APPROFONDIMENTI


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti approfondimenti su libri e tematiche varie.

EM



Liverpool, prossima fermata



Storiediqualunquistianonimi_148x210_cover - Versione 2



di Emilio Santini

 

Emilio Santini, detto anche Santillana, è il narratore di Storie di qualunquisti anonimi. Nel precedente post ho inaugurato delle appendici, la possibilità, cioè, che questi miei personaggi raccontino ancora un’altra storia.

Santillana è un insegnante di chitarra e offre lezioni su come affrontare il palco. Emilio è anche e soprattutto un fan dei Beatles, ricorda con nostalgia un viaggio a Liverpool con Ursula, sua vecchia fiamma. La morte di John Lennon e il ricordo di Ursula sono tormenti da cui non riesce a liberarsi. Prende la vita di Pete Best come metafora universale che accomuna la vita di ognuno. È il fato, camuffato in una figura qualunque, che può decidere a chi sì e a chi no.

 

###

 

Un romanzo infinito, una vicenda che ha segnato la vita di milioni di appassionati, una storia di quelle già scritte, in cui il destino, più che in altre circostanze, sembra avere autonomia assoluta e l’uomo non può sottrarsi a quel volere.

Una città di poche prospettive. La guerra. L’infanzia e l’adolescenza complicate. Dei ragazzini che s’incontrano in modo fortuito. Percorsi accidentali e inevitabili. E i sogni di rock and roll. Non sono rose e fiori, però. Dal treno si sale e si scende. Stu Sutcliffe, il primo bassista, muore un anno prima del grande successo, dopo aver abbandonato il gruppo per seguire la sua vera passione: la pittura; e poi Pete Best, il penultimo batterista, costretto a lasciare alla vigilia dell’esordio, in favore di Richard Starkey, alias Ringo Starr. È la favola dei Beatles, la vicenda del gruppo che ha segnato la musica popolare.    

Il destino si era già palesato in modo ineluttabile con l’avvento del manager Brian Epstein, proprietario di un negozio di dischi ed elettrodomestici. 

Un fan chiede il disco di un gruppo sconosciuto. Quel pezzo è stato registrato in Germania, ad Amburgo, e s’intitola My Bonnie. In realtà il gruppo, che nel disco si chiama Beat Brothers, fa da spalla al cantante Tony Sheridan. Il commesso non ha mai sentito parlare del complesso. Il cliente risponde che è davvero strano, perché quel gruppo che in realtà si chiama Beatles, suona a pochi metri dal negozio, precisamente al Cavern Club, in Mathew Street.

Epstein, dinamico commerciante, sempre attento ai bisogni della clientela, decide di recarsi di persona nel locale per parlare direttamente con loro. È l’ottobre 1961. Due mesi più tardi, gennaio ’62, i ragazzi firmano il contratto che li lega a Brian Epstein. Epstein, dopo tanto girovagare per le case discografiche londinesi, trova loro il primo contratto con la EMI, tramite George Martin, colui che sarà lo storico produttore dei Fab Four. Brian plagia la loro immagine, George sviluppa il loro stile grezzo. È Martin a consigliare di sostituire Pete Best: - Se decidiamo di fare un disco – dice a Brian – questa batteria non è quello che io voglio

Prima di tutto, però, in un caldo pomeriggio - 6 luglio del ’57 - uno studentello mancino si fa convincere dall’amico Ivan Vaughan ad accompagnarlo alla festa annuale della parrocchia di St. Peter. Dopo l’esibizione di un gruppo di Skiffle, i Quarrymen, Ivan presenta il suo amico al capo del complesso. Le presentazioni sono formali e non lasciano presagire granché: - Hi John, this is Paul.

Qualche mese dopo l’ingresso di Paul nei Quarryman, questi presentò a John un ragazzino che era solito incontrare sull’autobus per andare a scuola, il cui padre stesso era un autista di bus: anche il provino per ammettere George nel gruppo, si tenne su un autobus. Fin qui, in sintesi, la cronaca del loro trovarsi che culminò – come detto – nel ’62 con l’ingresso di Ringo.

 

Ha senso scrivere oggi sui favolosi quattro? Cos’altro si può aggiungere che già non sia di pubblico dominio? Nulla o poco, questo è sicuro.

A parte la mia passione personale, i Beatles sono stati uno dei fenomeni culturali e musicali che ha segnato il secolo. Possono piacere oppure no, ma ricordatevi che i vostri gruppi preferiti ascoltavano i Fab Four.

La Grande Guerra iniziò nel ’39 con l’invasione della Polonia da parte delle forze tedesche e terminò in Europa nel maggio del ’45 e in Asia nel settembre dello stesso anno, dopo i bombardamenti atomici.

Seguirono ricostruzioni e nuovi equilibri internazionali, la guerra fredda tra USA e URSS che condizionò e indirizzò i nuovi atteggiamenti. Questo era il teatro prima dell’avvento dei quattro di Liverpool.

I Beatles affinarono il loro stile ad Amburgo. La prima volta che si recarono nella città tedesca fu nell'agosto del '60. Furono espulsi tre mesi dopo e tornarono nell'aprile del '61 dopo aver risolto i problemi relativi all'espulsione. In quell'anno, mentre i ragazzi ci davano dentro ad Amburgo, a Berlino, il 13 agosto, il governo della Germania Est faceva erigere il Muro che divise la città per ventotto anni. Era il simbolo della guerra fredda tra Russia e Stati Uniti.  

Tra la fine del conflitto bellico – 1945 - e il primo disco dei Beatles – Love me do, 5 ottobre 1962 – passarono diciassette anni. Nello stesso giorno di ottobre uscì nelle sale cinematografiche il primo film della serie 007. Dieci giorni più tardi, fu il momento della crisi dei missili a Cuba che portò il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. L’episodio fu la conseguenza del tentativo di invadere l'isola caraibica l’anno precedente, da parte di esuli e mercenari addestrati dalla CIA, fatto passato alla storia come La baia dei porci.

Tra l’assassinio del presidente Kennedy - novembre ’63 - e il primo tour americano dei Beatles - febbraio ’64 - passarono appena tre mesi. Gli USA che i quattro di Liverpool trovarono, erano un paese in stato di confusione. Molti sostengono come il loro primo singolo in cime alle classifiche americane, I want to hold your hand (voglio tenerti per mano), diventò, nell’immaginario collettivo, un messaggio di comunione verso una popolazione ancora scossa dalla morte di John Fitzgerald Kennedy. 

I want to hold your hand segna l'inizio della beatlesmania negli Stati Uniti e la definitiva consacrazione del gruppo. 

L’epopea dei ragazzi inglesi s’inserisce in questo panorama internazionale.     

Le dinamiche, nella storia dei Beatles, hanno una forma casuale e inevitabile, tanto nella carriera quanto nei rapporti personali, che sfugge alla logica. Alcuni eventi s’incastrano strategicamente come un incantesimo. Troppi i se, per poterli affrontare con razionalità.    

Quando John è mancato, dieci anni dopo la fine del gruppo, era quarantenne. Alcune cronache confermano che Lennon, dopo gli album Double Fantasy (quello del suo ritorno) e la preparazione di Milk and Honey (che uscì postumo alla sua morte), fosse intenzionato a sentire gli altri per chiedere loro che cosa volessero fare della propria vita. Le sue ultime affermazioni nei confronti di Paul, del resto, furono molto dolci. John credeva di avere molto tempo ancora, nessuno poteva prevedere quel che il destino aveva in serbo.     

Da soli i quattro non potevano certo porre fine a esistenze vissute sul filo di una straordinarietà che ha dato loro tutto e tolto molto: occorreva solo un destino imprevedibile. A tale proposito, paradossalmente, Pete Best, colui il quale la fatalità ha voluto escludere dal successo planetario spegnendo sul nascere la sua luce nel firmamento delle stars, rappresenta un’amara metafora di vita: il treno perso, la caduta, le cose che dovevano andare così e di cui nessuno poteva prevedere gli sviluppi. Perché di John, Paul, George e Ringo ne sono esistiti solo quattro, ma tutti noi, nelle nostre personali dimensioni, siamo Pete Best.  


“Quando un ronzio viene a prenderti e ti porta via “

When we was fab - George Harrison -



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 



Quel piccolo teatro stabile


Stelledipolvere_148x210_cover - Versione 2


di Riccardo Nola


Riccardo Nola è il protagonista del libro Stelle di polvere - un’incursione nel sottobosco dell’arte e dello spettacolo.

Mi piace dedicare ai miei personaggi un’appendice, per non lasciarli assopire tra le pagine di un testo. Sono delle dilatazioni, raccontano storie brevi che dal libro continuano e vanno a perdersi nel web. È un pò la speranza che qualcuno si chieda: com’è andata a finire? 

###


C’è un’aria frizzantina in questa mattinata di metà settembre. Sono ancora in ferie e mi piace andare a perdermi mentre gli altri lavorano. Me la godo, passo al bar del Teatro Mercato per il consueto maritozzo alla panna. Tutti parlano della stagione calcistica appena iniziata.

 

- Hai visto 'a Juve che sveja ha preso cor Barcellona?

- Lalla lalalala lalla, evviva 'a Spagna…

- Che c’entra 'sto stornello, adesso?

- Perché?

- Quelli der Barcellona so' catalesi, che je frega della Spagna?

- Ma perché i catalesi nun so' spagnoli?

- Sì, vabbè… boh? Ma che ne so io, c’ho già tante fresche pe' conto mio…

- E tu, marchesino, che ne pensi?

- E che ne penso? Qui di catalano c’è solo la crema…

 

Il marchesino è il gestore del bar. Pensa solo a essere imparziale per non urtare i tifosi. Qui, al Teatro Mercato, la rivalità tra laziali e romanisti sfida l’alta tensione. Gli insulti non sono riferibili perché coinvolgono avi, generazioni, in una disputa perpetua riguardante i natali e l’autenticità, ed è meglio che rimangano circoscritti nell’ambito di un campanilismo verace, assoluto, inviolabile: in altre parole, sacro.

Il marchesino, dicono che tifi per il Firenze, così chiamano la Fiorentina da queste parti, perché Firenze è più corto. È lo stesso principio del troncare i verbi, lubrificare la fonetica di qualche termine e togliere la doppia erre: non affaticarsi, è già tanto dura la vita. E perciò, come insegna Sordi - un santo, qui - giocà, magnà, annamo, famo, tera e guera. Eppure, c’è qualche eccezione: zozzo diventa zozzone, i morti sono mortacci, e spesso prima del ciao, si fa scivolare la esse: sciao è più facile. 

L’umorismo è greve o forse dozzinale, ma solo perché va consumato a caldo, altrimenti perde la fragranza.   

Esco dal bar e vado a immergermi tra le urla dei commercianti e i colori delle merci, tra il profumo del mare e quello della campagna. Cammino gustando gli ultimi mozzichi (un’altra eccezione) del maritozzo.

 

- Ah bello mio, ma quanno torni? Li mortacci…

- Presto. Oh: sono soltanto due giorni che sto in ferie.

- Ah… pensa che io manco ce so' ito…

- Come ce l’hai le cozze, stamattina?

