Di libri, di letteratura e di lettori


Leggo spesso, sui siti delle case editrici, le avvertenze nei confronti di chi intende inviare materiale: lo scrittore, o sedicente (aggiungete voialtri la sonorità che vi fa sorridere). Perciò, mi cimento pure io in una specie di replica all’editore, al lettore, al viandante.

Definire per quale strada siano dirette la letteratura e l’editoria (e tutto il processo che porta alla creazione di un libro), è per me impresa complicata e forse, complice un cancro all’entusiasmo per la vita, mi interessa poco. La mia è una pigrizia cronica, incurabile, confortante. Figlia di insuccesso e indifferenza, ma anche, probabile, della mancanza di talento. E non lo scrivo perché qualche amicizia o conoscenza mi risponda asserendo il contrario. La mancanza di talento è un tema che prima o dopo, chiunque dovrà (o meglio dovrebbe), affrontare nel settore dell’arte ma anche in tutti i campi dell’espressione e dell’esistenza.

Negli anni passati, seguendo la tortuosa via che spinge a far conoscere la propria opera, alle presentazioni dei miei libri erano sempre presenti amici, conoscenti, colleghi, e qualche ignoto astante. Ricordo con emozione, rivivo la tensione, ma anche la frustrazione, la tristezza del contesto, perché le conoscenze, gli amici, non sono il metro giusto. Alcuni saranno troppo compiacenti, altri troppo rancorosi, tutti spinti dagli svariati sentimenti nei confronti di chi si trova di fronte alla platea. Quasi sempre è difficile che ci sia “il salto”, cioè raggiungere il lettore in più, allargare il proprio orizzonte, tutto continua nello stesso modo. Per questo motivo non si può non affrontare la mancanza di talento, che però, a mio avviso, riguarda tutti. Perché se i libri non si leggono, se evitare questa fatica è uno sport nazionale, se il settore è in crisi da secoli, le responsabilità sono di tutti. Anche degli operatori.

Trovare certezze, conferme, nella vita e nella professione, è una necessità: in alcuni casi addirittura è marketing. Il bisogno assoluto del dicono di noi. È un tesoretto e non riguarda soltanto gli editori, ma le persone in genere. Il selfie, l’auto incensamento, il training urbano.

 

Eppure negli ultimi anni, qualcosa si è tentato. Per aggirare i rifiuti degli editori, per evitare gli editori a pagamento e quelli che non pagano gli scrittori, abbiamo bruciato la carta trasformandola in byte elettronici, quindi l’e-book; abbiamo tentato di applicare tagli al personale con l’auto pubblicazione e tanto si è detto su (e contro) chi si pubblica i libri da solo. È vero, in questa maniera tutti possono scrivere alimentando un fiume già troppo infetto. Differenze con la pubblicazione tramite editore? Beh, una è che mentre con l’editore il libro diventa un lavoro di gruppo che coinvolge scrittore, editor, editore, distributore, critico, libraio e chiedo scusa per le figure dimenticate, nell’auto pubblicazione o self publishing (versioni cartacee o elettroniche), lo scrittore (o sedicente) assolve da solo a tutti i ruoli. E non è sempre e solo un merito o un vanto o un elogio, perché complice la fretta, l’approssimazione, la mancanza di professionalità, molte pubblicazioni sono scadenti. E poi chi si pubblica i libri da solo, può contare solo sul passaparola, non ha un ufficio marketing o PR a disposizione. Perciò deve tornare a quell’ingorgo di amicizie e conoscenze di cui accennavamo sopra.  

Però, a proposito di outing: quanti libri di merda ci sono in giro e quanti editori son disposti ad ammettere di averne pubblicati?

Avevo un sogno e non l’ho più. Speravo che la letteratura prendesse il posto della musica rock nel cuore della gente o almeno l’affiancasse. Poi dei ragazzi mi dissero: di che millennio sei? C’è ancora qualcuno che ascolta il rock, forse? Roba per vecchi. Io volevo intendere la musica in genere, non solo il rock. Ma sono fuori passo lo stesso.  

