RIFLESSIONI


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolte le mie riflessioni personali.

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Aria di casa


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Negli ultimi anni ho avuto il cruccio di una lunga lista di faccende che non mi piace fare con la conseguenza di non avere ben chiaro che cosa mi appagava. Soltanto adesso riesco a percepire cosa voglio, l’ho capito all’improvviso o forse l’ho sempre saputo e non vedevo.

Ci sono dei giorni simili a un distacco dalla libertà, perché i ritmi cui il tuo cuore deve resistere sembrano insostenibili e pensi di non avere tempo per gli spazi che ami.

Di natura, io ho sempre familiarizzato con gli spigoli più che con le rotondità. Mi capitava di trovarmi in un posto e sperare di andarmene al più presto. Tipica sensazione di chi è inadeguato, insoddisfatto, irrealizzato. Sentivo di essere in gabbia, compresso da orari e depresso dai tormenti. Il lavoro assorbiva tutto il mio tempo, le mie energie, e sono sempre stato distante.

Per abitudine cammino con passo veloce, macinando l’asfalto senza guardarmi intorno. Un pomeriggio, mentre passavo per un tappeto di foglie giallastre lungo le strade della mia zona, pensavo a tutto questo. Passeggiando, sembravo smaltire la frustrazione accumulata e mi fermai nei giardini della piazza. Dei vecchi giocavano a carte. I cani si rincorrevano tra le aiuole. Una bambina stava imparando ad andare in bicicletta e un gruppo di badanti chiacchierava spingendo la carrozzina del disabile assistito. Appartati, vicino agli alberi, due adolescenti si scambiavano romanticherie. Se fosse stato un quadro impressionista, si sarebbe chiamato Verso sera. Respirai profondamente e mi calmai. Tutta quella vita scorreva davanti ai miei occhi e c’ero dentro anch’io che stavo solo osservando.    

Mi alzai dalla panchina e proseguii il giro. Arrivai fin davanti alla mia prima abitazione, poco distante da quella attuale, e restai giù a basso a fissare il piccolo balcone. C’erano dei panni stesi e dalla finestra filtrava la luce accesa. Ci passavo sempre senza pensare mai di aver vissuto lì nei primi anni della mia infanzia. Mi sentivo in equilibrio perfetto su un asse immaginario. Ero a casa.

Ora mi piace soffermandomi a guardare le terrazze vive di piante. Passare davanti alle panetterie assaporando il profumo del dolce che si mescola a quello del salato. Respirare l’atmosfera dei mercati comunali. Andare a leggere sulle panchine al parco. Mi rallegra la presenza di ottime pizzerie e la certezza di continuare a provarle senza decidere quale sia la migliore. Mi tiene vivo, tutta questa vita che non avevo mai calcolato, ciò che voglio è qui - è sempre stato qui - intorno a me, un posto in cui liberarsi dei propri strazi e fare della vita un’opera d’artigianato.



 © ENRICO MATTIOLI 2017




Punto spazio punto

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Sospeso tra lo spettacolo del mondo e il mondo dello spettacolo senza distinguerne più la difformità, assisto con demotivazione al lento scorrere: nemmeno il satellitare più preciso saprebbe guidarmi nella direzione giusta sul dove andare a parare. Definire tutto ciò spettacolo è un eufemismo.

L’altra notte ho sognato mio padre che ha terminato la sua esperienza terrena una mattina di due anni fa, dopo una lunga malattia.

La morte, quando bussa nelle tue vicinanze, è una cosa che cambia la punteggiatura alla vita e, nonostante questa somigli a una lotta tesa ad allontanare il momento del distacco, è un combattimento vano. È la sola certezza e l’unico reale aspetto equo.

In verità la vita è una cosa semplice: sappiamo di avere un punto di conclusione (ci manca soltanto il quando) e dovremmo riempire lo spazio vuoto fin lì.