- Avvelenate, pe' li laziali come te…

- Allora te le magni tu, a fracicone…

- Te mando a fa 'a lavanda gastrica…

- Eh sì, ma tanto l’erba cattiva non more mai…

- E te la sei pure fumata l’erba cattiva… ah ah ah, vie' qua, ciuccia 'sta cozza, l’ho pulite e sbollentate adesso, ahò, mettece 'n pò de limone.

- Ammazza quanto so' bone…

- Te credo che so' bone, so' cozze der Tireno, ahò, mare nostrus... 

- Si dice mare nostrum, ma tu sei ’n pò nostronz…

- Ah, ah, ah, embè, vabbè, nostrum, vostrum, è la stessa cosa. Ma senti che cozza, ahò: andiamo donna co' 'a cozza der Tireno, andiamo andiamo, mare nostrum!


Lui pare Mario Brega, il mito dei mercati rionali, peccato che io non assomigli a Verdone. E poi, vuoi mettere l’oliva greca con la cozza del mar Tirreno?  

### 


- Oh, a culo de piombo, và in mezzo a li banchi tua che stai fori zona qua… ah ah ah, damme ‘n bacio a zozzone!

- Adesso ci vado, passo a salutare tutti.

- Ma che hai fatto ar naso? Che c’hai la spuma?

- È la panna del maritozzo… mi puoi scegliere un melone bono?

- Quanno te lo devi da magnà?

- Oggi.

- Ce penso io, nun te preoccupà…

- Vabbè, allora passo dopo…

- Ahò, sbrigate a tornà, che famo altre sceneggiate…

 

Le sceneggiate sarebbero delle settimane a tema, cioè delle pillole estratte da qualche opera teatrale adattata al luogo. Sono semplici trovate per attirare e divertire la clientela. Il teatro mi manca, in questo modo, mi manca di meno. E mi diverto, come quando abbiamo riadattato il Giulio Cesare di Shakespeare, che qui è diventato, amichevolmente, er Cespire.

 

Perché Brutto è omo d’onore, puro se è brutto – ammazza quant’è brutto…

 

L’ha interpretato così, Mariuccio Navarro, il macellaio, indicando Er Caciara, il pizzicarolo. Fingono di non sopportarsi, ma hanno bisogno l’uno dell’altro. Sono esilaranti, dovrebbero fare cabaret. 

Er Caciara è uno stonatore professionista. Sta cantando la sua ultima composizione: in una notte d’estate. Ha scritto solo il ritornello, perciò, è mezz’ora che urla a squarciagola quell’unico verso. In una notte d’estateeee. Il suo banco è vuoto di clienti. Chissà perché? Può andare avanti per tutta la mattina. Lo saluto da lontano.


- Ciao Caciara.

- Ahò, ’n do vai?

- Vado da Mariuccio.

- Eh capirai, bono quello…

- Ce beccamo…

- Sciao… In una notte d’estateeeee… mi ricordo di meee… quando l’aria è… quando l’aria è… quando l’aria è Roberta… (?!)


Una creatività fertile. Continuo il giro. Avvicinandomi al banco, odo una canzonaccia intonata da Mariuccio. È la sua nuova hit del momento. Qui tutti cantano. 

 

L’estate sta morendo,

non sono fatti tuoi,

andiamo tutti al mare,

e poi, e poi, e poi…

 

- Splendido brano, Mariuccio. Bravo.

- Ahò, chi nun more s’arivede…

- Ottima cover dei Righeira.

- Ottima che? Ma che me stai a cojonà?

- No, davvero, è quell’e poi, e poi, e poi, che lascia presagire che qualcosa stia per accadere…

- Ma vattela a pijà in der bucio… ah ah ah, che ti possino: che te serve?

- Volevo fa 'i straccetti co' 'a rughetta…

- Te preparo du' stracceti che se sciolgheno sur palato. ‘A rughetta valla a pijà ar banco der burino, però, che è mejo…

- Vabbè, allora ripasso da lui, tanto devo pijà pure er melone…

- Sciao...

 

Lascio Mariuccio al lavoro, i versi dei Righeira risuonano d'intorno: L’estate sta accadendo, paraponzi ponzi po…

 

Finito il giro, saluto ancora tutti. Mi sembra di essere in quel filmato di Stanlio e Ollio, Tempo di picnic, quando dovevano partire in macchina, ma erano bloccati da guasti e imprevisti di ogni tipo. Alla fine, pur impiegando un’eternità per salutare tutti i vicini, riuscivano ad avviare il motore e dopo pochi metri, sparivano dentro una buca coperta di acqua.

Esco, di buche non ce ne sono. Cammino guardando il cielo suburbano che s’è annuvolato, perciò, meglio sbrigarsi, non si sa mai. A parte questo, tutto bene su Via Appia. Arrivedorci!


 

© ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

 



John Lennon's dossier: 8 dicembre 1980


images


8 dicembre 1980 - Notte -

L'Inghilterra, avanti di cinque ore per il fuso orario, non sapeva ancora nulla. Soltanto le sonnecchianti guardie dei servizi di sicurezza e i viaggiatori molto mattinieri sentirono alla radio, grazie al Servizio Oltremare della BBC, un annuncio che nemmeno la voce rapida e convenzionale del commentatore del notiziario riusciva a rendere credibile.

Quando l'Inghilterra si rese conto dell'accaduto, la violenta emozione che ne scaturì aveva un che di soprannaturale, come se il tempo fosse improvvisamente sfuggito da sotto i piedi. 

Il 9 dicembre zia Mimi si svegliò, accese la radio e sentì parlare di John nella rubrica Today. La donna non rimase sconvolta nè sorpresa. Pensò ciò che pensava sempre quando John andava alla Quarry  Bank e a casa arrivavano le telefonate della direzione della scuola. Era lo stesso pensiero preoccupato e mezzo sorridente che aveva avuto tante volte nel corso degli anni: Mio Dio, che cosa avrà fatto questa volta?

Tratto da Shout di Philip Norman

 

Prendo spunto dall’articolo apparso su Il Messaggero a fine agosto di quest’anno, riguardo alla libertà condizionata negata (per la nona volta) a Mark David Chapman, l’uomo che l’8 dicembre del 1980 con un colpo di pistola, mise fine alla vita di John Lennon.

Chapman è un uomo vittima dei propri deliri. La lettura del Giovane Holden, il romanzo di Salinger, (una sua ammissione) l’ha convinto a mettere in pratica il suo intento omicida: la preghiera a Dio che ne evitasse l’azione e al tempo stesso l’intimazione satanica di concluderla. Ora, se Mark David Chapman sia disturbato ancora oggi, possono verificarlo i medici ma la sua richiesta di libertà è opportunamente negabile da qualsiasi giudice, per ovvi motivi. Bisogna ricordare che la musica dei Beatles è stata fonte di altri gesti inconsulti, come il tale che accoltellò George Harrison perché sentiva dei messaggi nella musica dei quattro. E messaggi ve n'erano o più chiaramente, se ne trovavano.

Ironia della sorte, per comparare un brano al suo triste epilogo, proprio John era l’autore di Happiness is a warm gun (la felicità è una pistola calda) presente nell’Album Bianco. L’uso di acidi e sostanze psicotiche in quegli anni era smodato e gli effetti che possono avere su menti sconvolte dall’adorazione o dall’odio (due facce della stessa medaglia), sono indefinibili. Inoltre, che l’opera dei Fab Four abbia avuto un ascendente su aspetti sinistri della mente è sconosciuto a molti, a causa dell'immagine da bravi ragazzi. Perfino i terroristi che decapitarono il giornalista americano James Foley nel 2012, si facevano chiamare come il gruppo di Liverpool.

Nell’agosto del ’69, Charles Manson fu il regista della strage a Cielo Drive, ricco quartiere di Los Angeles, dove un gruppo da lui capeggiato fece irruzione nella villa abitata in quel periodo da Roman Polanski (il quale quella notte non era presente), uccidendo cinque persone tra cui proprio la moglie di Polanski, Sharon Tate, incinta di otto mesi. Sullo specchio del bagno qualcuno del commando scrisse Helter Shelter e Piggies, due brani dei Beatles, che Manson interpretò come messaggi sulla fine del mondo e l’arrivo del caos.

Lennon fu un uomo di pace che morì di morte violenta. Chapman, il suo assassino, non gli perdonava il tradimento verso il proletariato e la classe lavoratrice di cui John aveva cantato (Working class hero), perché la sua vita (gli ultimi anni), in realtà, era quella di un tranquillo borghese dedito alla famiglia, ai figli e anche al suo lavoro, come un qualsiasi essere umano. È improbabile che una persona disturbata distingua l’autore dalle sue opere e dalla vita che conduce.

La richiesta negata a Chapman dalla commissione giudicante dello stato di New York, che ha motivato la decisione affermando il pericolo fondato che se l'uomo tornasse in libertà, ci sarebbero fondate probabilità che violi la legge, è basata su un referto medico. Quale giudice può ribaltare una relazione clinica? Soprattutto, quale giudice se ne accollerebbe l’onere?    

Timide - e sterili - le polemiche sull’inflessibilità della giustizia a stelle e strisce: la stonatura non è il fatto se gli USA abbiano un sistema giudiziario più rigido di altri, quanto che sotto il profilo della sicurezza nazionale non riescano ancora a far fronte al rilascio del porto d'armi e all’uso indiscriminato delle stesse, nonostante gli innumerevoli fatti di cronaca che hanno insanguinato le strade delle città americane nel corso degli anni.

Riguardo alla vicenda Lennon, che Chapman avesse dato prova di squilibri prima della tragedia era già risultato evidente, ma in questi casi possono intervenire solo i familiari o chi gli vive accanto. Più volte, aveva manifestato alla moglie (Gloria Hiroko Abe, guarda caso giapponese come Yoko), la sua intenzione di offendere materialmente e in un’altra occasione s’era recato a New York senza riuscire nel suo intento: ma aveva sempre la pistola con sé. Nel corso di alcune interviste che gli fu concesso di rilasciare dal carcere, raccontò all’interlocutore di certi ometti nella mente che rappresentavano il suo popolo. Spiegò di non aver mai accettato alcune dichiarazioni e brani di Lennon, in cui John affermava di non credere in tante cose, tra cui i Beatles e Gesù. Beatles e Gesù, un tema ricorrente: nel '66 la dichiarazione impudente di Lennon a una giornalista inglese sul fatto che i Beatles, all'epoca, fossero più grandi di Gesù Cristo e i paragoni tra il rock and roll e il Cristianesimo, ebbero sull'America un effetto devastante; membri del Ku Klux Klan protestarono ferocemente, quell'intervista mise in pericolo l'incolumità dei quattro nel corso della tournée che poi divenne l'ultima della loro carriera. 

E poi, aggiungeva Chapman, il brano più conosciuto di Lennon, Immagine, era inaccettabile perché John immaginava che non esistesse più la proprietà privata (in realtà, il significato era quello di non essere più dipendenti dal possesso), frasi che in bocca a un multimiliardario apparivano come una profonda ipocrisia. In quei casi, sosteneva Chapman, la sua mente diventava preda della rabbia cieca. Nei giorni precedenti alla tragedia, Chapman riuscì ad avvicinare il figlio di John, Sean, all'epoca cinque anni d'età, al parco con la bambinaia.

