POLEMICHE


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolte le mie polemiche sterili e facete.

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Profili velenosi



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Una palude si bonifica con l’unione di tutti, ma spesso la miseria intima porta a pensare solo a se stessi e la vita diventa una gara a chi si allontana dallo stagno.

Quello della felicità personale è un concetto che dovrebbe essere legato anche alla felicità altrui, ma quando questa non si raggiunge, qualcuno si accontenta che gli altri perdano la propria. Non intendo riferirmi alla felicità assoluta, il cui raggiungimento è complicato per chiunque, ma alla tranquillità quotidiana e alla serenità. 

Ci sono persone che cascano nella tua vita, s’infilano in una crepa che hai lasciato incustodita e bivaccano ossigenando i tuoi disagi. Un persistente malessere ti tiene legato a queste persone ma esse non sono in grado di risolvere i tuoi problemi, anzi, si limiteranno a manipolarti. Non si tratta di essere ingenui: costoro hanno analizzato la tua indole, si sono insinuati amorevolmente, ti hanno coinvolto in una partita che tu non sapevi di giocare.  

Sono professionisti dell’arte di arrangiarsi e vivono di dipendenze bilaterali. Impegnati di continuo a ridefinire un’identità, richiedono nuove conoscenze che non possano confutare i racconti sul loro passato. Storie di eroi (o eroine) e gente integerrima; persone obbligate dagli eventi a compiere scelte, millantano libertà decisionale; chi, costretto a fuggire, racconta di essere partito; e poi, viaggiatori di terra, di mare e di aria, qualcuno è stato perfino sulla luna. Ovviamente, tendono col tempo ad allontanarsi da relazioni amicali o sentimentali che possano discutere l’immagine che essi hanno di loro stessi.  

Com’è possibile che esistano davvero persone così abili? Ne esistono più di quanto si possa pensare, ma la loro non è abilità: è più facile distruggere che creare. Non sono stati in grado di realizzare un granché se non con l’imbroglio, e non accettano le passioni, gli ideali, l’autostima degli altri. Attraverso una pianificazione crudele, annientare diventerà il loro obiettivo.

L’ego è un bambino molto fragile, viziato, imbroglione, che va nutrito in ogni momento e con ogni mezzo. Da vocabolario scopriamo che lui, l’ego (o io), è una forma mentale organizzata a gestire i rapporti con la realtà esterna e interna. Nel momento in cui entra in contatto con la realtà o con l’altro, questi, l’ego, deve reagire, replicare, fare qualcosa e può farla solo per quanto e per com’è stato nutrito. A volte impazzisce e va in tilt, è talmente perverso da rifiutare aiuti e talmente bugiardo da negare addebiti. Ha bisogno di assistenza ma offre la sua consulenza e se ne va in giro pericolosamente per il mondo. Può essere chiunque, la tua migliore amica o tuo marito, il tuo datore di lavoro o un avvocato, un medico, un operaio o un sacerdote. Un capo di Stato. Maggiori saranno le sue responsabilità nella società, maggiore sarà il grado d’influenza sull’altro anche se la deontologia professionale può agire da argine: dove l’ego fa più danno è nella sfera personale.

Sono tutte cose della vita e occorre imparare a nuotare. Spesso ho trattato della percezione errata della comicità. Si vede sempre l’altro e mai se stessi. Cambiando il punto di ricezione, resteremmo attoniti, senza sorridere.



  © ENRICO MATTIOLI 2017




Anche i dentisti nel loro piccolo, cospirano


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È nelle questioni legate ai profeti senza patria, quando chi ti conosce poco ti esalta e chi ti conosce, ti evita. È la donna illuminata che rivendica, ma nella quotidiana battaglia contro la suocera, si perde. È nel riscatto del maschio che è la fica e basta. È nei problemi che si risolvono a letto. È nel carnevale che si tenta di mascherare. È nel giro indefinito del cetriolo che torna sempre al profeta di cui sopra.

È nella frutta che costa più della carne. È nel partito della pagnotta e nella pagnotta del partito. È nelle questioni legate ai ladri che se rubassero le eccedenze compierebbero solo un’azione di pubblica utilità. È nelle maggioranze, è nel tanto lo fanno tutti, è nel tanto non cambia niente. È nel tirare a campare.

