Il libro è morto


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Una volta il povero Ivan Graziani disse che, per rivivere fenomeni musicali come Elvis o il Beatles, sarebbero state necessarie altre due guerre mondiali e forse addirittura altre tre guerre puniche!

Non so se nell’editoria e in letteratura si possa parlare di fenomeni. Ho già scritto che Dante o Manzoni, nel loro tempo, non erano certo dei divi e non vantavano schiere di lettori. Parliamo di periodi in cui buona parte della popolazione non sapeva scrivere o leggere. Lo stesso Renzo Tramaglino, è tratteggiato dal Manzoni come un giovane che non scrive ma legge con difficoltà e conserverà una particolare diffidenza per la parola scritta.

Chi scrive dovrebbe preoccuparsi che la propria opera regga l’urto del tempo, il tutto e il subito fanno danno. Chi scrive dovrebbe guardare dentro la propria determinazione perché ci troverebbe una grave disperazione: la realizzazione di se stesso, come se scrivere, in qualche modo, innalzi di rango, cancelli le distanze. Se togliamo le speranze di guadagno e l’illusione della fama, la maggioranza degli scrittori scapperebbe a gambe levate cambiando campo di pertinenza. 

Marco Cubeddu in un post su ilGiornale apparso domenica scorsa, parla di presentazioni come farsa. Ci dice che per sostenere a proprie spese un viaggio allo scopo di presentare il proprio lavoro, evento cui senza la presenza di amici e parenti si va incontro a una toppa clamorosa, bisogna esseri ricchi di famiglia. E anche che bisogna essere degli inguaribili Tafazzi. Bisogna saperci fare, bisogna curare le relazioni, bisogna sorridere, bisogna essere positivi, bisogna credere, bisogna dare speranze e regalare sogni. Bisogna vendere fischi per fiaschi, bisogna spacciarsi sempre attivi e in moto, pregni d’impegni, bisogna fotografarsi, mostrare i propri traguardi. Sì, ma la letteratura?

La letteratura e l’editoria hanno già avuto il proprio funerale. Il libro è morto, quello che gira è solo una qualche materia imbalsamata, chi si sente scrittore è un manager di se stesso e assomiglia al becchino che chiude le bare nei fornetti. Che la terra sia lieve anche per voi, writers in war.

La nuova produzione serve? No, finché sarà usata dai nuovi mostri come uno strumento di evasione, ma è un male necessario nella vaga speranza che tra i miliardi di scrivani si nascondano i nuovi Fante o le nuove Fallaci.    

L’e-book sembra già un’occasione persa. Maurizio Maggiani ha rilasciato una bella intervista a Linkiesta, nella quale ci dice che il formato elettronico è già digitale da trent’anni, dal momento in cui s’è cominciato a scrivere col computer. Nulla da dire, il libro è pensato e composto elettronicamente, quel che cambia è la versione finale.

Ho pensato che fosse una rivelazione, ma poi, doveva dircelo Maggiani? Noi non ci avevamo pensato? No, perché non si pensa più, ci si sbatte per il proprio libro e basta.

Maggiani ha ragione. Giusto per rincarare la dose, io credo che oggi gli scrittori non esistano. Sono estinti, come i poeti de L’attimo fuggente. Scrivere col computer è diverso dallo scrivere a macchina, offre una possibilità di modifica che la macchina non poteva dare. E poi, c’è internet. Parliamoci chiaro: chiunque, mentre sta scrivendo, attinge dal web e questo non è scrivere, è fare un puzzle e dato che sembra malamente definirsi un puzzlettatore, io mi considero un relatore, come un segretario a un’assemblea condominiale. L’uso di internet dovrebbe porre fine al concetto del copyright.      

Infine, non capisco le polemiche contro Mondadori per l’acquisto di Rizzoli: non capisco perché ancora si accosti questo genere di operazioni all’editoria o comunque a un’impresa che dovrebbe produrre libri o robe che qualcuno definisce cultura o nutrimenti per la mente o altro ancora. È roba di finanza ed economia, industria. Sì, d’accordo, s’è detto spesso che l’editoria oggi è soprattutto economia. E allora, perché scandalizzarsi o battersi il petto per il futuro? 

L'unica cosa rimasta è piantare dei fiori e dare loro il nome di un libro.



© ENRICO MATTIOLI 2015    



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