Punto spazio punto

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Sospeso tra lo spettacolo del mondo e il mondo dello spettacolo senza distinguerne più la difformità, assisto con demotivazione al lento scorrere: nemmeno il satellitare più preciso saprebbe guidarmi nella direzione giusta sul dove andare a parare. Definire tutto ciò spettacolo è un eufemismo.

L’altra notte ho sognato mio padre che ha terminato la sua esperienza terrena una mattina di due anni fa, dopo una lunga malattia.

La morte, quando bussa nelle tue vicinanze, è una cosa che cambia la punteggiatura alla vita e, nonostante questa somigli a una lotta tesa ad allontanare il momento del distacco, è un combattimento vano. È la sola certezza e l’unico reale aspetto equo.

In verità la vita è una cosa semplice: sappiamo di avere un punto di conclusione (ci manca soltanto il quando) e dovremmo riempire lo spazio vuoto fin lì.

Penso a tutti quelli che hanno portato i propri segreti nelle tombe, a chi credeva di avere ragione pure se non ne aveva. A tutti coloro i quali, perseverando nei propri comodi, si appellano ai revisionisti: tanto, ci penseranno loro. A chi è stato eroe solo per un giorno oppure per mille. A chi quel giorno non l’ha mai visto. A quelli che portano a spasso l’esistenza, convinti che sia socialmente utile da poterla scaricare come un’imposta. A chi s’è sbattuto a rincorrere e a mostrarsi, a impicciare e imbrogliare, a chi dimagrisce la panza e ingrassa l’ego.

Io non so certo dire se esiste l’eternità, ma tutti sappiamo che esiste un dopo di noi e sul quel dopo non c’è possibilità d’intervento, ogni artificio diventerà vano.

Finché si viaggia lungo la propria strada, si va da un punto a un altro. Niente di più e niente di meno. È così per tutti, nessuno è più meraviglioso del suo prossimo. C’è solo da decidere come riempire il proprio margine, passeggiando a piedi nudi per i sentieri di ogni sacrosanto giorno.     



      © ENRICO MATTIOLI 2017





© Enrico Mattioli 2017