di rock and roll. Non sono rose e fiori, però. Dal treno si sale e si scende. Stu Sutcliffe, il primo bassista, muore un anno prima del grande successo, dopo aver abbandonato il gruppo per seguire la sua vera passione: la pittura; e poi Pete Best, il penultimo batterista, costretto a lasciare alla vigilia dell’esordio, in favore di Richard Starkey, alias Ringo Starr. È la favola dei Beatles, la vicenda del gruppo che ha segnato la musica popolare.    

Il destino si era già palesato in modo ineluttabile con l’avvento del manager Brian Epstein, proprietario di un negozio di dischi ed elettrodomestici. 

Un fan chiede il disco di un gruppo sconosciuto. Quel pezzo è stato registrato in Germania, ad Amburgo, e s’intitola My Bonnie. In realtà il gruppo, che nel disco si chiama Beat Brothers, fa da spalla al cantante Tony Sheridan. Il commesso non ha mai sentito parlare del complesso. Il cliente risponde che è davvero strano, perché quel gruppo che in realtà si chiama Beatles, suona a pochi metri dal negozio, precisamente al Cavern Club, in Mathew Street.

Epstein, dinamico commerciante, sempre attento ai bisogni della clientela, decide di recarsi di persona nel locale per parlare direttamente con loro. È l’ottobre 1961. Due mesi più tardi, gennaio ’62, i ragazzi firmano il contratto che li lega a Brian Epstein. Epstein, dopo tanto girovagare per le case discografiche londinesi, trova loro il primo contratto con la EMI, tramite George Martin, colui che sarà lo storico produttore dei Fab Four. Brian plagia la loro immagine, George sviluppa il loro stile grezzo. È Martin a consigliare di sostituire Pete Best: - Se decidiamo di fare un disco – dice a Brian – questa batteria non è quello che io voglio

Prima di tutto, però, in un caldo pomeriggio - 6 luglio del ’57 - uno studentello mancino si fa convincere dall’amico Ivan Vaughan ad accompagnarlo alla festa annuale della parrocchia di St. Peter. Dopo l’esibizione di un gruppo di Skiffle, i Quarrymen, Ivan presenta il suo amico al capo del complesso. Le presentazioni sono formali e non lasciano presagire granché: - Hi John, this is Paul.

Qualche mese dopo l’ingresso di Paul nei Quarryman, questi presentò a John un ragazzino che era solito incontrare sull’autobus per andare a scuola, il cui padre stesso era un autista di bus: anche il provino per ammettere George nel gruppo, si tenne su un autobus. Fin qui, in sintesi, la cronaca del loro trovarsi che culminò – come detto – nel ’62 con l’ingresso di Ringo.

 

Ha senso scrivere oggi sui favolosi quattro? Cos’altro si può aggiungere che già non sia di pubblico dominio? Nulla o poco, questo è sicuro.

A parte la mia passione personale, i Beatles sono stati uno dei fenomeni culturali e musicali che ha segnato il secolo. Possono piacere oppure no, ma ricordatevi che i vostri gruppi preferiti ascoltavano i Fab Four.

La Grande Guerra iniziò nel ’39 con l’invasione della Polonia da parte delle forze tedesche e terminò in Europa nel maggio del ’45 e in Asia nel settembre dello stesso anno, dopo i bombardamenti atomici.

Seguirono ricostruzioni e nuovi equilibri internazionali, la guerra fredda tra USA e URSS che condizionò e indirizzò i nuovi atteggiamenti. Questo era il teatro prima dell’avvento dei quattro di Liverpool.

I Beatles affinarono il loro stile ad Amburgo. La prima volta che si recarono nella città tedesca fu nell'agosto del '60. Furono espulsi tre mesi dopo e tornarono nell'aprile del '61 dopo aver risolto i problemi relativi all'espulsione. In quell'anno, mentre i ragazzi ci davano dentro ad Amburgo, a Berlino, il 13 agosto, il governo della Germania Est faceva erigere il Muro che divise la città per ventotto anni. Era il simbolo della guerra fredda tra Russia e Stati Uniti.  

Tra la fine del conflitto bellico – 1945 - e il primo disco dei Beatles – Love me do, 5 ottobre 1962 – passarono diciassette anni. Nello stesso giorno di ottobre uscì nelle sale cinematografiche il primo film della serie 007. Dieci giorni più tardi, fu il momento della crisi dei missili a Cuba che portò il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. L’episodio fu la conseguenza del tentativo di invadere l'isola caraibica l’anno precedente, da parte di esuli e mercenari addestrati dalla CIA, fatto passato alla storia come La baia dei porci.

Tra l’assassinio del presidente Kennedy - novembre ’63 - e il primo tour americano dei Beatles - febbraio ’64 - passarono appena tre mesi. Gli USA che i quattro di Liverpool trovarono, erano un paese in stato di confusione. Molti sostengono come il loro primo singolo in cime alle classifiche americane, I want to hold your hand (voglio tenerti per mano), diventò, nell’immaginario collettivo, un messaggio di comunione verso una popolazione ancora scossa dalla morte di John Fitzgerald Kennedy. 

I want to hold your hand segna l'inizio della beatlesmania negli Stati Uniti e la definitiva consacrazione del gruppo. 

L’epopea dei ragazzi inglesi s’inserisce in questo panorama internazionale.     

Le dinamiche, nella storia dei Beatles, hanno una forma casuale e inevitabile, tanto nella carriera quanto nei rapporti personali, che sfugge alla logica. Alcuni eventi s’incastrano strategicamente come un incantesimo. Troppi i se, per poterli affrontare con razionalità.    

Quando John è mancato, dieci anni dopo la fine del gruppo, era quarantenne. Alcune cronache confermano che Lennon, dopo gli album Double Fantasy (quello del suo ritorno) e la preparazione di Milk and Honey (che uscì postumo alla sua morte), fosse intenzionato a sentire gli altri per chiedere loro che cosa volessero fare della propria vita. Le sue ultime affermazioni nei confronti di Paul, del resto, furono molto dolci. John credeva di avere molto tempo ancora, nessuno poteva prevedere quel che il destino aveva in serbo.     

Da soli i quattro non potevano certo porre fine a esistenze vissute sul filo di una straordinarietà che ha dato loro tutto e tolto molto: occorreva solo un destino imprevedibile. A tale proposito, paradossalmente, Pete Best, colui il quale la fatalità ha voluto escludere dal successo planetario spegnendo sul nascere la sua luce nel firmamento delle stars, rappresenta un’amara metafora di vita: il treno perso, la caduta, le cose che dovevano andare così e di cui nessuno poteva prevedere gli sviluppi. Perché di John, Paul, George e Ringo ne sono esistiti solo quattro, ma tutti noi, nelle nostre personali dimensioni, siamo Pete Best.  


“Quando un ronzio viene a prenderti e ti porta via “

When we was fab - George Harrison -



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 



Quel piccolo teatro stabile


Stelledipolvere_148x210_cover - Versione 2


di Riccardo Nola


Riccardo Nola è il protagonista del libro Stelle di polvere - un’incursione nel sottobosco dell’arte e dello spettacolo.

Mi piace dedicare ai miei personaggi un’appendice, per non lasciarli assopire tra le pagine di un testo. Sono delle dilatazioni, raccontano storie brevi che dal libro continuano e vanno a perdersi nel web. È un pò la speranza che qualcuno si chieda: com’è andata a finire? 

###


C’è un’aria frizzantina in questa mattinata di metà settembre. Sono ancora in ferie e mi piace andare a perdermi mentre gli altri lavorano. Me la godo, passo al bar del Teatro Mercato per il consueto maritozzo alla panna. Tutti parlano della stagione calcistica appena iniziata.

 

- Hai visto 'a Juve che sveja ha preso cor Barcellona?

- Lalla lalalala lalla, evviva 'a Spagna…

- Che c’entra 'sto stornello, adesso?

- Perché?

- Quelli der Barcellona so' catalesi, che je frega della Spagna?

- Ma perché i catalesi nun so' spagnoli?

- Sì, vabbè… boh? Ma che ne so io, c’ho già tante fresche pe' conto mio…

- E tu, marchesino, che ne pensi?

- E che ne penso? Qui di catalano c’è solo la crema…

 

Il marchesino è il gestore del bar. Pensa solo a essere imparziale per non urtare i tifosi. Qui, al Teatro Mercato, la rivalità tra laziali e romanisti sfida l’alta tensione. Gli insulti non sono riferibili perché coinvolgono avi, generazioni, in una disputa perpetua riguardante i natali e l’autenticità, ed è meglio che rimangano circoscritti nell’ambito di un campanilismo verace, assoluto, inviolabile: in altre parole, sacro.

Il marchesino, dicono che tifi per il Firenze, così chiamano la Fiorentina da queste parti, perché Firenze è più corto. È lo stesso principio del troncare i verbi, lubrificare la fonetica di qualche termine e togliere la doppia erre: non affaticarsi, è già tanto dura la vita. E perciò, come insegna Sordi - un santo, qui - giocà, magnà, annamo, famo, tera e guera. Eppure, c’è qualche eccezione: zozzo diventa zozzone, i morti sono mortacci, e spesso prima del ciao, si fa scivolare la esse: sciao è più facile. 

L’umorismo è greve o forse dozzinale, ma solo perché va consumato a caldo, altrimenti perde la fragranza.   

Esco dal bar e vado a immergermi tra le urla dei commercianti e i colori delle merci, tra il profumo del mare e quello della campagna. Cammino gustando gli ultimi mozzichi (un’altra eccezione) del maritozzo.

 

- Ah bello mio, ma quanno torni? Li mortacci…

- Presto. Oh: sono soltanto due giorni che sto in ferie.

- Ah… pensa che io manco ce so' ito…

- Come ce l’hai le cozze, stamattina?

- Avvelenate, pe' li laziali come te…

- Allora te le magni tu, a fracicone…

- Te mando a fa 'a lavanda gastrica…

- Eh sì, ma tanto l’erba cattiva non more mai…

- E te la sei pure fumata l’erba cattiva… ah ah ah, vie' qua, ciuccia 'sta cozza, l’ho pulite e sbollentate adesso, ahò, mettece 'n pò de limone.

- Ammazza quanto so' bone…

- Te credo che so' bone, so' cozze der Tireno, ahò, mare nostrus... 

- Si dice mare nostrum, ma tu sei ’n pò nostronz…

- Ah, ah, ah, embè, vabbè, nostrum, vostrum, è la stessa cosa. Ma senti che cozza, ahò: andiamo donna co' 'a cozza der Tireno, andiamo andiamo, mare nostrum!


Lui pare Mario Brega, il mito dei mercati rionali, peccato che io non assomigli a Verdone. E poi, vuoi mettere l’oliva greca con la cozza del mar Tirreno?  

### 


- Oh, a culo de piombo, và in mezzo a li banchi tua che stai fori zona qua… ah ah ah, damme ‘n bacio a zozzone!

- Adesso ci vado, passo a salutare tutti.

- Ma che hai fatto ar naso? Che c’hai la spuma?

- È la panna del maritozzo… mi puoi scegliere un melone bono?

- Quanno te lo devi da magnà?

- Oggi.

- Ce penso io, nun te preoccupà…

- Vabbè, allora passo dopo…

- Ahò, sbrigate a tornà, che famo altre sceneggiate…

 

Le sceneggiate sarebbero delle settimane a tema, cioè delle pillole estratte da qualche opera teatrale adattata al luogo. Sono semplici trovate per attirare e divertire la clientela. Il teatro mi manca, in questo modo, mi manca di meno. E mi diverto, come quando abbiamo riadattato il Giulio Cesare di Shakespeare, che qui è diventato, amichevolmente, er Cespire.

 

Perché Brutto è omo d’onore, puro se è brutto – ammazza quant’è brutto…

 

L’ha interpretato così, Mariuccio Navarro, il macellaio, indicando Er Caciara, il pizzicarolo. Fingono di non sopportarsi, ma hanno bisogno l’uno dell’altro. Sono esilaranti, dovrebbero fare cabaret. 

Er Caciara è uno stonatore professionista. Sta cantando la sua ultima composizione: in una notte d’estate. Ha scritto solo il ritornello, perciò, è mezz’ora che urla a squarciagola quell’unico verso. In una notte d’estateeee. Il suo banco è vuoto di clienti. Chissà perché? Può andare avanti per tutta la mattina. Lo saluto da lontano.


- Ciao Caciara.

- Ahò, ’n do vai?

- Vado da Mariuccio.

- Eh capirai, bono quello…

- Ce beccamo…

- Sciao… In una notte d’estateeeee… mi ricordo di meee… quando l’aria è… quando l’aria è… quando l’aria è Roberta… (?!)


Una creatività fertile. Continuo il giro. Avvicinandomi al banco, odo una canzonaccia intonata da Mariuccio. È la sua nuova hit del momento. Qui tutti cantano. 

 

L’estate sta morendo,

non sono fatti tuoi,

andiamo tutti al mare,

e poi, e poi, e poi…

 

- Splendido brano, Mariuccio. Bravo.

- Ahò, chi nun more s’arivede…

- Ottima cover dei Righeira.

- Ottima che? Ma che me stai a cojonà?

- No, davvero, è quell’e poi, e poi, e poi, che lascia presagire che qualcosa stia per accadere…

- Ma vattela a pijà in der bucio… ah ah ah, che ti possino: che te serve?

- Volevo fa 'i straccetti co' 'a rughetta…

- Te preparo du' stracceti che se sciolgheno sur palato. ‘A rughetta valla a pijà ar banco der burino, però, che è mejo…

- Vabbè, allora ripasso da lui, tanto devo pijà pure er melone…

- Sciao...

 

Lascio Mariuccio al lavoro, i versi dei Righeira risuonano d'intorno: L’estate sta accadendo, paraponzi ponzi po…

 

Finito il giro, saluto ancora tutti. Mi sembra di essere in quel filmato di Stanlio e Ollio, Tempo di picnic, quando dovevano partire in macchina, ma erano bloccati da guasti e imprevisti di ogni tipo. Alla fine, pur impiegando un’eternità per salutare tutti i vicini, riuscivano ad avviare il motore e dopo pochi metri, sparivano dentro una buca coperta di acqua.

Esco, di buche non ce ne sono. Cammino guardando il cielo suburbano che s’è annuvolato, perciò, meglio sbrigarsi, non si sa mai. A parte questo, tutto bene su Via Appia. Arrivedorci!


 

© ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

 



John Lennon's dossier: 8 dicembre 1980


images


8 dicembre 1980 - Notte -

L'Inghilterra, avanti di cinque ore per il fuso orario, non sapeva ancora nulla. Soltanto le sonnecchianti guardie dei servizi di sicurezza e i viaggiatori molto mattinieri sentirono alla radio, grazie al Servizio Oltremare della BBC, un annuncio che nemmeno la voce rapida e convenzionale del commentatore del notiziario riusciva a rendere credibile.

Quando l'Inghilterra si rese conto dell'accaduto, la violenta emozione che ne scaturì aveva un che di soprannaturale, come se il tempo fosse improvvisamente sfuggito da sotto i piedi. 

Il 9 dicembre zia Mimi si svegliò, accese la radio e sentì parlare di John nella rubrica Today. La donna non rimase sconvolta nè sorpresa. Pensò ciò che pensava sempre quando John andava alla Quarry  Bank e a casa arrivavano le telefonate della direzione della scuola. Era lo stesso pensiero preoccupato e mezzo sorridente che aveva avuto tante volte nel corso degli anni: Mio Dio, che cosa avrà fatto questa volta?

Tratto da Shout di Philip Norman

 

Prendo spunto dall’articolo apparso su Il Messaggero a fine agosto di quest’anno, riguardo alla libertà condizionata negata (per la nona volta) a Mark David Chapman, l’uomo che l’8 dicembre del 1980 con un colpo di pistola, mise fine alla vita di John Lennon.

Chapman è un uomo vittima dei propri deliri. La lettura del Giovane Holden, il romanzo di Salinger, (una sua ammissione) l’ha convinto a mettere in pratica il suo intento omicida: la preghiera a Dio che ne evitasse l’azione e al tempo stesso l’intimazione satanica di concluderla. Ora, se Mark David Chapman sia disturbato ancora oggi, possono verificarlo i medici ma la sua richiesta di libertà è opportunamente negabile da qualsiasi giudice, per ovvi motivi. Bisogna ricordare che la musica dei Beatles è stata fonte di altri gesti inconsulti, come il tale che accoltellò George Harrison perché sentiva dei messaggi nella musica dei quattro. E messaggi ve n'erano o più chiaramente, se ne trovavano.

Ironia della sorte, per comparare un brano al suo triste epilogo, proprio John era l’autore di Happiness is a warm gun (la felicità è una pistola calda) presente nell’Album Bianco. L’uso di acidi e sostanze psicotiche in quegli anni era smodato e gli effetti che possono avere su menti sconvolte dall’adorazione o dall’odio (due facce della stessa medaglia), sono indefinibili. Inoltre, che l’opera dei Fab Four abbia avuto un ascendente su aspetti sinistri della mente è sconosciuto a molti, a causa dell'immagine da bravi ragazzi. Perfino i terroristi che decapitarono il giornalista americano James Foley nel 2012, si facevano chiamare come il gruppo di Liverpool.

Nell’agosto del ’69, Charles Manson fu il regista della strage a Cielo Drive, ricco quartiere di Los Angeles, dove un gruppo da lui capeggiato fece irruzione nella villa abitata in quel periodo da Roman Polanski (il quale quella notte non era presente), uccidendo cinque persone tra cui proprio la moglie di Polanski, Sharon Tate, incinta di otto mesi. Sullo specchio del bagno qualcuno del commando scrisse Helter Shelter e Piggies, due brani dei Beatles, che Manson interpretò come messaggi sulla fine del mondo e l’arrivo del caos.

Lennon fu un uomo di pace che morì di morte violenta. Chapman, il suo assassino, non gli perdonava il tradimento verso il proletariato e la classe lavoratrice di cui John aveva cantato (Working class hero), perché la sua vita (gli ultimi anni), in realtà, era quella di un tranquillo borghese dedito alla famiglia, ai figli e anche al suo lavoro, come un qualsiasi essere umano. È improbabile che una persona disturbata distingua l’autore dalle sue opere e dalla vita che conduce.

La richiesta negata a Chapman dalla commissione giudicante dello stato di New York, che ha motivato la decisione affermando il pericolo fondato che se l'uomo tornasse in libertà, ci sarebbero fondate probabilità che violi la legge, è basata su un referto medico. Quale giudice può ribaltare una relazione clinica? Soprattutto, quale giudice se ne accollerebbe l’onere?    

Timide - e sterili - le polemiche sull’inflessibilità della giustizia a stelle e strisce: la stonatura non è il fatto se gli USA abbiano un sistema giudiziario più rigido di altri, quanto che sotto il profilo della sicurezza nazionale non riescano ancora a far fronte al rilascio del porto d'armi e all’uso indiscriminato delle stesse, nonostante gli innumerevoli fatti di cronaca che hanno insanguinato le strade delle città americane nel corso degli anni.

Riguardo alla vicenda Lennon, che Chapman avesse dato prova di squilibri prima della tragedia era già risultato evidente, ma in questi casi possono intervenire solo i familiari o chi gli vive accanto. Più volte, aveva manifestato alla moglie (Gloria Hiroko Abe, guarda caso giapponese come Yoko), la sua intenzione di offendere materialmente e in un’altra occasione s’era recato a New York senza riuscire nel suo intento: ma aveva sempre la pistola con sé. Nel corso di alcune interviste che gli fu concesso di rilasciare dal carcere, raccontò all’interlocutore di certi ometti nella mente che rappresentavano il suo popolo. Spiegò di non aver mai accettato alcune dichiarazioni e brani di Lennon, in cui John affermava di non credere in tante cose, tra cui i Beatles e Gesù. Beatles e Gesù, un tema ricorrente: nel '66 la dichiarazione impudente di Lennon a una giornalista inglese sul fatto che i Beatles, all'epoca, fossero più grandi di Gesù Cristo e i paragoni tra il rock and roll e il Cristianesimo, ebbero sull'America un effetto devastante; membri del Ku Klux Klan protestarono ferocemente, quell'intervista mise in pericolo l'incolumità dei quattro nel corso della tournée che poi divenne l'ultima della loro carriera. 

E poi, aggiungeva Chapman, il brano più conosciuto di Lennon, Immagine, era inaccettabile perché John immaginava che non esistesse più la proprietà privata (in realtà, il significato era quello di non essere più dipendenti dal possesso), frasi che in bocca a un multimiliardario apparivano come una profonda ipocrisia. In quei casi, sosteneva Chapman, la sua mente diventava preda della rabbia cieca. Nei giorni precedenti alla tragedia, Chapman riuscì ad avvicinare il figlio di John, Sean, all'epoca cinque anni d'età, al parco con la bambinaia.

Un tizio disturbato con una pistola in mano equivale a una sigaretta accesa lasciata in un deposito infiammabile. Chapman era un guardia giurata che, quindi, aveva dimestichezza con le armi.

Qualche passo indietro: Lennon ebbe qualche problema negli primi anni ’70, con il permesso di residenza negli Stati Uniti. Controllato dall'FBI, schierato con i movimenti radicali americani contro la guerra, fu decisamente avversato dal governo Nixon. 

Nel corso dell'impegno politico contro l'amministrazione Nixon, la popolarità di Lennon cominciò a vacillare. Il suo rapporto con Yoko Ono ebbe un momento di crisi. John si rifugiò a Los Angeles dove diede vita a un periodo di bagordi senza precedenti. Era la sua vita da scapolo dopo quindici anni di matrimonio ininterrotti, prima con la moglie Cinthia e poi con la Ono. A Los Angeles incontrava altri musicisti fuori di testa come Harry Nilson o Keith Moon, il grande batterista degli Who. E poi anche Ringo e Mc Cartney. 

Lennon mise a dura prova il suo fisico e la sua salute, le persone che lo frequentavano, si chiedono ancora oggi come ne sia uscito vivo. Spiegò lui successivamente, che quello fu il suo Lost Weekend, non aveva freni né famiglia ma gli mancava Yoko. Tornò quindi a New York, si diede una ripulita, si riavvicinò alla donna amata. 

Il 9 ottobre 1975, nel giorno del suo compleanno, nasce Sean Lennon, il figlio concepito con Yoko. Nello stesso giorno l'avvocato che curava la causa per il permesso di residenza, gli telefona annunciando che era fatta: erano riusciti a ottenere la carta verde per vivere stabilmente negli Stati Uniti. Tutto in una notte sola.

Lo sviluppo positivo di questi aspetti personali unito alla fine del contratto discografico, fecero in modo che Lennon prendesse la decisione di ritirarsi dalla vita pubblica. Così fu: per cinque anni Lennon divenne un tranquillo padre dedito alla famiglia e alla casa.

Nell'80, quando decise di tornare, era un Lennon diverso, lontano da quello degli eccessi di Los Angeles o dall'impegno civile e politico del suo arrivo nella Grande Mela.

Negli anni sono nate diverse tesi complottistiche, riguardo all’affare Lennon. In un sistema democratico, l’omicidio non è contemplato. Però, in un sistema democratico dominato da depistaggi e interventi occulti da parte di strutture deviate dello stesso sistema, l’omicidio, spesso, accade. E non se ne viene più a capo.

Ora, seguendo il filo di questa ipotesi assurda, un tipo come Mark David Chapman (la persona più idonea alla quale attribuire un impiccio del genere), se negli anni avesse confermato un complotto, sarebbe stato credibile? Una mente malata, può essere manipolata? Le voci evocate da Chapman risiedono solo nella sua testa?

Queste domande non avranno risposta, ma ci possono stare. Il folle Chapman si innalzò al ruolo di giudice giustiziando Lennon il traditore. Questa è l’unica risposta certa che noi abbiamo.

Eppure, c'è sempre quella domanda di Yoko Ono, a un certo punto del film John Lennon NYC, che resta sospesa: perché uccidere un artista?

È solo una domanda retorica, quella di Yoko. John resterà una mancanza incolmabile che rende inaccettabile l'assurdità della sorte.


 

Storie di qualunquisti: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA 

© ENRICO MATTIOLI 2016




Romanzo capitale: Karl Marx tra consumismo e meditazione.



