Quelle partite che non giocai


Ci sono partite cui tu non partecipi per disinteresse o pigrizia, eppure, troverai sempre qualcuno che sostiene di averle vinte. Esistono più partite giocate da soli che contese con un numero imprecisato di avversari. È impressionate, il numero di persone che pensa di essere al centro della vita altrui e crede che le proprie gesta siano motivo di una tua riflessione quotidiana. La soggettività è questione pericolosa che genera allucinazioni. Relazionarsi col prossimo è una gara eterna che produce romanzi mai scritti ed in continuo aggiornamento. La metafora è quella dell’autoscontro: inevitabile sbattere nella vettura altrui nel momento in cui si entra in pista.

La gente è dannatamente preoccupata a non fare la figura del fesso e a magnificare su se stessa, senza pensare che quel che arriva all’interlocutore è altro. Non può non venire in mente la genialità di Fantozzi, l’organizzazione Filini, le signorine Silvani. Gli ambienti lavorativi ne sono una riproduzione fedele.

L’insoddisfazione, i sogni infranti, la mancata realizzazione di se stessi, la frustrazione dell’insuccesso, fanno in modo che la nostra vita sia eternamente in bilico tra commedia e dramma, spesso ridiamo in segreto del collega almeno quanto questi ride in segreto di noi. È impossibile praticare un’esistenza personale senza passare per lo sberleffo altrui, per l’emarginazione. Sono quegli stessi gruppi al cui interno ognuno maligna alle spalle dell’altro ma dove, alla bisogna, ci si compatta.

Esiste un disagio profondo in ognuno di noi o almeno, nella maggioranza di noi. La differenza sta nel modo di affrontare quella miseria personale. Non esserne consapevoli è dannoso per se stessi ed esilarante per gli altri. Avete presente il film Il vedovo, quando Elvira, la moglie (Franca Valeri), descrive il marito Alberto Nardi (Sordi), come un megalomane e lui, non conoscendo il significato del termine, le chiede il senso?



Esserne coscienti e nasconderlo, invece, è legittimo, ma anche vigliacco. Non abbiamo idea di come siamo già stati immortalati ai posteri da un numero imprecisato di opere come l’amara rappresentazione de Il ventre di Parigi di Emile Zola. La descrizione che lo scrittore parigino offre delle figure che ruotano intorno al mercato alimentare delle Halles, infatti, ne costituisce, a mio modesto parere, un esempio perfetto. La concorrenza e la competizione quotidiana dei gestori dei banchi, la difesa della posizione e dei propri agi, culminano nel triste epilogo dell’opera: che canaglia la gente onesta.

Ed è questa millantata onestà a colorire le partite cui facevo riferimento all’inizio del post. Orgoglio, onestà, scaltrezza, superiorità, meriti. Le motivazioni sono sempre quelle. Se ognuno riflettesse, almeno una volta, che quel che vedono gli altri, è assolutamente diverso da quel se stesso esibito, scoprirebbe che le proprie miserie giungono sempre in anticipo, come il naso che precede Cirano.



 © ENRICO MATTIOLI 2016      

    

 


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