Televisione


La tv è un'arma e come tale ci vorrebbe un permesso speciale sia per chi la fa e anche per chi ne fruisce o almeno, che il secondo sia cosciente del fatto che nuoce gravemente. Detto questo non ce l'ho con chi lavora in televisione, non amo lo snobismo, il mio è solo un grido di pietà.  

La tv, una vecchia amica un po' puttana e un pò boiaccia, ci accompagna da bambini e perciò è qualcosa (per non scrivere "qualcuno") a cui (per non scrivere "al quale"), siamo abituati e che quindi, non ci fa timore. Per quelli come me, nati verso la metà degli anni '60, che conservano ricordi vaghi dello sbarco sulla luna o di "All you need is love" cantata dai Beatles in mondovisione, quel primo di gennaio dell'anno millenovecentosettantasette, resterà un trauma perché diventammo orfani di Carosello. Carosello, un congegno eccellentemente escogitato per insinuare voglie e capricci. Non mi nascondo: anche oggi vedo degli spot assolutamente divertenti, quel che è in discussione, ora come allora, è la funzione della pubblicità, l'anima del commercio, quel che fa girare i capitali e l'economia. Sì, vabbè, tutte parole lodevoli e le parole fan camminare i treni (appunto): la gente, in realtà, DEVE solo spendere. E spendere SOLO in una certa direzione. Ma questo è un pensiero personale.    

Col passare degli anni, mi affezionai a Supergulp. I fumetti in tv andavano in onda il martedì o il giovedì, a seconda delle serie succedutesi. Nel mio immaginario privato, quella era e resterà La Televisione. I fumetti per adulti. 

A quei tempi, però, Pasolini dava della tv una visione a dir poco nefasta.



Prima ancora, Luciano Bianciardi, nell'ultimo romanzo Aprire il fuoco (successivamente, postumo, titolato Le cinque giornate) propagandava il blocco del segnale televisivo. Anticonformista, studioso del mezzo - in quel momento snobbato dai più - restò isolato. Entrambi, Luciano e Pier Paolo, avevano la vista lunga. Eppure, parlavano e attaccavano una televisione assolutamente creativa rispetto a nostri giorni. Il filmato sottostante che ritrae Luciano a Milano, è assolutamente delizioso. Le teche Rai custodiscono questo piccolo, immenso, patrimonio. 



Quel che mi chiedo, è: manca la televisione di qualità o semplicemente manca una critica e una discussione profonda?

Oggi ancora mi meraviglio e mi irrito, quando mi capita di sentire l'eco di trasmissioni in cui vengono invitati personaggi che vanno a informare (non si sa chi, il pubblico?), dei propri recenti legami sentimentali con particolari sulla storia dei propri tautaggi e la conduttrice che strappa la promessa di aggiornamenti. Fare paragoni con situazioni eccezionali quali Supergulp mi pare ingeneroso, lo ammetto, ma quando mi si dice che il pubblico in fondo vuole questo, mi tornano alla mente momenti di televisione decisamente speciali, perlopiù esempi scontati, vabbè, i raid televisivi di Arbore, tanto per citarne uno che non ha sfruttato la scia di un successo e s'è dileguato. La guerra dell'audience è una guerra a pieno titolo e ogni guerra produce vittime e distruzione. Banale individuare chi siano le prime e le seconde. 

Tutto sommato, non condivido troppo nemmeno il concetto per cui la qualità sarebbe auspicabile almeno nella televisione pubblica perché si paga il canone: sarebbe come ammettere che chi opera nelle tv private può permettersi del lavoro scadente

Ora, c'è gente che resta fuori dai giri eppure avrebbe tante cose da dire. La maggioranza dei format e dei contenitori sono uguali e fanno da termometri nella battaglia degli ascolti tra una rete e l'altra. 

Pur amando poco il genere, arrivati a questo punto, per paradosso, auspico palinsesti pieni di fiction, cosa che permetterebbe, se non altro, ai troppi artisti che restano ai margini (per i motivi che vanno dalla politica ai compremessi di ogni tipo, fino a giungere alla discriminazione vera e propria), di… LAVORARE e, soprattutto, ai troppi personaggi in cerca di auditori, di provare una nuova occupazione o almeno di prepararsi.

Altra questione sono i salotti (di collocamento?) appartenenti a una parte politica facilmente identificabile, da dove si sparano perle sul vivere in giustezza e satira chic, ma che dalla base sembrano esser sempre stati distanti e questa (la base) pare rappresentare puro e banale folklore popolano. 

Sarà che il sottoscritto ai salotti ha sempre preferito le cucine, non solo in senso metaforico, e riguardo ai quartieri popolari, dove è nato e vive, ne distingue gli odori dalle puzze. Sono posti in cui chi bazzica i salotti non potrebbe campare, tutt'alpiù son quartieri che vanno bene per andare a mangiare e farsi vedere ogni tanto, giusto per confermare l'immagine rivendicata davanti allo schermo. 

E' qui che la gente si spertica in discorsi più profondi e più assurdi, più cattivi e più dolci e più infami. Ho sentito parlare della mafia giudia, della mafia rossa e nera e arcobaleno; della mafia gay. 

Son posti dove chi riesce a sbancarla, spesso se ne va, luoghi in cui non esistono filtri e i concetti, i discorsi delle persone vanno presi così come sono. Nel bene e nel male. Tutta roba che, passata in televisione, si svilisce da sola. 

 

  © ENRICO MATTIOLI 2013   




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