Al mio paese


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Ore 18,45, sta per iniziare la lezione di yoga. Sono in anticipo, entro per sistemarmi. L’istruttrice sta parlando con quella che usualmente è la mia vicina di materassino. Mi accomodo tra di loro perché ho intuito l’argomento. La donna apre il cellulare e mostra degli scatti fatti ad Accumuli, qualche tempo fa. Sono macerie, è il terremoto.

- Io – m’intrometto – ho una casetta in Umbria, venti chilometri da Norcia e venti da Visso. Mio padre era di quelle parti. Proprio lunedì, sono stato a un appuntamento con la Protezione Civile per l’agibilità.

- Che disastro – continua lei – ho passato l’infanzia e l’adolescenza lassù. E guarda ora…

 

Arrivano alla spicciolata gli altri e la lezione deve cominciare. Mi sistemo seduto a gambe incrociate e con le mani sulle ginocchia per iniziare la respirazione, ma è difficile rilassarsi adesso. L’infanzia e l’adolescenza, quella frase ha aperto un baule di ricordi. 

L’altro giorno, mentre aspettavo le due persone deputate al sopralluogo, mi sono allontanato mezz’ora per una visita alla tomba dove è sepolto mio padre. Il cimitero si trova poco fuori il paese e camminando, guardavo quei luoghi che in qualche modo avevano segnato le nostre giornate estive. Lassù, proprio a metà del monte che sovrasta il centro abitato, noi ragazzi avevamo costruito un rifugio. Era una catapecchia di frasche, ma ci sembrava uno chalet di lusso dove andavamo a fumare e a consumare tutto quel che riuscivamo a racimolare negli orti. Nessuno poteva trovarci senza che noi lo vedessimo salire ed era un sollievo avere momenti di controllo sulla propria adolescenza, a quei tempi. La strada dove inizia il sentiero per salire in cima, in quella parte di Valnerina, adesso è chiusa per frana.

Quando eravamo ragazzi, il paese si sviluppava intorno al centro storico. C’erano due bar in pochi metri e di solito si usciva dall’uno per entrare nell’altro. Il primo bar era spazioso e potevamo restare seduti a pianificare qualche progetto per fuggire la noia delle ore più calde. Il secondo locale era più piccolo ma aveva il magazzino adibito a sala giochi con un bigliardino, un flipper e il juke box che noi facevamo funzionare con una moneta soltanto per tutta la stagione. Sull'altro lato della strada, un negozio di alimentari serviva la cioccolata a fette per merende e colazioni di sapore antico. Attendevamo il fornaio che scaricava, appena cotte, le pizzette bianche tonte col rosmarino e i tranci di pizza rossa con un’alicetta.

Il giorno di ferragosto il paese si fermava per la partita tra scapoli e ammogliati, che in realtà era una sfilata di carri delle due compagini rivali, le quali durante il tragitto dal centro del paese fino al campo sportivo, si scambiavano sfottò e colpi bassi per riappacificarsi soltanto la sera con la braciata in piazza a base di bruschette, di salsicce e di fogliata, una torta umbra composta da bieta, guanciale e pecorino. E ovviamente il vino. Poi si ballava per tutta la notte, nell'attesa dei fuochi artificiali. Molte cose si scoprivano d'estate, il sesso e le prime sbornie, gli scherzi terrificanti e tutte le cose che sarebbero tornate utili nella vita.   

Oggi, quello che una volta era il centro nevralgico, s’è spostato. Il bar, la trattoria, la macelleria e un supermercato sono situati all’entrata, vicino al cartello di Benvenuti a Borgo Cerreto. Di fianco scorre il Nera; oltre il fiume, irrigati da una sorgente che sgorga dalla montagna, un mare verde di orti che si sviluppano fin sotto la valle attraversata dall'antico tracciato della ferrovia Spoleto - Norcia: una serie di gallerie, ponti e viadotti ricavati nella roccia. Mio zio  era il capostazione della frazione di S. Anatolia.

L’intera area d’ingresso al paese è diventata un immenso parcheggio, dove la gente sistema la propria vettura per passarci la notte, svegliata di soprassalto dalle luci e dalle sirene dei soccorsi. 

Non solo la terra, ma l’anima si scuote, e le origini che qui riposano. Correvamo tra i papaveri e ogni giorno sentivamo il suono della domenica. Non eravamo mai stai così liberi. 

versione inglese di questo post

 


© ENRICO MATTIOLI 2016   




© Enrico Mattioli 2017