Non voglio certo affermare di aver trovato la strada, ma mi trovo, dopo averne tentate varie e senza quasi rendermi conto, ad aver aggirato non solo l’editore ma anche la versione elettronica e l’auto pubblicazione (quindi anche me stesso? Boh!): pubblicare semplicemente le mie storie a puntate sul web. Punto. Si può leggere sul cellulare, sul pc o sulla tavola. Se vuoi puoi comprare l’e-book. Se vuoi.

Mentre sei sulla metropolitana e stai andando in qualunque posto, se per un attimo fuggente dimenticherai dove ti stai recando e ti accorgi che il tempo del tragitto è passato in un baleno, io avrò assolto al mio compito. Se avrò rubato il tuo poco spazio a disposizione, il tuo pensiero, allora ne sarà valsa la pena. Di aver scritto.

Se le mie storie trattano di lavoro, di precarietà o sono a volte surreali, la vita anche lo è. Se i miei personaggi sono degli sfigati, degli isolati, dei rifiutati, tutti loro sono quel che tu cerchi di non essere. Ma se qualche volta ti sei sentito così, allora sarà valsa la pena di aver scritto.

 

La rivoluzione nel mondo dell’editoria, della letteratura, di tutto il processo intorno alla nascita di un libro o una storia, è mettere il lettore al centro di questa ipotesi, senza filtri. Il lettore, sì, insomma, la persona. Il solo grande problema è che le cose semplici diventano le più complicate. Del resto un romanzo senza complicazioni che romanzo sarebbe? E noi, di che cosa stiamo trattando?

 

Insomma, fate un po’ come vi pare.     


Home made book

Perdendomi in utopie e ipotesi personali, figlie - lo ammetto - della voglia di non fare una ceppa, passo ancora il tempo cercando la via per vivere senza lavorare. E' probabile che questa ricerca avrà il suo epilogo - ironia della sorte - il giorno prima di essere sepolto o abbattuto o cremato. Fatto sta, è una strada che non si trova sul satellitare: non esiste, almeno fino al momento in cui il nostro sistema di vita sarà basato sulla moneta.

Tranquilli, non starò qui a propormi fautore di un baratto del nuovo millennio, ma credo che riflettere su nuove forme di questo nostro campare, sia un dovere sociale. 

Bene, quali forme? Boh!

E' la prima soluzione che mi scappa e credo meriti almeno un euro per lo sforzo. Chiunque ha sentito parlare del concetto secondo cui lavorare è un diritto o che un paese è fondato sul lavoro e altre proposizioni (o slogan) similari. Il lavoro genera la dignità. Intanto la vita trascorre, gli slogan restano tali. 

Una forma di follia internazionale sarebbe quella di andarsene tutti vestiti firmati, riempire le strade e farsi pagare per portare a spasso un marchio. Ma invece accade il contrario. Si paga per vestirsi griffati. Poi dicono dei cinesi… 

I mezzi pubblici nelle grandi città offrono i propri dorsi alla réclame e la portano nel traffico. Pubblicità in movimento. Bene: perché non privatizzare? Se mi pagate la benzina, io offro le porte della mia vettura. E chiedo anche un lasciapassare per le giornate di blocco della circolazione. Sarei disposto pure a un cartello o segnale sulla bicicletta. Qualcuno ci pensi: responsabili marketing, andiamo, non fate gli stronzi!

Un tempo pensavo di aprire un radio. Ne parlavo a Ettore Bianciardi diversi anni fa, una radio che si occupasse solo di libri. Si sarebbero usate le nuove tecnologie. La mia sarebbe stata Radio Book, ma c'era il problema di riempire un palinsesto. E poi, chi ha mai fatto radio? Forse sarebbe diventata Radio Mattioli e sarei finito a trattare di libri miei, pure se non sono uno scrittore, l'ho scritto tante volte. 

Io mi occupo di Home Made Book. Beh, concedetemelo, sarebbero i libri fatti in casa. Mi avvalevo della garanzia di Marcello Baraghini al quale spedisco sempre i miei scritti prima di pubblicarli con il self publisching. Sì, perché c'è sempre qualcuno che sostiene eh, ma tu in questo modo rifiuti il giudizio di chi si occupa di queste cose. A ognuno il suo mestiere, perdio!