È nel niente delle cose.   

Soltanto quando un piccolo osso scivola e si camuffa tra le olive denocciolate, l’indignazione ti spinge al movimento. Il dente duole e si ribella, denuncia, perché è così palese che anche i dentisti, nel loro piccolo, cospirano. 

"Se tutti volessero la pace, ci sarebbe la pace" 

John Lennon




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 © ENRICO MATTIOLI 2017



Maschere


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Non sono mai stato un grande bugiardo. Le menzogne più grosse le ho raccontate a me stesso. Gli inganni assomigliano a un giaciglio instabile che pur incidendo sulla postura per qualche tempo ti fa sopravvivere e poi con la perseveranza, ti porta alla deriva fisica.

In tanti si accorgono di una finzione, tranne chi la mette in scena. Costui se ne va in giro rasserenato, pensando d’essere creduto. Il mondo è pieno di gente convinta della propria attendibilità. Queste persone, invece, alimentano soltanto un sistema di derisione consumato alle loro spalle. Personalmente, ho assistito a capolavori assoluti di menzogne ma in queste righe mi riferisco alle maschere di pessima fattura.

L’esistenza è un carnevale cui noi partecipiamo come maschere anonime, fuggendo alla nostra natura. Luigi Pirandello, riguardo al concetto di maschera, pone i suoi personaggi di fronte ai dubbi della vita perché solo nel dilemma sul proprio ruolo e sulla propria identità vive lo stimolo che spinge a cercare se stessi.

Nella vita moderna questo sforzo è analisi faticosa e il bisogno di stabilità, comodità e grandi scuse storiche è assoluto. La competenza lascia il posto alla competizione. Ogni buon attore conosce l’arte di nascondere l’arte. Il grande bugiardo è un artista che nasconde la sua reale essenza.

È la lotta della grande proiezione. Nessuno ama restare indietro. Attirare disperatamente l’interesse altrui. Sentire costantemente di dover dimostrare qualcosa. Ripetere la farsa perché diventi verità.

Il possesso. La paura. Il fallimento. La fragilità. L’ego. Sono infiniti i motivi per cui si mente, non solo nascondendo il vero se stesso ma allontanandolo ancora. Bisognerebbe salvare l’innocenza e la meraviglia infantile, oltre alla saggezza della vecchiaia. Nel mezzo, resta quel lungo periodo tra le braccia della società a sbattersi per un posto al sole o all’ombra, secondo le necessità di ognuno, a seguire pedissequamente i dettami della società stessa, per accorgersi quando il tempo è ormai residuo, che non fu quel sentiero a renderci felici e che forse, felici non lo siamo mai stati.   

Fondamentale è uno spazio tranquillo e un po’ di tempo per se stessi. No, non mi riferisco alla galera, ma a uno spazio e al tempo che conducano a una dimensione propria e naturale. Tutto è dentro di noi, non occorre molto altro. Ci vuole solo una sedia comoda, un luogo in cui la mente sia in grado di passeggiare e fluttuare. Un giorno quel posto sarà proprio la mente stessa e niente sarà più necessario.



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© ENRICO MATTIOLI 2017




Bersagli e proiettili


Li vedi? Sembrano proiettili puntanti ignari d’essere bersagli e non puntanti.

Li vedi? Sembrano connessi e son distanti, vanno avanti e stanno fermi, senza dubbi, conformi.

Ho pensato che il tempo stesse per scadere e non ne ho più per affanni e per inganni.

Se ci provo, lentamente un po’ mi trovo e invece qua mi chiedono di alzare ritmi e fare incetta di obiettivi.

È questo che mi duole, sarebbe più leggero non doverci fare i conti: quanto m’è incline la vita di quartiere, senza spade sulla testa, affronti, pasticche, confronti.

Sono logoro e mi arrangio, devo scendere e non posso ma dovrei saltare il fosso e non restare nella fossa a inventare un’altra mossa, tengo freddo sulle ossa e ho bisogno d’una scossa!

A partita ormai finita, come una rivelazione, una cosa l’ho capita: non c’è dolo nel veleno se da questo nasce il siero.