Un tizio disturbato con una pistola in mano equivale a una sigaretta accesa lasciata in un deposito infiammabile. Chapman era un guardia giurata che, quindi, aveva dimestichezza con le armi.

Qualche passo indietro: Lennon ebbe qualche problema negli primi anni ’70, con il permesso di residenza negli Stati Uniti. Controllato dall'FBI, schierato con i movimenti radicali americani contro la guerra, fu decisamente avversato dal governo Nixon. 

Nel corso dell'impegno politico contro l'amministrazione Nixon, la popolarità di Lennon cominciò a vacillare. Il suo rapporto con Yoko Ono ebbe un momento di crisi. John si rifugiò a Los Angeles dove diede vita a un periodo di bagordi senza precedenti. Era la sua vita da scapolo dopo quindici anni di matrimonio ininterrotti, prima con la moglie Cinthia e poi con la Ono. A Los Angeles incontrava altri musicisti fuori di testa come Harry Nilson o Keith Moon, il grande batterista degli Who. E poi anche Ringo e Mc Cartney. 

Lennon mise a dura prova il suo fisico e la sua salute, le persone che lo frequentavano, si chiedono ancora oggi come ne sia uscito vivo. Spiegò lui successivamente, che quello fu il suo Lost Weekend, non aveva freni né famiglia ma gli mancava Yoko. Tornò quindi a New York, si diede una ripulita, si riavvicinò alla donna amata. 

Il 9 ottobre 1975, nel giorno del suo compleanno, nasce Sean Lennon, il figlio concepito con Yoko. Nello stesso giorno l'avvocato che curava la causa per il permesso di residenza, gli telefona annunciando che era fatta: erano riusciti a ottenere la carta verde per vivere stabilmente negli Stati Uniti. Tutto in una notte sola.

Lo sviluppo positivo di questi aspetti personali unito alla fine del contratto discografico, fecero in modo che Lennon prendesse la decisione di ritirarsi dalla vita pubblica. Così fu: per cinque anni Lennon divenne un tranquillo padre dedito alla famiglia e alla casa.

Nell'80, quando decise di tornare, era un Lennon diverso, lontano da quello degli eccessi di Los Angeles o dall'impegno civile e politico del suo arrivo nella Grande Mela.

Negli anni sono nate diverse tesi complottistiche, riguardo all’affare Lennon. In un sistema democratico, l’omicidio non è contemplato. Però, in un sistema democratico dominato da depistaggi e interventi occulti da parte di strutture deviate dello stesso sistema, l’omicidio, spesso, accade. E non se ne viene più a capo.

Ora, seguendo il filo di questa ipotesi assurda, un tipo come Mark David Chapman (la persona più idonea alla quale attribuire un impiccio del genere), se negli anni avesse confermato un complotto, sarebbe stato credibile? Una mente malata, può essere manipolata? Le voci evocate da Chapman risiedono solo nella sua testa?

Queste domande non avranno risposta, ma ci possono stare. Il folle Chapman si innalzò al ruolo di giudice giustiziando Lennon il traditore. Questa è l’unica risposta certa che noi abbiamo.

Eppure, c'è sempre quella domanda di Yoko Ono, a un certo punto del film John Lennon NYC, che resta sospesa: perché uccidere un artista?

È solo una domanda retorica, quella di Yoko. John resterà una mancanza incolmabile che rende inaccettabile l'assurdità della sorte.


 

Storie di qualunquisti: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA 

© ENRICO MATTIOLI 2016




Romanzo capitale: Karl Marx tra consumismo e meditazione.



In Avvisiamo la gentile clientela, scrivo che il compagno Terapia, passando al setaccio l’analisi della società capitalista operata da Marx, ripete il concetto per cui i rapporti tra le persone sono mediati attraverso le merci, quindi non autentici.

Ad ascoltarlo c’è l’imperturbabile e inebetito cassiere Vacca, per il quale, col termine Marx, si definisce soltanto il tipico cioccolato con lo strato di caramella mou, e che della differenza tra valore e prezzo di una merce, se ne frega altamente. Io anche, non dovendo scrivere un trattato di economia, nel seguente post mi limiterò al fatto che i rapporti tra le persone non sono autentici.

Chi ha dedicato la sua vita - o parte di essa - al lavoro, raggiungendo gli obiettivi prefissati, con quegli sforzi ha marcato il proprio territorio. La posizione raggiunta, nella società com’è concepita, regola anche i rapporti sociali. Il buonsenso, unito al cervello fino, suggerisce di rapportarsi sempre con i migliori perché questi aiuteranno a migliorarsi ulteriormente. L’idea del tizio che parte dal paese in cerca di fortuna e, una volta trovatala, torna nel luogo natio per esibirla, non è solo uno stereotipo.    

Però, molte persone, sia chi vive di stipendio e sia chi potrebbe vivere di rendita, hanno avvertito un bisogno di andare oltre. Parafrasando il brano di Roberto Vecchioni, Stranamore, mi coglie il simbolismo del tale che conquistò nazione dopo nazione, e quando fu davanti al mare si sentì un coglione, perché più in là non si poteva conquistare niente.  

Chi mi segue, sa della mia passione per i Beatles che, all’apice del successo, anzi, per usare le incaute parole di Lennon, quando erano più famosi di Gesù Cristo, sono dovuti andare in India a Rishikesh per seguire un percorso di meditazione trascendentale.    

Quando la logica della società in cui vivi prende il sopravvento, nasce la necessità di salvarsi e per dissolvere le tensioni, le ansie e le angosce, partiamo per un week end, andiamo in palestra, curiamo un passatempo. Riusciamo perfino a rilassarci. Poi, tutti gli attimi passano e tornando alle nostre cose, le tensioni che sembravano sopite, riaffiorano.  

Noi tutti siamo delle frequenze sintonizzate male, le nostre corde necessitano stimoli. È ciò che succede, per esempio, con la musica. La sua funzione sociale ha raggiunto livelli impensabili agli albori della società moderna. Il divismo, la comunicazione, i messaggi, l’immagine, la rappresentazione di un modello in cui ognuno può riconoscersi, sostituiscono, soprattutto per il pubblico giovanile, una figura educativa latitante. I musicisti, i personaggi dello spettacolo in genere, come anche gli sportivi, assumono un ruolo che se non è spirituale, quantomeno rappresenta un traguardo da perseguire o un prototipo da ricalcare.

A volte questi archetipi non hanno lo spessore per calarsi nella parte che, loro malgrado, è assegnata. Altre volte, se non sono un pericolo, la società stessa, attraverso gli organi di stampa e d’informazione, li impone quali modelli di massa. Addirittura succede, quando la fama arriva a livelli molto alti, li cerca e se ne serve la politica.            

Quando un brano musicale cattura la tua attenzione, isolandoti da quello che stai facendo, non capisci bene il meccanismo e forse non ti importa, ma ti connette con qualcuno che dovresti essere tu, o almeno, ti avvicina. O forse non è nulla di tutto questo, semplicemente, scuote i tuoi sentimenti. 

Qualcosa di simile accade con la meditazione e con il training. Percepisci due sensazioni contrapposte: allontanarsi e avvicinarsi. In realtà, ti allontani da quel che già ti teneva distante da te stesso per avvicinarti a te stesso. Si tratta di quel termine logoro e abusato chiamato alienazione e col quale filosofi e sociologi si sono già sbattuti. È un aspetto che si ripercuote sul tuo modo di fare e di vivere, sul tuo modo di parlare: è il conformismo del tutt’a posto?

Lo chiamo conformismo del tutt’a posto?, in realtà è l’adesione dialettica a un comune modo di parlare sintetico e allo stesso tempo, polivalente. I nostri dialoghi abituali sono composti da tutt’a posto? sì tutt’a posto; ohi, ehi; e vai, e andiamo; grande, mitico, il nuovo arrivato ciaone, ma anche no, e tutto il possibile traslabile dall’inglese. Intendiamoci, non è grave: sembra originale, forse dissacrante, in realtà è conforme.

È solo il nostro corpo che ha il sopravvento sulla nostra mente. È lui che prende le decisioni e non lei. Leggevo recentemente un libro sulla meditazione che trattava proprio questo aspetto e ho riflettuto su un fatto che mi accade tutti i giorni.

Nel mio luogo di lavoro, devo passare attraverso una porta che richiede un codice. Non sono in grado di ricordarlo a memoria. Spesso, noi colleghi, lo dimentichiamo e ognuno lo chiede all’altro. Nessuno rammenta il codice eppure, ogni giorno, per tante volte il giorno, passiamo da quella porta. Al momento in cui dobbiamo digitare le cifre, le dita scorrono sulla tastiera come se la mente fosse spenta: abbiamo memorizzato il movimento delle dita, non i numeri. È una cosa che mi succede anche con la tastiera del computer. Nel passare degli anni, la mia vista non è più quella da ventenne. A volte dimentico gli occhiali e continuo a digitare. Oddio, scritta così non è un grande aiuto per i miei libri, ma… mi sono spiegato, no?

Nei miei libri ho vomitato tutto l’inaccettabile, fino a svuotarmi. I personaggi delle mie storie, da Nick La Puzza ne La rivoluzione che non c’è, passando per Leopoldo Canapone ne La città senza uscita fino al precario Renato Calloni ne Il Bamboccione, tutti loro (e gli altri che non cito per non divagare), sono in contrasto con l’ambiente intorno, reagiscono in modo diverso, ma sono alla ricerca di se stessi. Alcuni soccombono, altri raccontano soltanto le proprie vicende, sperando nella solidarietà del lettore; altri ancora troveranno una dimensione, non senza patire una battaglia o dei rischi.     

L’incontro più importante della vita è quello con se stessi. Tutto è possibile, entrando dentro se stessi, tutto è giusto. Eppure, molte persone con cui ho parlato, mi hanno risposto: nooo, lascerò mio marito? Fuggirò da casa? Abbandonerò tutto quello che faccio? Chiuderò l’azienda di famiglia? Sono dubbi e paure legittime, ma riguardano le abitudini, non se stessi.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Per Karl Marx il lavoro sarebbe l’unica manifestazione della libertà umana, tuttavia, per il filosofo tedesco, nella società capitalista, l’uomo è espropriato del proprio valore come essere umano perché, del prodotto del proprio lavoro, ne gode solo una minima parte. È il capitalista, il suo datore di lavoro, che tiene le redini della sua esistenza.  

Oggi, ogni persona che lavora come dipendente e fa quel lavoro per campare e non perché gli piace, percepisce questa sensazione. Capita anche a chi fa un lavoro che ama.

Gli attori, per esempio, lo sanno. Capiscono come ci si sente perché sono preparati a entrare e uscire. Se un’attrice deve recitare la parte di una cameriera, magari va a fare la cameriera perché deve capire come pensa, come si sente, come fatica una persona che serve ai tavoli.

Non lo fa mai il politico. Non può farlo, non può capire come si vive un aumento di qualsiasi genere, da un bollo auto a un ticket sanitario, perché a lui sembrerà sempre sostenibile dato che viaggia per altre traiettorie economiche.

Non può capire cosa significhi frequentare la Asl di zona o prenotare una prestazione e attendere, perché lui non si ammala e quando si ammala, ha pronte altre soluzioni.