Ho deciso di farlo con tutti gli editori: invierò il mio racconto e qualora intendano pubblicarmi, io rifiuterò tenendo quel loro parere positivo e riportandolo nelle note della mia auto pubblicazione. Può andar bene come propaganda? 

Ecco, nel mio caso, quando Marcello non può editare, io lo eleggo GARANTE EDITORIALE o collaboratore esterno alla mia pubblicazione. Tutto ciò, oltre alla fondamentale consulenza di Ettore Bianciardi. Non chiedetemi perché non si siano sposati tra di loro, questo è un altro discorso.

Forse divorziarono a causa di Riaprire il fuoco, un progetto simile a una casa editrice e centro culturale, che pubblicava gratuitamente in formato elettronico perché la cultura deve girare. Il blog era a metà tra la strada e l'osteria. In molti avete snobbato la faccenda inseguendo notorietà, soldi e altro. Dite la verità, state ancora correndo?

Storcete tutti il naso quando si tratta di amatorialità. Dice che gli addetti di settore sconsigliano l'auto pubblicazione perché così si aggira il fattore della selezione e tutti si metterebbero a scrivere livellando ulteriormente verso il basso il valore di un libro. 

Beh, ma cos'altro dovrebbe dirvi un addetto di settore: sconsigliare le proprie edizioni, forse? 

Riguardo al livellamento… occorre un consulente per ricordare di leggere molto più di quanto si scrive e che uno scrittore dovrebbe scrivere poco, meglio se niente? (Questa è mia, modestamente…)

Vi sentite in grado di competere con le biografie di Messi o Ronaldo Cristiano (e divinità di medesima stirpe) che occupano i banchi delle librerie?

Le librerie. Oggi i libri si acquistano anche al supermercato. Perché non vendono quanto la pasta? 

La cultura è un nutrimento che non appaga lo stomaco, il secondo organo più importante della gente comune e non. O meglio, in realtà non esiste (la cultura), non in un libro, almeno. In un libro c'è un'esperienza, una storia che deve irritarvi o mettervi in imbarazzo o farvi stare male o appassionarvi e suscitare la vostra indignazione, ma non rassicurarvi e farvi sentire migliori. Per quello (cioè, per tutto il resto) c'è... la carta; di credito. Chi non ne ha è un perso e in questo c'è già un principio di letteratura.  

Ricordo un'intervista di Lennon che riguardo alla musica del suo gruppo amava dire che non è cambiata poi molto da quando suonavamo nei locali. Sì, forse è cresciuta, ma perché siamo cresciuti anche noi. In realtà, è bastato che qualcuno mettesse sopra un'etichetta.  

Magari leggendo questo post ci si chiederà che cosa io intenda oppure che sono capzioso e tento di saltare di palo in frasca. 

Non so se qualcuno aprirà mai una radio sui libri home made, ma se lo farà e avrà il suo seguito, ricordatevi di me che lo avevo (l'ho) appena scritto oggi.

Soprattutto, quando le cose non andranno per il loro verso, il pensare di vivere senza lavorare (pur senza aver trovato una soluzione), non sarà stato tempo perso. Il mio sogno era che la narrativa della nuova frontiera (si scrive così, no?), prendesse il posto della musica rock nel cuore della gente. Ma era solo perché il rock è morto. Beh, comunque, ho fallito. Ho fallito su tutta la linea, voglio dire. Non ho ottenuto molto con l'auto pubblicazione. Non ho ottenuto nulla con la narrativa, solo tanto isolamento e una specie di cocktail a metà tra compassione e indifferenza, quest'ultima causa fondamentale del non svendersi.  

Niente musica stamattina. DJ Mattioli vi liscia il pelo con i versi di Watching the weels, ovviamente Lennon.