Quando smetti di cercare, facilmente puoi trovare. Mentre credevo di cacciare, la preda m'ha preso innanzi: li vedi? Sembrano proiettili puntanti.

Li vedi? Sembrano connessi e son distanti.



Leggi La rivoluzione che non c'è

© ENRICO MATTIOLI 2016 



Quelle partite che non giocai


Ci sono partite cui tu non partecipi per disinteresse o pigrizia, eppure, troverai sempre qualcuno che sostiene di averle vinte. Esistono più partite giocate da soli che contese con un numero imprecisato di avversari. È impressionate, il numero di persone che pensa di essere al centro della vita altrui e crede che le proprie gesta siano motivo di una tua riflessione quotidiana. La soggettività è questione pericolosa che genera allucinazioni. Relazionarsi col prossimo è una gara eterna che produce romanzi mai scritti ed in continuo aggiornamento. La metafora è quella dell’autoscontro: inevitabile sbattere nella vettura altrui nel momento in cui si entra in pista.

La gente è dannatamente preoccupata a non fare la figura del fesso e a magnificare su se stessa, senza pensare che quel che arriva all’interlocutore è altro. Non può non venire in mente la genialità di Fantozzi, l’organizzazione Filini, le signorine Silvani. Gli ambienti lavorativi ne sono una riproduzione fedele.

L’insoddisfazione, i sogni infranti, la mancata realizzazione di se stessi, la frustrazione dell’insuccesso, fanno in modo che la nostra vita sia eternamente in bilico tra commedia e dramma, spesso ridiamo in segreto del collega almeno quanto questi ride in segreto di noi. È impossibile praticare un’esistenza personale senza passare per lo sberleffo altrui, per l’emarginazione. Sono quegli stessi gruppi al cui interno ognuno maligna alle spalle dell’altro ma dove, alla bisogna, ci si compatta.

Esiste un disagio profondo in ognuno di noi o almeno, nella maggioranza di noi. La differenza sta nel modo di affrontare quella miseria personale. Non esserne consapevoli è dannoso per se stessi ed esilarante per gli altri. Avete presente il film Il vedovo, quando Elvira, la moglie (Franca Valeri), descrive il marito Alberto Nardi (Sordi), come un megalomane e lui, non conoscendo il significato del termine, le chiede il senso?



Esserne coscienti e nasconderlo, invece, è legittimo, ma anche vigliacco. Non abbiamo idea di come siamo già stati immortalati ai posteri da un numero imprecisato di opere come l’amara rappresentazione de Il ventre di Parigi di Emile Zola. La descrizione che lo scrittore parigino offre delle figure che ruotano intorno al mercato alimentare delle Halles, infatti, ne costituisce, a mio modesto parere, un esempio perfetto. La concorrenza e la competizione quotidiana dei gestori dei banchi, la difesa della posizione e dei propri agi, culminano nel triste epilogo dell’opera: che canaglia la gente onesta.

Ed è questa millantata onestà a colorire le partite cui facevo riferimento all’inizio del post. Orgoglio, onestà, scaltrezza, superiorità, meriti. Le motivazioni sono sempre quelle. Se ognuno riflettesse, almeno una volta, che quel che vedono gli altri, è assolutamente diverso da quel se stesso esibito, scoprirebbe che le proprie miserie giungono sempre in anticipo, come il naso che precede Cirano.



 © ENRICO MATTIOLI 2016      

    

 


Quello che siamo


Ognuno di noi voleva sembrare migliore di com’era realmente e tutti avevamo le tasche piene di anomalie. Ci truccavamo di giorno per nasconderle, ci tormentavamo la notte perché incapaci di rimuoverle.

Sembravamo bellissimi. Parlavamo il conformismo dialettico usando sigle e gesti, accorciavamo le distanze con infusi di citazioni di cui, talvolta, confondevamo l’autore. Nelle viscere del benessere occultavamo ulcere e malanni, collezionavamo protesi e prolungamenti. Avevamo le risposte, le soluzioni, generavamo identità e splendevamo di luce nostra. Eravamo una grande famiglia, avevamo gli amici a posto e le cravatte giuste. Essere invidiati ci galvanizzava.

