Tra scrivere e fare c'è di mezzo il libro


Io sono una casa editrice. Io sono una casa editrice. Io sono una casa editrice.

Il training impone questo convincimento. C’è differenza tra scrivere un libro e fare un libro, come riporta un arguto post di Susanna Casale in cui tratta del libro d’artista, un oggetto che deve comunicare con tutte le sue parti, cioè le forme, il materiale usato, il colore, l’impaginazione.

Dello stesso metro, a mio avviso, deve appropriarsi il self publisher, l’autore, insomma, che si pubblica i libri o usa un portale. È quanto ripetono gli addetti eppure non è così scontato perché spesso chi scrive pensa che una volta terminato, compito che prevede delle fasi multiple di lavoro, l’operazione sia conclusa e sarà il valore dell’opera a decretarne il percorso e i meriti.

Per uno scrittore (e scrivendo sposto il tiro dal buon articolo della Casale che trattava principalmente del libro d’artista), fare un libro e scrivere un libro sono due faccende che dovrebbero compensarsi.

Scrivere, in sostanza, è una fase del fare.

Il messaggio non dovrebbe prescindere dalla copertina, dalla quarta, dalle note di presentazione. L’iconografia della musica rock, per esempio, conserva aneddoti infiniti riguardo alla scelta delle copertine di album che sono entrati nella storia e che hanno preso una strada propria rispetto allo stesso album.

Uno scrittore indipendente può rivolgersi a professionisti del settore ma, in questo caso, a meno che non si vantino crediti in giro, c’è da sostenere una spesa e allora c’è da chiedersi perché si dribblino editori e ancor di più quelli a pagamento. Ovviamente si tratta di scelte, se l’impegno economico personale è insindacabile è anche vero, però, che c’è molta diffidenza intorno all’auto pubblicazione e l’esborso continuo non aiuta certo a eliminare la circospezione. Si avrà un buon prodotto (e non sempre) ma si è pagato. Non è così diverso dall'editoria a pagamento, no? 

La quarta di copertina e le note di presentazione richiedono una sintesi che non sia ridotta a slogan (magari, se volete, lo slogan mettetelo in copertina), occorre giusta misura e giuste parole. Il libro diventa quindi un blocco unico d’espressione e ogni aspetto è il prolungamento dell’altro.

Se è vero che ognuno deve occuparsi del proprio campo di pertinenza, in un panorama del genere il self publisher è una sorta di pentatleta che si muove su una pista più ampia e che gioco forza deve prendere dimestichezza con varie discipline. E se aumentano le discipline, cresce la possibilità di errori e passi falsi.   

In queste righe che non sono assolutamente un manuale di consigli ma, tutt’al più, degli appunti personali, non s’è affrontata in maniera approfondita la materia della scrittura nella quale potremmo comprendere, in sintesi, testo, riscrittura, revisione, editing, correzione bozze, e nemmeno marketing, promozione e passaparola.

Un autore indie o indipendente, deve tenere degli appunti basati sulla propria esperienza e farne buon uso.

Scrivere e fare un libro, mettersi in proprio, prevede tutto questo e anche quel che la calura degli ultimi giorni me ne ha fatta dimenticanza. Sapevatelo, quando scrivendo comincerete a sudare.


Uno scrittore assente. Ho scritto recentemente di scrittori senza lettori nè editori, prima ancora, di scrittori che avrebbero dovuto scrivere poco, meglio se niente. Ovviamente, parlavo a me stesso interrogandomi sul senso di scrivere e guardando all'ambiente intorno. 

Ora, a causa di motivi personali mi trovo costretto a diradare questa attività (aspetto che potrebbe essere positivo se non fosse, appunto, dovuto al gravare dei problemi), e sono praticamente latitante dai social, mezzo fondamentale (e forse unico) per un autore indipendente. Mi sento svuotato e senza nulla da dire (ennesimo aspetto positivo) perché quando non hai niente da dire, meglio non dire niente: e questo sarebbe sbagliato, se non altro per la legge del marketing e per la promozione di se stessi. Ripetere, ripetere, ripetere, è il trucco dell'evangelizzazione.  

Ho provato, proprio per questa mia assenza, a comporre e proporre dei brevi filmati delle mie pubblicazioni rivisitate. Mi sono anche divertito. 

Ho pensato, però, che poi un autore indie (leggi indipendente) nel momento in cui pubblica una cosa qualsiasi che non sia un libro o un e-book, diventa ridicolo. Si dice spesso che un self publisher (leggi indie o ancora autore indipendente) deve inventare nuove strade o sentieri singolari, ma però (che non si dovrebbe scrivere) quando lo fa cade nel ludibrio. 

Probabilmente continuerò a divertirmi. E continuerò, anche, a non pubblicare nuove storie (poi non dite che non vi voglio bene!), ma a riscrivere e migliorare le vecchie (aspetto consentito a chi si auto pubblica, c'è sempre una seconda opportunità), almeno non si avvelena il mercato con ulteriore materiale inquinante. Insomma, riciclare è il verbo.   

Seriamente: un autore deve essere sobrio, austero, oppure no? Sinceramente, boh! 

I mezzi sono pochi, la visibilità è scarsa, quando si scrive si tende a farlo sapere in giro (ma tu guarda!) e… beh, sì, si diventa anche ridicoli perché marketing e pubblicità sono altre cose, ognuno dovrebbe fare il proprio lavoro e un autore indipendente è un fottuto accentratore che insidia i mestieri di tutti.  

Ci si trova a rispondere o a leggere le medesime sentenze: si scrive per riscattarsi dall'anonimato, alla stregua delle veline, dei calciatori e categorie affini. O per venir fuori dal letame della propria esistenza. 


© ENRICO MATTIOLI 2015  

    

 

© Enrico Mattioli 2017