Meditazione: passione e consolazione


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Quando quello che fai è figlio di un disagio, presto o tardi, cadrai dentro quel disagio. È difficile stabilire l’autenticità di una passione. Spesso scambiamo per interessi, le reazioni inconsce verso il dolore, perché non vogliamo vedere. La rigidità, l’intransigenza, l’ossessione, con cui teniamo stretta quella via di fuga, sono sintomi di qualcosa che è differente da una passione. Più grande sarà la sofferenza che proviamo, tanto più grande sarà la via di fuga. Deve essere estesa abbastanza da coprire tutto il dolore che tentiamo di attenuare: si chiama consolazione, non passione. Evitiamo di addolorarci correndo veloci, ma il fiato che crediamo abbondante, in realtà è corto. Il dolore sarà sempre sulla porta ad aspettare.

Una passione è perdersi in se stessi e aprirsi, condividere questa condizione in modo naturale, non invasivo. La consolazione è una forzatura disperata che ci allontana da noi stessi e dagli altri (o meglio, gli altri cominciano a evitarci per autodifesa), ed è come sentirsi soli in mezzo a una folla.

Eppure, esistono profili di persone che si sono consolate, si consolano e si consoleranno. Mietono successi, apparentemente. Il loro disagio è talmente elevato da sollevarli dai problemi di coscienza, pur avendo compiuto azioni immorali e meschine. Si specchiano nel proprio ambiente e si vedono integrati. A loro sta bene così, sono accettati, sono uguali a tutti, hanno imparato le mosse, sono proprio come gli altri li desiderano. Come gli è possibile avere dei dubbi sul proprio comportamento?

Non conosceranno mai se stessi (pur credendo il contrario), continueranno a essere guidati dal proprio disagio senza riconoscerlo come tale. Racconteranno la propria storia, adulterandola, a volte consapevoli e altre no. Solo quando e se, il destino o il prossimo, cambieranno loro i parametri saldi su cui poggia l’esistenza quotidiana, sprofonderanno in un inferno senza possibilità di ripresa. 

Questi sono alcuni particolari di quella che è chiamata regola di sopravvivenza. È la giungla dove si azzanna alle spalle, in cui si offre - sorridendo dolcemente - acqua malsana, e dove ci si accontenta di vedere il prossimo sparire nelle sabbie mobili. Puoi decidere di essere o non essere così, ben sapendo, anche nel caso della seconda ipotesi, che ciò non ti preserverà dai tormenti. La strada che porta alla felicità è il riconoscimento di se stessi e l’essere nessuno, ma per arrivare a padroneggiare quest’apparente paradosso, può servire l’intera vita.  




© ENRICO MATTIOLI 2017





© Enrico Mattioli 2017