Romanzo capitale: Karl Marx tra consumismo e meditazione.



In Avvisiamo la gentile clientela, scrivo che il compagno Terapia, passando al setaccio l’analisi della società capitalista operata da Marx, ripete il concetto per cui i rapporti tra le persone sono mediati attraverso le merci, quindi non autentici.

Ad ascoltarlo c’è l’imperturbabile e inebetito cassiere Vacca, per il quale, col termine Marx, si definisce soltanto il tipico cioccolato con lo strato di caramella mou, e che della differenza tra valore e prezzo di una merce, se ne frega altamente. Io anche, non dovendo scrivere un trattato di economia, nel seguente post mi limiterò al fatto che i rapporti tra le persone non sono autentici.

Chi ha dedicato la sua vita - o parte di essa - al lavoro, raggiungendo gli obiettivi prefissati, con quegli sforzi ha marcato il proprio territorio. La posizione raggiunta, nella società com’è concepita, regola anche i rapporti sociali. Il buonsenso, unito al cervello fino, suggerisce di rapportarsi sempre con i migliori perché questi aiuteranno a migliorarsi ulteriormente. L’idea del tizio che parte dal paese in cerca di fortuna e, una volta trovatala, torna nel luogo natio per esibirla, non è solo uno stereotipo.    

Però, molte persone, sia chi vive di stipendio e sia chi potrebbe vivere di rendita, hanno avvertito un bisogno di andare oltre. Parafrasando il brano di Roberto Vecchioni, Stranamore, mi coglie il simbolismo del tale che conquistò nazione dopo nazione, e quando fu davanti al mare si sentì un coglione, perché più in là non si poteva conquistare niente.  

Chi mi segue, sa della mia passione per i Beatles che, all’apice del successo, anzi, per usare le incaute parole di Lennon, quando erano più famosi di Gesù Cristo, sono dovuti andare in India a Rishikesh per seguire un percorso di meditazione trascendentale.    

Quando la logica della società in cui vivi prende il sopravvento, nasce la necessità di salvarsi e per dissolvere le tensioni, le ansie e le angosce, partiamo per un week end, andiamo in palestra, curiamo un passatempo. Riusciamo perfino a rilassarci. Poi, tutti gli attimi passano e tornando alle nostre cose, le tensioni che sembravano sopite, riaffiorano.  

Noi tutti siamo delle frequenze sintonizzate male, le nostre corde necessitano stimoli. È ciò che succede, per esempio, con la musica. La sua funzione sociale ha raggiunto livelli impensabili agli albori della società moderna. Il divismo, la comunicazione, i messaggi, l’immagine, la rappresentazione di un modello in cui ognuno può riconoscersi, sostituiscono, soprattutto per il pubblico giovanile, una figura educativa latitante. I musicisti, i personaggi dello spettacolo in genere, come anche gli sportivi, assumono un ruolo che se non è spirituale, quantomeno rappresenta un traguardo da perseguire o un prototipo da ricalcare.

A volte questi archetipi non hanno lo spessore per calarsi nella parte che, loro malgrado, è assegnata. Altre volte, se non sono un pericolo, la società stessa, attraverso gli organi di stampa e d’informazione, li impone quali modelli di massa. Addirittura succede, quando la fama arriva a livelli molto alti, li cerca e se ne serve la politica.            

Quando un brano musicale cattura la tua attenzione, isolandoti da quello che stai facendo, non capisci bene il meccanismo e forse non ti importa, ma ti connette con qualcuno che dovresti essere tu, o almeno, ti avvicina. O forse non è nulla di tutto questo, semplicemente, scuote i tuoi sentimenti. 

Qualcosa di simile accade con la meditazione e con il training. Percepisci due sensazioni contrapposte: allontanarsi e avvicinarsi. In realtà, ti allontani da quel che già ti teneva distante da te stesso per avvicinarti a te stesso. Si tratta di quel termine logoro e abusato chiamato alienazione e col quale filosofi e sociologi si sono già sbattuti. È un aspetto che si ripercuote sul tuo modo di fare e di vivere, sul tuo modo di parlare: è il conformismo del tutt’a posto?

Lo chiamo conformismo del tutt’a posto?, in realtà è l’adesione dialettica a un comune modo di parlare sintetico e allo stesso tempo, polivalente. I nostri dialoghi abituali sono composti da tutt’a posto? sì tutt’a posto; ohi, ehi; e vai, e andiamo; grande, mitico, il nuovo arrivato ciaone, ma anche no, e tutto il possibile traslabile dall’inglese. Intendiamoci, non è grave: sembra originale, forse dissacrante, in realtà è conforme.

È solo il nostro corpo che ha il sopravvento sulla nostra mente. È lui che prende le decisioni e non lei. Leggevo recentemente un libro sulla meditazione che trattava proprio questo aspetto e ho riflettuto su un fatto che mi accade tutti i giorni.