Chi decide le sorti dell’essere umano, non capisce una ceppa della vita di quell’essere umano. Non sa cos’è uno sciopero, come si vive un blocco del traffico, non sa cosa sono i mezzi pubblici. Non può capire una protesta, non può sapere che vuol dire alzarsi alle quattro di mattina o perdere il lavoro o non averlo.

Mai come in questo periodo storico, a livello internazionale, si propongono personaggi che hanno superato ostacoli ardui o hanno compiuto imprese memorabili. Nessuna meraviglia, il mito del superuomo è più vivo che mai. Mai come in questo periodo storico, l’essere umano, può e deve essere anche bello, curato, in forma.

Questi modelli perpetuati non tengono conto perché non possono saperlo, di quelle persone che devono fare i conti. Anzi, questi modelli pensano che un tale concetto sia soltanto bassa retorica perché pensano che la soglia di povertà sia una colpa sociale che la sorte destina a quella parte che ha demeritato.

Ora se c’è qualcuno che in questa società pensa che chiunque abbia meriti in qualsiasi campo, deve avere i giusti riconoscimenti, questo è ineccepibile. Se qualcuno crede che in questa società, i criteri di selezione siano operati soltanto dalla meritocrazia, questo è opinabile. Ma se qualcuno è convinto che nascere in Occidente, in Medio Oriente o in America Latina, nascere eterosessuale, omosessuale o uomo lupo, sia un merito (o un demerito) acquisito, questo è illogico.   

È difficile vivere in una società dove si predicano dottrine e si propugnano discipline che servono solo per controllare le masse e non per liberare l’individuo dalle proprie catene o dalle invisibili gabbie.

Una birra fredda non basta più. Aspetti la sera, magari il tramonto, provi a chiudere gli occhi, a riflettere su tutto ciò che scorre dentro e fuori di te. Il respiro diventa regolare, la mente si rilassa, il corpo segue. Rifletti sulla tua esistenza, sul tuo stile di vita, sulle tue reazioni. Tutto è più limpido.

C’è quel posto, quel punto in cui il tempo non c’è e tu sei ancora tu, lasci che quell’assurdo mondo esterno governato dagli altri continui a scorrere e ti congiungi con la tua coscienza universale dove nessuno può entrare senza chiedere permesso.


  

© ENRICO MATTIOLI 2016      



Il libro è morto


CIMG0252


Una volta il povero Ivan Graziani disse che, per rivivere fenomeni musicali come Elvis o il Beatles, sarebbero state necessarie altre due guerre mondiali e forse addirittura altre tre guerre puniche!

Non so se nell’editoria e in letteratura si possa parlare di fenomeni. Ho già scritto che Dante o Manzoni, nel loro tempo, non erano certo dei divi e non vantavano schiere di lettori. Parliamo di periodi in cui buona parte della popolazione non sapeva scrivere o leggere. Lo stesso Renzo Tramaglino, è tratteggiato dal Manzoni come un giovane che non scrive ma legge con difficoltà e conserverà una particolare diffidenza per la parola scritta.

Chi scrive dovrebbe preoccuparsi che la propria opera regga l’urto del tempo, il tutto e il subito fanno danno. Chi scrive dovrebbe guardare dentro la propria determinazione perché ci troverebbe una grave disperazione: la realizzazione di se stesso, come se scrivere, in qualche modo, innalzi di rango, cancelli le distanze. Se togliamo le speranze di guadagno e l’illusione della fama, la maggioranza degli scrittori scapperebbe a gambe levate cambiando campo di pertinenza. 

Marco Cubeddu in un post su ilGiornale apparso domenica scorsa, parla di presentazioni come farsa. Ci dice che per sostenere a proprie spese un viaggio allo scopo di presentare il proprio lavoro, evento cui senza la presenza di amici e parenti si va incontro a una toppa clamorosa, bisogna esseri ricchi di famiglia. E anche che bisogna essere degli inguaribili Tafazzi. Bisogna saperci fare, bisogna curare le relazioni, bisogna sorridere, bisogna essere positivi, bisogna credere, bisogna dare speranze e regalare sogni. Bisogna vendere fischi per fiaschi, bisogna spacciarsi sempre attivi e in moto, pregni d’impegni, bisogna fotografarsi, mostrare i propri traguardi. Sì, ma la letteratura?

La letteratura e l’editoria hanno già avuto il proprio funerale. Il libro è morto, quello che gira è solo una qualche materia imbalsamata, chi si sente scrittore è un manager di se stesso e assomiglia al becchino che chiude le bare nei fornetti. Che la terra sia lieve anche per voi, writers in war.

La nuova produzione serve? No, finché sarà usata dai nuovi mostri come uno strumento di evasione, ma è un male necessario nella vaga speranza che tra i miliardi di scrivani si nascondano i nuovi Fante o le nuove Fallaci.    

L’e-book sembra già un’occasione persa. Maurizio Maggiani ha rilasciato una bella intervista a Linkiesta, nella quale ci dice che il formato elettronico è già digitale da trent’anni, dal momento in cui s’è cominciato a scrivere col computer. Nulla da dire, il libro è pensato e composto elettronicamente, quel che cambia è la versione finale.

Ho pensato che fosse una rivelazione, ma poi, doveva dircelo Maggiani? Noi non ci avevamo pensato? No, perché non si pensa più, ci si sbatte per il proprio libro e basta.

Maggiani ha ragione. Giusto per rincarare la dose, io credo che oggi gli scrittori non esistano. Sono estinti, come i poeti de L’attimo fuggente. Scrivere col computer è diverso dallo scrivere a macchina, offre una possibilità di modifica che la macchina non poteva dare. E poi, c’è internet. Parliamoci chiaro: chiunque, mentre sta scrivendo, attinge dal web e questo non è scrivere, è fare un puzzle e dato che sembra malamente definirsi un puzzlettatore, io mi considero un relatore, come un segretario a un’assemblea condominiale. L’uso di internet dovrebbe porre fine al concetto del copyright.      

Infine, non capisco le polemiche contro Mondadori per l’acquisto di Rizzoli: non capisco perché ancora si accosti questo genere di operazioni all’editoria o comunque a un’impresa che dovrebbe produrre libri o robe che qualcuno definisce cultura o nutrimenti per la mente o altro ancora. È roba di finanza ed economia, industria. Sì, d’accordo, s’è detto spesso che l’editoria oggi è soprattutto economia. E allora, perché scandalizzarsi o battersi il petto per il futuro? 

L'unica cosa rimasta è piantare dei fiori e dare loro il nome di un libro.



© ENRICO MATTIOLI 2015    



Tra scrivere e fare c'è di mezzo il libro


Io sono una casa editrice. Io sono una casa editrice. Io sono una casa editrice.

Il training impone questo convincimento. C’è differenza tra scrivere un libro e fare un libro, come riporta un arguto post di Susanna Casale in cui tratta del libro d’artista, un oggetto che deve comunicare con tutte le sue parti, cioè le forme, il materiale usato, il colore, l’impaginazione.

Dello stesso metro, a mio avviso, deve appropriarsi il self publisher, l’autore, insomma, che si pubblica i libri o usa un portale. È quanto ripetono gli addetti eppure non è così scontato perché spesso chi scrive pensa che una volta terminato, compito che prevede delle fasi multiple di lavoro, l’operazione sia conclusa e sarà il valore dell’opera a decretarne il percorso e i meriti.

Per uno scrittore (e scrivendo sposto il tiro dal buon articolo della Casale che trattava principalmente del libro d’artista), fare un libro e scrivere un libro sono due faccende che dovrebbero compensarsi.

Scrivere, in sostanza, è una fase del fare.

Il messaggio non dovrebbe prescindere dalla copertina, dalla quarta, dalle note di presentazione. L’iconografia della musica rock, per esempio, conserva aneddoti infiniti riguardo alla scelta delle copertine di album che sono entrati nella storia e che hanno preso una strada propria rispetto allo stesso album.

Uno scrittore indipendente può rivolgersi a professionisti del settore ma, in questo caso, a meno che non si vantino crediti in giro, c’è da sostenere una spesa e allora c’è da chiedersi perché si dribblino editori e ancor di più quelli a pagamento. Ovviamente si tratta di scelte, se l’impegno economico personale è insindacabile è anche vero, però, che c’è molta diffidenza intorno all’auto pubblicazione e l’esborso continuo non aiuta certo a eliminare la circospezione. Si avrà un buon prodotto (e non sempre) ma si è pagato. Non è così diverso dall'editoria a pagamento, no? 

La quarta di copertina e le note di presentazione richiedono una sintesi che non sia ridotta a slogan (magari, se volete, lo slogan mettetelo in copertina), occorre giusta misura e giuste parole. Il libro diventa quindi un blocco unico d’espressione e ogni aspetto è il prolungamento dell’altro.

Se è vero che ognuno deve occuparsi del proprio campo di pertinenza, in un panorama del genere il self publisher è una sorta di pentatleta che si muove su una pista più ampia e che gioco forza deve prendere dimestichezza con varie discipline. E se aumentano le discipline, cresce la possibilità di errori e passi falsi.   

In queste righe che non sono assolutamente un manuale di consigli ma, tutt’al più, degli appunti personali, non s’è affrontata in maniera approfondita la materia della scrittura nella quale potremmo comprendere, in sintesi, testo, riscrittura, revisione, editing, correzione bozze, e nemmeno marketing, promozione e passaparola.

Un autore indie o indipendente, deve tenere degli appunti basati sulla propria esperienza e farne buon uso.

Scrivere e fare un libro, mettersi in proprio, prevede tutto questo e anche quel che la calura degli ultimi giorni me ne ha fatta dimenticanza. Sapevatelo, quando scrivendo comincerete a sudare.


Uno scrittore assente. Ho scritto recentemente di scrittori senza lettori nè editori, prima ancora, di scrittori che avrebbero dovuto scrivere poco, meglio se niente. Ovviamente, parlavo a me stesso interrogandomi sul senso di scrivere e guardando all'ambiente intorno. 

Ora, a causa di motivi personali mi trovo costretto a diradare questa attività (aspetto che potrebbe essere positivo se non fosse, appunto, dovuto al gravare dei problemi), e sono praticamente latitante dai social, mezzo fondamentale (e forse unico) per un autore indipendente. Mi sento svuotato e senza nulla da dire (ennesimo aspetto positivo) perché quando non hai niente da dire, meglio non dire niente: e questo sarebbe sbagliato, se non altro per la legge del marketing e per la promozione di se stessi. Ripetere, ripetere, ripetere, è il trucco dell'evangelizzazione.  

Ho provato, proprio per questa mia assenza, a comporre e proporre dei brevi filmati delle mie pubblicazioni rivisitate. Mi sono anche divertito. 

Ho pensato, però, che poi un autore indie (leggi indipendente) nel momento in cui pubblica una cosa qualsiasi che non sia un libro o un e-book, diventa ridicolo. Si dice spesso che un self publisher (leggi indie o ancora autore indipendente) deve inventare nuove strade o sentieri singolari, ma però (che non si dovrebbe scrivere) quando lo fa cade nel ludibrio. 

