Il centro commerciale, un non luogo dove tutto è possibile



Dato che in maniera impropria ho scritto già due storie sull’argomento, ritengo, arbitrariamente e con malcelata presunzione, di averne da dire ancora. Insomma, è un tema che sento molto, se non altro perché ci lavoro o meglio, vado a lavarci il peccato e il vizio di scrivere.

Nella prima storia dal titolo Avvisiamo la gentile clientela, paragonavo il centro commerciale a un tempio pagano, un altare innalzato al mito della roba, retaggio scolastico che non ho ancora smaltito. La differenza di noialtri tutti con Mazzarò, il personaggio del Verga, è che mentre lui in punto di morte tenta di portare con sé la sua roba costituita da animali e altri beni, noi umani del nuovo millennio tendiamo a possedere, consumare e disfarcene nel più breve tempo possibile al fine di tornare ad acquistare e consumare ancora, in un processo che non deve avere mai termine se intendiamo mantenere il nostro sistema di vita basato sul consumo del superfluo e dell’eccedenza. Sarebbero le plusvalenze di Marx.

Nella seconda storia dal titolo La città senza uscita, riprendo, tra le varie tematiche che vi s’intrecciano, proprio quest’ultimo aspetto, che diventa quindi, il filo conduttore tra le due narrazioni che dovrebbero essere complementari, almeno nelle mie intenzioni. Pasolini stesso chiariva la differenza tra progresso e sviluppo.

Ma si può essere, solo per aver citato il centro commerciale, talmente pesanti e noiosi? E Verga, e Marx e Pasolini… nel centro commerciale troviamo di tutto. C'è gente felice, spendere per se stessi significa volersi bene. 

Il punto non è il sottocosto. Il centro commerciale sorge dove vengono concessi permessi, non c'entra la toponomastica o la logica urbana. Non c'è alcuna regola. E ma però (che non si dice né si scrive) si risparmiano soldi e tempo, che sono la stessa cosa. Ci si ingegna con i gruppi d’acquisto: più alta è la quantità acquistata e maggiore sarà il risparmio.

Inoltre, chi ha più tempo e denaro potrà girar per botteghe e garantire la sopravvivenza dei piccoli artigiani. Certo, ma fino a quando questi non saranno costretti ad aumentare i prezzi e scoraggiare anche i più facoltosi. La distruzione del piccolo commercio: in fondo anche la stampa ha distrutto il lavoro degli scrivani antichi. Personalmente, amo quando (raramente) il piccolo vince il grande perché lo supera ma non lo annienta. Sempre, invece, quando il grande vince il piccolo, lo disintegra e lo finisce. Cancellandolo. L’eterna lotta tra indiani e visi pallidi.

Sul risparmio e i gruppi d'acquisto, le grandi aziende escogitano limiti alle scorte: non più di un tot di merce per cliente, con la scusa di scoraggiare i piccoli commercianti che vanno a rifornirsi nei supermercati e tutelare, in questo modo, il partito dei risparmiatori; tutto chiaro, ma i famosi gruppi d’acquisto sono così serviti… questo concetto è per spiegare che non si fa certo beneficenza, al primo posto c’è sempre l’interesse delle aziende.

Sì, ma c'è ogni cosa, pure la cultura. Il libro nel supermercato è il simbolo del gusto imposto. Si legge poco e niente, quindi, se vogliamo vendere un libro, cerchiamo di essere evasivi con la lettura. Spesso s’è discusso delle librerie simili a dei supermercati, dove trovi ogni pubblicazione tranne quelle degli scrittori. E' la distribuzione editoriale che detta le regole, non gli editori. Per mantenere il baccanale non si deve essere pericolosi ma rassicuranti. Bianciardi ne La vita agra descriveva il supermercato come un luogo dove si creava un'ipnosi.

E' lo stesso discorso che riguarda le major discografiche e in genere ogni campo artistico. Immaginate, un giorno gli attori si esibiranno anche loro nei centri commerciali, esiliati dal posto che gli spetta di diritto, cioè i teatri. O forse già accade.

E però è un moderno foro, un’agorà, la gente si incontra, ci sono iniziative, spettacoli, dibattiti, esposizioni. C’è il clima ideale, caldo d’inverno, temperato a primavera e fresco d’estate. I bar, i pub, gli happy hour, spazi ricreativi per bambini. È una città nella città, non c’è bisogno di andare altrove.

Infatti, sono concepiti per non andare in nessun altro posto. Tutte le attività sono concentrate sul tenerti stretto perché è lì che devi restare. Puoi uscire solo con la carta fedeltà, cioè… devi tornare.  

Renato Curcio nei suoi quaderni di ricerca sociale, nella fattispecie con Il consumatore lavorato, ci offre un'immagine dove il cliente viene osservato, analizzato, seguito (pedinato?), e non esiste differenza tra le provviste per il proprio bisogno e l'accumulare il non necessario, tra i desideri indotti dalla pubblicità (del potere economico) e quelli reali delle persona, insomma, tutto quel che si cela dietro il termine alienazione. Se qualcuno pensava di andare nel tempio del consumo a guardare le merci, si illudeva di grosso: sono queste che ammiccano al consumatore perchè all'occorrenza hanno anche un'anima. 


© ENRICO MATTIOLI 2014




© Enrico Mattioli 2017