In Avvisiamo la gentile clientela, scrivo che il compagno Terapia, passando al setaccio l’analisi della società capitalista operata da Marx, ripete il concetto per cui i rapporti tra le persone sono mediati attraverso le merci, quindi non autentici.

Ad ascoltarlo c’è l’imperturbabile e inebetito cassiere Vacca, per il quale, col termine Marx, si definisce soltanto il tipico cioccolato con lo strato di caramella mou, e che della differenza tra valore e prezzo di una merce, se ne frega altamente. Io anche, non dovendo scrivere un trattato di economia, nel seguente post mi limiterò al fatto che i rapporti tra le persone non sono autentici.

Chi ha dedicato la sua vita - o parte di essa - al lavoro, raggiungendo gli obiettivi prefissati, con quegli sforzi ha marcato il proprio territorio. La posizione raggiunta, nella società com’è concepita, regola anche i rapporti sociali. Il buonsenso, unito al cervello fino, suggerisce di rapportarsi sempre con i migliori perché questi aiuteranno a migliorarsi ulteriormente. L’idea del tizio che parte dal paese in cerca di fortuna e, una volta trovatala, torna nel luogo natio per esibirla, non è solo uno stereotipo.    

Però, molte persone, sia chi vive di stipendio e sia chi potrebbe vivere di rendita, hanno avvertito un bisogno di andare oltre. Parafrasando il brano di Roberto Vecchioni, Stranamore, mi coglie il simbolismo del tale che conquistò nazione dopo nazione, e quando fu davanti al mare si sentì un coglione, perché più in là non si poteva conquistare niente.  

Chi mi segue, sa della mia passione per i Beatles che, all’apice del successo, anzi, per usare le incaute parole di Lennon, quando erano più famosi di Gesù Cristo, sono dovuti andare in India a Rishikesh per seguire un percorso di meditazione trascendentale.    

Quando la logica della società in cui vivi prende il sopravvento, nasce la necessità di salvarsi e per dissolvere le tensioni, le ansie e le angosce, partiamo per un week end, andiamo in palestra, curiamo un passatempo. Riusciamo perfino a rilassarci. Poi, tutti gli attimi passano e tornando alle nostre cose, le tensioni che sembravano sopite, riaffiorano.  

Noi tutti siamo delle frequenze sintonizzate male, le nostre corde necessitano stimoli. È ciò che succede, per esempio, con la musica. La sua funzione sociale ha raggiunto livelli impensabili agli albori della società moderna. Il divismo, la comunicazione, i messaggi, l’immagine, la rappresentazione di un modello in cui ognuno può riconoscersi, sostituiscono, soprattutto per il pubblico giovanile, una figura educativa latitante. I musicisti, i personaggi dello spettacolo in genere, come anche gli sportivi, assumono un ruolo che se non è spirituale, quantomeno rappresenta un traguardo da perseguire o un prototipo da ricalcare.

A volte questi archetipi non hanno lo spessore per calarsi nella parte che, loro malgrado, è assegnata. Altre volte, se non sono un pericolo, la società stessa, attraverso gli organi di stampa e d’informazione, li impone quali modelli di massa. Addirittura succede, quando la fama arriva a livelli molto alti, li cerca e se ne serve la politica.            

Quando un brano musicale cattura la tua attenzione, isolandoti da quello che stai facendo, non capisci bene il meccanismo e forse non ti importa, ma ti connette con qualcuno che dovresti essere tu, o almeno, ti avvicina. O forse non è nulla di tutto questo, semplicemente, scuote i tuoi sentimenti. 

Qualcosa di simile accade con la meditazione e con il training. Percepisci due sensazioni contrapposte: allontanarsi e avvicinarsi. In realtà, ti allontani da quel che già ti teneva distante da te stesso per avvicinarti a te stesso. Si tratta di quel termine logoro e abusato chiamato alienazione e col quale filosofi e sociologi si sono già sbattuti. È un aspetto che si ripercuote sul tuo modo di fare e di vivere, sul tuo modo di parlare: è il conformismo del tutt’a posto?

Lo chiamo conformismo del tutt’a posto?, in realtà è l’adesione dialettica a un comune modo di parlare sintetico e allo stesso tempo, polivalente. I nostri dialoghi abituali sono composti da tutt’a posto? sì tutt’a posto; ohi, ehi; e vai, e andiamo; grande, mitico, il nuovo arrivato ciaone, ma anche no, e tutto il possibile traslabile dall’inglese. Intendiamoci, non è grave: sembra originale, forse dissacrante, in realtà è conforme.

È solo il nostro corpo che ha il sopravvento sulla nostra mente. È lui che prende le decisioni e non lei. Leggevo recentemente un libro sulla meditazione che trattava proprio questo aspetto e ho riflettuto su un fatto che mi accade tutti i giorni.

Nel mio luogo di lavoro, devo passare attraverso una porta che richiede un codice. Non sono in grado di ricordarlo a memoria. Spesso, noi colleghi, lo dimentichiamo e ognuno lo chiede all’altro. Nessuno rammenta il codice eppure, ogni giorno, per tante volte il giorno, passiamo da quella porta. Al momento in cui dobbiamo digitare le cifre, le dita scorrono sulla tastiera come se la mente fosse spenta: abbiamo memorizzato il movimento delle dita, non i numeri. È una cosa che mi succede anche con la tastiera del computer. Nel passare degli anni, la mia vista non è più quella da ventenne. A volte dimentico gli occhiali e continuo a digitare. Oddio, scritta così non è un grande aiuto per i miei libri, ma… mi sono spiegato, no?

Nei miei libri ho vomitato tutto l’inaccettabile, fino a svuotarmi. I personaggi delle mie storie, da Nick La Puzza ne La rivoluzione che non c’è, passando per Leopoldo Canapone ne La città senza uscita fino al precario Renato Calloni ne Il Bamboccione, tutti loro (e gli altri che non cito per non divagare), sono in contrasto con l’ambiente intorno, reagiscono in modo diverso, ma sono alla ricerca di se stessi. Alcuni soccombono, altri raccontano soltanto le proprie vicende, sperando nella solidarietà del lettore; altri ancora troveranno una dimensione, non senza patire una battaglia o dei rischi.     

L’incontro più importante della vita è quello con se stessi. Tutto è possibile, entrando dentro se stessi, tutto è giusto. Eppure, molte persone con cui ho parlato, mi hanno risposto: nooo, lascerò mio marito? Fuggirò da casa? Abbandonerò tutto quello che faccio? Chiuderò l’azienda di famiglia? Sono dubbi e paure legittime, ma riguardano le abitudini, non se stessi.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Per Karl Marx il lavoro sarebbe l’unica manifestazione della libertà umana, tuttavia, per il filosofo tedesco, nella società capitalista, l’uomo è espropriato del proprio valore come essere umano perché, del prodotto del proprio lavoro, ne gode solo una minima parte. È il capitalista, il suo datore di lavoro, che tiene le redini della sua esistenza.  

Oggi, ogni persona che lavora come dipendente e fa quel lavoro per campare e non perché gli piace, percepisce questa sensazione. Capita anche a chi fa un lavoro che ama.

Gli attori, per esempio, lo sanno. Capiscono come ci si sente perché sono preparati a entrare e uscire. Se un’attrice deve recitare la parte di una cameriera, magari va a fare la cameriera perché deve capire come pensa, come si sente, come fatica una persona che serve ai tavoli.

Non lo fa mai il politico. Non può farlo, non può capire come si vive un aumento di qualsiasi genere, da un bollo auto a un ticket sanitario, perché a lui sembrerà sempre sostenibile dato che viaggia per altre traiettorie economiche.

Non può capire cosa significhi frequentare la Asl di zona o prenotare una prestazione e attendere, perché lui non si ammala e quando si ammala, ha pronte altre soluzioni.

Chi decide le sorti dell’essere umano, non capisce una ceppa della vita di quell’essere umano. Non sa cos’è uno sciopero, come si vive un blocco del traffico, non sa cosa sono i mezzi pubblici. Non può capire una protesta, non può sapere che vuol dire alzarsi alle quattro di mattina o perdere il lavoro o non averlo.

Mai come in questo periodo storico, a livello internazionale, si propongono personaggi che hanno superato ostacoli ardui o hanno compiuto imprese memorabili. Nessuna meraviglia, il mito del superuomo è più vivo che mai. Mai come in questo periodo storico, l’essere umano, può e deve essere anche bello, curato, in forma.

Questi modelli perpetuati non tengono conto perché non possono saperlo, di quelle persone che devono fare i conti. Anzi, questi modelli pensano che un tale concetto sia soltanto bassa retorica perché pensano che la soglia di povertà sia una colpa sociale che la sorte destina a quella parte che ha demeritato.

Ora se c’è qualcuno che in questa società pensa che chiunque abbia meriti in qualsiasi campo, deve avere i giusti riconoscimenti, questo è ineccepibile. Se qualcuno crede che in questa società, i criteri di selezione siano operati soltanto dalla meritocrazia, questo è opinabile. Ma se qualcuno è convinto che nascere in Occidente, in Medio Oriente o in America Latina, nascere eterosessuale, omosessuale o uomo lupo, sia un merito (o un demerito) acquisito, questo è illogico.   

È difficile vivere in una società dove si predicano dottrine e si propugnano discipline che servono solo per controllare le masse e non per liberare l’individuo dalle proprie catene o dalle invisibili gabbie.

Una birra fredda non basta più. Aspetti la sera, magari il tramonto, provi a chiudere gli occhi, a riflettere su tutto ciò che scorre dentro e fuori di te. Il respiro diventa regolare, la mente si rilassa, il corpo segue. Rifletti sulla tua esistenza, sul tuo stile di vita, sulle tue reazioni. Tutto è più limpido.

C’è quel posto, quel punto in cui il tempo non c’è e tu sei ancora tu, lasci che quell’assurdo mondo esterno governato dagli altri continui a scorrere e ti congiungi con la tua coscienza universale dove nessuno può entrare senza chiedere permesso.


  

© ENRICO MATTIOLI 2016      



Il libro è morto


CIMG0252


Una volta il povero Ivan Graziani disse che, per rivivere fenomeni musicali come Elvis o il Beatles, sarebbero state necessarie altre due guerre mondiali e forse addirittura altre tre guerre puniche!

Non so se nell’editoria e in letteratura si possa parlare di fenomeni. Ho già scritto che Dante o Manzoni, nel loro tempo, non erano certo dei divi e non vantavano schiere di lettori. Parliamo di periodi in cui buona parte della popolazione non sapeva scrivere o leggere. Lo stesso Renzo Tramaglino, è tratteggiato dal Manzoni come un giovane che non scrive ma legge con difficoltà e conserverà una particolare diffidenza per la parola scritta.

Chi scrive dovrebbe preoccuparsi che la propria opera regga l’urto del tempo, il tutto e il subito fanno danno. Chi scrive dovrebbe guardare dentro la propria determinazione perché ci troverebbe una grave disperazione: la realizzazione di se stesso, come se scrivere, in qualche modo, innalzi di rango, cancelli le distanze. Se togliamo le speranze di guadagno e l’illusione della fama, la maggioranza degli scrittori scapperebbe a gambe levate cambiando campo di pertinenza. 

Marco Cubeddu in un post su ilGiornale apparso domenica scorsa, parla di presentazioni come farsa. Ci dice che per sostenere a proprie spese un viaggio allo scopo di presentare il proprio lavoro, evento cui senza la presenza di amici e parenti si va incontro a una toppa clamorosa, bisogna esseri ricchi di famiglia. E anche che bisogna essere degli inguaribili Tafazzi. Bisogna saperci fare, bisogna curare le relazioni, bisogna sorridere, bisogna essere positivi, bisogna credere, bisogna dare speranze e regalare sogni. Bisogna vendere fischi per fiaschi, bisogna spacciarsi sempre attivi e in moto, pregni d’impegni, bisogna fotografarsi, mostrare i propri traguardi. Sì, ma la letteratura?

La letteratura e l’editoria hanno già avuto il proprio funerale. Il libro è morto, quello che gira è solo una qualche materia imbalsamata, chi si sente scrittore è un manager di se stesso e assomiglia al becchino che chiude le bare nei fornetti. Che la terra sia lieve anche per voi, writers in war.

La nuova produzione serve? No, finché sarà usata dai nuovi mostri come uno strumento di evasione, ma è un male necessario nella vaga speranza che tra i miliardi di scrivani si nascondano i nuovi Fante o le nuove Fallaci.    

L’e-book sembra già un’occasione persa. Maurizio Maggiani ha rilasciato una bella intervista a Linkiesta, nella quale ci dice che il formato elettronico è già digitale da trent’anni, dal momento in cui s’è cominciato a scrivere col computer. Nulla da dire, il libro è pensato e composto elettronicamente, quel che cambia è la versione finale.

Ho pensato che fosse una rivelazione, ma poi, doveva dircelo Maggiani? Noi non ci avevamo pensato? No, perché non si pensa più, ci si sbatte per il proprio libro e basta.

Maggiani ha ragione. Giusto per rincarare la dose, io credo che oggi gli scrittori non esistano. Sono estinti, come i poeti de L’attimo fuggente. Scrivere col computer è diverso dallo scrivere a macchina, offre una possibilità di modifica che la macchina non poteva dare. E poi, c’è internet. Parliamoci chiaro: chiunque, mentre sta scrivendo, attinge dal web e questo non è scrivere, è fare un puzzle e dato che sembra malamente definirsi un puzzlettatore, io mi considero un relatore, come un segretario a un’assemblea condominiale. L’uso di internet dovrebbe porre fine al concetto del copyright.      

Infine, non capisco le polemiche contro Mondadori per l’acquisto di Rizzoli: non capisco perché ancora si accosti questo genere di operazioni all’editoria o comunque a un’impresa che dovrebbe produrre libri o robe che qualcuno definisce cultura o nutrimenti per la mente o altro ancora. È roba di finanza ed economia, industria. Sì, d’accordo, s’è detto spesso che l’editoria oggi è soprattutto economia. E allora, perché scandalizzarsi o battersi il petto per il futuro? 

L'unica cosa rimasta è piantare dei fiori e dare loro il nome di un libro.



© ENRICO MATTIOLI 2015    



Tra scrivere e fare c'è di mezzo il libro


Io sono una casa editrice. Io sono una casa editrice. Io sono una casa editrice.

Il training impone questo convincimento. C’è differenza tra scrivere un libro e fare un libro, come riporta un arguto post di Susanna Casale in cui tratta del libro d’artista, un oggetto che deve comunicare con tutte le sue parti, cioè le forme, il materiale usato, il colore, l’impaginazione.

Dello stesso metro, a mio avviso, deve appropriarsi il self publisher, l’autore, insomma, che si pubblica i libri o usa un portale. È quanto ripetono gli addetti eppure non è così scontato perché spesso chi scrive pensa che una volta terminato, compito che prevede delle fasi multiple di lavoro, l’operazione sia conclusa e sarà il valore dell’opera a decretarne il percorso e i meriti.

Per uno scrittore (e scrivendo sposto il tiro dal buon articolo della Casale che trattava principalmente del libro d’artista), fare un libro e scrivere un libro sono due faccende che dovrebbero compensarsi.

Scrivere, in sostanza, è una fase del fare.

Il messaggio non dovrebbe prescindere dalla copertina, dalla quarta, dalle note di presentazione. L’iconografia della musica rock, per esempio, conserva aneddoti infiniti riguardo alla scelta delle copertine di album che sono entrati nella storia e che hanno preso una strada propria rispetto allo stesso album.

Uno scrittore indipendente può rivolgersi a professionisti del settore ma, in questo caso, a meno che non si vantino crediti in giro, c’è da sostenere una spesa e allora c’è da chiedersi perché si dribblino editori e ancor di più quelli a pagamento. Ovviamente si tratta di scelte, se l’impegno economico personale è insindacabile è anche vero, però, che c’è molta diffidenza intorno all’auto pubblicazione e l’esborso continuo non aiuta certo a eliminare la circospezione. Si avrà un buon prodotto (e non sempre) ma si è pagato. Non è così diverso dall'editoria a pagamento, no? 

La quarta di copertina e le note di presentazione richiedono una sintesi che non sia ridotta a slogan (magari, se volete, lo slogan mettetelo in copertina), occorre giusta misura e giuste parole. Il libro diventa quindi un blocco unico d’espressione e ogni aspetto è il prolungamento dell’altro.

Se è vero che ognuno deve occuparsi del proprio campo di pertinenza, in un panorama del genere il self publisher è una sorta di pentatleta che si muove su una pista più ampia e che gioco forza deve prendere dimestichezza con varie discipline. E se aumentano le discipline, cresce la possibilità di errori e passi falsi.   

In queste righe che non sono assolutamente un manuale di consigli ma, tutt’al più, degli appunti personali, non s’è affrontata in maniera approfondita la materia della scrittura nella quale potremmo comprendere, in sintesi, testo, riscrittura, revisione, editing, correzione bozze, e nemmeno marketing, promozione e passaparola.

Un autore indie o indipendente, deve tenere degli appunti basati sulla propria esperienza e farne buon uso.

Scrivere e fare un libro, mettersi in proprio, prevede tutto questo e anche quel che la calura degli ultimi giorni me ne ha fatta dimenticanza. Sapevatelo, quando scrivendo comincerete a sudare.


Uno scrittore assente. Ho scritto recentemente di scrittori senza lettori nè editori, prima ancora, di scrittori che avrebbero dovuto scrivere poco, meglio se niente. Ovviamente, parlavo a me stesso interrogandomi sul senso di scrivere e guardando all'ambiente intorno. 

Ora, a causa di motivi personali mi trovo costretto a diradare questa attività (aspetto che potrebbe essere positivo se non fosse, appunto, dovuto al gravare dei problemi), e sono praticamente latitante dai social, mezzo fondamentale (e forse unico) per un autore indipendente. Mi sento svuotato e senza nulla da dire (ennesimo aspetto positivo) perché quando non hai niente da dire, meglio non dire niente: e questo sarebbe sbagliato, se non altro per la legge del marketing e per la promozione di se stessi. Ripetere, ripetere, ripetere, è il trucco dell'evangelizzazione.  

Ho provato, proprio per questa mia assenza, a comporre e proporre dei brevi filmati delle mie pubblicazioni rivisitate. Mi sono anche divertito. 

Ho pensato, però, che poi un autore indie (leggi indipendente) nel momento in cui pubblica una cosa qualsiasi che non sia un libro o un e-book, diventa ridicolo. Si dice spesso che un self publisher (leggi indie o ancora autore indipendente) deve inventare nuove strade o sentieri singolari, ma però (che non si dovrebbe scrivere) quando lo fa cade nel ludibrio. 

Probabilmente continuerò a divertirmi. E continuerò, anche, a non pubblicare nuove storie (poi non dite che non vi voglio bene!), ma a riscrivere e migliorare le vecchie (aspetto consentito a chi si auto pubblica, c'è sempre una seconda opportunità), almeno non si avvelena il mercato con ulteriore materiale inquinante. Insomma, riciclare è il verbo.   

Seriamente: un autore deve essere sobrio, austero, oppure no? Sinceramente, boh! 

I mezzi sono pochi, la visibilità è scarsa, quando si scrive si tende a farlo sapere in giro (ma tu guarda!) e… beh, sì, si diventa anche ridicoli perché marketing e pubblicità sono altre cose, ognuno dovrebbe fare il proprio lavoro e un autore indipendente è un fottuto accentratore che insidia i mestieri di tutti.  

Ci si trova a rispondere o a leggere le medesime sentenze: si scrive per riscattarsi dall'anonimato, alla stregua delle veline, dei calciatori e categorie affini. O per venir fuori dal letame della propria esistenza. 


© ENRICO MATTIOLI 2015  

    

 

Di libri, di letteratura e di lettori


Leggo spesso, sui siti delle case editrici, le avvertenze nei confronti di chi intende inviare materiale: lo scrittore, o sedicente (aggiungete voialtri la sonorità che vi fa sorridere). Perciò, mi cimento pure io in una specie di replica all’editore, al lettore, al viandante.

Definire per quale strada siano dirette la letteratura e l’editoria (e tutto il processo che porta alla creazione di un libro), è per me impresa complicata e forse, complice un cancro all’entusiasmo per la vita, mi interessa poco. La mia è una pigrizia cronica, incurabile, confortante. Figlia di insuccesso e indifferenza, ma anche, probabile, della mancanza di talento. E non lo scrivo perché qualche amicizia o conoscenza mi risponda asserendo il contrario. La mancanza di talento è un tema che prima o dopo, chiunque dovrà (o meglio dovrebbe), affrontare nel settore dell’arte ma anche in tutti i campi dell’espressione e dell’esistenza.

Negli anni passati, seguendo la tortuosa via che spinge a far conoscere la propria opera, alle presentazioni dei miei libri erano sempre presenti amici, conoscenti, colleghi, e qualche ignoto astante. Ricordo con emozione, rivivo la tensione, ma anche la frustrazione, la tristezza del contesto, perché le conoscenze, gli amici, non sono il metro giusto. Alcuni saranno troppo compiacenti, altri troppo rancorosi, tutti spinti dagli svariati sentimenti nei confronti di chi si trova di fronte alla platea. Quasi sempre è difficile che ci sia “il salto”, cioè raggiungere il lettore in più, allargare il proprio orizzonte, tutto continua nello stesso modo. Per questo motivo non si può non affrontare la mancanza di talento, che però, a mio avviso, riguarda tutti. Perché se i libri non si leggono, se evitare questa fatica è uno sport nazionale, se il settore è in crisi da secoli, le responsabilità sono di tutti. Anche degli operatori.

Trovare certezze, conferme, nella vita e nella professione, è una necessità: in alcuni casi addirittura è marketing. Il bisogno assoluto del dicono di noi. È un tesoretto e non riguarda soltanto gli editori, ma le persone in genere. Il selfie, l’auto incensamento, il training urbano.

 

Eppure negli ultimi anni, qualcosa si è tentato. Per aggirare i rifiuti degli editori, per evitare gli editori a pagamento e quelli che non pagano gli scrittori, abbiamo bruciato la carta trasformandola in byte elettronici, quindi l’e-book; abbiamo tentato di applicare tagli al personale con l’auto pubblicazione e tanto si è detto su (e contro) chi si pubblica i libri da solo. È vero, in questa maniera tutti possono scrivere alimentando un fiume già troppo infetto. Differenze con la pubblicazione tramite editore? Beh, una è che mentre con l’editore il libro diventa un lavoro di gruppo che coinvolge scrittore, editor, editore, distributore, critico, libraio e chiedo scusa per le figure dimenticate, nell’auto pubblicazione o self publishing (versioni cartacee o elettroniche), lo scrittore (o sedicente) assolve da solo a tutti i ruoli. E non è sempre e solo un merito o un vanto o un elogio, perché complice la fretta, l’approssimazione, la mancanza di professionalità, molte pubblicazioni sono scadenti. E poi chi si pubblica i libri da solo, può contare solo sul passaparola, non ha un ufficio marketing o PR a disposizione. Perciò deve tornare a quell’ingorgo di amicizie e conoscenze di cui accennavamo sopra.  

Però, a proposito di outing: quanti libri di merda ci sono in giro e quanti editori son disposti ad ammettere di averne pubblicati?

Avevo un sogno e non l’ho più. Speravo che la letteratura prendesse il posto della musica rock nel cuore della gente o almeno l’affiancasse. Poi dei ragazzi mi dissero: di che millennio sei? C’è ancora qualcuno che ascolta il rock, forse? Roba per vecchi. Io volevo intendere la musica in genere, non solo il rock. Ma sono fuori passo lo stesso.  

Non voglio certo affermare di aver trovato la strada, ma mi trovo, dopo averne tentate varie e senza quasi rendermi conto, ad aver aggirato non solo l’editore ma anche la versione elettronica e l’auto pubblicazione (quindi anche me stesso? Boh!): pubblicare semplicemente le mie storie a puntate sul web. Punto. Si può leggere sul cellulare, sul pc o sulla tavola. Se vuoi puoi comprare l’e-book. Se vuoi.

Mentre sei sulla metropolitana e stai andando in qualunque posto, se per un attimo fuggente dimenticherai dove ti stai recando e ti accorgi che il tempo del tragitto è passato in un baleno, io avrò assolto al mio compito. Se avrò rubato il tuo poco spazio a disposizione, il tuo pensiero, allora ne sarà valsa la pena. Di aver scritto.