Probabilmente continuerò a divertirmi. E continuerò, anche, a non pubblicare nuove storie (poi non dite che non vi voglio bene!), ma a riscrivere e migliorare le vecchie (aspetto consentito a chi si auto pubblica, c'è sempre una seconda opportunità), almeno non si avvelena il mercato con ulteriore materiale inquinante. Insomma, riciclare è il verbo.   

Seriamente: un autore deve essere sobrio, austero, oppure no? Sinceramente, boh! 

I mezzi sono pochi, la visibilità è scarsa, quando si scrive si tende a farlo sapere in giro (ma tu guarda!) e… beh, sì, si diventa anche ridicoli perché marketing e pubblicità sono altre cose, ognuno dovrebbe fare il proprio lavoro e un autore indipendente è un fottuto accentratore che insidia i mestieri di tutti.  

Ci si trova a rispondere o a leggere le medesime sentenze: si scrive per riscattarsi dall'anonimato, alla stregua delle veline, dei calciatori e categorie affini. O per venir fuori dal letame della propria esistenza. 


© ENRICO MATTIOLI 2015  

    

 

Di libri, di letteratura e di lettori


Leggo spesso, sui siti delle case editrici, le avvertenze nei confronti di chi intende inviare materiale: lo scrittore, o sedicente (aggiungete voialtri la sonorità che vi fa sorridere). Perciò, mi cimento pure io in una specie di replica all’editore, al lettore, al viandante.

Definire per quale strada siano dirette la letteratura e l’editoria (e tutto il processo che porta alla creazione di un libro), è per me impresa complicata e forse, complice un cancro all’entusiasmo per la vita, mi interessa poco. La mia è una pigrizia cronica, incurabile, confortante. Figlia di insuccesso e indifferenza, ma anche, probabile, della mancanza di talento. E non lo scrivo perché qualche amicizia o conoscenza mi risponda asserendo il contrario. La mancanza di talento è un tema che prima o dopo, chiunque dovrà (o meglio dovrebbe), affrontare nel settore dell’arte ma anche in tutti i campi dell’espressione e dell’esistenza.

Negli anni passati, seguendo la tortuosa via che spinge a far conoscere la propria opera, alle presentazioni dei miei libri erano sempre presenti amici, conoscenti, colleghi, e qualche ignoto astante. Ricordo con emozione, rivivo la tensione, ma anche la frustrazione, la tristezza del contesto, perché le conoscenze, gli amici, non sono il metro giusto. Alcuni saranno troppo compiacenti, altri troppo rancorosi, tutti spinti dagli svariati sentimenti nei confronti di chi si trova di fronte alla platea. Quasi sempre è difficile che ci sia “il salto”, cioè raggiungere il lettore in più, allargare il proprio orizzonte, tutto continua nello stesso modo. Per questo motivo non si può non affrontare la mancanza di talento, che però, a mio avviso, riguarda tutti. Perché se i libri non si leggono, se evitare questa fatica è uno sport nazionale, se il settore è in crisi da secoli, le responsabilità sono di tutti. Anche degli operatori.

Trovare certezze, conferme, nella vita e nella professione, è una necessità: in alcuni casi addirittura è marketing. Il bisogno assoluto del dicono di noi. È un tesoretto e non riguarda soltanto gli editori, ma le persone in genere. Il selfie, l’auto incensamento, il training urbano.

 

Eppure negli ultimi anni, qualcosa si è tentato. Per aggirare i rifiuti degli editori, per evitare gli editori a pagamento e quelli che non pagano gli scrittori, abbiamo bruciato la carta trasformandola in byte elettronici, quindi l’e-book; abbiamo tentato di applicare tagli al personale con l’auto pubblicazione e tanto si è detto su (e contro) chi si pubblica i libri da solo. È vero, in questa maniera tutti possono scrivere alimentando un fiume già troppo infetto. Differenze con la pubblicazione tramite editore? Beh, una è che mentre con l’editore il libro diventa un lavoro di gruppo che coinvolge scrittore, editor, editore, distributore, critico, libraio e chiedo scusa per le figure dimenticate, nell’auto pubblicazione o self publishing (versioni cartacee o elettroniche), lo scrittore (o sedicente) assolve da solo a tutti i ruoli. E non è sempre e solo un merito o un vanto o un elogio, perché complice la fretta, l’approssimazione, la mancanza di professionalità, molte pubblicazioni sono scadenti. E poi chi si pubblica i libri da solo, può contare solo sul passaparola, non ha un ufficio marketing o PR a disposizione. Perciò deve tornare a quell’ingorgo di amicizie e conoscenze di cui accennavamo sopra.  

Però, a proposito di outing: quanti libri di merda ci sono in giro e quanti editori son disposti ad ammettere di averne pubblicati?

Avevo un sogno e non l’ho più. Speravo che la letteratura prendesse il posto della musica rock nel cuore della gente o almeno l’affiancasse. Poi dei ragazzi mi dissero: di che millennio sei? C’è ancora qualcuno che ascolta il rock, forse? Roba per vecchi. Io volevo intendere la musica in genere, non solo il rock. Ma sono fuori passo lo stesso.  

Non voglio certo affermare di aver trovato la strada, ma mi trovo, dopo averne tentate varie e senza quasi rendermi conto, ad aver aggirato non solo l’editore ma anche la versione elettronica e l’auto pubblicazione (quindi anche me stesso? Boh!): pubblicare semplicemente le mie storie a puntate sul web. Punto. Si può leggere sul cellulare, sul pc o sulla tavola. Se vuoi puoi comprare l’e-book. Se vuoi.

Mentre sei sulla metropolitana e stai andando in qualunque posto, se per un attimo fuggente dimenticherai dove ti stai recando e ti accorgi che il tempo del tragitto è passato in un baleno, io avrò assolto al mio compito. Se avrò rubato il tuo poco spazio a disposizione, il tuo pensiero, allora ne sarà valsa la pena. Di aver scritto.

Se le mie storie trattano di lavoro, di precarietà o sono a volte surreali, la vita anche lo è. Se i miei personaggi sono degli sfigati, degli isolati, dei rifiutati, tutti loro sono quel che tu cerchi di non essere. Ma se qualche volta ti sei sentito così, allora sarà valsa la pena di aver scritto.

 

La rivoluzione nel mondo dell’editoria, della letteratura, di tutto il processo intorno alla nascita di un libro o una storia, è mettere il lettore al centro di questa ipotesi, senza filtri. Il lettore, sì, insomma, la persona. Il solo grande problema è che le cose semplici diventano le più complicate. Del resto un romanzo senza complicazioni che romanzo sarebbe? E noi, di che cosa stiamo trattando?

 

Insomma, fate un po’ come vi pare.     


Home made book

Perdendomi in utopie e ipotesi personali, figlie - lo ammetto - della voglia di non fare una ceppa, passo ancora il tempo cercando la via per vivere senza lavorare. E' probabile che questa ricerca avrà il suo epilogo - ironia della sorte - il giorno prima di essere sepolto o abbattuto o cremato. Fatto sta, è una strada che non si trova sul satellitare: non esiste, almeno fino al momento in cui il nostro sistema di vita sarà basato sulla moneta.

Tranquilli, non starò qui a propormi fautore di un baratto del nuovo millennio, ma credo che riflettere su nuove forme di questo nostro campare, sia un dovere sociale. 

Bene, quali forme? Boh!

E' la prima soluzione che mi scappa e credo meriti almeno un euro per lo sforzo. Chiunque ha sentito parlare del concetto secondo cui lavorare è un diritto o che un paese è fondato sul lavoro e altre proposizioni (o slogan) similari. Il lavoro genera la dignità. Intanto la vita trascorre, gli slogan restano tali. 

Una forma di follia internazionale sarebbe quella di andarsene tutti vestiti firmati, riempire le strade e farsi pagare per portare a spasso un marchio. Ma invece accade il contrario. Si paga per vestirsi griffati. Poi dicono dei cinesi… 

I mezzi pubblici nelle grandi città offrono i propri dorsi alla réclame e la portano nel traffico. Pubblicità in movimento. Bene: perché non privatizzare? Se mi pagate la benzina, io offro le porte della mia vettura. E chiedo anche un lasciapassare per le giornate di blocco della circolazione. Sarei disposto pure a un cartello o segnale sulla bicicletta. Qualcuno ci pensi: responsabili marketing, andiamo, non fate gli stronzi!

Un tempo pensavo di aprire un radio. Ne parlavo a Ettore Bianciardi diversi anni fa, una radio che si occupasse solo di libri. Si sarebbero usate le nuove tecnologie. La mia sarebbe stata Radio Book, ma c'era il problema di riempire un palinsesto. E poi, chi ha mai fatto radio? Forse sarebbe diventata Radio Mattioli e sarei finito a trattare di libri miei, pure se non sono uno scrittore, l'ho scritto tante volte. 

Io mi occupo di Home Made Book. Beh, concedetemelo, sarebbero i libri fatti in casa. Mi avvalevo della garanzia di Marcello Baraghini al quale spedisco sempre i miei scritti prima di pubblicarli con il self publisching. Sì, perché c'è sempre qualcuno che sostiene eh, ma tu in questo modo rifiuti il giudizio di chi si occupa di queste cose. A ognuno il suo mestiere, perdio!

Ho deciso di farlo con tutti gli editori: invierò il mio racconto e qualora intendano pubblicarmi, io rifiuterò tenendo quel loro parere positivo e riportandolo nelle note della mia auto pubblicazione. Può andar bene come propaganda? 

Ecco, nel mio caso, quando Marcello non può editare, io lo eleggo GARANTE EDITORIALE o collaboratore esterno alla mia pubblicazione. Tutto ciò, oltre alla fondamentale consulenza di Ettore Bianciardi. Non chiedetemi perché non si siano sposati tra di loro, questo è un altro discorso.

Forse divorziarono a causa di Riaprire il fuoco, un progetto simile a una casa editrice e centro culturale, che pubblicava gratuitamente in formato elettronico perché la cultura deve girare. Il blog era a metà tra la strada e l'osteria. In molti avete snobbato la faccenda inseguendo notorietà, soldi e altro. Dite la verità, state ancora correndo?

Storcete tutti il naso quando si tratta di amatorialità. Dice che gli addetti di settore sconsigliano l'auto pubblicazione perché così si aggira il fattore della selezione e tutti si metterebbero a scrivere livellando ulteriormente verso il basso il valore di un libro. 

Beh, ma cos'altro dovrebbe dirvi un addetto di settore: sconsigliare le proprie edizioni, forse? 

Riguardo al livellamento… occorre un consulente per ricordare di leggere molto più di quanto si scrive e che uno scrittore dovrebbe scrivere poco, meglio se niente? (Questa è mia, modestamente…)

Vi sentite in grado di competere con le biografie di Messi o Ronaldo Cristiano (e divinità di medesima stirpe) che occupano i banchi delle librerie?

Le librerie. Oggi i libri si acquistano anche al supermercato. Perché non vendono quanto la pasta? 

La cultura è un nutrimento che non appaga lo stomaco, il secondo organo più importante della gente comune e non. O meglio, in realtà non esiste (la cultura), non in un libro, almeno. In un libro c'è un'esperienza, una storia che deve irritarvi o mettervi in imbarazzo o farvi stare male o appassionarvi e suscitare la vostra indignazione, ma non rassicurarvi e farvi sentire migliori. Per quello (cioè, per tutto il resto) c'è... la carta; di credito. Chi non ne ha è un perso e in questo c'è già un principio di letteratura.  