Nel mio luogo di lavoro, devo passare attraverso una porta che richiede un codice. Non sono in grado di ricordarlo a memoria. Spesso, noi colleghi, lo dimentichiamo e ognuno lo chiede all’altro. Nessuno rammenta il codice eppure, ogni giorno, per tante volte il giorno, passiamo da quella porta. Al momento in cui dobbiamo digitare le cifre, le dita scorrono sulla tastiera come se la mente fosse spenta: abbiamo memorizzato il movimento delle dita, non i numeri. È una cosa che mi succede anche con la tastiera del computer. Nel passare degli anni, la mia vista non è più quella da ventenne. A volte dimentico gli occhiali e continuo a digitare. Oddio, scritta così non è un grande aiuto per i miei libri, ma… mi sono spiegato, no?

Nei miei libri ho vomitato tutto l’inaccettabile, fino a svuotarmi. I personaggi delle mie storie, da Nick La Puzza ne La rivoluzione che non c’è, passando per Leopoldo Canapone ne La città senza uscita fino al precario Renato Calloni ne Il Bamboccione, tutti loro (e gli altri che non cito per non divagare), sono in contrasto con l’ambiente intorno, reagiscono in modo diverso, ma sono alla ricerca di se stessi. Alcuni soccombono, altri raccontano soltanto le proprie vicende, sperando nella solidarietà del lettore; altri ancora troveranno una dimensione, non senza patire una battaglia o dei rischi.     

L’incontro più importante della vita è quello con se stessi. Tutto è possibile, entrando dentro se stessi, tutto è giusto. Eppure, molte persone con cui ho parlato, mi hanno risposto: nooo, lascerò mio marito? Fuggirò da casa? Abbandonerò tutto quello che faccio? Chiuderò l’azienda di famiglia? Sono dubbi e paure legittime, ma riguardano le abitudini, non se stessi.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Per Karl Marx il lavoro sarebbe l’unica manifestazione della libertà umana, tuttavia, per il filosofo tedesco, nella società capitalista, l’uomo è espropriato del proprio valore come essere umano perché, del prodotto del proprio lavoro, ne gode solo una minima parte. È il capitalista, il suo datore di lavoro, che tiene le redini della sua esistenza.  

Oggi, ogni persona che lavora come dipendente e fa quel lavoro per campare e non perché gli piace, percepisce questa sensazione. Capita anche a chi fa un lavoro che ama.

Gli attori, per esempio, lo sanno. Capiscono come ci si sente perché sono preparati a entrare e uscire. Se un’attrice deve recitare la parte di una cameriera, magari va a fare la cameriera perché deve capire come pensa, come si sente, come fatica una persona che serve ai tavoli.

Non lo fa mai il politico. Non può farlo, non può capire come si vive un aumento di qualsiasi genere, da un bollo auto a un ticket sanitario, perché a lui sembrerà sempre sostenibile dato che viaggia per altre traiettorie economiche.

Non può capire cosa significhi frequentare la Asl di zona o prenotare una prestazione e attendere, perché lui non si ammala e quando si ammala, ha pronte altre soluzioni.

Chi decide le sorti dell’essere umano, non capisce una ceppa della vita di quell’essere umano. Non sa cos’è uno sciopero, come si vive un blocco del traffico, non sa cosa sono i mezzi pubblici. Non può capire una protesta, non può sapere che vuol dire alzarsi alle quattro di mattina o perdere il lavoro o non averlo.

Mai come in questo periodo storico, a livello internazionale, si propongono personaggi che hanno superato ostacoli ardui o hanno compiuto imprese memorabili. Nessuna meraviglia, il mito del superuomo è più vivo che mai. Mai come in questo periodo storico, l’essere umano, può e deve essere anche bello, curato, in forma.

Questi modelli perpetuati non tengono conto perché non possono saperlo, di quelle persone che devono fare i conti. Anzi, questi modelli pensano che un tale concetto sia soltanto bassa retorica perché pensano che la soglia di povertà sia una colpa sociale che la sorte destina a quella parte che ha demeritato.

Ora se c’è qualcuno che in questa società pensa che chiunque abbia meriti in qualsiasi campo, deve avere i giusti riconoscimenti, questo è ineccepibile. Se qualcuno crede che in questa società, i criteri di selezione siano operati soltanto dalla meritocrazia, questo è opinabile. Ma se qualcuno è convinto che nascere in Occidente, in Medio Oriente o in America Latina, nascere eterosessuale, omosessuale o uomo lupo, sia un merito (o un demerito) acquisito, questo è illogico.   

È difficile vivere in una società dove si predicano dottrine e si propugnano discipline che servono solo per controllare le masse e non per liberare l’individuo dalle proprie catene o dalle invisibili gabbie.

Una birra fredda non basta più. Aspetti la sera, magari il tramonto, provi a chiudere gli occhi, a riflettere su tutto ciò che scorre dentro e fuori di te. Il respiro diventa regolare, la mente si rilassa, il corpo segue. Rifletti sulla tua esistenza, sul tuo stile di vita, sulle tue reazioni. Tutto è più limpido.

C’è quel posto, quel punto in cui il tempo non c’è e tu sei ancora tu, lasci che quell’assurdo mondo esterno governato dagli altri continui a scorrere e ti congiungi con la tua coscienza universale dove nessuno può entrare senza chiedere permesso.


  

© ENRICO MATTIOLI 2016      



© Enrico Mattioli 2017