Se le mie storie trattano di lavoro, di precarietà o sono a volte surreali, la vita anche lo è. Se i miei personaggi sono degli sfigati, degli isolati, dei rifiutati, tutti loro sono quel che tu cerchi di non essere. Ma se qualche volta ti sei sentito così, allora sarà valsa la pena di aver scritto.

 

La rivoluzione nel mondo dell’editoria, della letteratura, di tutto il processo intorno alla nascita di un libro o una storia, è mettere il lettore al centro di questa ipotesi, senza filtri. Il lettore, sì, insomma, la persona. Il solo grande problema è che le cose semplici diventano le più complicate. Del resto un romanzo senza complicazioni che romanzo sarebbe? E noi, di che cosa stiamo trattando?

 

Insomma, fate un po’ come vi pare.     


Home made book

Perdendomi in utopie e ipotesi personali, figlie - lo ammetto - della voglia di non fare una ceppa, passo ancora il tempo cercando la via per vivere senza lavorare. E' probabile che questa ricerca avrà il suo epilogo - ironia della sorte - il giorno prima di essere sepolto o abbattuto o cremato. Fatto sta, è una strada che non si trova sul satellitare: non esiste, almeno fino al momento in cui il nostro sistema di vita sarà basato sulla moneta.

Tranquilli, non starò qui a propormi fautore di un baratto del nuovo millennio, ma credo che riflettere su nuove forme di questo nostro campare, sia un dovere sociale. 

Bene, quali forme? Boh!

E' la prima soluzione che mi scappa e credo meriti almeno un euro per lo sforzo. Chiunque ha sentito parlare del concetto secondo cui lavorare è un diritto o che un paese è fondato sul lavoro e altre proposizioni (o slogan) similari. Il lavoro genera la dignità. Intanto la vita trascorre, gli slogan restano tali. 

Una forma di follia internazionale sarebbe quella di andarsene tutti vestiti firmati, riempire le strade e farsi pagare per portare a spasso un marchio. Ma invece accade il contrario. Si paga per vestirsi griffati. Poi dicono dei cinesi… 

I mezzi pubblici nelle grandi città offrono i propri dorsi alla réclame e la portano nel traffico. Pubblicità in movimento. Bene: perché non privatizzare? Se mi pagate la benzina, io offro le porte della mia vettura. E chiedo anche un lasciapassare per le giornate di blocco della circolazione. Sarei disposto pure a un cartello o segnale sulla bicicletta. Qualcuno ci pensi: responsabili marketing, andiamo, non fate gli stronzi!

Un tempo pensavo di aprire un radio. Ne parlavo a Ettore Bianciardi diversi anni fa, una radio che si occupasse solo di libri. Si sarebbero usate le nuove tecnologie. La mia sarebbe stata Radio Book, ma c'era il problema di riempire un palinsesto. E poi, chi ha mai fatto radio? Forse sarebbe diventata Radio Mattioli e sarei finito a trattare di libri miei, pure se non sono uno scrittore, l'ho scritto tante volte. 

Io mi occupo di Home Made Book. Beh, concedetemelo, sarebbero i libri fatti in casa. Mi avvalevo della garanzia di Marcello Baraghini al quale spedisco sempre i miei scritti prima di pubblicarli con il self publisching. Sì, perché c'è sempre qualcuno che sostiene eh, ma tu in questo modo rifiuti il giudizio di chi si occupa di queste cose. A ognuno il suo mestiere, perdio!

Ho deciso di farlo con tutti gli editori: invierò il mio racconto e qualora intendano pubblicarmi, io rifiuterò tenendo quel loro parere positivo e riportandolo nelle note della mia auto pubblicazione. Può andar bene come propaganda? 

Ecco, nel mio caso, quando Marcello non può editare, io lo eleggo GARANTE EDITORIALE o collaboratore esterno alla mia pubblicazione. Tutto ciò, oltre alla fondamentale consulenza di Ettore Bianciardi. Non chiedetemi perché non si siano sposati tra di loro, questo è un altro discorso.

Forse divorziarono a causa di Riaprire il fuoco, un progetto simile a una casa editrice e centro culturale, che pubblicava gratuitamente in formato elettronico perché la cultura deve girare. Il blog era a metà tra la strada e l'osteria. In molti avete snobbato la faccenda inseguendo notorietà, soldi e altro. Dite la verità, state ancora correndo?

Storcete tutti il naso quando si tratta di amatorialità. Dice che gli addetti di settore sconsigliano l'auto pubblicazione perché così si aggira il fattore della selezione e tutti si metterebbero a scrivere livellando ulteriormente verso il basso il valore di un libro. 

Beh, ma cos'altro dovrebbe dirvi un addetto di settore: sconsigliare le proprie edizioni, forse? 

Riguardo al livellamento… occorre un consulente per ricordare di leggere molto più di quanto si scrive e che uno scrittore dovrebbe scrivere poco, meglio se niente? (Questa è mia, modestamente…)

Vi sentite in grado di competere con le biografie di Messi o Ronaldo Cristiano (e divinità di medesima stirpe) che occupano i banchi delle librerie?

Le librerie. Oggi i libri si acquistano anche al supermercato. Perché non vendono quanto la pasta? 

La cultura è un nutrimento che non appaga lo stomaco, il secondo organo più importante della gente comune e non. O meglio, in realtà non esiste (la cultura), non in un libro, almeno. In un libro c'è un'esperienza, una storia che deve irritarvi o mettervi in imbarazzo o farvi stare male o appassionarvi e suscitare la vostra indignazione, ma non rassicurarvi e farvi sentire migliori. Per quello (cioè, per tutto il resto) c'è... la carta; di credito. Chi non ne ha è un perso e in questo c'è già un principio di letteratura.  

Ricordo un'intervista di Lennon che riguardo alla musica del suo gruppo amava dire che non è cambiata poi molto da quando suonavamo nei locali. Sì, forse è cresciuta, ma perché siamo cresciuti anche noi. In realtà, è bastato che qualcuno mettesse sopra un'etichetta.  

Magari leggendo questo post ci si chiederà che cosa io intenda oppure che sono capzioso e tento di saltare di palo in frasca. 

Non so se qualcuno aprirà mai una radio sui libri home made, ma se lo farà e avrà il suo seguito, ricordatevi di me che lo avevo (l'ho) appena scritto oggi.

Soprattutto, quando le cose non andranno per il loro verso, il pensare di vivere senza lavorare (pur senza aver trovato una soluzione), non sarà stato tempo perso. Il mio sogno era che la narrativa della nuova frontiera (si scrive così, no?), prendesse il posto della musica rock nel cuore della gente. Ma era solo perché il rock è morto. Beh, comunque, ho fallito. Ho fallito su tutta la linea, voglio dire. Non ho ottenuto molto con l'auto pubblicazione. Non ho ottenuto nulla con la narrativa, solo tanto isolamento e una specie di cocktail a metà tra compassione e indifferenza, quest'ultima causa fondamentale del non svendersi.  

Niente musica stamattina. DJ Mattioli vi liscia il pelo con i versi di Watching the weels, ovviamente Lennon.


La gente dice che sono pigro e che passo il tempo a sognare
E mi da un sacco di consigli per illuminarmi
E quando rispondo che mi piace guardare le ombre sul muro
(Loro dicono:) Ma non rimpiangi i bei tempi? Ora non sei più in ballo

Io me ne sto semplicemente seduto qui, a guardare le ruote che girano e girano
Mi piace veramente vederle girare
Niente più giostre
Ho dovuto lasciar perdere


I libri devono essere pericolosi. 


Saluti


Piombo sull'editoria

Presento dei miei interventi sul blog di Ettore Bianciardi, Riaprire il fuoco. Ho pensato di raccoglierli (aggiornandoli) un po' come si fa con la propria spazzatura, ma anziché gettarli via definitivamente, li riciclo.


Nello specifico, questo post trattava della selezione di un'opera da parte di un editore serio. Sottolineo che la linea di Riaprire il fuoco - mi perdoni Ettore se non trovo un termine più adeguato, non era una linea la sua, ma un pensiero - era quella dell'autopubblicazione da parte degli autori perché si considerava la figura dell'editore, oggi, ormai superata. 

Quindi, in una valutazione di pro e contro, emergeva l'aspetto inflazionistico del mercato editoriale, cioè che chiunque ritenesse di saper scrivere, avrebbe così pubblicato senza il filtro di nessuno.   


DSCN0386


Non so quanto sia giusto, Ettore, ma la scrittura è (o dovrebbe essere) un’espressione diversa dalle altre forme artistiche. Sento spesso scrittori che vorrebbero campare facendo questo mestiere, ascolto dibattimenti sui diritti d’autore, leggo di persone scandalizzate quando un libro (un ebook) è a prezzo ribassato o addirittura free

Francamente, non riesco più a rispondere e nemmeno ad avere un’opinione. Semplicemente, mi stanco. Così, mi ricordo quel che mi divertiva (e mi diverte ancora), di questo carrozzone: cioè, la scrittura. Un racconto breve, semplice, l’emozione nel rileggerlo e il fatto che quel che hai scritto, ti piaccia. E poi il secondo aspetto, che secondo non è: la lettura. Chi scrive deve innanzitutto essere un lettore. Ho letto delle storie brevi di autori sconosciuti che mi hanno emozionato e ho solo il rammarico di non ricordarne il titolo (una mia deficienza non legata all'autore o alla sua opera, ovviamente). Storie che coglievano - che so - un particolare dell’andare a fare la spesa o degli inquilini di un condominio. Aneliti di un'esistenza giunta al capolinea.

Sangue e nervi tra le righe. 



Questo post trattava del salone del libro di Torino, dei nuovi autori e degli ebook.

Sono a favore di tutto ciò che porta nuovi impulsi (che sia carta o formato elettronico), ma penso pure che in Italia i nuovi autori continueranno a scrivere per passatempo. Bisogna far girare le proprie cose gratuitamente affinchè qualcuno le legga (e non è neanche detto, anzi, ma lasciamo stare questo discorso), quando tutto intorno è caro e lo si paga sempre di più. Uno zoccolo duro di lettori non esiste (o almeno questo è il mio pensiero) che si scriva bene o male, gli zoccoli casomai te li tirano addosso. Non è neanche detto che vendere significhi esser letti, molti libri rimangono negli scaffali dei salotti o dentro i lettori elettronici perchè dopo poche righe rompono già i marroni. Più che saloni del libro, salotti e corridoi, oggi rivaluto i concorsi (che però non amo in modo totalizzante, diciamo che si tratta di convenienza), perchè se qualcuno scrive che hai vinto, forse il lettore è più portato a leggere, ma non sono in grado di definire esattamente questa cosa. Non so come facciano a sopravvivere le manifestazioni come quella di Torino perchè immagino costino un occhio, ma forse rimangono in piedi per gli sponsor? Ma allora perchè gli sponsor non sponsorizzano i libri singoli degli autori: io sono una libreria, fammi leggere il tuo manoscritto, se mi piace, ti do una mano. Forse, così, troverebbero un senso e una nuova collocazione anche i librai visto che di questo passo, rischiano di chiudere tutti.



A morte i nuovi scrittori!

In questa rubrica riportavo dei miei interventi su Riaprire il fuoco, il blog di Ettore Bianciardi. Si trattava di tutto quel che gravita intorno al mondo dell'editoria. Libri, librerie, editori. Stavolta, in questo afoso pomeriggio di fine luglio che fonde cervelli e anime, giornate in cui i monitor sembrano riversare sui visi la stessa intensità dei raggi delle lampade dei centri estetici, il solito idiota (io medesimo), non trova di meglio da fare che scrivere ancora di librerie, editori, libri.  

Proprio questa mattina mi giungeva una mail pubblicitaria di una nota catena di librerie che evidentemente, a causa di precedenti acquisti di ebook, tiene il mio indirizzo. Mi informano delle loro offerte: 30% su 9.000 libri fino ai primi di Agosto, addirittura il 40% se ne acquisto 3. 

Ora, dato che per campare non faccio lo scrittore di professione e quindi mi occupo di queste cose soltanto per pura passione (evito di abbandonarmi a disquisizioni sulle differenze tra scrittore di professione e amatorialità e su come questo aspetto sia percepito dai lettori e dal pubblico in genere e, soprattutto, evito ad altri e a me stesso, di lasciarmi andare a spiegazioni sul perché si preferisca quel limbo dove l'aureola di professionalità resta bandita), prendo atto di come questo tipo pubblicità - che non è l'unica, intendiamoci - non abbia alcuna differenza con i volantini del supermercato di zona che arrivano nelle nostre cassette postali informandoci sulle nuove offerte e di conseguenza, invitandoci all'acquisto come una chiamata alle armi, un modo come un altro per mantenere il nostro sistema di vita.

Spesso leggo di piccole e medie librerie che chiudono, ma anche delle storiche dei quartieri e pure di qualche grande catena, vedi il declino di Barens & Nobles negli Stati Uniti o per restare in Italia, le difficoltà della Zanichelli di Bologna. 

Ci si duole e ci si batte in petto, si piange la cultura che giace sacrificata sull'altare del profitto. Retorica da quattro soldi, a mio avviso, ipocrisia da scaffalatura e quell'insano piacere di ascoltare una cattiva notizia: le librerie sono dei supermercati dove si trova di tutto (perfino i libri degli scrittori - precisazione, questa, assolutamente necessaria!), e allora, se tutto questo è quel che è, così, se vi pare, perché piangersi addosso?  

Nulla accade per caso. E' giusto considerare il libro (dicono tutti di no, librai, editori e distributori, ma cosa dovrebbero dire, del resto?) una merce che non può sottrarsi alle logiche commerciali e industriali? Questo è quello che accade. I successi hanno tanti padri e i fallimenti restano sempre orfani. 

Con tanti saluti dagli e-book e buona pace dei vecchi, dei nuovi, degli eventuali e dei precari scrittori.   



Lezioni

Noto sempre più spesso che chi scrive ha tutti i requisiti in regola. Ha la copertina, un editore o un portale di self publisching, i consigli di lettura, una bella presenza, perfino i lettori. 

Si danno lezioni sulla vita perché chi meglio di chi inventa delle storie, può dare ripetizioni? Del resto, chi mente si ritrova sempre la verità tra le mani. 

Alcuni scriveranno per entrare in concorrenza con i cuochi che scrivono libri. Altri scriveranno che hanno cambiato partito, moglie o marito, compagno o compagna, stabilimento balneare, alimentazione o abitudini sessuali; c'è chi smette di fumare e deve scriverlo. 

Taluni sentono la responsabilità dei molti che li seguono. Altri devono essere divertenti sul social network o almeno un poco caustici. 

Ci sono scrittori che chiedono sgravi fiscali sui personaggi che creano e li contemplano tra i familiari a carico nella dichiarazione dei redditi pretendendo l'assegno familiare, altri hanno trovato addirittura la forma per intestare loro immobili. 

Uno scrive al Papa e l'altro al Presidente, il terzo ha sempre un'opinione. In tanti trovano il tempo per fare di tutto che gliene rimane poco per scrivere. E per leggere. Poi, dicono che il lavoro non si trova. 


© ENRICO MATTIOLI 2014

 

    


Fuga da facebook?


Avrei voluto scrivere un post sulla comunicazione, sull’oggettività e sulla soggettività su come uno stesso gesto è considerato se compiuto da entità diverse, che siano uomini o donne, parti politiche opposte o questioni sportive. Il giudizio che balla, la critica moralista, la classificazione in ragione e torto, in ciò che è sbagliato o giusto. La faziosità a tutti i costi anziché l'ampiezza che permette di contenere moltitudini.

Il web è tutto questo, un mare dove tutti possono nuotare. E' importante far chiarezza su un punto che dovrebbe essere scontato: la rete è un caledoiscopio di informazioni accessibili a tutti e con i social è diventata (la rete) un aggregatore dove ognuno esprime (o spaccia) il proprio punto di vista per informazione generando un effetto domino a volte divertente, altre assolutamente becero. Opinione e informazione, ovviamente, sono aspetti distinti.

In questi ultimi giorni sono stato colpito da due post: uno è quello di Giuseppe Iannozzi dal titolo dimenticare facebook attraverso il quale lo scrittore e giornalista, dichiara che un artista non può vivere nel virtuale, pena il finir schiacciato e il rendersi ridicolo e pertanto, lui chiude il suo profilo lasciando soltanto la pagina personale; l’altro post è quello di Matteo Tassinari e Franco Berardi, facebook incontro di solitudini. Nelle righe, il social network è descritto come il posto più solo al mondo e lo si paragona agli ipermercati, dove si trova di tutto e di tutti, un posto che in realtà non esiste, esistono solo coloro che lo rendono vivo. Infine, più o meno, che il faccia libro più famoso al mondo è un fenomeno di massa che livella verso il basso.

Ogni artista o polemista o provocatore, deve certamente sviluppare una muscolatura adeguata quando al termine di ogni prova si misura con il quotidiano perché quella sua arte (se pericolosa), quella polemica, quella provocazione, avrà sviluppato una reazione, una compulsione (in qualche caso possono essere feroci) che spesso va a minare il tranquillo menage giornaliero che appartiene ad ognuno. Sarebbe bello potersi esprimere liberamente senza che questo ci renda permeabili (soprattutto quando la nostra opinione va a pestare la coda di altri), ma non accade quasi mai. Bisogna rispondere, rettificare, ampliare il punto di vista e a volte, scusarsi oppure affondare di più il colpo nel ventre del politicamente corretto e dei belpensanti medi. Altrimenti, è giusto che un artista si sottragga, non per vigliaccheria ma perché nel completamento della sua arte (provocazione) ha terminato il proprio compito.  

Yoko Ono ha recentemente dichiarato riguardo alla rete e ai social che oggi, John Lennon, uno dei più grandi autori di slogan della storia, avrebbe trovato in Twitter un mezzo assolutamente efficace per esprimersi.

Questo ci conduce, quindi, verso un ennesimo interrogativo: i social network sono tutti uguali?

Certo che no. Recentemente, leggevo un testo dal titolo Guida al web marketing utilizzando gli strumenti di Google

Nell'ebook, tra le altre cose, si fa riferimento proprio ai diversi utilizzi e alle caratteristiche dei social maggiori. Pensiamo, perciò, a Google Plus (il social di Google), Facebook e Twitter.

Potremmo dire, in sintesi, che Google Plus è uno strumento che predilige il linkaggio e i contenuti. Facebook ha caratteristiche più diaristiche e Twitter è una buona scuola per pubblicitari e fenomeni dello slogan e del sunto. Tutto questo, però, merita uno studio e un approfondimento a parte perché le differenze da me descritte si riferiscono a un discorso di massima, ma a occhio nudo potremmo trovare le caratteristiche dell'uno anche nell'altro e viceversa. 

Nei fenomeni di massa la differenza la fanno i contenuti. Insomma, all'interno dei grandi contenitori bisognerebbe scegliere contenuti onesti, indipendentemente dal fatto che questi convergano o meno con il nostro personale punto di vista.    

Sono convinto che gli strumenti mediatici siano fondamentali per integrarsi con la vita, non per sostituirla. Per quella ci sono sempre i bar, le sedi, le sezioni, i club, le sale.

L'overdose da network è simile all'attesa dell'ascensore, quando si sente che dall'androne sta arrivando un altro condomino e ci si sbriga a salire per evitare il contatto. 



Bannati e dannati 


Unknown


La necessità di visitatori. Il fatidico click e l'astinenza. Numeri, robe da blog, vili questioni di rete. 

La propria proposta, la notte. Il post condiviso. E l'insonnia, la paranoia, la frustrazione. L'alba, tornare a guardare quante persone hanno cliccato il tuo link.

Persone?

Non ci sono persone, ma profili, le nuove maschere dell'era del web. Lo share, questo maledetto bacillo che debilita il tuo sito. La stanza comincia a girare vorticosamente e tu ci sei dentro. Sbandamenti, vertigini e nessuna predisposizione materiale ai traslochi pure se non esci mai di casa senza il bagaglio a mano. 

Banned, bannato, bandito, censurato, proibito, embargato.

Spazi e piattaforme e gruppi, senza la conoscenza approfondita degli stessi, ti portano in fallo. Vallo a spiegare uno sbaglio di mail con indirizzi in chiaro: cancellami dalla lista; siamo stufi di questo spam; mi allineo, mi aggrego anch'io all'idem di cui sopra; allerterò le autorità competenti

Se la massa avesse una coscienza sociale come la rivendica sul social net, il mondo sarebbe davvero capovolto e tu non troveresti la tua anima nello sguardo vuoto della cassiera al supermercato che risponde glaciale e robotizzata, provata dalla frenesia altrui.

Stai guidando contromano in autostrada, ragazzo: ci deve essere qualcosa sotto se non vuoi vendere nulla. 

In isolamento, senza possibilità di comunicare o tentare il lancio di un messaggio in bottiglia.  

Che tu sia dannato per l'eternità, bannato dai nostri profili: il solito vecchio pazzo che un tempo si scagliava contro un treno, è ora che cominci a scavare una buca nel terreno. 



Forme di vita oltre i social network



DSCN0044


In fondo alla linea ottica si stende una catena collinare che sembra riposare sotto il cielo di primavera, spruzzato di nuvole pacifiche.

All'entrata del parco c'è una panchina dove due adolescenti siedono scambiandosi gli amorosi sensi tra il verde soffocante intorno e il celeste opaco sopra di loro.

Da lontano si sente il rumore di una sega elettrica mixato a dei cinguetii: non ci sono diavolerie tecnologiche in circolo, sono proprio versi di passeri sugli alberi che, per non sottilizzare, è meglio definire pini, visto che siamo in pineta. Passano a varie velocità, ciclisti e runners, in comitive o da soli.

In fondo c'è un castello costruito in legno, con una torretta dove sono prigioniere una principessa e le sue damigelle. Un gruppo di ragazzini è a difesa della fortezza, mentre un altro (di indiani metropolitani) tenta l'assalto. Data la confusione, non è dato capire chi è la vittima e chi il carnefice, dove sia il bene e dove il male. E' la conferma del concetto per cui i bambini, in genere, siano in possesso di ogni mezzo cognitivo. Peccato siano destinati a crescere.

Sulla sinistra c'è un campetto da calcio dove si svolge una partita. Gli spettatori son tutti di passaggio ed è davvero difficile comprendere gli schieramenti delle squadre vista la varietà dell'equipaggiamento utilizzato. E' certo, però, che le compagini siano due ed anche le porte. Il resto è opinabile, come la larghezza delle linee laterali. 

Oltre un muraglione diroccato, il parco continua. Una comitiva di ragazzi affronta quella di ragazze in una gara di pallavolo. Urla, schiamazzi e sfottò sull'abilità del sesso opposto. 

C'è un'area allestita con degli attrezzi in legno, più che altro delle panche dove svolgere esercizi ginnici. Due vecchietti, di riposo dalla passeggiata, tentano di allungare le membra. 

Più in là, c'è un laghetto artificiale. Una signora è disperata e impreca nei confronti del suo cane, razza spinone,  che continua a immergersi e a sgrullarsi vicino a lei ed è talmente divertito dalla sua disperazione da non mostrar alcuna intenzione di interrompere il supplizio.

Una coppia di anziani, presumibilmente marito e moglie, siedono su una panchina e guardano l'orizzonte.

Nonostante tutto questo esista per proprio conto, non riuscirei a immaginarmelo se non mi recassi qui. E' per confermarlo a me stesso che lo pubblico, quasi che fossi venuto a contatto con altre forme di vita. 



© ENRICO MATTIOLI 2014



Roma: la via del cinema


Roma è un immenso set cinematografico, come tutte le grandi città, anzi, come tutti i posti del mondo, perché ogni luogo è degno di essere raccontato.

Nella zona di Cinecittà, dove sorgono anche gli studi, qualche anno fa è stata inaugurata la via del cinema, che in realtà sarebbe una porzione della Via Tuscolana (il marciapiede di destra, se si esce in direzione dei Castelli Romani), e copre dalla fermata metrò Giulio Agricola fino alla fermata Subaugusta. 