La gente dice che sono pigro e che passo il tempo a sognare
E mi da un sacco di consigli per illuminarmi
E quando rispondo che mi piace guardare le ombre sul muro
(Loro dicono:) Ma non rimpiangi i bei tempi? Ora non sei più in ballo

Io me ne sto semplicemente seduto qui, a guardare le ruote che girano e girano
Mi piace veramente vederle girare
Niente più giostre
Ho dovuto lasciar perdere


I libri devono essere pericolosi. 


Saluti


Piombo sull'editoria

Presento dei miei interventi sul blog di Ettore Bianciardi, Riaprire il fuoco. Ho pensato di raccoglierli (aggiornandoli) un po' come si fa con la propria spazzatura, ma anziché gettarli via definitivamente, li riciclo.


Nello specifico, questo post trattava della selezione di un'opera da parte di un editore serio. Sottolineo che la linea di Riaprire il fuoco - mi perdoni Ettore se non trovo un termine più adeguato, non era una linea la sua, ma un pensiero - era quella dell'autopubblicazione da parte degli autori perché si considerava la figura dell'editore, oggi, ormai superata. 

Quindi, in una valutazione di pro e contro, emergeva l'aspetto inflazionistico del mercato editoriale, cioè che chiunque ritenesse di saper scrivere, avrebbe così pubblicato senza il filtro di nessuno.   


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Non so quanto sia giusto, Ettore, ma la scrittura è (o dovrebbe essere) un’espressione diversa dalle altre forme artistiche. Sento spesso scrittori che vorrebbero campare facendo questo mestiere, ascolto dibattimenti sui diritti d’autore, leggo di persone scandalizzate quando un libro (un ebook) è a prezzo ribassato o addirittura free

Francamente, non riesco più a rispondere e nemmeno ad avere un’opinione. Semplicemente, mi stanco. Così, mi ricordo quel che mi divertiva (e mi diverte ancora), di questo carrozzone: cioè, la scrittura. Un racconto breve, semplice, l’emozione nel rileggerlo e il fatto che quel che hai scritto, ti piaccia. E poi il secondo aspetto, che secondo non è: la lettura. Chi scrive deve innanzitutto essere un lettore. Ho letto delle storie brevi di autori sconosciuti che mi hanno emozionato e ho solo il rammarico di non ricordarne il titolo (una mia deficienza non legata all'autore o alla sua opera, ovviamente). Storie che coglievano - che so - un particolare dell’andare a fare la spesa o degli inquilini di un condominio. Aneliti di un'esistenza giunta al capolinea.

Sangue e nervi tra le righe. 



Questo post trattava del salone del libro di Torino, dei nuovi autori e degli ebook.

Sono a favore di tutto ciò che porta nuovi impulsi (che sia carta o formato elettronico), ma penso pure che in Italia i nuovi autori continueranno a scrivere per passatempo. Bisogna far girare le proprie cose gratuitamente affinchè qualcuno le legga (e non è neanche detto, anzi, ma lasciamo stare questo discorso), quando tutto intorno è caro e lo si paga sempre di più. Uno zoccolo duro di lettori non esiste (o almeno questo è il mio pensiero) che si scriva bene o male, gli zoccoli casomai te li tirano addosso. Non è neanche detto che vendere significhi esser letti, molti libri rimangono negli scaffali dei salotti o dentro i lettori elettronici perchè dopo poche righe rompono già i marroni. Più che saloni del libro, salotti e corridoi, oggi rivaluto i concorsi (che però non amo in modo totalizzante, diciamo che si tratta di convenienza), perchè se qualcuno scrive che hai vinto, forse il lettore è più portato a leggere, ma non sono in grado di definire esattamente questa cosa. Non so come facciano a sopravvivere le manifestazioni come quella di Torino perchè immagino costino un occhio, ma forse rimangono in piedi per gli sponsor? Ma allora perchè gli sponsor non sponsorizzano i libri singoli degli autori: io sono una libreria, fammi leggere il tuo manoscritto, se mi piace, ti do una mano. Forse, così, troverebbero un senso e una nuova collocazione anche i librai visto che di questo passo, rischiano di chiudere tutti.



A morte i nuovi scrittori!