Penso a tutti quelli che hanno portato i propri segreti nelle tombe, a chi credeva di avere ragione pure se non ne aveva. A tutti coloro i quali, perseverando nei propri comodi, si appellano ai revisionisti: tanto, ci penseranno loro. A chi è stato eroe solo per un giorno oppure per mille. A chi quel giorno non l’ha mai visto. A quelli che portano a spasso l’esistenza, convinti che sia socialmente utile da poterla scaricare come un’imposta. A chi s’è sbattuto a rincorrere e a mostrarsi, a impicciare e imbrogliare, a chi dimagrisce la panza e ingrassa l’ego.

Io non so certo dire se esiste l’eternità, ma tutti sappiamo che esiste un dopo di noi e sul quel dopo non c’è possibilità d’intervento, ogni artificio diventerà vano.

Finché si viaggia lungo la propria strada, si va da un punto a un altro. Niente di più e niente di meno. È così per tutti, nessuno è più meraviglioso del suo prossimo. C’è solo da decidere come riempire il proprio margine, passeggiando a piedi nudi per i sentieri di ogni sacrosanto giorno.     



      © ENRICO MATTIOLI 2017





Pioggia



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Il caldo in città trasforma tutti in moribondi, paralizza il fisico, toglie ogni volontà. L’altra sera, mentre l’afa sfracassava le ossa e i pensieri irrancidivano insieme alle nervature, sono uscito sul balcone a cercare refrigerio. Perfino il climatizzatore aveva avuto la peggio su un’ennesima giornata afosa, agitandosi in un triste coro condominiale di pompe stanche che, più del risparmio, manifestavano un esaurimento energetico.  

Lamenti di bambini, rumori di posate ed echi di trasmissioni che nessuno stava guardando. Ombre di donne svestite, luccichii di cellulari e sigarette: era la presenza smargiassa dell’estate che non può fare a meno di mettersi in mostra, relegando il prossimo al ruolo del comprimario battuto all’angolo.

Gli effetti dell’umidità somigliano ai postumi di una sbronza. Può capitare di riesumare pensieri talmente pesanti da compromettere la digestione di un pasto frugale. E così, in preda a fastidiose ernie mentali, riflettevo sul valore della privazione. Mi riferivo al fresco e al ristoro, ma ormai la mia mente era fuori controllo…

 

La libertà e l’indipendenza economica. La lucidità e la salute. La prosperità e il nostro tempo migliore. Gli amici e le persone cui teniamo; la serenità: è vero che apprezziamo tutte queste cose che solo nel momento in cui ci vengono a mancare?

 

Faceva molto caldo e io continuavo a delirare.

 

Dando per sicuri alcuni aspetti della vita, spesso restiamo sorpresi quando ci sfuggono. Se fossimo privati della nostra libertà, questa diventerebbe la nostra esigenza principale. Se vivessimo in preda al terrore sociale di rappresaglie o attentati (com’è ora), la serenità diverrebbe lo scopo prioritario.

La sicurezza è la tomba non soltanto dell’amore, ma di molte trame dell’esistenza e dobbiamo confermarci per non perdere terreno. Occorrono disciplina ed equilibrio, la giusta bilancia tra i diritti e i doveri, la consapevolezza dei limiti oltre i quali è possibile spingersi. Dobbiamo lasciare la nostra parte migliore a lavorare per noi, quella che sa come le cose vanno fatte (perché ci sarà pure qualcosa che sappiamo fare), mentre noi ci occuperemmo delle pubbliche relazioni che, piacciano oppure no, sono fondamentali. Serve un’abilità nelle tecniche del dare e dell’avere per far sì che l’ausiliare prevalga o al massimo che ci sia un pareggio di bilancio. 

Restare a galla significa considerare se stessi come un’azienda dal volto umano e muoversi come tale. Tutti ameremmo vivere senza condizionamenti esterni ma questi, ahimè, esistono e bisogna prenderne atto perché rappresentano la partita che giochiamo tutti i giorni. Concorrere, competere, comunicare, esprimersi, sono i compiti che ci toccano.  

È il passaggio dall’età dell’innocenza a quella adulta che sconfina spesso in adulterio: nel traffico, s’inganna se stessi. A questo gioco non vince chi arriva primo, ma chi tradisce di meno la propria natura e lascia da qualche parte uno specchio pulito in cui riconoscersi.