Ricordo un'intervista di Lennon che riguardo alla musica del suo gruppo amava dire che non è cambiata poi molto da quando suonavamo nei locali. Sì, forse è cresciuta, ma perché siamo cresciuti anche noi. In realtà, è bastato che qualcuno mettesse sopra un'etichetta.  

Magari leggendo questo post ci si chiederà che cosa io intenda oppure che sono capzioso e tento di saltare di palo in frasca. 

Non so se qualcuno aprirà mai una radio sui libri home made, ma se lo farà e avrà il suo seguito, ricordatevi di me che lo avevo (l'ho) appena scritto oggi.

Soprattutto, quando le cose non andranno per il loro verso, il pensare di vivere senza lavorare (pur senza aver trovato una soluzione), non sarà stato tempo perso. Il mio sogno era che la narrativa della nuova frontiera (si scrive così, no?), prendesse il posto della musica rock nel cuore della gente. Ma era solo perché il rock è morto. Beh, comunque, ho fallito. Ho fallito su tutta la linea, voglio dire. Non ho ottenuto molto con l'auto pubblicazione. Non ho ottenuto nulla con la narrativa, solo tanto isolamento e una specie di cocktail a metà tra compassione e indifferenza, quest'ultima causa fondamentale del non svendersi.  

Niente musica stamattina. DJ Mattioli vi liscia il pelo con i versi di Watching the weels, ovviamente Lennon.


La gente dice che sono pigro e che passo il tempo a sognare
E mi da un sacco di consigli per illuminarmi
E quando rispondo che mi piace guardare le ombre sul muro
(Loro dicono:) Ma non rimpiangi i bei tempi? Ora non sei più in ballo

Io me ne sto semplicemente seduto qui, a guardare le ruote che girano e girano
Mi piace veramente vederle girare
Niente più giostre
Ho dovuto lasciar perdere


I libri devono essere pericolosi. 


Saluti


Piombo sull'editoria

Presento dei miei interventi sul blog di Ettore Bianciardi, Riaprire il fuoco. Ho pensato di raccoglierli (aggiornandoli) un po' come si fa con la propria spazzatura, ma anziché gettarli via definitivamente, li riciclo.


Nello specifico, questo post trattava della selezione di un'opera da parte di un editore serio. Sottolineo che la linea di Riaprire il fuoco - mi perdoni Ettore se non trovo un termine più adeguato, non era una linea la sua, ma un pensiero - era quella dell'autopubblicazione da parte degli autori perché si considerava la figura dell'editore, oggi, ormai superata. 

Quindi, in una valutazione di pro e contro, emergeva l'aspetto inflazionistico del mercato editoriale, cioè che chiunque ritenesse di saper scrivere, avrebbe così pubblicato senza il filtro di nessuno.   


DSCN0386


Non so quanto sia giusto, Ettore, ma la scrittura è (o dovrebbe essere) un’espressione diversa dalle altre forme artistiche. Sento spesso scrittori che vorrebbero campare facendo questo mestiere, ascolto dibattimenti sui diritti d’autore, leggo di persone scandalizzate quando un libro (un ebook) è a prezzo ribassato o addirittura free

Francamente, non riesco più a rispondere e nemmeno ad avere un’opinione. Semplicemente, mi stanco. Così, mi ricordo quel che mi divertiva (e mi diverte ancora), di questo carrozzone: cioè, la scrittura. Un racconto breve, semplice, l’emozione nel rileggerlo e il fatto che quel che hai scritto, ti piaccia. E poi il secondo aspetto, che secondo non è: la lettura. Chi scrive deve innanzitutto essere un lettore. Ho letto delle storie brevi di autori sconosciuti che mi hanno emozionato e ho solo il rammarico di non ricordarne il titolo (una mia deficienza non legata all'autore o alla sua opera, ovviamente). Storie che coglievano - che so - un particolare dell’andare a fare la spesa o degli inquilini di un condominio. Aneliti di un'esistenza giunta al capolinea.

Sangue e nervi tra le righe. 



Questo post trattava del salone del libro di Torino, dei nuovi autori e degli ebook.

Sono a favore di tutto ciò che porta nuovi impulsi (che sia carta o formato elettronico), ma penso pure che in Italia i nuovi autori continueranno a scrivere per passatempo. Bisogna far girare le proprie cose gratuitamente affinchè qualcuno le legga (e non è neanche detto, anzi, ma lasciamo stare questo discorso), quando tutto intorno è caro e lo si paga sempre di più. Uno zoccolo duro di lettori non esiste (o almeno questo è il mio pensiero) che si scriva bene o male, gli zoccoli casomai te li tirano addosso. Non è neanche detto che vendere significhi esser letti, molti libri rimangono negli scaffali dei salotti o dentro i lettori elettronici perchè dopo poche righe rompono già i marroni. Più che saloni del libro, salotti e corridoi, oggi rivaluto i concorsi (che però non amo in modo totalizzante, diciamo che si tratta di convenienza), perchè se qualcuno scrive che hai vinto, forse il lettore è più portato a leggere, ma non sono in grado di definire esattamente questa cosa. Non so come facciano a sopravvivere le manifestazioni come quella di Torino perchè immagino costino un occhio, ma forse rimangono in piedi per gli sponsor? Ma allora perchè gli sponsor non sponsorizzano i libri singoli degli autori: io sono una libreria, fammi leggere il tuo manoscritto, se mi piace, ti do una mano. Forse, così, troverebbero un senso e una nuova collocazione anche i librai visto che di questo passo, rischiano di chiudere tutti.



A morte i nuovi scrittori!

In questa rubrica riportavo dei miei interventi su Riaprire il fuoco, il blog di Ettore Bianciardi. Si trattava di tutto quel che gravita intorno al mondo dell'editoria. Libri, librerie, editori. Stavolta, in questo afoso pomeriggio di fine luglio che fonde cervelli e anime, giornate in cui i monitor sembrano riversare sui visi la stessa intensità dei raggi delle lampade dei centri estetici, il solito idiota (io medesimo), non trova di meglio da fare che scrivere ancora di librerie, editori, libri.  

Proprio questa mattina mi giungeva una mail pubblicitaria di una nota catena di librerie che evidentemente, a causa di precedenti acquisti di ebook, tiene il mio indirizzo. Mi informano delle loro offerte: 30% su 9.000 libri fino ai primi di Agosto, addirittura il 40% se ne acquisto 3. 

Ora, dato che per campare non faccio lo scrittore di professione e quindi mi occupo di queste cose soltanto per pura passione (evito di abbandonarmi a disquisizioni sulle differenze tra scrittore di professione e amatorialità e su come questo aspetto sia percepito dai lettori e dal pubblico in genere e, soprattutto, evito ad altri e a me stesso, di lasciarmi andare a spiegazioni sul perché si preferisca quel limbo dove l'aureola di professionalità resta bandita), prendo atto di come questo tipo pubblicità - che non è l'unica, intendiamoci - non abbia alcuna differenza con i volantini del supermercato di zona che arrivano nelle nostre cassette postali informandoci sulle nuove offerte e di conseguenza, invitandoci all'acquisto come una chiamata alle armi, un modo come un altro per mantenere il nostro sistema di vita.

Spesso leggo di piccole e medie librerie che chiudono, ma anche delle storiche dei quartieri e pure di qualche grande catena, vedi il declino di Barens & Nobles negli Stati Uniti o per restare in Italia, le difficoltà della Zanichelli di Bologna. 

Ci si duole e ci si batte in petto, si piange la cultura che giace sacrificata sull'altare del profitto. Retorica da quattro soldi, a mio avviso, ipocrisia da scaffalatura e quell'insano piacere di ascoltare una cattiva notizia: le librerie sono dei supermercati dove si trova di tutto (perfino i libri degli scrittori - precisazione, questa, assolutamente necessaria!), e allora, se tutto questo è quel che è, così, se vi pare, perché piangersi addosso?  

Nulla accade per caso. E' giusto considerare il libro (dicono tutti di no, librai, editori e distributori, ma cosa dovrebbero dire, del resto?) una merce che non può sottrarsi alle logiche commerciali e industriali? Questo è quello che accade. I successi hanno tanti padri e i fallimenti restano sempre orfani. 

Con tanti saluti dagli e-book e buona pace dei vecchi, dei nuovi, degli eventuali e dei precari scrittori.   



Lezioni

Noto sempre più spesso che chi scrive ha tutti i requisiti in regola. Ha la copertina, un editore o un portale di self publisching, i consigli di lettura, una bella presenza, perfino i lettori. 

Si danno lezioni sulla vita perché chi meglio di chi inventa delle storie, può dare ripetizioni? Del resto, chi mente si ritrova sempre la verità tra le mani. 

Alcuni scriveranno per entrare in concorrenza con i cuochi che scrivono libri. Altri scriveranno che hanno cambiato partito, moglie o marito, compagno o compagna, stabilimento balneare, alimentazione o abitudini sessuali; c'è chi smette di fumare e deve scriverlo. 

Taluni sentono la responsabilità dei molti che li seguono. Altri devono essere divertenti sul social network o almeno un poco caustici. 

Ci sono scrittori che chiedono sgravi fiscali sui personaggi che creano e li contemplano tra i familiari a carico nella dichiarazione dei redditi pretendendo l'assegno familiare, altri hanno trovato addirittura la forma per intestare loro immobili. 

Uno scrive al Papa e l'altro al Presidente, il terzo ha sempre un'opinione. In tanti trovano il tempo per fare di tutto che gliene rimane poco per scrivere. E per leggere. Poi, dicono che il lavoro non si trova. 


© ENRICO MATTIOLI 2014

 

    


Fuga da facebook?


Avrei voluto scrivere un post sulla comunicazione, sull’oggettività e sulla soggettività su come uno stesso gesto è considerato se compiuto da entità diverse, che siano uomini o donne, parti politiche opposte o questioni sportive. Il giudizio che balla, la critica moralista, la classificazione in ragione e torto, in ciò che è sbagliato o giusto. La faziosità a tutti i costi anziché l'ampiezza che permette di contenere moltitudini.

Il web è tutto questo, un mare dove tutti possono nuotare. E' importante far chiarezza su un punto che dovrebbe essere scontato: la rete è un caledoiscopio di informazioni accessibili a tutti e con i social è diventata (la rete) un aggregatore dove ognuno esprime (o spaccia) il proprio punto di vista per informazione generando un effetto domino a volte divertente, altre assolutamente becero. Opinione e informazione, ovviamente, sono aspetti distinti.

In questi ultimi giorni sono stato colpito da due post: uno è quello di Giuseppe Iannozzi dal titolo dimenticare facebook attraverso il quale lo scrittore e giornalista, dichiara che un artista non può vivere nel virtuale, pena il finir schiacciato e il rendersi ridicolo e pertanto, lui chiude il suo profilo lasciando soltanto la pagina personale; l’altro post è quello di Matteo Tassinari e Franco Berardi, facebook incontro di solitudini. Nelle righe, il social network è descritto come il posto più solo al mondo e lo si paragona agli ipermercati, dove si trova di tutto e di tutti, un posto che in realtà non esiste, esistono solo coloro che lo rendono vivo. Infine, più o meno, che il faccia libro più famoso al mondo è un fenomeno di massa che livella verso il basso.