Eravamo maestri di profili, di presentazioni, di curricula, ripassavamo il copione in ascensore o nei cessi delle sale d’aspetto e quando non ci davano ragione, andavamo a prenderla e se non trovavamo motivi, uscivamo a comprarne. Odiavamo i retrobottega, ci tappavamo il naso per essere alla mano bazzicando gli ultimi perché ci facevano sentire primi ma guai se questi provavano competere. Parlavamo in faccia senza gettare la maschera.

Aspettavamo il tempo all’incrocio dell’eternità e quando la nostra ora forzava l’assedio, gli sparavamo contro fino a stenderla. Correvamo così forte dietro alla vita da lasciarcela alle spalle, mostrandogli il culo per sberleffo.

Lentamente mi stancai, non capivo più il senso della commedia. Avevo dedicato a quella merda troppi anni e covato tanto rancore. Pianificavo, consideravo le varianti e ponderavo ogni passo, disarmonico, saltando le battute, eternamente fuori tempo.

Mi accontentai di scendere a una fermata qualunque, senza sapere cosa sarebbe stato. Li lasciai tutti giocare agli irresistibili, si sarebbero dimenticati di me e io avrei smesso di considerarli. Le mie energie prendevano un’altra direzione e non ebbi più alcun bruciore di stomaco. Era la differenza tra mandare la gente a cacare e, semplicemente, lasciarla andare. 


© ENRICO MATTIOLI 2016      




L'importanza del piano B


C’era un tempo in cui le risposte soffiavano nel vento ma oggi le stagioni hanno perso il sincrono e pure l’aria è fabbricata da macchine refrigeranti.

La natura non è più, questo è il solo dato incontrovertibile. A nulla servono movimenti e traiettorie. Davvero è inutile affannarsi, ma è anche necessario.  

Come quando sei nel traffico e non ne esci perché non hai studiato un altro percorso. Come quando chiude un giornale e non sai se schierarti con chi pensa che se in pochi lo leggono, è giusto che chiuda perché, anche, è stato un rubinetto aperto per anni; oppure, stare dalla parte di coloro i quali sostengono che la chiusura significa tagliare definitivamente i legami con la storia e con i suoi padri nobili e forse, bisognerebbe, bisognava, fare qualcosa.  

È come quando porti la tua vecchia macchina allo sfascio, quella della giovinezza, quando sulla sua carrozzeria sei arrivato in capo al mondo e hai tanti, troppi, cari ricordi da conservare. 

È quando chiude una piccola libreria in un quartiere popolare ma che però, ah, si vuole rendere alternativo, chic, finto qualcosa. Proprio come quei libri che non vendono perché non si leggono o che non si leggono perché non vendono, che è anche peggio e di male in male, aggiungiamo anche e soprattutto quei libri che non vendono perché nessuno ne conosce l'esistenza; oppure quelli che vendono perché sono a metà tra il prodotto di laboratorio e la formula matematica e poi hanno dalla loro parte la famosa maggioranza adulatrice affabulata dagli uffici marketing, maggioranza alla quale qualcuno farà prontamente notare di essere stata offesa dalla definizione errata affabulata anziché dall'azione di incantesimo operata dalla réclame. 

Ed è anche come se fosse necessario aprire un dibattito sulle differenze tra editori e commercianti di genere, e sostenere che il secondo si occupa e preoccupa solo della vendita della merce (pure se asserisce il contrario) mentre il lavoro del primo è volto anche a diffondere la lettura del libro - oltre alla vendita - perché dopotutto non è mica uno sprovveduto. Ed è qui che si gioca la partita, perché vendere un libro non significa che l'opera verrà letta, almeno fintanto che il tomo verrà considerato un gadget da tenere in bella vista su una scrivania o in qualsiasi altra piattaforma abbastanza visibile. Mentre al contrario, un'opera letta non fa certo alzare le percentuali di vendita fintanto che venga prestata o acquisita su una bancarella dell'usato, perché appunto, acquistata due volte oppure scaricata via web.

È come quando pensi che non accadrà mai e invece, ahimè, accade, anzi, sta accadendo e tu non te ne accorgi.