Lungo questo boulevard ci sono ristoranti, panchine, pavimentazione, autorimesse, pensiline e locali che si rifanno alla storia del cinema: la manutenzione di questo tratto, però, non è adeguata. Se con quest'opera si voleva richiamare pubblico e attenzione, oggi sarebbe bene fare silenzio.


IMG 0251


La zona è composta da vari perimetri (chiamarli quartieri risulta un eccesso di zelo toponomastico), Don Bosco, Cinecittà, Tuscolano, Quadraro.

A pochi centinaia di metri dagli studi, sorge Piazza di Cinecittà. Attualmente ci sono bancarelle e parcheggi, un tempo faceva capolinea il tram che partendo da Via Principe Amedeo (zona stazione Termini) giungeva in zona tagliando in due le vie consolari Appia e Tuscolana. Ora quel tragitto è nascosto dai parcheggi che sono stati ricavati dalla soppressione della strada ferrata.

La stazione di Cinecittà, vide protagonista Anna Magnani nelle scene di Bellissima. Proprio davanti, è la sede circoscrizionale di zona, la X. E’ un edificio storico, non tanto per la sua architettura, ma perché Nanni Loy girò alcune scene de Audace colpo dei soliti ignoti, in particolare, era l’ospedale dove ricoverano il povero Capannelle e nella via limitrofa, gli audaci tentano di scrollare da un albero la valigia contenente il bottino della rapina al totocalcio e che circa un chilometro dopo, nascondono incautamente sotto una panchina di Piazza San Giovanni Bosco.


vlcsnap2011020210h23m42.8051


Proseguendo il cammino, passando per parcheggi vitali a ogni quartiere popolare, immaginando di essere trasportati dal lento e pesante percorso tramviario, si arriva a Piazza dei Consoli, dove risiede la Torretta del Quadraro, età fine XIII sec. Oggi troviamo un Centro Anziani, in realtà la torre era la trama di una fitta serie di torrette di avvistamento medioevali e in particolare quella del Quadraro doveva restare in contatto visivo con quella di Centocelle.


IMG 0257


La torretta di Piazza dei Consoli, era quella da dove si affacciava Vittorio Gassman nel film Fantasmi a Roma, per la regia di Antonio Pietrangeli e la sceneggiatura firmata Amidei, Flaiano e Scola, tra i cui interpreti troviamo oltre a Gassman, Marcello Mastroianni ed Eduardo De Filippo.  

Nel quartiere Quadraro, è ancora protagonista la Magnani in Mamma Roma di Pasolini, con la Basilica di San Giovanni Bosco, il villaggio dell’INA CASA,  il Parco degli Acquedotti, altra grande, infinita, risorsa storica e culturale della zona. 

Scrivo tutto questo, che in realtà è molto poco, nell'illusione di non disperdere il patrimonio del cinema italiano, certo che probabilmente non è sufficiente un restyling stradale (che andrebbe anche bene se integrato con itinerari e postille) destinato a offrire un impulso (più che altro) commerciale alla zona.

Tornare a ritroso, trovare meriti ai tentativi di riqualificazione e distribuire i demeriti per l’incuria, è un lavoro legato al colore politico che non risolverebbe la situazione e che lascio ai mestieranti dell’amministrazione capitolina. 

Grazie per averci provato, oggi viviamo in piena decadenza.


Urbi et orbi: Roma ieri, oggi e domani 

Roma è un altare alla schiavitù, ma è complicato staccarsene (appartengo a coloro i quali, alla vista dell'entrata del raccordo, uscendo dall'autostrada, si commuovono sempre un pò in silenzio). 

I simboli che più la rappresentano nel mondo, sono stati eretti dagli schiavi, non dagli imperatori. Gli spettacoli negli Anfiteatri erano una sublimazione della schiavitù: schiavi contro schiavi, schiavi contro bestie, e popolino a godersi lo spettacolo, immagine sintetizzata da Edoardo Bennato in Meno male che adesso non c'è Nerone. E poi, simboli e saluti, ripresi nei secoli successivi dal regime fascista.  



Sono tutti aspetti che poco hanno a che vedere con i concetti di uguaglianza, libertà e fraternità che appartengono - credo e spero - tanto al cittadino romano, quanto all'italiano e all'europeo. 

Quel che mi scoccia è che Roma Antica, Roma Imperiale e l'Anfiteatro Flavio, sono le immagini perpetuate dai più e quel che in genere rimane negli occhi e nei ricordi del turista.

Tante sono le sue facce. C'è una Roma Cristiana e una Roma Ebraica, una Roma che mostra i segni dell'architettura del regime che fu, basti pensare a Via dei Fori Imperiali e Via della Conciliazione, gli stabilimenti di Cinecittà o il quartiere dell'Eur. 

C'è la Roma del cinema, qualcuno disse che Roma è un immenso negozio di jeans, alludendo forse ai marchi e alle grandi firme, ma Roma è anche un immenso set cinematografico di cui si dovrebbe trattare a parte. C'è la Roma delle periferie (quelle che un tempo erano le periferie) tanto amate da Pasolini. C'è la Roma sofferente e offesa di Via Tasso e la Roma figlia del suo fiume, quella dei palazzi rinascimentali e barocchi.    

Poco si narra sulla storia risorgimentale della città, per fare un esempio, gli eroi del popolo come l'audace Righetto, ragazzino trasteverino di dodici anni, orfano, che offrì la sua vita per la Repubblica Romana nel 1849. Erano gli anni dell'assedio e dei bombardamenti del generale Oudinot, inviato a Roma da Napoleone III per sopprimere la Repubblica guidata da Giuseppe Mazzini. 

Tra la caduta e l'esplosione di una bomba, l'intervallo era tra i dieci e dodici secondi. Il popolo e le donne di Roma, i ragazzini, si gettavano sugli ordigni per soffocarli. Accadde a Piazza Mastai, in Trastevere. Righetto stava giocando, quando una bomba cadde sul selciato.

Il ragazzino si buttò sopra di lei - come consuetudine - con uno straccio bagnato, ma quella stronza scoppiò dilaniando lui e Sgrullarella, la cagnetta unica componente della sua famiglia. 


Luna Park Eur: ballando sulle macerie

Ho avuto bisogno del Luna Park fino ai venticinque anni e oltre, ma non smisi mai di andare, smisi soltanto di raccontare in giro che ci tornavo.

Era un viaggio magico che si materializzava e lo avevi a portata di mano ogni volta che lo desideravi o quando il mondo dei grandi era  t r o p p o G R A N D E, inaccessibile. 

Si trovava nella parte opposta della città e per arrivarci bisognava prendere due linee di metropolitana. Era il sogno che perpetuava, il fanciullino che tornava, il peterpanesimo regnante. Oppure, visto che di paese dei balocchi si trattava, era il Lucignolo che c'è in oguno di noi, la voglia di giocare di nascosto, all'infinito, fino a che qualcuno ti chiama per dirti che è pronta la cena. Beh, lì si mangiavano tutte le schifezze per ragazzi, pizzette e patatine fritte, hot dog e panini farciti, zucchero filato e liquirizie gommose, gelati e cioccolateria, peccato che non c'era da dormire, del resto la notte scivolava via come una birra nella gola e non c'era tempo per riposare, da che cosa, poi?   

Ci trovavi il tuo compagno di banco, gli amici di scuola o del portone e la scuola, appunto, l'istituzione opprimente perché obbligatoria che era ai nostri occhi, diventava un incubo lontano. Robe da adolescenti (ma mica tanto), voglia di leggerezza, tentazioni.  

A Roma, la Via Cristoforo Colombo conduce dal centro fino al mare, a Ostia. L’ultima cosa che si lascia alle spalle, abbandonando la città, è il quartiere Eur. Dalla strada, guardando verso sinistra, c’era la Grande Ruota del suo Luna Park che si imponeva alla vista riaccendendo la fantasia sopita da una seriosità soltanto presunta.


images


Non starò a scrivere quanto era meglio una volta, anche se il riverbero delle mie parole lo lascia supporre. E non era neanche tutto gratis (eccetto l’ingresso), potevi impegnare grosse somme per il tuo divertimento.

I tempi cambiano, oggi si gioca alla play o col cellulare, che bisogno ci sarebbe? Ognuno si tenga i giochi della propria generazione, non ha senso rivangare e poi, se proprio cadi in astinenza, puoi sempre occupare le tue vacanze in un viaggio a Disneyworld Paris.  

Stamattina, però, m’ha fatto uno strano effetto. Passavo per un caso fortuito e mi son dovuto fermare a guardare quel che rimane di un sogno infantile. Parliamoci chiaro, non potrei più salire sul Tagadà, quella ormai è roba per quindicenni o per astronauti e io entrerei sull’ambulanza subito dopo sceso, maledicendo ernie e dischi vari.

Il Luna Park dell’Eur a Roma era il più antico parco divertimento in forma stabile d’Italia e le strutture che lo ospitavano risalivano al 1953. Le cronache riportano tentativi di rinnovo nel 2006, con biglietto unico d’entrata a 22€ e poi a 16€, ridimensionamento dell’area e la rimozione di alcune attrazioni lo hanno reso poco appetibile alle esigenze del pubblico.

La mattina del 14 Aprile 2008 il Parco viene chiuso. Questioni tra società, denunce, appalti e concessioni, rappresentano la degenerazione del progetto.

Provo a forzare la fantasia, entro nel vecchio regno e cerco nei ricordi un brano che mi faccia sognare e volare come un tempo, ballando su queste odierne macerie e mi rincresce raccontare che prima o poi tutte le favole finiscono.



© ENRICO MATTIOLI 2014


 


Il centro commerciale, un non luogo dove tutto è possibile



Dato che in maniera impropria ho scritto già due storie sull’argomento, ritengo, arbitrariamente e con malcelata presunzione, di averne da dire ancora. Insomma, è un tema che sento molto, se non altro perché ci lavoro o meglio, vado a lavarci il peccato e il vizio di scrivere.

Nella prima storia dal titolo Avvisiamo la gentile clientela, paragonavo il centro commerciale a un tempio pagano, un altare innalzato al mito della roba, retaggio scolastico che non ho ancora smaltito. La differenza di noialtri tutti con Mazzarò, il personaggio del Verga, è che mentre lui in punto di morte tenta di portare con sé la sua roba costituita da animali e altri beni, noi umani del nuovo millennio tendiamo a possedere, consumare e disfarcene nel più breve tempo possibile al fine di tornare ad acquistare e consumare ancora, in un processo che non deve avere mai termine se intendiamo mantenere il nostro sistema di vita basato sul consumo del superfluo e dell’eccedenza. Sarebbero le plusvalenze di Marx.

Nella seconda storia dal titolo La città senza uscita, riprendo, tra le varie tematiche che vi s’intrecciano, proprio quest’ultimo aspetto, che diventa quindi, il filo conduttore tra le due narrazioni che dovrebbero essere complementari, almeno nelle mie intenzioni. Pasolini stesso chiariva la differenza tra progresso e sviluppo.

Ma si può essere, solo per aver citato il centro commerciale, talmente pesanti e noiosi? E Verga, e Marx e Pasolini… nel centro commerciale troviamo di tutto. C'è gente felice, spendere per se stessi significa volersi bene. 

Il punto non è il sottocosto. Il centro commerciale sorge dove vengono concessi permessi, non c'entra la toponomastica o la logica urbana. Non c'è alcuna regola. E ma però (che non si dice né si scrive) si risparmiano soldi e tempo, che sono la stessa cosa. Ci si ingegna con i gruppi d’acquisto: più alta è la quantità acquistata e maggiore sarà il risparmio.

Inoltre, chi ha più tempo e denaro potrà girar per botteghe e garantire la sopravvivenza dei piccoli artigiani. Certo, ma fino a quando questi non saranno costretti ad aumentare i prezzi e scoraggiare anche i più facoltosi. La distruzione del piccolo commercio: in fondo anche la stampa ha distrutto il lavoro degli scrivani antichi. Personalmente, amo quando (raramente) il piccolo vince il grande perché lo supera ma non lo annienta. Sempre, invece, quando il grande vince il piccolo, lo disintegra e lo finisce. Cancellandolo. L’eterna lotta tra indiani e visi pallidi.

Sul risparmio e i gruppi d'acquisto, le grandi aziende escogitano limiti alle scorte: non più di un tot di merce per cliente, con la scusa di scoraggiare i piccoli commercianti che vanno a rifornirsi nei supermercati e tutelare, in questo modo, il partito dei risparmiatori; tutto chiaro, ma i famosi gruppi d’acquisto sono così serviti… questo concetto è per spiegare che non si fa certo beneficenza, al primo posto c’è sempre l’interesse delle aziende.

Sì, ma c'è ogni cosa, pure la cultura. Il libro nel supermercato è il simbolo del gusto imposto. Si legge poco e niente, quindi, se vogliamo vendere un libro, cerchiamo di essere evasivi con la lettura. Spesso s’è discusso delle librerie simili a dei supermercati, dove trovi ogni pubblicazione tranne quelle degli scrittori. E' la distribuzione editoriale che detta le regole, non gli editori. Per mantenere il baccanale non si deve essere pericolosi ma rassicuranti. Bianciardi ne La vita agra descriveva il supermercato come un luogo dove si creava un'ipnosi.

E' lo stesso discorso che riguarda le major discografiche e in genere ogni campo artistico. Immaginate, un giorno gli attori si esibiranno anche loro nei centri commerciali, esiliati dal posto che gli spetta di diritto, cioè i teatri. O forse già accade.

E però è un moderno foro, un’agorà, la gente si incontra, ci sono iniziative, spettacoli, dibattiti, esposizioni. C’è il clima ideale, caldo d’inverno, temperato a primavera e fresco d’estate. I bar, i pub, gli happy hour, spazi ricreativi per bambini. È una città nella città, non c’è bisogno di andare altrove.

Infatti, sono concepiti per non andare in nessun altro posto. Tutte le attività sono concentrate sul tenerti stretto perché è lì che devi restare. Puoi uscire solo con la carta fedeltà, cioè… devi tornare.  

Renato Curcio nei suoi quaderni di ricerca sociale, nella fattispecie con Il consumatore lavorato, ci offre un'immagine dove il cliente viene osservato, analizzato, seguito (pedinato?), e non esiste differenza tra le provviste per il proprio bisogno e l'accumulare il non necessario, tra i desideri indotti dalla pubblicità (del potere economico) e quelli reali delle persona, insomma, tutto quel che si cela dietro il termine alienazione. Se qualcuno pensava di andare nel tempio del consumo a guardare le merci, si illudeva di grosso: sono queste che ammiccano al consumatore perchè all'occorrenza hanno anche un'anima. 


© ENRICO MATTIOLI 2014





LIBRI, SOCIAL E COMUNICAZIONE


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti post su libri, editoria, social e comunicazione.

EM


Il ventre di Parigi


leshalles


Il ventre di Parigi di Emile Zola, ha rappresentato per me un momento di lettura tra i più appaganti, cominciato e terminato a Villa Lazzaroni, sulla Via Appia a Roma. 

Mi ero completamente annullato e da una panchina del parco vivevo l’incantesimo di trovarmi tra i chioschi delle Halles e le contrade parigine, tra le botteghe di gastronomia e i carrelli della frutta. Ero realmente immerso nei profumi e nei colori del mercato.

Il ventre, è un testo caratterizzato da influenze pittoriche. Zola fa riferimento, usando il termine macchie, agli artisti macchiaioli. Nelle descrizioni minuziose, c’è l’omaggio all’arte fiamminga e all’esaltazione del particolare, così come nei cambi di luce, riscontriamo la relazione con l’impressionismo di Monet.

Alcune critiche pongono l’accento sul fatto che non sia un capolavoro assoluto ma solo un buon romanzo, io però lo tratterò da un punto di vista squisitamente soggettivo perché l’ho amato.  

Penso che l’inizio sia un momento in cui la descrizione raggiunge già livelli elevati di narrazione mentre la fine, amara, strappa la carne viva dal corpo. Entro questi due punti si anima il microcosmo di Zola e l’interazione tra i personaggi prende corpo, passando tra paradossi tragicomici e simbolismi come la magrezza di Florent che fa da contraltare alla rotondità del fratello e della cognata, espressioni dell’opulenza di quell’ambiente stesso. Il cibo, inteso come benessere, è uno dei temi che unisce trame e storie minori. 

È un testo che non perpetua soltanto la Parigi del 1858 – secondo Impero di Napoleone III – ma diventa uno spaccato della società moderna.  

Il caso, conduce Florent, evaso dal carcere della Caienna dov’era recluso perché oppositore dell’Impero, dal fratellastro Quenu, diventato ricco grazie all’eredità di un loro zio e alla buona gestione della moglie, Lisa, già assistente dello zio. I due accolgono Florent amorevolmente offrendogli anche la sua parte di eredità, cosa che lui, però, rifiuta. Per proteggere Florent dalle domande indiscrete e dalla polizia, i coniugi lo faranno passare per un cugino di Lisa.

Sarà proprio Lisa, preoccupata che l’indole rivoluzionaria del cognato li esponga a nuovi rischi, a segnalare Florent all’autorità, nel momento in cui, attraverso una serie di pettegolezzi l’attività del congiunto diventa di dominio pubblico. Quenu, per codardia, riuscirà solo a piangere lasciando l’incombenza alla moglie e scegliendo di non intromettersi; proprio lui per il quale Florent, da ragazzo, allo scopo di garantirgli un futuro, aveva rinunciato allo studio dedicandosi alla sua educazione.

Come non immedesimarsi nel povero Florent?

Non trovo differenze tra i contadini arricchiti del secolo scorso che giungono alle Halles per vendere le proprie mercanzie, e quegli impiegati d’ufficio animati da morbi parassitari descritti, per esempio, da Villaggio. Le bassezze, le ipocrisie e gli egoismi dei personaggi della bassa borghesia parigina sono gli stessi riscontrabili nella società globalizzata. I ruoli, le poltrone difese per convenienza, sono movimenti comparabili alle trame che portano la pescivendola (La Normanna) e la pizzicagnola (Lisa), rivali storiche, a contendersi la fiducia e la gratitudine di Florent il bisognoso, per poi allearsi sempre contro Florent il sobillatore, quando questi si fa coinvolgere ancora in attività eversive quanto sterili dall’amico Gavard, l’unico a conoscere bene il suo passato.

Chiunque, inserito in un ambiente a lui estraneo, prenda una strada inversa a un ordine conforme, farà, nella maggioranza dei casi, la fine di Florent.

È la storia della difesa del proprio spazio e della propria rispettabilità, sugli intrighi tessuti dalla gente onesta che lavora, ed è a questi personaggi più che mai reali, che l’autore dedicherà l’epitaffio finale.


Il ventre di Parigi



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 




Avrei voluto scrivere Ex cathedra


Unknown


Doveva essere solo l’appendice a una mia inutile biografia, poi ho preferito raccontare. Quelli come me, stilano profili non perché glielo chiede l’editore o il critico, ma per ricucire i fili di un percorso anonimo e per quell’egocentrismo che presuppone il pubblico interesse di quanto riportato.

Ai tempi del mio primo lavoro nell’ambito della Grande Distribuzione, ricevetti un provvedimento disciplinare e volevo sfogarmi. Ripresi a scrivere dopo anni di silenzio, a seguito di un’adolescenza spesa (male) nella musica.

Iniziai a comporre un memoriale che si arricchì di aneddoti, a mio parere, divertenti. L’esigenza di esprimere un canto di dolore, lasciò che s’insinuasse anche una presunta attitudine comica e mi persuasi di avere velleità narrative.

Mi trasformai in un carnefice che prendeva in ostaggio amici, colleghi, familiari, attento che ognuno di essi leggesse con partecipazione e divertimento, il prodotto della mia creazione. Diventai permaloso e anche molto solo, infatti, tutte queste persone cominciarono a tenermi distante. Loro aspettavano che la mania sfogasse verso attitudini meno invasive per ognuno, ma perfino il superiore che aveva redatto il provvedimento, maledisse l'istante solenne in cui aveva concepito un mostro.

Nicola era un mio vecchio compagno di scuola media, negli anni eravamo rimasti in contatto. Alle scuole superiori avevamo scelto indirizzi tecnici diversi e lui aveva avuto come insegnante di lettere, Domenico Starnone, autore del libro di successo Ex cathedra, da cui era stato tratto il film di Daniele Lucchetti, La scuola, con Silvio Orlando e Anna Galiena.

Nicola, forse per scaricare su altri le mie torture, disse che avrebbe potuto avvicinare il suo professore, se soltanto questi si fosse ricordato di lui. Poi suggerì di inviargli il manoscritto alla sede del Manifesto, il giornale con cui Starnone collaborava. Lo feci. Andai all’ufficio postale di zona, inviai la raccomandata e restai in attesa: il giorno dopo non mi aveva ancora risposto!

Passarono settimane, mi dimenticai di lui e, per qualche minuto di ogni mia giornata, perfino del manoscritto. Nel frattempo, avevo iniziato a leggere Ex cathedra. Il testo era di un umorismo sottile, si percepiva la grande passione per la scuola pubblica, nonostante le difficoltà in cui il settore versava. La scuola era il protagonista della storia e lui, Domenico Starnone, il narratore. Mi faceva sorridere la sua autoironia, tutti quei personaggi, studenti e docenti, erano degli schizzi mai troppo accentuati, eppure, caratterizzati in modo perfetto. Erano figure che avevo conosciuto con altri nomi e con vezzeggiativi diversi: qualcuno di questi ero io senza dubbio.

Ex cathedra era un viaggio a ritroso negli anni di un’adolescenza che avevo odiato proprio per la presenza dei tormenti scolastici. Quel libro gettò una nuova luce sul passato, rimosso tanto fu amaro, in qualche modo riuscii a esorcizzare un cammino poco entusiasmante, evocando reminiscenze più dolci e nascoste.

Comprai anche il DVD. Lo vidi ripetutamente, Silvio Orlando o Domenico Starnone - ma preferibilmente Anna Galiena – erano i docenti che avrei voluto e che forse avevo realmente frequentato senza saperne cogliere il lavoro.

Poi, Domenico Starnone rispose. Mi scrisse, non so dire ora se gentilmente o sinceramente ma devo credere, almeno per la stima che gli porto, alla seconda ipotesi, dicendo che quella storia era senz’altro divertente, che avrei dovuto sgrezzare uno stile ridondante ma, se la scrittura fosse stata realmente il mio diletto, che avrei dovuto continuare.

Avrei voluto scrivere io Ex cathedra e non ci sono mai riuscito, eppure, riguardo alla mia attività di scrittura, Domenico Starnone, che non ho mai incontrato, è responsabile diretto: se avesse risposto in altro modo, avrei sicuramente deposto le armi.  


Ex cathedra e altre storie di scuola - Domenico Starnone

La scuola - Daniele Lucchetti

  

 


© ENRICO MATTIOLI 2017

 

Uno scrittore



scrittoriincausa


Gli scrittori stessi, a domanda specifica spiegano con molta difficoltà chi è uno scrittore. Questo perché è un profilo indefinibile che nella realtà non esiste. È lui il primo a essere posseduto dalla storia che racconta: è solo uno dei tanti posseduti dalle storie che ha letto.

Uno scrittore è un assorbente che assimila le scorie della società. Uno scrittore è un bandito che non chiede riscatto. Un esiliato tornato clandestinamente in città che cerca itinerari perduti. Uno scrittore dovrebbe essere un contrabbandiere e un fuggiasco, un emarginato e una puttana incorruttibile. Egli non ha portafogli né passaporto. È un bugiardo che si occupa di verosimiglianza, un imbroglione di corte che sfila le mutande ai reali. Dovrebbe negare qualsiasi forma d’istituzione e di certezza, accompagnare nella perdita costante di se stessi e usare l’utopia come mezzo di espressione.

Uno scrittore dovrebbe ambire alla censura perché se i libri fossero libri, andrebbero vietati. Uno scrittore dovrebbe pubblicare volantini; o scrivere sui muri affinché non ci siano più muri su cui scrivere; stampare a puntate nella carta dei cioccolatini o nei tovaglioli; perfino sulla carta igienica e sulla porta del cesso; sulle schedine del gioco del lotto, nei pacchetti di sigarette, nella carta da regalo.