L’esistenza dovrebbe essere un viaggio che ci condurrà verso la conoscenza di noi stessi. Il nostro sé vive in noi ma è coperto da tanti strati - come una cipolla - che usiamo per autodifesa. Passiamo la vita a toglierci le patine di dosso.

 

Quando la febbre raggiungeva il culmine e io parevo svenuto sulla sdraio, mi destava il rumore improvviso e inconfondibile della pioggia. M’è sembrato di tornare in vita, come quando finisce un incubo, come quando un cane fa le feste, come quel vecchio brano degli Alarm che suonavo di continuo da ragazzo. Chi non ama la pioggia d’estate?



© ENRICO MATTIOLI 2017





Io sono il demonio



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Affrontare i propri demoni non è semplice. L’egocentrismo andrebbe regolarmente denunciato.

 

Più trovo me stesso e più mi faccio schifo.

Più cerco certezze e più trovo macerie.

Più invoco la pace e più raccolgo minacce.

Più vivo la vita e più muoio lentamente.

 

Sono salito sopra un monte per dominare dall’alto. Da un colle vedevo la città deserta bruciare al sole dell’estate, tutt’intorno permeava un fetore nauseante proveniente dalle fogne. Non c’era più acqua, ogni fonte era prosciugata. Era la città dei moribondi, una metropoli in cui governavano i mediocri e dove più non si avevano competenze, maggiori erano le occasioni. Tutti erano maestri nel sollevarsi dalle responsabilità. La gente, per non essere da meno, li prendeva a modello e ognuno era afflitto da un senso esagerato d’importanza personale, eppure, ciascuno accusava l’altro di una superiorità presunta.  

 

Mi sono isolato per capire. Nel deserto della mia desolazione spesso ero sopraffatto dalla disperazione e qualche volta ho pianto.

Giunto al famoso crocicchio degli incroci, ho incontrato un tale ben vestito. La giacca era bianca e anche i pantaloni. Indossava una camicia nera e una cravatta rossa, un cappello a falde e un garofano nell’occhiello della giacca. Aveva i baffi da sparviero. Sembrava il tipo che entra senza chiedere permesso e si presenta senza invito. Io ho fatto un cenno di saluto con la mano.

 

- Ciao - ha detto lui – sono il Demonio. Avrai certamente sentito parlare di me.  

- Io sono solo un progetto, sono ancora un embrione.

- Benvenuto all’interno di te stesso. Sei sicuro di voler continuare?

- Direi di sì.

- Ti serve compagnia?

- Vorrei restare da solo.

- Come vuoi. Se hai bisogno chiama.

 



 © ENRICO MATTIOLI 2017

 


 

Cavaliere nella tempesta


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Sono sempre stato un immaturo cronico, in bilico tra gli ingranaggi del tempo che passa, il fisico che inesorabile sfiorisce e l’ambiente intorno che giudica le mie mosse.

 

Chi sono veramente?

Che cosa lascio trasparire e cosa nascondo?

Come mi vedono gli altri?

Chi vorrei essere?

 

Dilemmi. Nella mia vita, il caso più gravoso è vivere la vita stessa e la mancanza di una certa praticità. Chiedetemi di dipingere il più bel quadro immaginario (perché concretamente non ne sarei capace) raffigurante l’intera umanità, ma non di piantare un chiodo per appendere quel quadro.  

A volte mi sono sentito un incapace caparbio e un fallito di belle speranze, il fatto che mi era fatto notare m’irritava perché era come mettere un coltello nelle mie piaghe.

Il giudizio degli altri è una violazione intima che tu non ricordi di aver concesso, pure se spesso è ragionevole e ponderato. Non è confortante essere tratteggiati a canzonella perché è come prendersi gioco delle sofferenze e dei problemi del prossimo; anche, è un gioco utile per non concentrarsi sulla propria vita.  

 

Il mio reale me stesso continua a latitare, il mio ego spadroneggia e bivacca, il mio inconscio guida la macchina.