Ogni artista o polemista o provocatore, deve certamente sviluppare una muscolatura adeguata quando al termine di ogni prova si misura con il quotidiano perché quella sua arte (se pericolosa), quella polemica, quella provocazione, avrà sviluppato una reazione, una compulsione (in qualche caso possono essere feroci) che spesso va a minare il tranquillo menage giornaliero che appartiene ad ognuno. Sarebbe bello potersi esprimere liberamente senza che questo ci renda permeabili (soprattutto quando la nostra opinione va a pestare la coda di altri), ma non accade quasi mai. Bisogna rispondere, rettificare, ampliare il punto di vista e a volte, scusarsi oppure affondare di più il colpo nel ventre del politicamente corretto e dei belpensanti medi. Altrimenti, è giusto che un artista si sottragga, non per vigliaccheria ma perché nel completamento della sua arte (provocazione) ha terminato il proprio compito.  

Yoko Ono ha recentemente dichiarato riguardo alla rete e ai social che oggi, John Lennon, uno dei più grandi autori di slogan della storia, avrebbe trovato in Twitter un mezzo assolutamente efficace per esprimersi.

Questo ci conduce, quindi, verso un ennesimo interrogativo: i social network sono tutti uguali?

Certo che no. Recentemente, leggevo un testo dal titolo Guida al web marketing utilizzando gli strumenti di Google

Nell'ebook, tra le altre cose, si fa riferimento proprio ai diversi utilizzi e alle caratteristiche dei social maggiori. Pensiamo, perciò, a Google Plus (il social di Google), Facebook e Twitter.

Potremmo dire, in sintesi, che Google Plus è uno strumento che predilige il linkaggio e i contenuti. Facebook ha caratteristiche più diaristiche e Twitter è una buona scuola per pubblicitari e fenomeni dello slogan e del sunto. Tutto questo, però, merita uno studio e un approfondimento a parte perché le differenze da me descritte si riferiscono a un discorso di massima, ma a occhio nudo potremmo trovare le caratteristiche dell'uno anche nell'altro e viceversa. 

Nei fenomeni di massa la differenza la fanno i contenuti. Insomma, all'interno dei grandi contenitori bisognerebbe scegliere contenuti onesti, indipendentemente dal fatto che questi convergano o meno con il nostro personale punto di vista.    

Sono convinto che gli strumenti mediatici siano fondamentali per integrarsi con la vita, non per sostituirla. Per quella ci sono sempre i bar, le sedi, le sezioni, i club, le sale.

L'overdose da network è simile all'attesa dell'ascensore, quando si sente che dall'androne sta arrivando un altro condomino e ci si sbriga a salire per evitare il contatto. 



Bannati e dannati 


Unknown


La necessità di visitatori. Il fatidico click e l'astinenza. Numeri, robe da blog, vili questioni di rete. 

La propria proposta, la notte. Il post condiviso. E l'insonnia, la paranoia, la frustrazione. L'alba, tornare a guardare quante persone hanno cliccato il tuo link.

Persone?

Non ci sono persone, ma profili, le nuove maschere dell'era del web. Lo share, questo maledetto bacillo che debilita il tuo sito. La stanza comincia a girare vorticosamente e tu ci sei dentro. Sbandamenti, vertigini e nessuna predisposizione materiale ai traslochi pure se non esci mai di casa senza il bagaglio a mano. 

Banned, bannato, bandito, censurato, proibito, embargato.

Spazi e piattaforme e gruppi, senza la conoscenza approfondita degli stessi, ti portano in fallo. Vallo a spiegare uno sbaglio di mail con indirizzi in chiaro: cancellami dalla lista; siamo stufi di questo spam; mi allineo, mi aggrego anch'io all'idem di cui sopra; allerterò le autorità competenti

Se la massa avesse una coscienza sociale come la rivendica sul social net, il mondo sarebbe davvero capovolto e tu non troveresti la tua anima nello sguardo vuoto della cassiera al supermercato che risponde glaciale e robotizzata, provata dalla frenesia altrui.

Stai guidando contromano in autostrada, ragazzo: ci deve essere qualcosa sotto se non vuoi vendere nulla. 

In isolamento, senza possibilità di comunicare o tentare il lancio di un messaggio in bottiglia.  

Che tu sia dannato per l'eternità, bannato dai nostri profili: il solito vecchio pazzo che un tempo si scagliava contro un treno, è ora che cominci a scavare una buca nel terreno. 



Forme di vita oltre i social network



DSCN0044


In fondo alla linea ottica si stende una catena collinare che sembra riposare sotto il cielo di primavera, spruzzato di nuvole pacifiche.

All'entrata del parco c'è una panchina dove due adolescenti siedono scambiandosi gli amorosi sensi tra il verde soffocante intorno e il celeste opaco sopra di loro.

Da lontano si sente il rumore di una sega elettrica mixato a dei cinguetii: non ci sono diavolerie tecnologiche in circolo, sono proprio versi di passeri sugli alberi che, per non sottilizzare, è meglio definire pini, visto che siamo in pineta. Passano a varie velocità, ciclisti e runners, in comitive o da soli.

In fondo c'è un castello costruito in legno, con una torretta dove sono prigioniere una principessa e le sue damigelle. Un gruppo di ragazzini è a difesa della fortezza, mentre un altro (di indiani metropolitani) tenta l'assalto. Data la confusione, non è dato capire chi è la vittima e chi il carnefice, dove sia il bene e dove il male. E' la conferma del concetto per cui i bambini, in genere, siano in possesso di ogni mezzo cognitivo. Peccato siano destinati a crescere.

Sulla sinistra c'è un campetto da calcio dove si svolge una partita. Gli spettatori son tutti di passaggio ed è davvero difficile comprendere gli schieramenti delle squadre vista la varietà dell'equipaggiamento utilizzato. E' certo, però, che le compagini siano due ed anche le porte. Il resto è opinabile, come la larghezza delle linee laterali. 

Oltre un muraglione diroccato, il parco continua. Una comitiva di ragazzi affronta quella di ragazze in una gara di pallavolo. Urla, schiamazzi e sfottò sull'abilità del sesso opposto. 

C'è un'area allestita con degli attrezzi in legno, più che altro delle panche dove svolgere esercizi ginnici. Due vecchietti, di riposo dalla passeggiata, tentano di allungare le membra. 

Più in là, c'è un laghetto artificiale. Una signora è disperata e impreca nei confronti del suo cane, razza spinone,  che continua a immergersi e a sgrullarsi vicino a lei ed è talmente divertito dalla sua disperazione da non mostrar alcuna intenzione di interrompere il supplizio.

Una coppia di anziani, presumibilmente marito e moglie, siedono su una panchina e guardano l'orizzonte.

Nonostante tutto questo esista per proprio conto, non riuscirei a immaginarmelo se non mi recassi qui. E' per confermarlo a me stesso che lo pubblico, quasi che fossi venuto a contatto con altre forme di vita. 



© ENRICO MATTIOLI 2014



Roma: la via del cinema


Roma è un immenso set cinematografico, come tutte le grandi città, anzi, come tutti i posti del mondo, perché ogni luogo è degno di essere raccontato.

Nella zona di Cinecittà, dove sorgono anche gli studi, qualche anno fa è stata inaugurata la via del cinema, che in realtà sarebbe una porzione della Via Tuscolana (il marciapiede di destra, se si esce in direzione dei Castelli Romani), e copre dalla fermata metrò Giulio Agricola fino alla fermata Subaugusta. 

Lungo questo boulevard ci sono ristoranti, panchine, pavimentazione, autorimesse, pensiline e locali che si rifanno alla storia del cinema: la manutenzione di questo tratto, però, non è adeguata. Se con quest'opera si voleva richiamare pubblico e attenzione, oggi sarebbe bene fare silenzio.


IMG 0251


La zona è composta da vari perimetri (chiamarli quartieri risulta un eccesso di zelo toponomastico), Don Bosco, Cinecittà, Tuscolano, Quadraro.

A pochi centinaia di metri dagli studi, sorge Piazza di Cinecittà. Attualmente ci sono bancarelle e parcheggi, un tempo faceva capolinea il tram che partendo da Via Principe Amedeo (zona stazione Termini) giungeva in zona tagliando in due le vie consolari Appia e Tuscolana. Ora quel tragitto è nascosto dai parcheggi che sono stati ricavati dalla soppressione della strada ferrata.

La stazione di Cinecittà, vide protagonista Anna Magnani nelle scene di Bellissima. Proprio davanti, è la sede circoscrizionale di zona, la X. E’ un edificio storico, non tanto per la sua architettura, ma perché Nanni Loy girò alcune scene de Audace colpo dei soliti ignoti, in particolare, era l’ospedale dove ricoverano il povero Capannelle e nella via limitrofa, gli audaci tentano di scrollare da un albero la valigia contenente il bottino della rapina al totocalcio e che circa un chilometro dopo, nascondono incautamente sotto una panchina di Piazza San Giovanni Bosco.


vlcsnap2011020210h23m42.8051


Proseguendo il cammino, passando per parcheggi vitali a ogni quartiere popolare, immaginando di essere trasportati dal lento e pesante percorso tramviario, si arriva a Piazza dei Consoli, dove risiede la Torretta del Quadraro, età fine XIII sec. Oggi troviamo un Centro Anziani, in realtà la torre era la trama di una fitta serie di torrette di avvistamento medioevali e in particolare quella del Quadraro doveva restare in contatto visivo con quella di Centocelle.


IMG 0257


La torretta di Piazza dei Consoli, era quella da dove si affacciava Vittorio Gassman nel film Fantasmi a Roma, per la regia di Antonio Pietrangeli e la sceneggiatura firmata Amidei, Flaiano e Scola, tra i cui interpreti troviamo oltre a Gassman, Marcello Mastroianni ed Eduardo De Filippo.  

Nel quartiere Quadraro, è ancora protagonista la Magnani in Mamma Roma di Pasolini, con la Basilica di San Giovanni Bosco, il villaggio dell’INA CASA,  il Parco degli Acquedotti, altra grande, infinita, risorsa storica e culturale della zona. 

Scrivo tutto questo, che in realtà è molto poco, nell'illusione di non disperdere il patrimonio del cinema italiano, certo che probabilmente non è sufficiente un restyling stradale (che andrebbe anche bene se integrato con itinerari e postille) destinato a offrire un impulso (più che altro) commerciale alla zona.

Tornare a ritroso, trovare meriti ai tentativi di riqualificazione e distribuire i demeriti per l’incuria, è un lavoro legato al colore politico che non risolverebbe la situazione e che lascio ai mestieranti dell’amministrazione capitolina. 

Grazie per averci provato, oggi viviamo in piena decadenza.


Urbi et orbi: Roma ieri, oggi e domani 

Roma è un altare alla schiavitù, ma è complicato staccarsene (appartengo a coloro i quali, alla vista dell'entrata del raccordo, uscendo dall'autostrada, si commuovono sempre un pò in silenzio). 