Entrare in una narrazione è come camminare sulle nuvole e viaggiare per qualche pagina fino a dimenticarsi di se stessi, del tempo e dello spazio intorno. Esserci dentro fino al collo.



 © ENRICO MATTIOLI 2017



Differenze tra autore e scrittore


Internet-cloud


Oggi attraverso la rete ognuno può pubblicare un libro. L’auto pubblicazione è una distesa d’acqua, non si possono distinguere le sue delimitazioni e nel mare è possibile trovare di tutto.

Lo scrittore, come era percepito un tempo, non esiste più. Esiste l’autore.

La preparazione di uno scrittore nel passato era diversa: esso attingeva dai propri studi, non da internet. Era anche differente il bacino di lettori perché Dante, Petrarca o Manzoni vivevano in una società in cui il tasso di analfabetismo era alto. Non scrivevano per i posteri, nessuno poteva garantir loro l’immortalità artistica.

Ai nostri giorni quella percentuale è notevolmente ridotta, ma si legge poco. La rete è un posto dove c’è un forte incremento di citazioni. Bukowski è uno dei più gettonati, forse perché la sua prosa si adatta molto al web, ma chi cita Bukowski non è detto che abbia letto Bukowski, anzi. La fretta e la velocità sono i motori che muovono il mondo moderno e queste caratteristiche poco si adattano alla lettura. 

Vivono e vegetano personaggi che sfoggiano frasi in latino, altri che si preparano un compitino - storico, culturale, politico, mistico o misto razziale - prima di uscire di casa, al solo scopo di ridurre una distanza. È una condizione patologica da negare a prescindere, ma l’importante è esagerare, tanto per citare - anche noi - qualcuno. 

Tornando alla scrittura, chi scrive raccoglie dati alla portata di tutti. Internet è come un cervello esterno dove recuperare informazioni. Per affermarsi un autore deve mentire nel miglior modo possibile, deve cioè creare una finzione in cui gli altri possano riconoscersi perché è ciò che porta pubblico (lettori).

Tutti, a scanso di ipocrisia, scrivono per essere letti, ma che questo influenzi una trama o addirittura la scelta di un tema, fa male non soltanto alla narrativa, bensì all’arte tutta. 

Una bella copertina funge anche da componente di arredo, una dedica può impressionare nelle pubbliche relazioni. Tutto quel che non serve spesso va a ruba.  

A che cosa serve un libro? 

A rovinare l’esistenza, a far vacillare le convinzioni, a far tacere chi ha tante certezze. Questo andrebbe scritto sulla copertina, come per le sigarette. 

   

 © ENRICO MATTIOLI 2017






Facebook sta morendo


Unknown



Facebook sta morendo. Non mi riferisco a questioni numeriche che presumo floride - anzi, recenti indagini operate da esperti del settore lo confermano perché FB detiene il 77 per cento del traffico delle reti sociali, insieme alle consorelle Messenger, WhatsApp e Instagram. Il colosso di Harward che ha caratterizzato questi anni, sta sfiorendo in quella che è l’essenza di socializzazione e d’interazione virtuale. Facebook è un contenitore di dati e d’informazioni personali, di esistenze affidate al web perché non restino nell’oblio: siamo protagonisti di un’immortalità presunta.

In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti. La profezia abilmente riciclata da Andy Warhol è superata. FB offre la notorietà e lo fa ogni volta che abbiamo bisogno di far sapere che esistiamo, in una costante, illusoria esigenza collettiva. Pubblicare autoscatti, riflessioni e parabole, diventa uno svago che trova sublimazione quando verifichiamo approvazioni e seguito. E non lo ammettiamo, ma ci rincresce di passare inosservati. Un evento ha senso solo se immortalato, perfino le frequentazioni risentono di un’applicazione sul telefono: chi non la istalla, è fuori dal giro.

Facebook è la storia di un romanzo, il proprio. È la nostra esistenza raccontata da noi stessi, che difetta d’imparzialità. È la vita ideale che intendiamo esibire, celando il peggio e mostrando trofei per i posteri. 

Cantava Francesco De Gregori - che non prenderebbe bene l’accostamento - la storia siamo noi e anche Facebook siamo noi, siamo l’uso che ne facciamo. FB sta morendo perché quando pubblichi messaggi rivolti ai defunti, vuoi dire che aspetti una risposta dal de cuius? E quando ti rivolgi al tuo gatto, pensi che lui comprenda? Quando tuo figlio imita le tue labbra a culo di gallina, sei soddisfatto? Dilatazioni da tastiera, certo, che fanno di FB un’inutilità necessaria. 

Ora, risparmia la domanda: Mattioli perché anche tu hai un account Facebook?

Sia chiaro, scrivo di FB e del suo impiego scellerato perché non sono certo meglio di altri. Ho disseminato il web di profili personali con la subdola scusa che avendo un’attività, ne faccio uso promozionale. Alimento questo cimitero per vivi con foto ed epitaffi aggiornati, dove ognuno suona e canta di se stesso, prova ad attirare l’interesse ammiccando o provocando, sfoggiando citazioni che fanno fashion.  

Sono arrivato al capolinea, eppure, rimango ancorato a una vecchia massima che non tiene il passo: quando non hai niente da dire, non dire niente.

La mia, insomma, è solo una dichiarazione di consapevolezza. 



© ENRICO MATTIOLI 2017



La letteratura nella vita di tutti i giorni


10183701476489-t700x394



Non c’è aspetto dell’esistenza che la letteratura non abbia già trattato. Si può vivere in modo frenetico condensando ogni esperienza, ma non risolvere le questioni legate alla cognizione. Eppure, basta aprire un libro, non importa quale, e prendere atto del tempo che passa (a volte invano), consapevoli che il fisico non vince mai contro le lancette. Possiamo farci una ragione, smaltire le borie, gestire silenzio e solitudine. 

Alcuni abili scrittori hanno spiegato come sarebbe stato il futuro, altri hanno chiarito cosa stava accadendo nel momento in cui loro stavano scrivendo, altri hanno raccontato che cosa era accaduto prima; altri ancora, hanno narrato come ci si sente in varie circostanze e che cosa si cela dietro un’epoca, un momento, un movimento.

La letteratura racconta la vita e dice che non v’è certezza concreta. È pericolosa e violenta, assassina e crudele, ma non mente. Nell’era della tecnologia, ha cercato di stare al passo con il suo formato elettronico. Eppure, il punto, non è questo. La televisione e i format creano una realtà artificiosa. C’è una società reale che ha ritmi lenti, come - esempio su tutti - l’attesa di un posto di lavoro o l’assistenza sanitaria, e c’è una società virtuale e fintamente virtuosa che vende dicendo di offrire, compra raccontando di liberare, raggira dicendo di giocare, una società che è indubbiamente più veloce e alla portata delle masse. Consuma e ricrea in serie a ritmi vertiginosi. Ti cerca direttamente a casa, bussa alla porta - spesso non bussa ed entra senza annunciarsi - ti chiama al telefono offrendo servizi non richiesti e insiste, persevera camuffando la voce.

Sono tutte metafore. Non è solo questo e non è soltanto quello, sono tutti questi aspetti insieme. Sono disturbi che meriterebbero di essere evocati da un punto di vista narrativo, eppure, diventando consuetudine - come ogni disagio che si rispetti - si finisce per conviverci. E scivolano via, come scivola una schiuma neutra, eludendo le maglie di qualsiasi narrazione letteraria, tali a un fatto consolidato che non merita considerazione alcuna.

La funzione della letteratura non è quella di stare al passo con una realtà virtuale che confeziona miti, ricrea illusioni e vende promesse: se ha una funzione è di raccontare il reale da cui ognuno, però, è distante perché la connessione sostituisce la comunicazione.     



La rivoluzione che non c'è: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2017


         

 

Alla vita, così com'è.



3565-bel-ami


Ognuno conduce una battaglia sacrosanta per il proprio stato sociale. Chiunque, marca il terreno per proteggerlo dalla causa altrui che, se assecondata, minerebbe quel territorio inviolabile.

Non mi riferisco a questioni internazionali o di politica ordinaria. Io mi rivolgo alla vita, così com’è. Alla ferocia inconscia di taluni sottili ricatti. M’indigno, sì, come un certo comune pensare m’impone; ne faccio questioni, mi schiero, aborro e resto basito: come non potrei?

Percepisco il silenzio scendere come la neve che non fa rumore, quando apprendo dell’abbandono al proprio destino, tanto di un vecchio rincoglionito quanto di una bestia ormai cresciuta. O della fine di un’amicizia che lascia a disagio e in genere per qualsiasi cosa non serva più e intralci la strada a qualcuno. Accade per non urtare la serenità di una convivenza o solo per la propria tranquillità. Lo strazio del più debole, dopotutto, col passare del tempo diventa flebile. È soltanto la vita, così com’è.

Lo stesso Guy de Maupassant nel romanzo Bel Ami, narra la scalata di George Duroy nella Parigi del diciannovesimo secolo. Militare in congedo, trasferitosi nella capitale con impiego alle Ferrovie, George osserva la vita agiata dell’alta società parigina e si consuma per l’invidia. Casualmente incontra un vecchio commilitone, ora caporedattore de La vie française. Costui lo incoraggia a intraprendere la carriera nel giornalismo, presentandogli le persone giuste: sta creando un mostro. Rinnegando le origini modeste, da uomo ambizioso e da gran seduttore qual è, Duroy avvierà un’arrampicata che lo porterà a manipolare uomini potenti e donne intelligentissime. Privo di scrupoli, George Duroy rappresenta il mediocre determinato che usa chiunque e qualunque mezzo per arrivare al successo.     

Nella vita, così com’è, il successo sarebbe già rappresentato dall’evitare gli inconvenienti. Le abitudini, anche le sbagliate, si adattano alla postura di chiunque. Ognuno ha dei motivi superiori, nell’arco di quello che Bukowski definisce in Hollywood Hollywood, il tritacarne umano dell’esistenza. Le cronache sviluppano l’intransigenza e il senso di giustizia, riguardo alla società in cui vivi. Poi, nel privato, lontano dai riflettori, diventi un giudice compiacente con te stesso. Le cronache ti esaltano, sì, il tuo equilibrio resta così fragile. Basta un niente, quando ti muovi nei margini stretti del panico, e il controllo che credevi di avere, vola via. C’è da chiedersi, quando quel che resta intorno è desolazione, emarginazione, come si riesca a vivere ugualmente.

Riflessione di bassa retorica. George Duroy è una matrice ben raffigurata, perfino sconosciuta a chi non ha letto Bel Ami, ma il suo spirito, comunque si voglia definirlo, aleggia in qualsiasi tipo di società che mente umana sia in grado di percepire. E non serve nemmeno leggere Maupassant, dopotutto. Duroy il mediocre, è chiunque. È soltanto la vita, così com’è.



Il bamboccioneLEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2017 


 

La lettura insegna



15337497 10153954557162382 4154351898295613450 n


La foto riporta un aforisma di Jonathan Franzen. La correlazione tra lettura e solitudine, però, merita di essere chiarita al fine di superare un equivoco: si legge poco per non rischiare l’emarginazione. E poi, che cosa significa veramente, stare da soli è approfondire la conoscenza di se stessi? O qualcosa del genere? O niente di tutto ciò?

Parto da lontano, quasi per finta. Sigaretta? Molti iniziano a scuola, perché c’è sempre un compagno che fuma. Un elemento per stare in compagnia? Io cominciai regolarmente durante l’anno da militare, spesso per rompere la monotonia di un lungo e solitario servizio di guardia. La sigaretta è compagna del soldato, come un buon sigaro lo è per un guerrigliero. In seguito, diventerà la buona (cattiva) amica durante le pausa di lavoro e la scusa storica per fermarsi qualche attimo prima di riprendere l’attività.

Concretamente, da giovani sentiamo la necessità di trovare sicurezze nel gruppo (o branco). Facciamo di tutto per essere accettati, attirare l’attenzione, allontanare la paura della bocciatura sonora, appunto, la solitudine. Dal tipo più smaliziato al più timido, ognuno accetta gerarchie e regole non scritte. Un aspetto, questo, simile alla griglia di partenza nelle corse in auto: sarà poi la gara (la vita), a stabilire le posizioni finali. Ed è a questo punto, in pista, che s’impara la prima lezione. Nel momento in cui la gara ha inizio, nell’abitacolo sei da solo. A volte anche il tuo compagno di scuderia diventa un rivale.

La concorrenza è quindi un fattore di divisione. Ti spinge a schierarti, a scegliere una parte o l’altra perché chi resta nel mezzo è commiserato e mai stimato o temuto (e l’inimicizia, non dimentichiamo, per taluni è punto d’onore); a volte, quando il tempo è nefasto, il povero ruffiano è perfino perseguitato da tutti. Alla rivalità, perciò, aggiungerai la neutralità come un altro passo verso l’isolamento.      

In generale, troviamo la solitudine dei numeri uno perché tutti i vincitori sono soli. Le regine o i re, lo sono. Gli imperatori, i campioni, i divi. Sono figure acclamate, ma intimamente vivono in isolamento. C’è la solitudine del dimenticato, quella dell’emarginato; dell’individuo in mezzo alla folla in una metropoli sconfinata, la percezione dell’abbandono istituzionale per giungere alla distanza tra elettore ed eletto. La solitudine di coppia, quelle del malato e dell’anziano. Condizioni reali mischiate alle virtuali e che hanno un denominatore comune.

Esiste un modo per difendersi dalla sventura di stare da soli? Forse sì, ed è proprio il non opporsi, il non far nulla.

In città abito a pochi metri da una caserma dei vigili del fuoco. Il mio quotidiano, quindi, è scandito dal rincorrersi di sirene, al punto che ormai non ci faccio più caso. Ed è un problema, questo, immaginate se dovesse andarmi a fuoco la casa: me ne accorgerei quando sono cotti gli hamburger! A parte ciò, quando mi trovo al paese di mio padre, in campagna, rimango devastato dal silenzio. La notte, fatico a prendere sonno. Poi, col passare dei giorni, la nervatura si scioglie e continuo a dormire profondamente, a ogni ora, in ogni posto. Il fisico subisce un contraccolpo e mi coglie una strana indolenza. L’ansia mi pervade, quasi è il panico. Più o meno, è quel che mi accadeva quando passavo degli insoliti periodi in solitudine. Non sapevo come riempirla, non ero in grado nemmeno di decidere cosa mi piacesse fare. Nulla. 

Ecco il primo passo. Piacere, sono solo io, colui il quale abita questo porco corpo, che ha una mente svariante sulla destra e poi sulla sinistra del sentiero, un’anima, forse, che barcolla in preda a un respiro affannato e irregolare, un cuore, lui sì, che lavora sette giorni su sette in accaventiquattro, e l’ha fatto almeno fino a ora. E queste cianche che m’accompagnano sulla nuda terra, le mani per conoscere, toccare, sfogliare le pagine del libro. Perché in fondo ha proprio ragione Franzen: la prima cosa che la lettura ti insegna è come stare da solo.


 

La città senza uscita: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2016


 


Scrittori senza notorietà


kerouac_irogepe


Ho capito che uno scrittore doveva scrivere poco e niente, solo dopo aver scritto troppo. Scrivere è una condizione dello spirito e a volte anche dell’alcol: ci sono dosi sufficienti di poesia nel vino o nella birra e non bisogna giocare a essere Bukowski per rendersene conto; ci sono dosi di prosa e poesia anche nell’acqua, dopotutto.

Scrivere non significa pubblicare. Una bella camminata per il proprio quartiere, lenta, serve a scrivere ma soprattutto a passare meglio il tempo. Ho letto in qualche articolo che scrivere vuol dire creare un mondo ideale e allora, se ciò è possibile, occorre applicare questa regola alla propria esistenza e renderla più accettabile.

Uno scrittore senza notorietà, pur essendo cosciente che in un altro mondo, in un’altra epoca, si sarebbe compiaciuto della propria arte e ne avrebbe tratto giovamento, deve trovare una pace interiore convivendo con quell’anonimato e farsene una ragione. Se è almeno soddisfatto di quando prodotto, sarà ricompensato.

Uno scrittore senza notorietà, fa ancora la spesa dal pizzicagnolo, cerca un buon fornaio e una cantina sociale. Beve birra artigianale e non perché spendere gli piace, ma solo per non dar olio alle catene. Spesso - e non per questo - rimane senza conio e deve aspettare l’agognato ventisette perché - l’avevo già dimenticato - quel tipo di scrittore che scrittore poi non è, offre le natiche a un padrone che lo campa con un altro impiego e non sa delle presunte velleità.

Lo scrittore senza notorietà, gode una pratica contemplazione, si sente confortato delle quattro trattorie che ben frequenta, divide il desco con camionisti ed operai, ma non per questo a prescindere lusinga, come un distinto radicale.

E cosa dire, poi, di quel che ci governa, di chi segue una traccia ma non la inventa, di chi svilisce e sminuisce? A un primo impeto, lui ne farebbe brace per castagne, ma poi perché parlarne di continuo, fino a invelenirsi il sangue?

Da che mondo è mondo, ogni apparato ha confuso, strozzato e sbeffeggiato, eccetto quei sistemi di giustizia popolare che, se mai hanno trionfato, una ragione ci sarà, come pure esiste un responsabile di questa castrazione e che, vuoi vedere, è proprio quel modo imperante che non è mai cambiato ma soltanto, s’è evoluto?    

Consapevole che presto o tardi ogni cosa svanisce, lo scrittore senza notorietà, sorride al letto amico quando a dormire se ne va. 



Avvisiamo la gentile clientela: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2016 



 

Libro o e-book? Questo non è il problema


Tutto sommato, io proporrei un referendum.

Chi scrive, chi deve vendere un’opera, a mio modesto avviso, non dovrebbe nemmeno porsi la domanda. Va bene qualsiasi formato, anche la pietra o l’intonaco. In tempo di guerra, ogni buco è trincea e il libro è una trincea. Per difendersi da cosa? Boh!

Questa polemica ha senso nella musica, perché è innegabile che il vinile, per gli audiofili, sia preferibile al file mp3 o al cd anche se dipende da quello che ascolti. Mi sono commosso ascoltando musicisti suonare in posti dall’audio pessimo e sono rimasto indifferente innanzi a watt atomici!

Direi, per provare a dare subito una risposta, che la giusta chiave dovrebbe darla sempre il contenuto. Un’emozione è un’emozione, che sia suscitata dalla carta o da byte elettronici, fa lo stesso.

Nell’era digitale, storcere il naso davanti al libro elettronico, è paradossale. Viviamo con il mondo in mano, anzi, al polso, visti gli ultimi prodotti usciti che ci danno l’ora, il tragitto, i messaggi e le mail, come se fossero semplici orologi. Siamo tanti bersaglieri che anziché correre e suonare la tromba, camminano e consultano il telefono o la tavola, senza guardare la strada. Dobbiamo controllare nevroticamente i social, però ci stizziamo se si parla di e-book.

Quando chiedo a qualcuno dell’ultimo libro letto, lui non ricorda oppure non rammenta nemmeno quando ha letto per l’ultima volta un libro. Comincia a sparare titoli a raffica o far cronaca del proprio privato, di dove era e con chi e perché.

Diciamo la verità: chi legge poco su carta, non legge mai in elettronico. Il Reader potrebbe invogliare i patiti dell’elettronica, ma anche farli smettere il giorno seguente (e ci troviamo nel campo delle ipotesi). La carta potrebbe essere il passaggio all’elettronica, ma, in definitiva, io parafraserei il filosofo Massimo Catalano a Quelli della notte: chi legge, legge; chi non legge, non legge. 



Riprendo il concetto di Maurizio Maggiani, attraverso cui lo scrittore di Castelnuovo Magra, sostiene  in un'intervista che l’editoria è già digitale da trent’anni: cambia solo il processo finale - prima in carta e adesso anche in elettronico - ma il progetto libro rimane immutato. 

È possibile che la questione primaria sia nella percezione asettica dell’e-book in quanto fruibile attraverso lo strumento del Reader e che in qualche modo, per molti, limita l’immaginazione, rispetto a una prospettiva (intesa a livello sensoriale, non come possibilità) più ampia che offre la carta.  

I sostenitori dell’e-book affermano che il problema riguarda la materialità (l’oggetto), che nel formato elettronico sparisce. Io sono d’accordo a metà: sparisce per quanto riguarda l’opera, ma si sposta allo strumento di lettura.

Riguardo alle caratteristiche tecniche (non da sottovalutare) occorre fare una distinzione tra i mezzi: il Tablet, esalta la multimedialità perché non serve solo per leggere, il Reader si usa solo per la lettura e per scaricare e-book, le nuove versioni portano anche qualcosa in più, ma si tratta di sottigliezze.

Il Tablet sarà forse usato più dai lettori occasionali ma ha di contro la retroilluminazione che non è un toccasana per la vista, mentre il Reader monta la versione e-ink che offre l’effetto pagina di carta.   

I dati riguardo al mercato sono contrastanti, sia in Italia e sia negli Stati Uniti, soprattutto, sono fortemente indirizzati dalle case produttrici, perciò bisogna tenerne conto solo in parte. Certo è che oltreoceano il Reader ha una diffusione maggiore.

A concludere, la lettura, il mezzo e lo scopo, sono una scelta personale, ma credo che ogni fazione o partigianeria siano assolutamente futili.   


© ENRICO MATTIOLI 2016   

   


    

 


MUSICA ED EVENTI


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti i post relativi a musica ed eventi.

EM


Di quale rock band sei?



Rock-Band-PNG-Clipart


Quando mi capita di frequentare forum dedicati alla musica e in particolare ai grandi gruppi rock, spesso leggo di fans che si accapigliano sulle preferenze riguardanti i singoli membri: meglio John o Paul, Mick o Keith, Pete o Roger, Roger o David? Si potrebbe andare avanti per secoli senza arrivare da nessuna parte. Non è una frase fatta, in un gruppo c’è un lavoro di svolgimento che è una cooperazione. Chi scrive il pezzo traccia una linea guida, magari sa già dove vuole andare, ma sviluppando il brano con la band, le cose cambiano.

Quando trovi un riff come fu per Keith Richards con I can’t get no satisfaction, puoi andare avanti all’infinito cantando soltanto il refrain, perché va bene così. Ringrazi baciando il fuzzbox e ti rimetti a dormire: ti sei già sistemato per la vita. Poi, tanto per essere eccessivo, aggiungi un esemplare testo di Jagger, ed entri nell’olimpo.

Un altro esempio è My generation degli Who. Pete Townshend potrebbe campare di rendita con quei versi scritti su un foglietto, ma vogliamo trattare dell’assolo al basso di John Entwistle? O dell’interpretazione balbuziente di un raffreddato Roger Daltrey che leggeva per la prima volta le parole? 

I Pink Floid, raggiungono una perfezione audio assoluta. Gli effetti sonori come sintonie radiofoniche, cori da stadio, colpi di tosse, registratori di cassa, s’integrano con gli assoli di Gilmour e i tappeti armonici tessuti da Richard Wright alle tastiere. Semplicemente, tutto diventa naturale: per molto tempo ho atteso invano l’ingresso del basso di Waters, quando ero in fila alla cassa del supermercato. 

Qualche anno fa, il Cirque du Soleil, celebre circo canadese specializzato in mimo e acrobazia, preparava uno spettacolo sulle musiche dei Beatles. Toccare quei brani per molti è qualcosa di sacro ma è ben più pericoloso aver a che fare con gli eredi degli autori o con gli autori diretti. Ad assistere alle prove c’era un meravigliato Paul McCartney che rifletteva sul fatto di aver scritto gran parte di quelle cose su dei fazzoletti di carta e guarda ora – confidava Macca a George Martin (il produttore dei Fab Four) – cosa sono diventate!   

In genere non sopporto chi espone per snobismo un parametro soggettivo spacciandolo per oggettivo: Mick e Keith? Ma è chiaro che era di gran lunga più in gamba Brian Jones. Certo, il povero Brian, preparatissimo, polistrumentista, fragile da non reggere l’urto del duopolio JaggerandRichards, della fama, dell’abbandono di Anita Pallenberg, rimanendo alterato dagli eccessi e che vanta una carriera non più lunga di sei anni rispetto agli altri. C’entra niente, dice qualcuno, a Jimi Hendrix ne bastarono quattro soltanto per illuminare la scena in modo indelebile, gli stessi Beatles ebbero il loro fulgore dal ’63 al ’69. Insomma, non se ne esce.