Partirei alla conquista di altre dimensioni e di nuove possibilità, se solo sapessi alzarmi dal suolo. Il corpo, l’ambiente e il tempo, continuano a dominarmi e a tenermi nella modalità di sopravvivenza.

Resterò seduto sulla riva del mare ad aspettare l’onda da cavalcare, oppure mi troverai sdraiato su questa nuda terra a percepire un soffio di vento e ad afferrarlo.

Arriverà il sereno e potrei farcela, come un cavaliere che ha attraversato una tempesta.  


 

 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

 



Emergenza idrica


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Sono nato, cresciuto e vivo a Roma. È la prima volta in vita mia che sento parlare di emergenza idrica e razionamento dell’acqua. Questioni legate al terzo mondo, pensavamo tutti. Ora non più, indipendentemente dalle scelte che seguiranno.

Ogni evento porta i suoi eccessi: col caldo crescono l’emergenza incendi e la siccità, con la pioggia, esondazioni e alluvioni. Il problema ambientale è quanto mai imprescindibile, oggi. La questione centrale, invece, resta sempre il rapporto dell’uomo con la terra, gli interessi che lo muovono e il riscaldamento globale.

Sì, d’accordo, dice qualcuno, la solita retorica. Non si possono boicottare il sistema e l’economia moderna, ma per me è lo stesso parametro che muove i moralismi riguardo alla chirurgia estetica o una questione più seria come il sesso biologico e l’identità: se non si dovrebbe andare contro la propria natura, perché non usare la stessa equazione riguardo agli equilibri del pianeta?

Certi principi cambiano secondo la convenienza e la morale pubblica.

Il ministro dell’Ambiente dichiara: E' inaccettabile che dei trecento miliardi di metri cubi d'acqua che in Italia piovono ogni anno, riusciamo a captarne solo l'undici per cento. La pianificazione ambientale non può in alcun modo essere vista in maniera distinta da quella del servizio idrico integrato.

Diranno che in realtà non esiste alcuna noncuranza ambientale e che nessuno risulta inadempiente: è il clima che è incoerente! 

All’elettore non resta che lanciare accuse generiche come quando si trattava della pioggia: belli i tempi del piove, governo ladro. È il tramonto della società dei magnaccioni, allungare il vino con l’acqua era un affronto che si lavava senza regolare il conto: ma che c’importa, se l’oste nel vino c’ha messo l’acqua? Noi allora non paghiamo.

Oggi pagheremmo eccome. Chi l’avrebbe mai detto? 

 

 

© ENRICO MATTIOLI 2017 




Elogio della stanchezza


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Siamo pianeti fuori dalla propria orbita, viviamo in sepolcri dove lasciamo foto che ogni tanto cambiano, segniamo date e ricorrenze, inviamo messaggi che ogni tanto qualcuno legge ma anche baciamo il culo a un falso amante che vuole fotterci. E abbiamo amici, qualcuno i migliori, qualcun altro quelli che si merita, e piacciamo, votiamo, esprimiamo, oggi siamo glamour e domani saremo dimenticati, comunque, testimoni di un pubblico delirio.

Avevo proprio bisogno di stancarmi, io che sono di mezza via e ormai cronicamente stanco. La fatica porta via tutte le solfe, se non sempre, almeno qualche volta. Mi serviva di sgrassare il calendario e fermare la mente, perdermi in una bottiglia per ritrovarmi nella noia. Dovevo organizzare la mia confusione, svuotare il mio niente. 

Io non capisco più quando arriva la primavera e dove comincia l’estate, non riconosco alcuna estremità. Sono sospeso e trovo in questo stato l’equilibrio. Puoi chiamarlo postura, gravità, assetto, ma capisci che è così che fu ed è così che sarà. Privo di consapevolezza sulla propria condizione, fuori dallo spazio, dal tempo e dalla sostanza, esisti ugualmente. È solo la stanchezza dell’assente, quella di chi manca seppur presente. 