I simboli che più la rappresentano nel mondo, sono stati eretti dagli schiavi, non dagli imperatori. Gli spettacoli negli Anfiteatri erano una sublimazione della schiavitù: schiavi contro schiavi, schiavi contro bestie, e popolino a godersi lo spettacolo, immagine sintetizzata da Edoardo Bennato in Meno male che adesso non c'è Nerone. E poi, simboli e saluti, ripresi nei secoli successivi dal regime fascista.  



Sono tutti aspetti che poco hanno a che vedere con i concetti di uguaglianza, libertà e fraternità che appartengono - credo e spero - tanto al cittadino romano, quanto all'italiano e all'europeo. 

Quel che mi scoccia è che Roma Antica, Roma Imperiale e l'Anfiteatro Flavio, sono le immagini perpetuate dai più e quel che in genere rimane negli occhi e nei ricordi del turista.

Tante sono le sue facce. C'è una Roma Cristiana e una Roma Ebraica, una Roma che mostra i segni dell'architettura del regime che fu, basti pensare a Via dei Fori Imperiali e Via della Conciliazione, gli stabilimenti di Cinecittà o il quartiere dell'Eur. 

C'è la Roma del cinema, qualcuno disse che Roma è un immenso negozio di jeans, alludendo forse ai marchi e alle grandi firme, ma Roma è anche un immenso set cinematografico di cui si dovrebbe trattare a parte. C'è la Roma delle periferie (quelle che un tempo erano le periferie) tanto amate da Pasolini. C'è la Roma sofferente e offesa di Via Tasso e la Roma figlia del suo fiume, quella dei palazzi rinascimentali e barocchi.    

Poco si narra sulla storia risorgimentale della città, per fare un esempio, gli eroi del popolo come l'audace Righetto, ragazzino trasteverino di dodici anni, orfano, che offrì la sua vita per la Repubblica Romana nel 1849. Erano gli anni dell'assedio e dei bombardamenti del generale Oudinot, inviato a Roma da Napoleone III per sopprimere la Repubblica guidata da Giuseppe Mazzini. 

Tra la caduta e l'esplosione di una bomba, l'intervallo era tra i dieci e dodici secondi. Il popolo e le donne di Roma, i ragazzini, si gettavano sugli ordigni per soffocarli. Accadde a Piazza Mastai, in Trastevere. Righetto stava giocando, quando una bomba cadde sul selciato.

Il ragazzino si buttò sopra di lei - come consuetudine - con uno straccio bagnato, ma quella stronza scoppiò dilaniando lui e Sgrullarella, la cagnetta unica componente della sua famiglia. 


Luna Park Eur: ballando sulle macerie

Ho avuto bisogno del Luna Park fino ai venticinque anni e oltre, ma non smisi mai di andare, smisi soltanto di raccontare in giro che ci tornavo.

Era un viaggio magico che si materializzava e lo avevi a portata di mano ogni volta che lo desideravi o quando il mondo dei grandi era  t r o p p o G R A N D E, inaccessibile. 

Si trovava nella parte opposta della città e per arrivarci bisognava prendere due linee di metropolitana. Era il sogno che perpetuava, il fanciullino che tornava, il peterpanesimo regnante. Oppure, visto che di paese dei balocchi si trattava, era il Lucignolo che c'è in oguno di noi, la voglia di giocare di nascosto, all'infinito, fino a che qualcuno ti chiama per dirti che è pronta la cena. Beh, lì si mangiavano tutte le schifezze per ragazzi, pizzette e patatine fritte, hot dog e panini farciti, zucchero filato e liquirizie gommose, gelati e cioccolateria, peccato che non c'era da dormire, del resto la notte scivolava via come una birra nella gola e non c'era tempo per riposare, da che cosa, poi?   

Ci trovavi il tuo compagno di banco, gli amici di scuola o del portone e la scuola, appunto, l'istituzione opprimente perché obbligatoria che era ai nostri occhi, diventava un incubo lontano. Robe da adolescenti (ma mica tanto), voglia di leggerezza, tentazioni.  

A Roma, la Via Cristoforo Colombo conduce dal centro fino al mare, a Ostia. L’ultima cosa che si lascia alle spalle, abbandonando la città, è il quartiere Eur. Dalla strada, guardando verso sinistra, c’era la Grande Ruota del suo Luna Park che si imponeva alla vista riaccendendo la fantasia sopita da una seriosità soltanto presunta.


images


Non starò a scrivere quanto era meglio una volta, anche se il riverbero delle mie parole lo lascia supporre. E non era neanche tutto gratis (eccetto l’ingresso), potevi impegnare grosse somme per il tuo divertimento.

I tempi cambiano, oggi si gioca alla play o col cellulare, che bisogno ci sarebbe? Ognuno si tenga i giochi della propria generazione, non ha senso rivangare e poi, se proprio cadi in astinenza, puoi sempre occupare le tue vacanze in un viaggio a Disneyworld Paris.  

Stamattina, però, m’ha fatto uno strano effetto. Passavo per un caso fortuito e mi son dovuto fermare a guardare quel che rimane di un sogno infantile. Parliamoci chiaro, non potrei più salire sul Tagadà, quella ormai è roba per quindicenni o per astronauti e io entrerei sull’ambulanza subito dopo sceso, maledicendo ernie e dischi vari.

Il Luna Park dell’Eur a Roma era il più antico parco divertimento in forma stabile d’Italia e le strutture che lo ospitavano risalivano al 1953. Le cronache riportano tentativi di rinnovo nel 2006, con biglietto unico d’entrata a 22€ e poi a 16€, ridimensionamento dell’area e la rimozione di alcune attrazioni lo hanno reso poco appetibile alle esigenze del pubblico.

La mattina del 14 Aprile 2008 il Parco viene chiuso. Questioni tra società, denunce, appalti e concessioni, rappresentano la degenerazione del progetto.

Provo a forzare la fantasia, entro nel vecchio regno e cerco nei ricordi un brano che mi faccia sognare e volare come un tempo, ballando su queste odierne macerie e mi rincresce raccontare che prima o poi tutte le favole finiscono.



© ENRICO MATTIOLI 2014


 


Il centro commerciale, un non luogo dove tutto è possibile



Dato che in maniera impropria ho scritto già due storie sull’argomento, ritengo, arbitrariamente e con malcelata presunzione, di averne da dire ancora. Insomma, è un tema che sento molto, se non altro perché ci lavoro o meglio, vado a lavarci il peccato e il vizio di scrivere.

Nella prima storia dal titolo Avvisiamo la gentile clientela, paragonavo il centro commerciale a un tempio pagano, un altare innalzato al mito della roba, retaggio scolastico che non ho ancora smaltito. La differenza di noialtri tutti con Mazzarò, il personaggio del Verga, è che mentre lui in punto di morte tenta di portare con sé la sua roba costituita da animali e altri beni, noi umani del nuovo millennio tendiamo a possedere, consumare e disfarcene nel più breve tempo possibile al fine di tornare ad acquistare e consumare ancora, in un processo che non deve avere mai termine se intendiamo mantenere il nostro sistema di vita basato sul consumo del superfluo e dell’eccedenza. Sarebbero le plusvalenze di Marx.

Nella seconda storia dal titolo La città senza uscita, riprendo, tra le varie tematiche che vi s’intrecciano, proprio quest’ultimo aspetto, che diventa quindi, il filo conduttore tra le due narrazioni che dovrebbero essere complementari, almeno nelle mie intenzioni. Pasolini stesso chiariva la differenza tra progresso e sviluppo.

Ma si può essere, solo per aver citato il centro commerciale, talmente pesanti e noiosi? E Verga, e Marx e Pasolini… nel centro commerciale troviamo di tutto. C'è gente felice, spendere per se stessi significa volersi bene. 

Il punto non è il sottocosto. Il centro commerciale sorge dove vengono concessi permessi, non c'entra la toponomastica o la logica urbana. Non c'è alcuna regola. E ma però (che non si dice né si scrive) si risparmiano soldi e tempo, che sono la stessa cosa. Ci si ingegna con i gruppi d’acquisto: più alta è la quantità acquistata e maggiore sarà il risparmio.

Inoltre, chi ha più tempo e denaro potrà girar per botteghe e garantire la sopravvivenza dei piccoli artigiani. Certo, ma fino a quando questi non saranno costretti ad aumentare i prezzi e scoraggiare anche i più facoltosi. La distruzione del piccolo commercio: in fondo anche la stampa ha distrutto il lavoro degli scrivani antichi. Personalmente, amo quando (raramente) il piccolo vince il grande perché lo supera ma non lo annienta. Sempre, invece, quando il grande vince il piccolo, lo disintegra e lo finisce. Cancellandolo. L’eterna lotta tra indiani e visi pallidi.

Sul risparmio e i gruppi d'acquisto, le grandi aziende escogitano limiti alle scorte: non più di un tot di merce per cliente, con la scusa di scoraggiare i piccoli commercianti che vanno a rifornirsi nei supermercati e tutelare, in questo modo, il partito dei risparmiatori; tutto chiaro, ma i famosi gruppi d’acquisto sono così serviti… questo concetto è per spiegare che non si fa certo beneficenza, al primo posto c’è sempre l’interesse delle aziende.

Sì, ma c'è ogni cosa, pure la cultura. Il libro nel supermercato è il simbolo del gusto imposto. Si legge poco e niente, quindi, se vogliamo vendere un libro, cerchiamo di essere evasivi con la lettura. Spesso s’è discusso delle librerie simili a dei supermercati, dove trovi ogni pubblicazione tranne quelle degli scrittori. E' la distribuzione editoriale che detta le regole, non gli editori. Per mantenere il baccanale non si deve essere pericolosi ma rassicuranti. Bianciardi ne La vita agra descriveva il supermercato come un luogo dove si creava un'ipnosi.

E' lo stesso discorso che riguarda le major discografiche e in genere ogni campo artistico. Immaginate, un giorno gli attori si esibiranno anche loro nei centri commerciali, esiliati dal posto che gli spetta di diritto, cioè i teatri. O forse già accade.

E però è un moderno foro, un’agorà, la gente si incontra, ci sono iniziative, spettacoli, dibattiti, esposizioni. C’è il clima ideale, caldo d’inverno, temperato a primavera e fresco d’estate. I bar, i pub, gli happy hour, spazi ricreativi per bambini. È una città nella città, non c’è bisogno di andare altrove.

Infatti, sono concepiti per non andare in nessun altro posto. Tutte le attività sono concentrate sul tenerti stretto perché è lì che devi restare. Puoi uscire solo con la carta fedeltà, cioè… devi tornare.  

Renato Curcio nei suoi quaderni di ricerca sociale, nella fattispecie con Il consumatore lavorato, ci offre un'immagine dove il cliente viene osservato, analizzato, seguito (pedinato?), e non esiste differenza tra le provviste per il proprio bisogno e l'accumulare il non necessario, tra i desideri indotti dalla pubblicità (del potere economico) e quelli reali delle persona, insomma, tutto quel che si cela dietro il termine alienazione. Se qualcuno pensava di andare nel tempio del consumo a guardare le merci, si illudeva di grosso: sono queste che ammiccano al consumatore perchè all'occorrenza hanno anche un'anima. 


© ENRICO MATTIOLI 2014





© Enrico Mattioli 2017