In fondo, ci siamo tutti prostituiti, nel senso che abbiamo amato più gruppi e più band diverse in vari periodi di passione. Sono stato un fan dei Beatles ma sono uscito spesso con gli Stones, per tre o quattro anni ho filato di brutto con i Police ma anche con i Clash. Però, sono stato sempre contro gli ex e le riunioni e su questo tema rimango fedele alla scelta dei quattro di Liverpool (poi legata anche a fattori ineluttabili), i quali, ai tempi, se ne fregarono dei contratti firmati e pur andando incontro a lungo periodo di battaglie legali, decisero che finita la magia, sarebbe finita anche la musica. Artisticamente, più onesti di così non si potrebbe essere. 



 © ENRICO MATTIOLI 2017   



Nobel for tambourine


Unknown


S’indignano per il Nobel a Dylan perché non è uno scrittore, ma forse il vecchio Bob non è neanche un musicista, tantomeno un poeta. Alcuni sono amareggiati perché lui non scrive libri; vero, almeno non in maniera tradizionale, dicono i dylaniani. Altri ancora ci son rimasti di stucco perché, a loro parere, c’erano figure più meritevoli.

Il Nobel a Dylan è la riprova che l’editoria è sepolta nel modo comune di intenderla.

Eppure il problema non è nemmeno questo. La maggior parte degli scrittori non ha mai ricevuto il Nobel e nemmeno una caramella in omaggio ma ha continuato a scrivere, magari affogando dentro una bottiglia o forse soltanto a brindarci sopra. Ci sono poeti che non hanno mai venduto, altri che hanno raccontato senza scrivere. Altri ancora che non hanno mai avuto un editore, ma hanno raccolto versi lungo la strada.

Il presupposto che la vera letteratura (o il libro, fate voi) debba essere pericoloso e mettere a rischio le certezze di chi legge (tanto per parafrasare superficialmente Cioran) sbatte contro la necessità del riconoscimento di una somma giuria.

La letteratura, a mio modestissimo parere, è agli antipodi di ogni forma di giudizio, di sistema o di qualsiasi organizzazione o ente. Chi o che cosa determinano quel che è politicamente corretto o scorretto?

I premi sono spesso anacronistici, rilasciati per un passato glorioso quando quel passato era considerato immorale mentre, col maturare dei tempi, è divenuto accettabile. Ci si amareggia per Dylan come molti, soltanto ieri, non condivisero il Nobel a Dario Fò. Nel 2002 Mick Jagger ricevette il titolo di Sir (oltre che il disconoscimento di fratellanza da parte del compare Keith Richards), una cosa inimmaginabile negli anni ’60, considerando l’aurea che circondava i Rolling Stones.

Tornando al nostro dilemma, qualcuno domanda: e gli scrittori?

Restano a guardare con un pugno di mosche in mano e la puzza sotto il naso. Chi oggi si lamenta della questione Dylan, non si era mai accorto che conta soltanto vendere? E che la differenza tra due libri mediocri la fa il marketing? E che molti libri di successo sono pianificati a tavolino come una formula? E che l’oggetto libro è un contenitore dove inserire argomenti ricavati da qualche sondaggio?

Troppi addetti ai lavori hanno accettato tutto questo tappandosi le narici, forti di un editore, di una fetta di pubblico e, in qualche caso, di qualche lauto anticipo. Hanno un mestiere che li fa campare e il sistema non è certo il paradiso. È la legge del consumo e non si cambia a piacimento. O qualcuno pensava di essere un ambasciatore dell’arte contemporanea e passata e futura?

Nelle grandi catene librarie troviamo gadget, magliette, accessori di ogni specie, videogiochi, dvd, cd. E anche i libri. Perfino le biografie su Dylan (che ora andranno a ruba), e la musica di Dylan. Nulla nasce dal niente.   

Noto che ancora ci si arrovella su faccende del tipo formato cartaceo o formato elettronico, ma ci sono più verità, mescolate a tante amenità, nelle scritte sui muri dei quartieri che in tanti libri. Leggo e ascolto teorie di pressioni politiche sul conferimento del Nobel per interessi nazionali o cose simili, ma non pensavo di attendere quest’avvenimento per accorgermi dell’influenza, da oltre mezzo secolo, di una parte universalmente egemone in ogni campo dell’umano vivere.

Facciamo che Bob Dylan è un autore di stornelli e non parliamone più.


© ENRICO MATTIOLI 2016   




George Harrison: vita di un giardiniere


George Harrison Beard


Sono una persona molto umile. Non voglio stare a tempo pieno nell’industria della musica, perché sono un giardiniere. Pianto fiori e li guardo crescere. Non vado ai locali o alle feste. Sto a casa e guardo il fiume che scorre”.

Molti affermano che George Harrison fosse il meno interessato a essere un beatle e gli imputano il fatto che anche dopo gli anni sessanta, si sia sempre espresso in maniera caustica sulle trame del suo periodo da Fab. Altri sostengono che sia rimasto schiacciato dalla fama e dall’estro di John e Paul. Il mio amico Nicola, quando George manifestò impressioni poco lusinghiere sugli Oasis, mi disse che a suo parere Harrison era rancoroso perché cosciente di essere un dimenticato.  

È singolare come una delle persone più riservate nel jet set del rock and roll, susciti in realtà, tanta acredine.

Riavvolgendo il nastro della storia, i Beatles furono un fenomeno che esplose all’improvviso. Nacquero dal niente e nel nulla ritornarono. Fu un bagliore irripetibile e irripetuto. Tutti e quattro sono stati i Beatles, malgrado se stessi: John con l’impeto, Paul con l’entusiasmo, Ringo con la sua fedeltà e la capacità di tenere uniti i pezzi; George con la forza di ascoltare, la pazienza di attendere il proprio turno, l’originalità.

Quando George si entusiasmava per qualcosa, aveva la forza di farsi seguire dagli altri, come fu con l’India e con il Maharishi. A lui si deve l’introduzione del sitar nella musica. Il primo grande evento benefico del rock, il concerto per il Bangladesh, fu opera sua.

Riguardo alla frustrazione, in parte riguardava il gruppo ma una notevole percentuale era dovuta all’isteria. I Beatles si mostrarono al pubblico mondiale nel ’63 ma il sodalizio iniziò nel ’58. Il loro fu un rapporto prima di tutto adolescenziale e poi adulto che si trasformò, negli anni del successo, in una questione di affari.

George ha vissuto il suo sviluppo e la sua crescita personale all'ombra di John e Paul e molte dinamiche, causa l’enorme successo, rimasero le stesse dell’adolescenza: come non soffrirne?

Aveva passioni che spaziavano, in modo contraddittorio, dalla Formula Uno alla meditazione e alle donne; dalla musica al giardinaggio e al cinema. George era colui il quale, durante una sera passata con Paul che suonava She’s living home, chiese: - Bella, cos’è?

Quando suo figlio Dhani, dopo che i compagni di scuola lo rincorsero cantando Yellow Submarine e scoprendo così che il padre aveva fatto parte del gruppo, gli chiese perché non mi hai mai detto che eri nei Beatles? George rispose: - Scusa. Suppongo che avrei dovuto parlartene. 

Ma George era anche quello che scrisse All those years ago e When we was Fab. Possedeva un profondo senso dell’ironia e la presunta mancanza di interesse per il meraviglioso periodo era, in realtà, una necessità di dissacrare un demone.

Per capire George Harrison, bisognerebbe accettare ciò che per lui era veramente importante. L’esistenza di George ha oscillato, come poche altre, tra la materialità delle cose terrene e la ricerca di una spiritualità. Per lui i Beatles sono stati un periodo felice e anche tormentato della vita, ma la sua vita non si è fermata con i Beatles. 

Tutte le esperienze, che siano positive o negative, sono fondamentali se ti insegnano qualcosa. Se non insegnano nulla, non sono nulla.

George Harrison 



© ENRICO MATTIOLI 2016   




Il segno di Banksy



IMG_0398


Scendo le scale. L’ascensore è requisito dagli operai che lavorano allo scarico condominiale e nell’androne due inquilini stanno torchiando la portiera, preoccupati che non sia manomessa la colonna. Sbircio dentro la cassetta della posta, dove scadenze e bollette mi guardano beffarde, ma lascio gli avvisi giacere fino al ritorno dal mio giro.

Estate piena a Roma, si combatte la solitudine e si gode una città vivibile. Davanti all’edicola la gente è in astinenza di notizie perché la nuova gestione ha eliminato la rassegna dei giornali e quindi anche la lettura gratuita. È questa l’unica novità, oltre al fatto che sta per cominciare il campionato: se il calcio è l’oppio dei popoli, un giornalaio diventa il pusher del quartiere.

Incontro un vecchio amico di mio padre e mi fermo a parlare del costo della vita. Ho scoperto di assomigliare tanto a papà. Stesse pause, stessi sospiri, stesso passo. Avevo sognato di occuparmi d’altro nel corso della mia esistenza. Musicista da giovane e poi, col sopraggiungere dell’età, scrittore. Speravo di restare lontano dalle faccende quotidiane e invece ora mi trovo come tutti a discutere delle cose che riguardano tutti, come capitava a mio padre. Lui ha trascorso una pensione serena, tranne che all’ultimo. Da quando è mancato, assomiglio a una persona normale e la cosa non mi dispiace.

Gruppetti di anziani camminano senza meta, cercando l’ombra e una fontana. Lungo il vialone alberato, una folla di curiosi fissa il muro della caserma dei pompieri. Mi avvicino. Stanno guardando un disegno con tecnica stencil in cui sono raffigurati due pompieri che reggono una pompa da dove esce fuoco anziché acqua.

- Banksy, questa è opera di Banksy, non può essere che lui! - Urla un ragazzetto con i capelli rasta e la felpa di Marley.

- Chi? - Chiede una vecchietta col carrello della spesa.

- È il massimo esponente della Street Art, signora, quello che fa un disegno sul muro e poi fugge preferendo l’anonimato - spiega ancora colui che chiamerò Bob Marley.

- Mah… una specie di Zorro - fa la vecchia.

- Eh, ma poi che rappresenta ‘sta cosa? - Fa un vecchio a un altro.

- Ma come che rappresenta? È un’opera sul ruolo ambiguo delle istituzioni nella società - spiega ancora il rasta.


Il capannello di persone s’è allargato. Arrivano dei cronisti di una radio. Uno si avvicina a Bob Marley: - È lei che ci ha telefonato?

- Sì, sono stato io. Guardate qua: questo è un Banksy originale!

 

Tutti fotografano con i cellulari. Giunge anche una troupe con telecamera. La minestra infittisce. M’intrattengo con un ragazzo della radio.

- Escluderai che si tratta di Banksy - gli dico - perché lui non si sognerebbe mai di attaccare i vigili del fuoco, un corpo che è al fianco della popolazione con azioni di soccorso e difesa civile. E poi, onestamente, Banksy qui al Quadraro…

- Beh, questo non vuol dire - fa il cronista - anzi, sarebbe plausibile che uno come Banksy appaia in periferia, tutto sommato…

- Ma senti: abbiamo degli esperti di Street Art - si intromette il ragazzo con la felpa di Marley - come fate a dire che non è lui?

- Spiegaci tu, invece, come fai a dire che è lui - risponde il cronista.

- Sono uno studioso di Banksy - replica il rasta - e poi, conosco le sue mosse!

- Già le sue mosse. Stai parlando di Diabolik? - Fa il cronista.

 

Bob Marley si allontana risentito. Si siede sul ciglio del marciapiede, fuma una sigaretta, riflette. Poi si alza e si dirige verso la troupe televisiva. Parlotta con due del gruppo, gesticola. Dopo cinque minuti rilascia un’intervista, raccontando le stesse cose che ha detto in precedenza, aggiungendo che è un writer anch’egli. E che non si sente certo inferiore a Banksy. Alla fine, invasato, gli lancia una sfida in diretta, guardando fisso la telecamera.

- Oh, Banksy, devi darmi una possibilità, io sono qui con la mia faccia e con la mia voce, non mi nascondo certo dietro a una maschera…

 

Mi allontano. Torno al portone, supero la guardiola, dove una radio è sintonizzata sulla stazione che manda l’improbabile notizia della presenza di Banksy nel nostro quartiere. Davanti all’ascensore la portiera sta di nuovo pulendo per le pedate lasciate dagli operai. È esasperata: - Questi vengono, fanno rumore, sporcano e se ne vanno. Lo sa lei che manco li ho visti in faccia?

- Magari era Banksy, signora, anzi, direi che questo è proprio il segno di Banksy!

- Chi? Beato lei che ha voglia di scherzare con tutto questo caldo…



 © ENRICO MATTIOLI 2016   


  

 

Su queste pietre fondò un gruppo rock


Handmann,_Euterpe

Euterpe, dea della musica


Novembre 1960. Se il governo britannico non avesse annunciato la fine della leva obbligatoria, la storia della musica rock avrebbe avuto un percorso differente.

Molti non potevano saperlo in quel momento, ancora non era accaduto nulla ma quell'annuncio unì simultaneamente migliaia di adolescenti: ognuno avrebbe avuto un biennio in aggiunta all'ordinario per coltivare l'immaturità prima che la società intervenisse con le sue solide braccia generando degli uomini assennati. Se consideriamo che la vita di molte persone sarebbe stata certo diversa senza la musica rock per la sua propulsione alla cultura giovanile, si può affermare che la decisione del governo d'oltremanica rappresenti la prima pietra della british revolution. Del resto, perfino Elvis, alfiere del rock and roll a stelle e strisce, terminò il suo carburante nel momento in cui partì per prestare servizio a Friedberg, una basa USA in Germania, dove le truppe americane rimasero per venti anni dopo la fine del secondo conflitto. The Pelvis diventò senz'altro più rassicurante. 

A ben riflettere, una reale cultura giovanile forse non esisteva. Prima di quell'epoca, erano i ciuffi, la brillantina e i periodi del college, simbolismi macho di chi era uscito vincitore da una guerra lontana e si adoperava a imporre i propri status al resto del mondo occidentale, compreso quel che pareva suscitare indignazione nei moralisti e nei ben pensanti in patria. Ma più che di cultura giovanile, io parlerei di periodo di preparazione al mondo adulto, un'età e uno stato mentale che inesorabilmente, prima o dopo, si sarebbero abbandonati.

Di quei due anni in regalo dal destino (o chi per esso), il giovane Keith non sapeva che farsene, dopotutto. La vita a Dartford (Kent, venticinque chilometri da Londra), non alimentava prospettive particolarmente affascinanti. 

Eppure in età romana Dartford era stata fondamentale per l'incrocio tra due strade: la Londra Dover e quella che da Londra conduceva all'Est Anglia, cioè al continente. Alla fine del 1961, invece - qualche secolo successivo - la storia passa per la stazione di Dartford, su un treno per pendolari. E' il blues che fa da sfondo e tratteggia il sogno di due diciottenni. C'è l'enfasi e un alone di mitologia a circondare gli appuntamenti della vita. In realtà, nascono per caso e sfuggono alle previsioni. L'incontro tra Micheal Philip Jagger e Keith Richards avviene proprio alla stazione in un giorno qualunque di quotidianità britannica e mi sembra uscito da un romanzo di Joyce: Gente di... Dartford.  

Jagger con un pila di dischi della Chess Records e Richards con la sua chitarra. La Chess Records, i discografici che lanciarono Muddy Waters, Bo Diddley, Chuck Barry, Little Walter e compagnia. Muddy Waters, autore di Rolling Stone. Mick e Keith che si rincontrano perché, in realtà, erano amici dalla scuola elementare. 

Jagger trascorre tutte le mattine del sabato al Carousel con gli amici. E' un locale con il jukebox. Una mattina di gennaio Keith passa a fargli visita. Gran baldoria e inviti a ogni party. E poi c'entrano i dischi e il blues, i giorni passati all'ascolto e a scomporre brani cercando il sound giusto. Fino all'arrivo di Brian, Bill, Charlie, Ian Stuart. E l'amico in comune, Dick Taylor. Su queste pietre Euterpe, dea della musica, fondò un gruppo rock. In seguito, ci fu la sala del Marquee a Londra, prima del pomeriggio a Jermyn Street, quando Lennon e Mc Cartney passarono allo Studio 51 e concessero loro I wanna be your man, la cui composizione andarono a terminare nella stanza di fianco. E prima ancora di (I can't get no) Satisfaction o qualunque altra cosa, prima di tutto forse anche di loro stessi, ci fu l'amore incondizionato per il blues.



  © ENRICO MATTIOLI 2016  



 

Lettere dal pub


petetownshend300


Diceva Pete Townshend, glorioso chitarrista degli Who: io sono come una grossa pietra contro cui tutti vanno a pisciare, piano piano si sgretola.

Ero un fedele lettore di Rockstar, la rivista musicale nata nel 1980 e un giorno lessi l’intervista di Pete. Mi affezionai a lui e lo elessi mio secondo zio putativo, insieme a Keith Richards.

Adoro queste persone. Sono stati la mia formazione. Hanno sacrificato se stessi per insegnarci a stare al mondo. Sì, lo so che sto esagerando, ma ho già detto che sono stati (e lo sono ancora) i miei idoli. Ora sono solo un po’ più rincoglioniti di prima, mi perdoneranno loro, ma chi non lo è lo diventerà presto e perciò, è meglio riderci sopra. 

Possiedo molte cose, ma sono tutte immaginarie. Ho un vocabolario personale e astratto in cui scompongo alcuni termini modificandone i significati. E ho un mio pub immaginario, dove la birra non la sudi dopo qualche minuto come una fontana. E posso fumare sigaro o sigaretta perché è certo che lì non fa male.

Seduto al mio tavolino vicino alla vetrata, osservo il via vai sulla strada aspettando che qualcuno dei lor signori citati, venga a trovarmi. Parliamo dei tempi andati, posso fare ogni domanda perché nel mio pub anche loro si rilassano e non sono scontrosi anche se questo dipende dalle domande. Le rockstar sono animali e come le bestie hanno quel particolare intuito di sapere quando fidarsi. Di me si fidano, non sarò un principe dell’intelletto, ma io non li tradisco.

Il fatto che alcuni siano morti e altri siano ancora su questa terra, non è una storia strana perché non si tratta di superare tempo e spazio e materia. Sono i messaggi che loro hanno lasciato o le cose che hanno detto. Si discute sulla vita, sulle stronzate, e si passano dei bei momenti. 

Dunque, dicevo, anzi, scrivevo, che stavo riflettendo sulla dichiarazione di Pete Townshend riguardo alla pietra dove lui sarebbe andato a mingere. In effetti, tutto si modifica. Il nostro corpo (anche se facciamo di tutto per nasconderne i segni che il tempo lascia), le nostre idee (non sempre ma a volte), la nostra indole (per istinto di difesa), ma cambiano anche le cose intorno a noi. I luoghi che abbiamo frequentato, la gente, i tuoi idoli, i costumi, le abitudini e le necessità. 

Un giorno, alludendo al verso di My generation (voglio morire prima di diventare vecchio) dissi a Pete: - Proprio tu fai il discorso sulla pietra che si sgretola?

- Perché? – Chiese lui.

- È una contraddizione – risposi io. – Prima volevi morire e ora parli di resistere al tempo?

- Ah, maledetto quel verso. Mi ha procurato solo un mucchio di grattacapi. Andiamo, tutti cercano di resistere. Che cosa dovrei fare? Uccidermi per essere coerente?

- Uh, uccidermi per essere coerente: bello, potrebbe essere il verso per un altro brano, Pete…

- Tutti nella musica rock hanno scritto versi sulle pietre che rotolano… e il mio non è un verso, ma solo una maledetta intervista!

- Tutti chi?

- Beh, Dylan, e poi anche Muddy Waters che ha dato il nome ai Rolling Stones…

- Ah, Dylan...

- Oh certo, tutti vi riempite la bocca con Dylan…

- Dylan è Dylan…

- Che cosa vorresti dire? No, dimmi: a cosa vorresti alludere con questo? Che gli Who non sono all’altezza di sua altezza Dylan?  

- Non ti piace Dylan?

- Certo che mi piace Dylan.

- E allora?

- Beh, io sono quello che spacca le chitarre con gli Who. Capisci?

- No.


Bevve un sorso e pensò per un minuto. Sbatteva le labbra assaporando la birra. Poi disse: - Nemmeno io. Di solito mi trovo di fronte un giornalista che risponde di sì. È un modo per voltare pagina. Chiaro?

- Oh sì, adesso è chiaro.

- Bene. È solo rock and roll, in fondo - disse guardandomi in cagnesco e intimandomi di non aggiungere nulla, ben sapendo di aver citato un pezzo degli Stones. Mi limitai a chiedergli che rapporti mantenesse con loro, con i Rolling Stones. Non rispose subito, fece una smorfia. 


- Adoro Mick - mi disse.  

- E Keith? - Chiesi io maldestramente. Pete non aggiunse altro, così gli spiegai che anche Keith Richards lo consideravo a buon diritto uno zio acquisito come lui, come Pete, insomma. Lui biascicò una serie di epiteti in inglese arcaico (devo aggiungere, per facilitare la comprensione, che in questo strano posto si parla un linguaggio comune ma gli insulti sono nella lingua madre di ognuno) di cui comprendevo soltanto il ripetuto uso di fuck e fucking. Pensai che sarebbe stato meglio restare in silenzio per qualche istante e fargli sbollire la rabbia. Cambiai tattica, cercando di adularlo.  


- Mi piace il tuo album solista.

- Quale?

- White City.

- Ah, to remember White city fighting – canticchiò Pete orgoglioso

- Grande album, Pete, bravo.

- Yeah. Quando esci da un gruppo come gli Who, tutti i progetti solisti sono delle rivendicazioni.

- Cioè?

- Beh, è come dire, questo sono io. Sono il migliore tra noi.

- Già, ma i fans amano tutti i membri dei gruppi sciolti.

- Questo lo so. Però è giusto ribadire. Tanto per giocare.

- Ti piace questa birra?

- Sì. Ne prendo un’altra – Pete si alzò e andò verso il bancone. Ordinò e tornò al tavolo.

 

Sul piccolo palco c'era un ragazzo che suonava i pezzi di Billy Bragg tra cui Greetings To The New Brunette. Quando giungeva il verso whoops, there goes another year,
 whoops, there goes another pint of beer (ops, arriva un altro anno, ops, ci sta un'altra pinta di birra) mi commuovevo sempre. Andò così anche quella volta. Pete se n’accorse e si avvicinò al ragazzo. Al secondo giro del pezzo, quando lui stava per ripetere il verso, Pete si unì al coro whoops, there goes another pint of beer, mimò l’assolo di chitarra, finì la scolatura e tirò il boccale sul pavimento, spaccandolo come se fosse stata la sua vecchia chitarra, come se fossero stati ancora i tempi andati. Poi salutò, si avvicinò alla cassa, pagò la consumazione e sparì con tutte le risposte che quella volta non ebbi il tempo di chiedere.

Uscii anche io e lo vidi allontanarsi. Pete ha una camminata singolare: brevi passi e poi salta, come quando sul palco davanti alla folla, roteava il braccio sulla chitarra. 

Sorrisi, fissai l'insegna del pub, e restai a guardare il mare che ovviamente non c'era.  


 

    © ENRICO MATTIOLI 2016  




Quell'eccellentissimo ordine del rock



Unknown


Capibranco di una Liverpool fintamente soporifera in cui centinaia di band esportavano il Mersey’s sound oltre alla muffa stagnante nelle cantine, i Beatles diventarono sovrani della London chicchissima di giorno e gaia di notte, dove la stampa digiuna gli mordeva le calcagna in attesa di una parabola per le masse di adolescenti. A quei tempi, l’immagine del beatle sulla tazza del cesso davanti a un giornalista seduto in terra con le gambe incrociate, più che un’allucinazione ecologia era una cosa che sarebbe potuta accadere. Il resto l’hanno fatto le dicerie e le confidenze democratiche, la mitologia e il tempo che passa. Le inesattezze sono l’indizio di partenza per il gioco del vero o falso.