Versione inglese di questo post



Il bamboccioneLEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2017 



Uomo e tecnologia


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Domenica senza traffico per il blocco della circolazione. Strade e menti libere, podisti e ciclisti padroni dell’asfalto, qualcuno cade ma è l’antica legge degli oneri e degli onori: hai voluto la bici? Pedala (e casca, se necessario)!

Proverbi e vecchi adagi a parte, sembra che manchi il carosello festoso delle automobili, dei fumi, del caos; questo mi fa riflettere sulla dipendenza inconscia: è come quando è festa, esci e i negozi sono chiusi, un’anomalia (ormai), ma ci hai fatto l’abitudine e ti serve. 

Sempre più spesso dimentico il telefono mobile; eppure vivo, almeno fino a quando non ci penso. Il rapporto con il computer, con la televisione, con il cellulare e con tutto quel che è connesso a un satellite o a una rete, è uguale al rapporto che si ha con una persona, altroché se è così: mi preoccupo di più se la rubrica del telefono è bloccata che del doloretto al braccio sinistro avvertito di frequente nell’ultimo mese.

Sono a mio agio nel compiere movimenti innaturali: cammino (o guido) consultando il cellulare, nelle sale d’attesa parlo al telefono con tono udibile dal vicino di posto ma spesso – soprattutto - in viva voce affinché tutti sappiano di me e delle mie affaccendazioni, sperimento la ricezione dei nuovi angoli telefonici e mi è ignoto quanto tempo io riesca a restarne staccato.

L’idea di un social perpetuo e di contatti continui, sono ganci che tengono connessi a un mondo custodito nella tasca e che produce problemi in serie: in questa società devi essere sempre raggiungibile. In qualunque modo. A qualunque costo. Anche se a cercarti fosse solo la pubblicità. Tanti numeri e liste, profili e identità, siamo dappertutto, pure sulla nuvola. Siamo così soli che da soli facciamo gruppo, eppure l’esistenza, privata di questo panorama, appare distante.

Se Pirandello componesse oggi Il fu Mattia Pascal, tratteggerebbe un individuo sprovvisto di marchingegni tecnologici perché, staccato dal mondo, in un certo senso, sarebbe inesistente. Scrivo in un certo senso, giacché il paradosso è rappresentato dal fatto che si ha bisogno di un proprio stato distante, di una forma aliena alla propria reale natura, per sentirsi (o credersi) vivi.

Esistiamo, dunque, solo come alienati (lontani)? Attivata un’emorragia cronologica costante, fuggiamo da noi stessi anche con l’ausilio della tecnologia, senza avere una destinazione o un obiettivo reale. Il metodo cartesiano dell’ego cogito, ergo sum oggi diventa assolutamente fuggo, dunque sono. I processi comunicativi, grazie al social o ai messaggi (e all’omologazione in genere), sono sostituiti dagli slogan, l’essere in vita si riduce al manifestarsi sotto varie forme di tendenza, il silenzio e l’osservazione rappresentano uno stato considerato, nel migliore dei casi, di coma irreversibile. 

Mi giunge a conforto, un grido di aiuto di tanti anni fa.

 

Help!

 

Quando ero più giovane, molto più giovane di oggi


non avevo bisogno dell’aiuto di nessuno

ma ora quei giorni sono finiti e non sono così sicuro di me.

Ora trovo che ho cambiato mentalità e aperto le porte

la mia vita è cambiata in così tanti modi

la mia indipendenza si è trasformata in confusione



 Gabbie: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

 © ENRICO MATTIOLI 2017

 


 

Il paese dei balocchi


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Musica, yoga, meditazione, un libro che mi piaccia: ognuno avrebbe diritto alla bisboccia. Se una qualsiasi autorità favorisse tale condizione, la voterei a prescindere. Non m’interessano discorsi farciti di nuovi significati, la vita vola via troppo veloce.

La gioia di vivere, magari razionata, dovrebbe passarla la mutua e lo Stato, preoccuparsi di garantire allegrezza sufficiente, non usura da lavoro. È possibile produrre la felicità?

