Uomo e tecnologia


mattia


Domenica senza traffico per il blocco della circolazione. Strade e menti libere, podisti e ciclisti padroni dell’asfalto, qualcuno cade ma è l’antica legge degli oneri e degli onori: hai voluto la bici? Pedala (e casca, se necessario)!

Proverbi e vecchi adagi a parte, sembra che manchi il carosello festoso delle automobili, dei fumi, del caos; questo mi fa riflettere sulla dipendenza inconscia: è come quando è festa, esci e i negozi sono chiusi, un’anomalia (ormai), ma ci hai fatto l’abitudine e ti serve. 

Sempre più spesso dimentico il telefono mobile; eppure vivo, almeno fino a quando non ci penso. Il rapporto con il computer, con la televisione, con il cellulare e con tutto quel che è connesso a un satellite o a una rete, è uguale al rapporto che si ha con una persona, altroché se è così: mi preoccupo di più se la rubrica del telefono è bloccata che del doloretto al braccio sinistro avvertito di frequente nell’ultimo mese.

Sono a mio agio nel compiere movimenti innaturali: cammino (o guido) consultando il cellulare, nelle sale d’attesa parlo al telefono con tono udibile dal vicino di posto ma spesso – soprattutto - in viva voce affinché tutti sappiano di me e delle mie affaccendazioni, sperimento la ricezione dei nuovi angoli telefonici e mi è ignoto quanto tempo io riesca a restarne staccato.

L’idea di un social perpetuo e di contatti continui, sono ganci che tengono connessi a un mondo custodito nella tasca e che produce problemi in serie: in questa società devi essere sempre raggiungibile. In qualunque modo. A qualunque costo. Anche se a cercarti fosse solo la pubblicità. Tanti numeri e liste, profili e identità, siamo dappertutto, pure sulla nuvola. Siamo così soli che da soli facciamo gruppo, eppure l’esistenza, privata di questo panorama, appare distante.

Se Pirandello componesse oggi Il fu Mattia Pascal, tratteggerebbe un individuo sprovvisto di marchingegni tecnologici perché, staccato dal mondo, in un certo senso, sarebbe inesistente. Scrivo in un certo senso, giacché il paradosso è rappresentato dal fatto che si ha bisogno di un proprio stato distante, di una forma aliena alla propria reale natura, per sentirsi (o credersi) vivi.

Esistiamo, dunque, solo come alienati (lontani)? Attivata un’emorragia cronologica costante, fuggiamo da noi stessi anche con l’ausilio della tecnologia, senza avere una destinazione o un obiettivo reale. Il metodo cartesiano dell’ego cogito, ergo sum oggi diventa assolutamente fuggo, dunque sono. I processi comunicativi, grazie al social o ai messaggi (e all’omologazione in genere), sono sostituiti dagli slogan, l’essere in vita si riduce al manifestarsi sotto varie forme di tendenza, il silenzio e l’osservazione rappresentano uno stato considerato, nel migliore dei casi, di coma irreversibile. 

Mi giunge a conforto, un grido di aiuto di tanti anni fa.

 

Help!

 

Quando ero più giovane, molto più giovane di oggi


non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno

ma ora quei giorni sono finiti e non sono così sicuro di me.

Ora trovo che ho cambiato mentalità e aperto le porte

la mia vita è cambiata in così tanti modi

la mia indipendenza si è trasformata in confusione



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 © ENRICO MATTIOLI 2017

 


 

© Enrico Mattioli 2017