Perfino le date sono errate. Alcune fonti italiane riportano il 24 ottobre, quelle inglesi, ovviamente più certe, declamano come inconfutabile il 26 ottobre 1965, giorno in cui i ragazzi di Epstein (il manager dei Beatles) ricevono l’onorificenza di Membri dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. Fu il primo ministro Harold Wilson a proporre la candidatura del gruppo. Wilson era a caccia di consensi perché in quel momento i quattro, attraverso le vendite di musica e gadget, erano il prodotto inglese più richiesto all’estero. All’annuncio dell’investitura non mancarono le proteste: colonnelli e militari della RAF che avevano ricevuto titoli per azioni di guerra, li restituirono indignati.

I ragazzi stavano per pubblicare Rubber Soul - dicembre 1965 - ed erano in procinto di regolare i limiti della musica rock con un deciso balzo in avanti che si sarebbe confermato l’anno successivo con l’uscita di Revolver. Però questo, ai condomini di Buckingham Palace, interessava di meno.    

Il nodo di tutta la questione furono le dichiarazioni di Lennon riguardo al fatto che i quattro fumarono uno spinello nei bagni del Palazzo Reale. Una frase non significa nulla, soprattutto se pronunciata per strafottenza oppure, come tutti all’epoca, da una vittima della beatlesmania, cioè John stesso. L’impresa fu in seguito smentita da George Harrison, mai commentata da Ringo e Paul.

Effettivamente in quel periodo i Beatles fumano erba, introdotti al consumo da Bob Dylan nel corso di un incontro durante il loro tour negli Stati Uniti nel ’64. Dettagli, se il fatto effettivamente accadde, non s’è mai capito.

L’acutezza di John portava più lontano. C’era una legge in Gran Bretagna che puniva i fumatori di cannabis, ma anche i proprietari delle residenze in cui si consumava il reato. Di fatto, la Regina Elisabetta diventava passibile di condanna. Tre o quattro anni più tardi la legge subì delle modifiche.

Tutte le star della musica rock avevano guai con la giustizia a causa dell’uso e del possesso di droga. Ne sanno qualcosa gli Stones che alla fine di quel decennio erano più occupati a schivare accuse che a produrre del buon vecchio blues english, e ne sanno qualcosa gli stessi baronetti di Liverpool, i quali, proprio per l’onorificenza conseguita, erano fatti uscire dagli scandali da una porta di servizio e successivamente, a suggello della propria perseveranza, furono perseguiti come i loro colleghi.

Tornando a quella giornata di ottobre, John, per completare l’opera, confidò ad Alistair Taylor, l’assistente di Brian Epstein, di aver portato con sé due pasticche di LSD con l’intento di farle scivolare nel the della regina. Piano non portato a compimento, ovviamente.   

L’esistenza di una rockstar è permeata da un’aurea a metà tra il migrante di lusso e il cittadino del mondo che lo colloca in maniera indefinita nel jet set del rich and roll. Tutte o quasi le stelle dello spettacolo sono tra i maggiori contribuenti dei propri paesi di appartenenza. Diventano uomini d’affari, mercanti, mecenati, e anche incoerenti, imborghesiti, a volte sono un pericolo per loro stessi, ma rappresentano, almeno agli inizi delle carriere, un contrasto alle coscienze poco limpide e all’ordine costituito. Ognuno a proprio modo, secondo le proprie capacità e in relazione alla collocazione del proprio pubblico.

Nei fab four tutto ciò cominciò a delinearsi in Taxman (album Revolver, 1966), il rancoroso brano di George Harrison contro il fisco e che è il motivo dell’investitura dei Beatles con l’MBE. Erano al primo posto nella lista dell’erario inglese dovendo pagare una sopratassa che arrivò fino al 95% su tutte le loro entrare, essendo, proprio il governo Wilson, impegnato in una politica di tutela allo stato sociale, alla deflazione e all’uguaglianza. I Beatles si trovarono nella paradossale situazione in cui più guadagnavano e più erano colpiti dalle imposte. Il conferimento del titolo di baronetti, quindi, era in realtà una specie di risarcimento ipocrita.

Il pezzo è una tirata contro l’elevata pressione fiscale, there’s one for you, nineteen for me (ce n’è uno per te, diciannove per me), e contro lo Stato, yeah, I’m the taxman, and you’re working for no one but me (sì, sono l’esattore e tu stai lavorando per nessun altri che per me): if you drive a car I’ll tax the street, if you try to sit I’ll tax your seat, if you get too could I’ll tax the heat (se hai una macchina tasserò la strada, se provi a sederti tasserò il tuo posto, se avrai freddo tasserò il caldo, sono l’esattore).

Anche i ricchi piangono, soprattutto se non sono nati ricchi. L’estrazione sociale dei quattro è essenzialmente proletaria, soltanto Lennon è di origini borghesi nonostante l’infanzia e l’adolescenza per nulla tranquille.

Taxman potrebbe considerarsi una bandiera da sventolare in faccia alle istituzioni ingorde e papponesche, in realtà l’autore spiegò come si sentiva. Disse George: Quando nasci povero, trovi un lavoro e cominci a guadagnare. Sei così felice di diventare ricco e pensi che non hai fatto nulla di male. Tutte quelle imposte affermavano il contrario, che era impossibile cambiare la propria condizione in modo onesto per chi proveniva dalla classe lavoratrice.


I Beatles, a quell’epoca di un’età media di venticinque anni e nel pieno della follia che li coinvolse, stavano guardandosi intorno, osservando la società e gli aspetti contraddittori di essa. Nel pieno di una felicità apparente, John scrisse Help! (aiuto), la conferma che l’essenza dei messaggi si perdeva nell’adulazione collettiva che di lì a qualche tempo avrebbe trovato il suo termine con la fine dei tour e le esibizioni dal vivo aprendo alla seconda era dei fab four, gli studi e la consacrazione definitiva.

 

Nel ’69 John Lennon restituì alla regina la medaglia di MBE. Era custodita da sua zia Mimi in una mensola del salotto nel civico 251 a Menlove Avenue. John gliela chiese indietro senza spiegarle le intenzioni, spendendola poi a Buckingham Palace per protestare contro il coinvolgimento inglese nella guerra in Biafra e il supporto agli Stati Uniti in Vietnam. A coronare il proprio sarcasmo, aggiunse che era indignato perché Cold Turkey (tacchino freddo), il suo secondo singolo da solista con riferimenti alla droga, stava dormendo in fondo alle classifiche. La regina non capì il suo gesto e forse neanche il senso dell'umorismo.

 


  © ENRICO MATTIOLI 2016  



 

Romanzo Rock


Tutti i soldi che gli avevamo fatto fare stavano finendo in delle piccole scatole nere, montate poi su quei cazzo di bombardieri americani per bombardare quel cazzo di Vietnam del Nord. Avrei preferito la Mafia alla Decca Records.

Lo diceva Keith Richards saputo che la casa discografica, che con il gruppo di Jagger e Richards aveva accumulato cifre spropositate, reinvestiva parte di queste nell’industria delle armi. È, purtroppo, la metafora dell’inganno della musica rock.

Il rock che ha avuto come campo di espressione l’America degli anni ’60 (in particolare la musica proveniente dall’Inghilterra - la British Invasion - che ha dovuto affermarsi negli Stati Uniti, come un marchio d’origine controllata), non è il rock che oggi ascoltiamo. È una questione di autenticità.

È un esempio grossolano, forse, ma l’onestà nel rock, per me, è Vasco Rossi che canta conta sì il denaro, me ne accorgo soprattutto quando non ne ho; un po’ meno onesto è l’autore di Immagine, e non perché il brano è un’ode all’anarchia, come ha scritto qualcuno, ma perché più che altro è un inno all’ipocrisia: immagina che non ci siano possessi (proprietà). Lo scrivo ma chi mi conosce, sa quale affetto io provi per l’autore di Immagine. Detto questo, il testo potrebbe anche essere un programma politico. Vagamente anarchico, ovvio. 

C’è una frase usata da Charles Bukowski all’inizio di Hollywood Hollywood, quando Chinaski, passando nel porticciolo guidando la sua Volks verso Marina del Rey, definiva quei personaggi che armeggiavano sulle loro imbarcazioni: erano tutte persone – scrive Buk – riuscite in qualche modo a tirarsi fuori dal tritacarne umano dell’esistenza. E io, ovviamente, non ero nemmeno nei loro pensieri.   

Quelle figure descritte da Charles Bukowski mi ricordano i mammasantissima del rock e l’espressione tritacarne la considero un assoluto colpo di genio. Sogni e ideali s’infrangono su quello scoglio rappresentato dalle bollette da pagare e la dimensione di essere fuori dal tritacarne umano, godere la celebrità e un’eventuale immortalità, sono lussi che pochi esseri umani possono vantare. Tutto è così lontano dai tumulti nelle strade, le barricate e i convegni dei ’60. 

A quei tempi il rock (e tutte le sue trame), poteva sembrare un partito di massa, ma quando nella controcultura entrano le industrie dei concerti e dei dischi e s’infiltrano come un malanno, l’essenza svanisce.

Il fatto è che il rock, per i discografici, è una formula. Lo sapeva bene Sam Phillips, produttore e disc jockey.  Fu colui che fondò la Sun Records. All’inizio era solo un vecchio garage attrezzato da Phillips a studio di registrazione. Il luogo era sorto per accogliere musicisti dilettanti che volevano registrare un disco e poi cercare un’etichetta.

In realtà Sam Phillips non nascondeva il progetto di trovare dei bianchi che suonassero come neri per invadere il mercato. Se questo possa considerarsi un sogno, era il sogno dello zio Sam (dio, come mi piace, in questi casi, scrivere filo americano!).

Quindi bisogna concedere che, oltre alla formula e al business, per molti imprenditori del settore c'è anche la componente del sogno. Se a tutto questo aggiungiamo il fattore mamma, il gioco è fatto. Non è molto ribelle come immagine, ed è quindi necessario spiegarsi meglio.

Lo studio di Phillips, che ancora non si chiamava Sun Records, era situato al numero 706 di Union Avenue a Memphis. Il 5 luglio del ’54, un giovane camionista di una ditta elettrica, Elvis Aaron Presley, percorreva la strada per delle commissioni di lavoro. Si accorse fortuitamente dello studio di Phillips e ne rimase eccitato. Di lì a poco sarebbe stato il compleanno di mamma Presley e il ragazzo volle registrare un demo per lei dal titolo My Happiness. Il caso si sposò con la sorte, nel momento in cui Sam Phillips ascoltò il nastro. Il dado era tratto. Sam realizzò il suo sogno e Presley divenne il re.

Molti ricordano i dischi con la Sun Records come il periodo più fecondo di Elvis. Alcuni scrivono anche che alla Sun si registrò il primo disco rock and roll della storia. Era Rocket 88 di Jackie Brenston, un brano scritto dal grande Ike Turner. Ma qui entriamo già nel campo riguardante la scoperta del sesso degli angeli. Il come, chi, quando, dove e perché sulla nascita del rock è una questione infinita quanto la scintilla primordiale dell’universo.

Quindi, per finirla bene, io concluderei col monologo di Bruno Iori, il dj di Radio Raptus nel film Radio Freccia per la regia di Luciano Ligabue.



Il rock non ha cambiato certo le cose – dice loro Rigatone - ma mi piace pensare che sia stato un movimento. Le grandi stelle oggi sono multimiliardarie, in pratica delle aziende, però hanno sintetizzato i pensieri, le frustrazioni di ragazze e ragazzi che fino alla metà del secolo passato attendevano un cenno per entrare in società.

La musica punk scioccò il modo comune nella Grande Britannia, il poeta Dylan cantò di un’altra America, la psichedelica con i suoi eccessi, incitava ad allargare gli orizzonti della mente; gli Who volevano morire prima di diventare vecchi, concetto non legato a fattori anagrafici; le pene di Waters legate agli sviluppi della guerra e su come si diventa insensibili e di ghiaccio. Le visioni di Jim e i Doors nell’America impegnata in Vietnam, la disillusione degli Stones rispetto al ruolo di stelle acclamate verso le contraddizioni di un mondo visitato in tour.

Beh, ragazze, io ho vissuto tutto questo dentro la mia stanza ascoltandoli da un nuovo stereo di volta in volta che potevo permettermene uno migliore e poi, a un certo punto li ho visti tutti, almeno quelli che c’erano ancora, da dietro alle quinte di uno stadio o di un palazzetto, ma comunque davanti a me.

È stato tutto affascinante e incredibile, quando li vedi a pochi passi pensi a null’altro che a delle persone come te, e che adesso, proprio mentre noi stiamo parlando, esistono e stanno facendo qualcosa in altra parte della terra, come noi in questo momento.

La cosa fondamentale è il messaggio, sempre il messaggio e questo li rende, o rende quello che hanno fatto, speciali perché è stato ascoltato da milioni di persone in tutto il mondo.

In estrema sintesi, il comune denominatore di tutti questi messaggi è il NO intransigente alla guerra e a quel che devasta la nostra società. Il rock ha provato a immaginare un mondo migliore, magari usando mezzi illeciti come gli stupefacenti, il rock ha contestato, finché ha potuto. È stato un propulsore fenomenale per un nuovo pensiero. La vita di milioni di persone sarebbe stata diversa senza la musica rock, senza quelle illusioni, le visioni anche violente, la nostra società sarebbe oggi ferma al secolo passato.

Perfino i politici, i quali decidono le nostre sorti, hanno avuto nella loro adolescenza, un mito del rock. Peccato che quando arrivano a legiferare, se ne dimentichino. Se c’è un limite nella musica, è quello di non riuscire a salire l’ultima rampa di scale, quelle che portano alla gestione o, per usare un termine poetico, la scala e la porta del paradiso. Il rock muore non perché non ci sono più musicisti o miti da incorniciare, ma perché quella nuova generazione che doveva cambiare il mondo e che s’era nutrita di tutti quei messaggi, una volta varcata la soglia della sala dei bottoni, ha pensato bene che tutti i messaggi ricevuti fossero infantili e senza progetto di attuazione, più o meno come la generazione precedente alla loro, li aveva classificati.

È così, ragazze, per parafrasare Neruda, che si muore lentamente.


Tratto da Storie di qualunquisti anonimi


© ENRICO MATTIOLI 2016          




Distanze: Warhol e Pasolini


images


Una volta scrissi scherzosamente che ero contro il citazionismo. Preferirei parole o riflessioni semplici ma personali, nell’auspicio che l’autenticità si mantenga a temperatura ambiente.

È ovvio, però, che taluni pensieri andrebbero studiati anziché farne sfoggio sui social network. Ci sono persone che conoscono a memoria ogni aforisma di Charles Bukowski senza averne letto un libro. 

Ne La città senza uscita, apro la storia con un aforisma artefatto di Andy Worhol. L’originale è quello che segue.

Quel che c'è di veramente grande in questo paese è che l'America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca Cola, sai che anche il Presidente beve Coca Cola, Liz Taylor beve Coca Cola, e anche tu puoi berla.

Il mio libro è ambientato in un centro commerciale e il Gruppo dei Supermercati BellaGente lo usa per incentivare il consumo.

Questa riflessione mi ha fatto pensare, paradossalmente, a due pensieri di Pier Paolo Pasolini. Il primo è questo: il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi.

Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi. I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: "un genocidio delle culture viventi".

Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori, sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione, non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dagli illustri del sistema nazionale. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano.

Il regime, è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società dei consumi è riuscito a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.

E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. È stata una specie di incubo in cui abbiam visto l'Italia intorno a noi distruggersi, sparire e adesso risvegliandoci forse da quest'incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c'è più niente da fare.

L'uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell'uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l'uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società.

Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l'uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute.


L’altro: Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione, hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

 

L’istinto mi fa sentire più vicino Pasolini, eppure, le riflessioni di Warhol, affascinano e colpiscono. E per affascinare non bisogna per forza essere condivisi.

L'arte di Andy Warhol, sfrutta il prodotto e la stessa ripetizione delle immagini da lui proposte, sembra ribadire la necessità del sistema a indurre al consumo continuo perché solo così può restare in vita. Picchia, Warhol, interpreta perfettamente il suo tempo e io, nella mia città (senza uscita, appunto, perché non v’è possibilità di fuga) l’ho immaginato proprio all’entrata di un centro commerciale.

Pasolini ha trattato spesso della differenza tra progresso e sviluppo. Nonostante la difformità sia forte e netta, un’opera rieducativa, fuorviante e alienante, ha fatto in modo che nel tempo le due espressioni divenissero affini. Del resto, ho già scritto che dei termini geneticamente modificati, svuotati cioè, del proprio significato e farciti di nuovi.    

C’è sempre un’america sullo sfondo a far da madre bacchettona e disinibita, cometa artificiale di tutto quel che esiste sotto di essa. Tv, spot e bollicine sono i mezzi per raggiungere un fine. 

Mi vengono a conforto i versi di Vecchioni in Stranamore, quelli di colui che quando si trovò di fronte al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente.  

 

E sì, non si può recingere l’acqua. Oh, ma siamo proprio sicuri?


 

 © ENRICO MATTIOLI 2015 



Il buco di Warhol - Warhol and the war hole


images


Reduce dalla mostra su Warhol a Palazzo Cipolla in via del Corso a Roma (ultimo giorno ieri, un'ora di fila), sono rimasto affascinato dalla sua figura. A mio avviso Andy rappresenta l'artista del futuro per antonomasia, ha proclamato e creato una serie di cose folli in modo serioso riuscendo a essere credibile. 

Avendo già scritto di centri commerciali per ben due volte, tirando in ballo questioni sul consumo e la massa, non potevo non rimaner colpito dai suoi aforismi su prodotti e marchi associati alla democrazia e non perché siano fondamentali ma perché suscitano sempre una riflessione.  


Comprare è molto più americano di pensare e io sono molto americano.

Mi sono guardato nella vetrina di un negozio e ho notato che sono proprio appariscente per la strada.

Anche un artista può affettare un salame.

Credo che sia un artista chiunque sappia fare bene una cosa; cucinare, per esempio.

Ignoro dove l'artificiale finisce e cominci il reale.

Il modo per essere controculturale e avere un successo commerciale di massa è dire e fare cose radicali in una forma conservatrice. Come ha fatto McLuhan: scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti.

Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business.

L'idea dell'America è meravigliosa perché più una cosa è uguale e più è americana.

Le masse vogliono apparire anticonformiste, così questo significa che l'anticonformismo deve essere prodotto per le masse.

Quel che c'è di veramente grande in questo paese è che l'America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla.

Tutti gli scandali aiutano la pubblicità, perché non c'è migliore pubblicità della cattiva pubblicità.

La cosa più bella di Tokio è McDonal's. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald's. La cosa più bella di Firenze è McDonald's. A Pechino e a Mosca non c'è ancora niente di bello.

Se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande.


È stato l'incarnazione del paradosso perfino in punto di morte, quando durante un'operazione alla cistifellea - temeva la morte eppure ne era affascinato - per evitare il dolore chiese una dose molto forte di anestetico che gli risultò fatale. 

Personamente considero il suo pensiero partendo dal presupposto ossessivo del consumare come stile di vita: Andy Warhol è l'icona moderna che incarna meglio di chiunque i tempi che viviamo. Se da una parte egli si nutre artisticamente dell'industria di massa, dall'altra non lancia certo messaggi soporiferi alla stessa.  

Parliamo di impianto serigrafico come parallelo alle industrie che producono articoli da consumo. Più di un manifesto pubblicitario ha preso spunto dallo stile adottato da Warhol, più di una copertina musicale e perfino i moderni effetti fotografici usati dalle applicazioni di telefonia o pc tengono conto della lezione di Andy. E non parliamo dei format televisivi sulle varie factory, dalla gastronomia alla musica, i cui autori, coscienti non si sa quanto, in qualche modo (anzi, decisamente in un altro modo) rendono omaggio a Warhol; che però era artista pericoloso, la fauna artistica che frequentava la fattoria di Andy non aveva molto di raccomandabile per l'America benpensante e che nonostante stesse diventando più indulgente a causa della rivoluzione degli anni '60, era pur sempre erede del sogno a stelle e strisce.    

Infine, mi permetto, c'è qualcosa di sinistro e devastante perfino nel suo cognome: se aggiungiamo un'ultima vocale, otteniamo war hole, il buco della guerra oppure la guerra del buco.   

Riguardo agli innumerevoli aforismi che si trovano su internet, credo che a lui si addica perfettamente quel proverbio cinese: chi mente si ritrova sempre la verità tra le mani


Concludo con la frase sui famosi quindici minuti di notorietà (che però gli fu solo attribuita), profezia che appare come una serigrafia morale di una società che offre innumerevoli strumenti di arrivo a una fama breve attraverso il web e i social network. È probabile che Andy nella sua follia lo avesse già previsto.  



© ENRICO MATTIOLI 2014 

  




RIFLESSIONI


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolte le mie riflessioni personali.

EM


Aria di casa


150377_492636344088684_1965289315_n


Negli ultimi anni ho avuto il cruccio di una lunga lista di faccende che non mi piace fare con la conseguenza di non avere ben chiaro che cosa mi appagava. Soltanto adesso riesco a percepire cosa voglio, l’ho capito all’improvviso o forse l’ho sempre saputo e non vedevo.

Ci sono dei giorni simili a un distacco dalla libertà, perché i ritmi cui il tuo cuore deve resistere sembrano insostenibili e pensi di non avere tempo per gli spazi che ami.

Di natura, io ho sempre familiarizzato con gli spigoli più che con le rotondità. Mi capitava di trovarmi in un posto e sperare di andarmene al più presto. Tipica sensazione di chi è inadeguato, insoddisfatto, irrealizzato. Sentivo di essere in gabbia, compresso da orari e depresso dai tormenti. Il lavoro assorbiva tutto il mio tempo, le mie energie, e sono sempre stato distante.

Per abitudine cammino con passo veloce, macinando l’asfalto senza guardarmi intorno. Un pomeriggio, mentre passavo per un tappeto di foglie giallastre lungo le strade della mia zona, pensavo a tutto questo. Passeggiando, sembravo smaltire la frustrazione accumulata e mi fermai nei giardini della piazza. Dei vecchi giocavano a carte. I cani si rincorrevano tra le aiuole. Una bambina stava imparando ad andare in bicicletta e un gruppo di badanti chiacchierava spingendo la carrozzina del disabile assistito. Appartati, vicino agli alberi, due adolescenti si scambiavano romanticherie. Se fosse stato un quadro impressionista, si sarebbe chiamato Verso sera. Respirai profondamente e mi calmai. Tutta quella vita scorreva davanti ai miei occhi e c’ero dentro anch’io che stavo solo osservando.    

Mi alzai dalla panchina e proseguii il giro. Arrivai fin davanti alla mia prima abitazione, poco distante da quella attuale, e restai giù a basso a fissare il piccolo balcone. C’erano dei panni stesi e dalla finestra filtrava la luce accesa. Ci passavo sempre senza pensare mai di aver vissuto lì nei primi anni della mia infanzia. Mi sentivo in equilibrio perfetto su un asse immaginario. Ero a casa.

Ora mi piace soffermandomi a guardare le terrazze vive di piante. Passare davanti alle panetterie assaporando il profumo del dolce che si mescola a quello del salato. Respirare l’atmosfera dei mercati comunali. Andare a leggere sulle panchine al parco. Mi rallegra la presenza di ottime pizzerie e la certezza di continuare a provarle senza decidere quale sia la migliore. Mi tiene vivo, tutta questa vita che non avevo mai calcolato, ciò che voglio è qui - è sempre stato qui - intorno a me, un posto in cui liberarsi dei propri strazi e fare della vita un’opera d’artigianato.



 © ENRICO MATTIOLI 2017




Punto spazio punto

sos



Sospeso tra lo spettacolo del mondo e il mondo dello spettacolo senza distinguerne più la difformità, assisto con demotivazione al lento scorrere: nemmeno il satellitare più preciso saprebbe guidarmi nella direzione giusta sul dove andare a parare. Definire tutto ciò spettacolo è un eufemismo.

L’altra notte ho sognato mio padre che ha terminato la sua esperienza terrena una mattina di due anni fa, dopo una lunga malattia.

La morte, quando bussa nelle tue vicinanze, è una cosa che cambia la punteggiatura alla vita e, nonostante questa somigli a una lotta tesa ad allontanare il momento del distacco, è un combattimento vano. È la sola certezza e l’unico reale aspetto equo.