Strade piene di gruppi che suonano il blues e bande di jazz, festival e carnevali per i quartieri suburbani. Offrite il ben che dio ha concesso attraverso le illustri menti di Leonardo e Michelangelo, i paesaggi di Monet, Manet, Renoir, i colori dell’arancio Vincent, pur senza dimenticare le incursioni dell’anonimo di Bristol e tutte quelle cose lì. Lasciate che mi perda nei campi di fragole e svolazzare nei cieli di marmellata, scendere fin negli abissi dentro un giallo sottomarino, nel tempo di un’eterna primavera.

Che io veda solo versi e prosa sui manifesti, recite nelle piazze, sagre nei mercati, luoghi da dedicare a chi la scienza usò per buoni fini e a chi mise il proprio intelletto a disposizione degli altri. Di quel che era necessario un tempo scoprirne la futilità dell’oggi e come cambiando ottica le convinzioni si rovescino. Ognuno ha le sue cose da nascondere e non si può cancellare niente perché tutto rimane in qualche parte: che quella parte diventi sapienza.

Fate che io salvi un pensiero pulito per chi mi vuole male, affinché questi allenti la sua furia su di me. Che il tempo mio diventi compagno, le lancette si facciano carezze e non più accette. Ansie e tensioni si dissolvano, paure e angosce svaniscano e resti quello stato di benessere, la tranquillità che fa guardare il cielo senza pensare a nulla.

Dicono che la fine è come scendere da un autobus per salire su un altro. Facciamo che sia solo un’altra dimensione e date la letizia, la meraviglia, il respiro regolare che poi io mi ritirerò sugli alberi a guardare da altre prospettive, come il Rampante Barone di Calvino.

Sarà proprio come un eterno paese dei balocchi ma nessuno si sveglierà asino, ci saranno letture e la scuola sarà gioco.  


 

La città senza uscita: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

 © ENRICO MATTIOLI 2017


 

Le donne dimenticate


Io me le ricordo tutte o quasi, eppure. Le donne dimenticate.

Quella che aspettava senza, quella che aspettava un altro e poi arrivavo io, quella che non aspettava mai. Quella che sperava ma trovava me, quella cui qualcosa dovevo pure e invece. Quella che sarebbe potuto e non è stato.

Quelle quali sono stato solo un caso, quelle quali sono stato solo. Quelle quali non m’hanno mai notato e per cui, quindi, ho attardato; quelle quali sarebbe stato facilmente e per cui, quindi, non ho attardato niente.

Quelle quali che piangevano per lui ma sulla spalla mia, quelle quali nascondevo le mie carte. Quella quale disse ch’ero proprio un bravo maschio ma poi non era tanto vero, quella quale diceva che non ero affatto, quella quale quando c’era lei non c’ero io.

Quella quale non ero suo papà, quella quale io non ero come, quella quale non era mica mia. Quelle quali che ero troppo piccolo, quelle quali che sono troppo vecchio. Quelle quali oh, ma sono tua cugina, quelle quali che non sono tua sorella.

Quella quale che ti voglio ma però, quella quale che penserai dopo di me, quella quale come sei cambiato, quella che non ti riconosco più. Quella quale ma ti piacciono i capelli, quella quale che non mi guardi mai negli occhi, quella quale mai, non mi ascolti mai.

Quelle quali che ci penso quando piove e la testa prende un giro singolare, quelle quali non ne puoi parlare e che poi, per dirla tutta, è più meglio che non dici più.

Ti sorprende quel vagare, infastidice il non poterlo governare. Vanno e vengono i ricordi, come la notte segue il giorno e speri che anche il tuo, in fondo, busserà da qualche parte per dire soltanto: sono io, non mi dimenticare, che è stato quel che è stato pure se non è mai stato niente.

Hai un cuore da aggiustare, credi d’esser dominante e non sai nulla della vita, quasi sempre ti dimentichi, per uscire dal tuo guscio, sei passato dalla fica.   

 


Stelle di polvere: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

 © ENRICO MATTIOLI 2016





© Enrico Mattioli 2017