In questa rubrica riportavo dei miei interventi su Riaprire il fuoco, il blog di Ettore Bianciardi. Si trattava di tutto quel che gravita intorno al mondo dell'editoria. Libri, librerie, editori. Stavolta, in questo afoso pomeriggio di fine luglio che fonde cervelli e anime, giornate in cui i monitor sembrano riversare sui visi la stessa intensità dei raggi delle lampade dei centri estetici, il solito idiota (io medesimo), non trova di meglio da fare che scrivere ancora di librerie, editori, libri.  

Proprio questa mattina mi giungeva una mail pubblicitaria di una nota catena di librerie che evidentemente, a causa di precedenti acquisti di ebook, tiene il mio indirizzo. Mi informano delle loro offerte: 30% su 9.000 libri fino ai primi di Agosto, addirittura il 40% se ne acquisto 3. 

Ora, dato che per campare non faccio lo scrittore di professione e quindi mi occupo di queste cose soltanto per pura passione (evito di abbandonarmi a disquisizioni sulle differenze tra scrittore di professione e amatorialità e su come questo aspetto sia percepito dai lettori e dal pubblico in genere e, soprattutto, evito ad altri e a me stesso, di lasciarmi andare a spiegazioni sul perché si preferisca quel limbo dove l'aureola di professionalità resta bandita), prendo atto di come questo tipo pubblicità - che non è l'unica, intendiamoci - non abbia alcuna differenza con i volantini del supermercato di zona che arrivano nelle nostre cassette postali informandoci sulle nuove offerte e di conseguenza, invitandoci all'acquisto come una chiamata alle armi, un modo come un altro per mantenere il nostro sistema di vita.

Spesso leggo di piccole e medie librerie che chiudono, ma anche delle storiche dei quartieri e pure di qualche grande catena, vedi il declino di Barens & Nobles negli Stati Uniti o per restare in Italia, le difficoltà della Zanichelli di Bologna. 

Ci si duole e ci si batte in petto, si piange la cultura che giace sacrificata sull'altare del profitto. Retorica da quattro soldi, a mio avviso, ipocrisia da scaffalatura e quell'insano piacere di ascoltare una cattiva notizia: le librerie sono dei supermercati dove si trova di tutto (perfino i libri degli scrittori - precisazione, questa, assolutamente necessaria!), e allora, se tutto questo è quel che è, così, se vi pare, perché piangersi addosso?  

Nulla accade per caso. E' giusto considerare il libro (dicono tutti di no, librai, editori e distributori, ma cosa dovrebbero dire, del resto?) una merce che non può sottrarsi alle logiche commerciali e industriali? Questo è quello che accade. I successi hanno tanti padri e i fallimenti restano sempre orfani. 

Con tanti saluti dagli e-book e buona pace dei vecchi, dei nuovi, degli eventuali e dei precari scrittori.   



Lezioni

Noto sempre più spesso che chi scrive ha tutti i requisiti in regola. Ha la copertina, un editore o un portale di self publisching, i consigli di lettura, una bella presenza, perfino i lettori. 

Si danno lezioni sulla vita perché chi meglio di chi inventa delle storie, può dare ripetizioni? Del resto, chi mente si ritrova sempre la verità tra le mani. 

Alcuni scriveranno per entrare in concorrenza con i cuochi che scrivono libri. Altri scriveranno che hanno cambiato partito, moglie o marito, compagno o compagna, stabilimento balneare, alimentazione o abitudini sessuali; c'è chi smette di fumare e deve scriverlo. 

Taluni sentono la responsabilità dei molti che li seguono. Altri devono essere divertenti sul social network o almeno un poco caustici. 

Ci sono scrittori che chiedono sgravi fiscali sui personaggi che creano e li contemplano tra i familiari a carico nella dichiarazione dei redditi pretendendo l'assegno familiare, altri hanno trovato addirittura la forma per intestare loro immobili. 

Uno scrive al Papa e l'altro al Presidente, il terzo ha sempre un'opinione. In tanti trovano il tempo per fare di tutto che gliene rimane poco per scrivere. E per leggere. Poi, dicono che il lavoro non si trova. 


© ENRICO MATTIOLI 2014

 

    


© Enrico Mattioli 2017