In verità la vita è una cosa semplice: sappiamo di avere un punto di conclusione (ci manca soltanto il quando) e dovremmo riempire lo spazio vuoto fin lì.

Penso a tutti quelli che hanno portato i propri segreti nelle tombe, a chi credeva di avere ragione pure se non ne aveva. A tutti coloro i quali, perseverando nei propri comodi, si appellano ai revisionisti: tanto, ci penseranno loro. A chi è stato eroe solo per un giorno oppure per mille. A chi quel giorno non l’ha mai visto. A quelli che portano a spasso l’esistenza, convinti che sia socialmente utile da poterla scaricare come un’imposta. A chi s’è sbattuto a rincorrere e a mostrarsi, a impicciare e imbrogliare, a chi dimagrisce la panza e ingrassa l’ego.

Io non so certo dire se esiste l’eternità, ma tutti sappiamo che esiste un dopo di noi e sul quel dopo non c’è possibilità d’intervento, ogni artificio diventerà vano.

Finché si viaggia lungo la propria strada, si va da un punto a un altro. Niente di più e niente di meno. È così per tutti, nessuno è più meraviglioso del suo prossimo. C’è solo da decidere come riempire il proprio margine, passeggiando a piedi nudi per i sentieri di ogni sacrosanto giorno.     



      © ENRICO MATTIOLI 2017





Pioggia



22742785-l-chelnde-Frau-mit-Regenschirm-in-der-regen-genie-en-Lizenzfreie-Bilder


Il caldo in città trasforma tutti in moribondi, paralizza il fisico, toglie ogni volontà. L’altra sera, mentre l’afa sfracassava le ossa e i pensieri irrancidivano insieme alle nervature, sono uscito sul balcone a cercare refrigerio. Perfino il climatizzatore aveva avuto la peggio su un’ennesima giornata afosa, agitandosi in un triste coro condominiale di pompe stanche che, più del risparmio, manifestavano un esaurimento energetico.  

Lamenti di bambini, rumori di posate ed echi di trasmissioni che nessuno stava guardando. Ombre di donne svestite, luccichii di cellulari e sigarette: era la presenza smargiassa dell’estate che non può fare a meno di mettersi in mostra, relegando il prossimo al ruolo del comprimario battuto all’angolo.

Gli effetti dell’umidità somigliano ai postumi di una sbronza. Può capitare di riesumare pensieri talmente pesanti da compromettere la digestione di un pasto frugale. E così, in preda a fastidiose ernie mentali, riflettevo sul valore della privazione. Mi riferivo al fresco e al ristoro, ma ormai la mia mente era fuori controllo…

 

La libertà e l’indipendenza economica. La lucidità e la salute. La prosperità e il nostro tempo migliore. Gli amici e le persone cui teniamo; la serenità: è vero che apprezziamo tutte queste cose che solo nel momento in cui ci vengono a mancare?

 

Faceva molto caldo e io continuavo a delirare.

 

Dando per sicuri alcuni aspetti della vita, spesso restiamo sorpresi quando ci sfuggono. Se fossimo privati della nostra libertà, questa diventerebbe la nostra esigenza principale. Se vivessimo in preda al terrore sociale di rappresaglie o attentati (com’è ora), la serenità diverrebbe lo scopo prioritario.

La sicurezza è la tomba non soltanto dell’amore, ma di molte trame dell’esistenza e dobbiamo confermarci per non perdere terreno. Occorrono disciplina ed equilibrio, la giusta bilancia tra i diritti e i doveri, la consapevolezza dei limiti oltre i quali è possibile spingersi. Dobbiamo lasciare la nostra parte migliore a lavorare per noi, quella che sa come le cose vanno fatte (perché ci sarà pure qualcosa che sappiamo fare), mentre noi ci occuperemmo delle pubbliche relazioni che, piacciano oppure no, sono fondamentali. Serve un’abilità nelle tecniche del dare e dell’avere per far sì che l’ausiliare prevalga o al massimo che ci sia un pareggio di bilancio. 

Restare a galla significa considerare se stessi come un’azienda dal volto umano e muoversi come tale. Tutti ameremmo vivere senza condizionamenti esterni ma questi, ahimè, esistono e bisogna prenderne atto perché rappresentano la partita che giochiamo tutti i giorni. Concorrere, competere, comunicare, esprimersi, sono i compiti che ci toccano.  

È il passaggio dall’età dell’innocenza a quella adulta che sconfina spesso in adulterio: nel traffico, s’inganna se stessi. A questo gioco non vince chi arriva primo, ma chi tradisce di meno la propria natura e lascia da qualche parte uno specchio pulito in cui riconoscersi.

L’esistenza dovrebbe essere un viaggio che ci condurrà verso la conoscenza di noi stessi. Il nostro sé vive in noi ma è coperto da tanti strati - come una cipolla - che usiamo per autodifesa. Passiamo la vita a toglierci le patine di dosso.

 

Quando la febbre raggiungeva il culmine e io parevo svenuto sulla sdraio, mi destava il rumore improvviso e inconfondibile della pioggia. M’è sembrato di tornare in vita, come quando finisce un incubo, come quando un cane fa le feste, come quel vecchio brano degli Alarm che suonavo di continuo da ragazzo. Chi non ama la pioggia d’estate?



© ENRICO MATTIOLI 2017





Io sono il demonio



crossroads sm2



Affrontare i propri demoni non è semplice. L’egocentrismo andrebbe regolarmente denunciato.

 

Più trovo me stesso e più mi faccio schifo.

Più cerco certezze e più trovo macerie.

Più invoco la pace e più raccolgo minacce.

Più vivo la vita e più muoio lentamente.

 

Sono salito sopra un monte per dominare dall’alto. Da un colle vedevo la città deserta bruciare al sole dell’estate, tutt’intorno permeava un fetore nauseante proveniente dalle fogne. Non c’era più acqua, ogni fonte era prosciugata. Era la città dei moribondi, una metropoli in cui governavano i mediocri e dove più non si avevano competenze, maggiori erano le occasioni. Tutti erano maestri nel sollevarsi dalle responsabilità. La gente, per non essere da meno, li prendeva a modello e ognuno era afflitto da un senso esagerato d’importanza personale, eppure, ciascuno accusava l’altro di una superiorità presunta.  

 

Mi sono isolato per capire. Nel deserto della mia desolazione spesso ero sopraffatto dalla disperazione e qualche volta ho pianto.

Giunto al famoso crocicchio degli incroci, ho incontrato un tale ben vestito. La giacca era bianca e anche i pantaloni. Indossava una camicia nera e una cravatta rossa, un cappello a falde e un garofano nell’occhiello della giacca. Aveva i baffi da sparviero. Sembrava il tipo che entra senza chiedere permesso e si presenta senza invito. Io ho fatto un cenno di saluto con la mano.

 

- Ciao - ha detto lui – sono il Demonio. Avrai certamente sentito parlare di me.  

- Io sono solo un progetto, sono ancora un embrione.

- Benvenuto all’interno di te stesso. Sei sicuro di voler continuare?

- Direi di sì.

- Ti serve compagnia?

- Vorrei restare da solo.

- Come vuoi. Se hai bisogno chiama.

 



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 


 

Cavaliere nella tempesta


Jim-Morrison


Sono sempre stato un immaturo cronico, in bilico tra gli ingranaggi del tempo che passa, il fisico che inesorabile sfiorisce e l’ambiente intorno che giudica le mie mosse.

 

Chi sono veramente?

Che cosa lascio trasparire e cosa nascondo?

Come mi vedono gli altri?

Chi vorrei essere?

 

Dilemmi. Nella mia vita, il caso più gravoso è vivere la vita stessa e la mancanza di una certa praticità. Chiedetemi di dipingere il più bel quadro immaginario (perché concretamente non ne sarei capace) raffigurante l’intera umanità, ma non di piantare un chiodo per appendere quel quadro.  

A volte mi sono sentito un incapace caparbio e un fallito di belle speranze, il fatto che mi era fatto notare m’irritava perché era come mettere un coltello nelle mie piaghe.

Il giudizio degli altri è una violazione intima che tu non ricordi di aver concesso, pure se spesso è ragionevole e ponderato. Non è confortante essere tratteggiati a canzonella perché è come prendersi gioco delle sofferenze e dei problemi del prossimo; anche, è un gioco utile per non concentrarsi sulla propria vita.  

 

Il mio reale me stesso continua a latitare, il mio ego spadroneggia e bivacca, il mio inconscio guida la macchina.

Partirei alla conquista di altre dimensioni e di nuove possibilità, se solo sapessi alzarmi dal suolo. Il corpo, l’ambiente e il tempo, continuano a dominarmi e a tenermi nella modalità di sopravvivenza.

Resterò seduto sulla riva del mare ad aspettare l’onda da cavalcare, oppure mi troverai sdraiato su questa nuda terra a percepire un soffio di vento e ad afferrarlo.

Arriverà il sereno e potrei farcela, come un cavaliere che ha attraversato una tempesta.  


 

 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

 



Emergenza idrica


Unknown


Sono nato, cresciuto e vivo a Roma. È la prima volta in vita mia che sento parlare di emergenza idrica e razionamento dell’acqua. Questioni legate al terzo mondo, pensavamo tutti. Ora non più, indipendentemente dalle scelte che seguiranno.

Ogni evento porta i suoi eccessi: col caldo crescono l’emergenza incendi e la siccità, con la pioggia, esondazioni e alluvioni. Il problema ambientale è quanto mai imprescindibile, oggi. La questione centrale, invece, resta sempre il rapporto dell’uomo con la terra, gli interessi che lo muovono e il riscaldamento globale.

Sì, d’accordo, dice qualcuno, la solita retorica. Non si possono boicottare il sistema e l’economia moderna, ma per me è lo stesso parametro che muove i moralismi riguardo alla chirurgia estetica o una questione più seria come il sesso biologico e l’identità: se non si dovrebbe andare contro la propria natura, perché non usare la stessa equazione riguardo agli equilibri del pianeta?

Certi principi cambiano secondo la convenienza e la morale pubblica.

Il ministro dell’Ambiente dichiara: E' inaccettabile che dei trecento miliardi di metri cubi d'acqua che in Italia piovono ogni anno, riusciamo a captarne solo l'undici per cento. La pianificazione ambientale non può in alcun modo essere vista in maniera distinta da quella del servizio idrico integrato.

Diranno che in realtà non esiste alcuna noncuranza ambientale e che nessuno risulta inadempiente: è il clima che è incoerente! 

All’elettore non resta che lanciare accuse generiche come quando si trattava della pioggia: belli i tempi del piove, governo ladro. È il tramonto della società dei magnaccioni, allungare il vino con l’acqua era un affronto che si lavava senza regolare il conto: ma che c’importa, se l’oste nel vino c’ha messo l’acqua? Noi allora non paghiamo.

Oggi pagheremmo eccome. Chi l’avrebbe mai detto? 

 

 

© ENRICO MATTIOLI 2017 




Elogio della stanchezza


386403_330834720263308_100000103491500_1473820_1548810014_n


Siamo pianeti fuori dalla propria orbita, viviamo in sepolcri dove lasciamo foto che ogni tanto cambiano, segniamo date e ricorrenze, inviamo messaggi che ogni tanto qualcuno legge ma anche baciamo il culo a un falso amante che vuole fotterci. E abbiamo amici, qualcuno i migliori, qualcun altro quelli che si merita, e piacciamo, votiamo, esprimiamo, oggi siamo glamour e domani saremo dimenticati, comunque, testimoni di un pubblico delirio.

Avevo proprio bisogno di stancarmi, io che sono di mezza via e ormai cronicamente stanco. La fatica porta via tutte le solfe, se non sempre, almeno qualche volta. Mi serviva di sgrassare il calendario e fermare la mente, perdermi in una bottiglia per ritrovarmi nella noia. Dovevo organizzare la mia confusione, svuotare il mio niente. 

Io non capisco più quando arriva la primavera e dove comincia l’estate, non riconosco alcuna estremità. Sono sospeso e trovo in questo stato l’equilibrio. Puoi chiamarlo postura, gravità, assetto, ma capisci che è così che fu ed è così che sarà. Privo di consapevolezza sulla propria condizione, fuori dallo spazio, dal tempo e dalla sostanza, esisti ugualmente. È solo la stanchezza dell’assente, quella di chi manca seppur presente. 

Versione inglese di questo post



Il bamboccioneLEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2017 



Uomo e tecnologia


mattia


Domenica senza traffico per il blocco della circolazione. Strade e menti libere, podisti e ciclisti padroni dell’asfalto, qualcuno cade ma è l’antica legge degli oneri e degli onori: hai voluto la bici? Pedala (e casca, se necessario)!

Proverbi e vecchi adagi a parte, sembra che manchi il carosello festoso delle automobili, dei fumi, del caos; questo mi fa riflettere sulla dipendenza inconscia: è come quando è festa, esci e i negozi sono chiusi, un’anomalia (ormai), ma ci hai fatto l’abitudine e ti serve. 

Sempre più spesso dimentico il telefono mobile; eppure vivo, almeno fino a quando non ci penso. Il rapporto con il computer, con la televisione, con il cellulare e con tutto quel che è connesso a un satellite o a una rete, è uguale al rapporto che si ha con una persona, altroché se è così: mi preoccupo di più se la rubrica del telefono è bloccata che del doloretto al braccio sinistro avvertito di frequente nell’ultimo mese.

Sono a mio agio nel compiere movimenti innaturali: cammino (o guido) consultando il cellulare, nelle sale d’attesa parlo al telefono con tono udibile dal vicino di posto ma spesso – soprattutto - in viva voce affinché tutti sappiano di me e delle mie affaccendazioni, sperimento la ricezione dei nuovi angoli telefonici e mi è ignoto quanto tempo io riesca a restarne staccato.

L’idea di un social perpetuo e di contatti continui, sono ganci che tengono connessi a un mondo custodito nella tasca e che produce problemi in serie: in questa società devi essere sempre raggiungibile. In qualunque modo. A qualunque costo. Anche se a cercarti fosse solo la pubblicità. Tanti numeri e liste, profili e identità, siamo dappertutto, pure sulla nuvola. Siamo così soli che da soli facciamo gruppo, eppure l’esistenza, privata di questo panorama, appare distante.

Se Pirandello componesse oggi Il fu Mattia Pascal, tratteggerebbe un individuo sprovvisto di marchingegni tecnologici perché, staccato dal mondo, in un certo senso, sarebbe inesistente. Scrivo in un certo senso, giacché il paradosso è rappresentato dal fatto che si ha bisogno di un proprio stato distante, di una forma aliena alla propria reale natura, per sentirsi (o credersi) vivi.

Esistiamo, dunque, solo come alienati (lontani)? Attivata un’emorragia cronologica costante, fuggiamo da noi stessi anche con l’ausilio della tecnologia, senza avere una destinazione o un obiettivo reale. Il metodo cartesiano dell’ego cogito, ergo sum oggi diventa assolutamente fuggo, dunque sono. I processi comunicativi, grazie al social o ai messaggi (e all’omologazione in genere), sono sostituiti dagli slogan, l’essere in vita si riduce al manifestarsi sotto varie forme di tendenza, il silenzio e l’osservazione rappresentano uno stato considerato, nel migliore dei casi, di coma irreversibile. 

Mi giunge a conforto, un grido di aiuto di tanti anni fa.

 

Help!

 

Quando ero più giovane, molto più giovane di oggi


non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno

ma ora quei giorni sono finiti e non sono così sicuro di me.

Ora trovo che ho cambiato mentalità e aperto le porte

la mia vita è cambiata in così tanti modi

la mia indipendenza si è trasformata in confusione



 Gabbie: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

 © ENRICO MATTIOLI 2017

 


 

Il paese dei balocchi


1425676495xn066


Musica, yoga, meditazione, un libro che mi piaccia: ognuno avrebbe diritto alla bisboccia. Se una qualsiasi autorità favorisse tale condizione, la voterei a prescindere. Non m’interessano discorsi farciti di nuovi significati, la vita vola via troppo veloce.

La gioia di vivere, magari razionata, dovrebbe passarla la mutua e lo Stato, preoccuparsi di garantire allegrezza sufficiente, non usura da lavoro. È possibile produrre la felicità?

Strade piene di gruppi che suonano il blues e bande di jazz, festival e carnevali per i quartieri suburbani. Offrite il ben che dio ha concesso attraverso le illustri menti di Leonardo e Michelangelo, i paesaggi di Monet, Manet, Renoir, i colori dell’arancio Vincent, pur senza dimenticare le incursioni dell’anonimo di Bristol e tutte quelle cose lì. Lasciate che mi perda nei campi di fragole e svolazzare nei cieli di marmellata, scendere fin negli abissi dentro un giallo sottomarino, nel tempo di un’eterna primavera.

Che io veda solo versi e prosa sui manifesti, recite nelle piazze, sagre nei mercati, luoghi da dedicare a chi la scienza usò per buoni fini e a chi mise il proprio intelletto a disposizione degli altri. Di quel che era necessario un tempo scoprirne la futilità dell’oggi e come cambiando ottica le convinzioni si rovescino. Ognuno ha le sue cose da nascondere e non si può cancellare niente perché tutto rimane in qualche parte: che quella parte diventi sapienza.

Fate che io salvi un pensiero pulito per chi mi vuole male, affinché questi allenti la sua furia su di me. Che il tempo mio diventi compagno, le lancette si facciano carezze e non più accette. Ansie e tensioni si dissolvano, paure e angosce svaniscano e resti quello stato di benessere, la tranquillità che fa guardare il cielo senza pensare a nulla.

Dicono che la fine è come scendere da un autobus per salire su un altro. Facciamo che sia solo un’altra dimensione e date la letizia, la meraviglia, il respiro regolare che poi io mi ritirerò sugli alberi a guardare da altre prospettive, come il Rampante Barone di Calvino.

Sarà proprio come un eterno paese dei balocchi ma nessuno si sveglierà asino, ci saranno letture e la scuola sarà gioco.  


 

La città senza uscita: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

 © ENRICO MATTIOLI 2017


 

Le donne dimenticate


Io me le ricordo tutte o quasi, eppure. Le donne dimenticate.

Quella che aspettava senza, quella che aspettava un altro e poi arrivavo io, quella che non aspettava mai. Quella che sperava ma trovava me, quella cui qualcosa dovevo pure e invece. Quella che sarebbe potuto e non è stato.

Quelle quali sono stato solo un caso, quelle quali sono stato solo. Quelle quali non m’hanno mai notato e per cui, quindi, ho attardato; quelle quali sarebbe stato facilmente e per cui, quindi, non ho attardato niente.

Quelle quali che piangevano per lui ma sulla spalla mia, quelle quali nascondevo le mie carte. Quella quale disse ch’ero proprio un bravo maschio ma poi non era tanto vero, quella quale diceva che non ero affatto, quella quale quando c’era lei non c’ero io.

Quella quale non ero suo papà, quella quale io non ero come, quella quale non era mica mia. Quelle quali che ero troppo piccolo, quelle quali che sono troppo vecchio. Quelle quali oh, ma sono tua cugina, quelle quali che non sono tua sorella.

Quella quale che ti voglio ma però, quella quale che penserai dopo di me, quella quale come sei cambiato, quella che non ti riconosco più. Quella quale ma ti piacciono i capelli, quella quale che non mi guardi mai negli occhi, quella quale mai, non mi ascolti mai.

Quelle quali che ci penso quando piove e la testa prende un giro singolare, quelle quali non ne puoi parlare e che poi, per dirla tutta, è più meglio che non dici più.

Ti sorprende quel vagare, infastidice il non poterlo governare. Vanno e vengono i ricordi, come la notte segue il giorno e speri che anche il tuo, in fondo, busserà da qualche parte per dire soltanto: sono io, non mi dimenticare, che è stato quel che è stato pure se non è mai stato niente.

Hai un cuore da aggiustare, credi d’esser dominante e non sai nulla della vita, quasi sempre ti dimentichi, per uscire dal tuo guscio, sei passato dalla fica.   

 


Stelle di polvere: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

 © ENRICO MATTIOLI 2016





POLEMICHE


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolte le mie polemiche sterili e facete.

EM


Profili velenosi



10707068-Segnale-di-avvertimento-divertente-con-cautela-Il-boss-maligno--Archivio-Fotografico


Una palude si bonifica con l’unione di tutti, ma spesso la miseria intima porta a pensare solo a se stessi e la vita diventa una gara a chi si allontana dallo stagno.

Quello della felicità personale è un concetto che dovrebbe essere legato anche alla felicità altrui, ma quando questa non si raggiunge, qualcuno si accontenta che gli altri perdano la propria. Non intendo riferirmi alla felicità assoluta, il cui raggiungimento è complicato per chiunque, ma alla tranquillità quotidiana e alla serenità. 

Ci sono persone che cascano nella tua vita, s’infilano in una crepa che hai lasciato incustodita e bivaccano ossigenando i tuoi disagi. Un persistente malessere ti tiene legato a queste persone ma esse non sono in grado di risolvere i tuoi problemi, anzi, si limiteranno a manipolarti. Non si tratta di essere ingenui: costoro hanno analizzato la tua indole, si sono insinuati amorevolmente, ti hanno coinvolto in una partita che tu non sapevi di giocare.  

Sono professionisti dell’arte di arrangiarsi e vivono di dipendenze bilaterali. Impegnati di continuo a ridefinire un’identità, richiedono nuove conoscenze che non possano confutare i racconti sul loro passato. Storie di eroi (o eroine) e gente integerrima; persone obbligate dagli eventi a compiere scelte, millantano libertà decisionale; chi, costretto a fuggire, racconta di essere partito; e poi, viaggiatori di terra, di mare e di aria, qualcuno è stato perfino sulla luna. Ovviamente, tendono col tempo ad allontanarsi da relazioni amicali o sentimentali che possano discutere l’immagine che essi hanno di loro stessi.  

Com’è possibile che esistano davvero persone così abili? Ne esistono più di quanto si possa pensare, ma la loro non è abilità: è più facile distruggere che creare. Non sono stati in grado di realizzare un granché se non con l’imbroglio, e non accettano le passioni, gli ideali, l’autostima degli altri. Attraverso una pianificazione crudele, annientare diventerà il loro obiettivo.

L’ego è un bambino molto fragile, viziato, imbroglione, che va nutrito in ogni momento e con ogni mezzo. Da vocabolario scopriamo che lui, l’ego (o io), è una forma mentale organizzata a gestire i rapporti con la realtà esterna e interna. Nel momento in cui entra in contatto con la realtà o con l’altro, questi, l’ego, deve reagire, replicare, fare qualcosa e può farla solo per quanto e per com’è stato nutrito. A volte impazzisce e va in tilt, è talmente perverso da rifiutare aiuti e talmente bugiardo da negare addebiti. Ha bisogno di assistenza ma offre la sua consulenza e se ne va in giro pericolosamente per il mondo. Può essere chiunque, la tua migliore amica o tuo marito, il tuo datore di lavoro o un avvocato, un medico, un operaio o un sacerdote. Un capo di Stato. Maggiori saranno le sue responsabilità nella società, maggiore sarà il grado d’influenza sull’altro anche se la deontologia professionale può agire da argine: dove l’ego fa più danno è nella sfera personale.

Sono tutte cose della vita e occorre imparare a nuotare. Spesso ho trattato della percezione errata della comicità. Si vede sempre l’altro e mai se stessi. Cambiando il punto di ricezione, resteremmo attoniti, senza sorridere.



  © ENRICO MATTIOLI 2017




Anche i dentisti nel loro piccolo, cospirano


images


È nelle questioni legate ai profeti senza patria, quando chi ti conosce poco ti esalta e chi ti conosce, ti evita. È la donna illuminata che rivendica, ma nella quotidiana battaglia contro la suocera, si perde. È nel riscatto del maschio che è la fica e basta. È nei problemi che si risolvono a letto. È nel carnevale che si tenta di mascherare. È nel giro indefinito del cetriolo che torna sempre al profeta di cui sopra.

È nella frutta che costa più della carne. È nel partito della pagnotta e nella pagnotta del partito. È nelle questioni legate ai ladri che se rubassero le eccedenze compierebbero solo un’azione di pubblica utilità. È nelle