E' tale al momento in cui senti parlare dell'amore come di un'esperienza, come se si trattasse di un curriculum vitae da esporre o che al limite ti preservi dal soffrire, salvo poi essere smentiti dalla successiva… esperienza.   

È la difficoltà dell’adeguarsi alla legge del più forte o alla volontà di chi comanda, oppure, semplicemente, ai tempi e alle cose che cambiano e tu capisci di essere fuori e la vita che scorre non ti appartiene, perché le minoranze si condannano da sole, non è certo questa la società che tutela le riserve e i ghetti sociali, al più, per quando paradossale può sembrare, è la società delle maggioranze e dei pochi (intesi come gestori), dove i primi servono, inconsapevolmente o meno, ai secondi e questi ultimi, la storia lo dice a chiare lettere, rispondono a quello che viene definito il terzo sesso. Ed è come quando la febbre ti fa vaneggiare, dissociare da quello che dichiari e da quello che effettivamente riesci a compiere. E chi assiste, deve per forza schierarsi, alimentare il dibattito. Chiunque affianchi o dichiari il suo favore a una gestione è a suo modo, reazionario. Tutti i rivoluzionari, presto o tardi, lo diventano. Tranne pochi, che però generano e nutrono utopie, vivendo la propria breve vita nei soffi dei ricordi e della storia. La quale (la storia), è sotto revisione costante e succube di flussi interpretativi.     

È come guardare un film in una lingua sconosciuta e senza sottotitoli.

Sono i margini che si restringono, come quelli di un foglio virtuale, uguale a quello da cui sto scrivendo.

Tutto passa, finisce e poi si ricicla. Solo le guerre, per quanto retorico possa essere, non finiscono mai. E anche l’importanza di un piano B, appare vana. 



© ENRICO MATTIOLI 2014



Mantenere viva l'imperfezione


La tecnologia dovrebbe salvare l'essere umano non penalizzarlo. Non si dovrebbe lavorare la domenica, oppure lavorare tutti, ma proprio tutti. Eppure non si può, non è previsto, perché per una categoria che lavora (che produce), ne occorre una che consumi (che compri).

Ci sono le macchinette per il caffè e quelle per le sigarette, quelle per le merendine e quelle per i profilattici. Ma non ci sono quelle per lo scatolame vario (tonno, fagioli, passate, bibite, birra, detersivi e carta igienica), affinchè i supermercati restino chiusi nel settimo giorno o meglio, che il personale riposi. 

No, perché allora l'imprenditore direbbe che se si può far restare a casa un dipendente la domenica e utilizzare la TECNOLOGIA (una macchinetta, nemmeno stessimo trattando d'una navicella della NASA), quindi risparmiando sui costi del personale, allora si può farlo anche per il resto dei giorni. 

Insomma, Lennon era veramente un sognatore, un illuso, altro che immaginare la gente vivere la propria vita in pace: siamo al servizio della tecnologia e non viceversa, e qualsiasi sacrosanto diritto cadrà sempre sotto le logiche del profitto. Ed è bene fermarsi qui, perché poi, dirà qualcuno, li conosco io a quelli come te: si fa presto a passare da Lennon a Lenin, basta cambiare una vocale e tagliare una consonante. E mica si tratta d'una consonante qualsiasi, ma della maledetta ENNE, nasale e occlusiva e io direi anche un pò iatale. Eh, caro Vladimir (o devo chiamarti John?), il tuo mezzobusto servirebbe solo per annunciare il palinsesto di RAI TRE oppure a recitare il Capitale (citando l'autore, s'intende, mica starete qui a farvi sgarbi tra di voi), più o meno come Gasmann recitava il menù di pranzo. 

Non c'è più nulla che ci scuota. A parte l'eversione da social network (ahi ahi ahi, la tecnologia perseverante). Azioni e reazioni col sottile scopo di trattare d'ogni cosa, tranne che di politica. Hanno fatto di tutto per rinchiuderci. Prima lo stadio. Poi, il centro commerciale. Infine, internet. Almeno, non ci sentiranno più scorreggiare. Ecco il punto: forse, occorrerebbe tornare a emettere peti all'aria aperta o in mezzo alla gente per sentirsi veramente vivi. 

Insomma, pure la violenza non è più quella di una volta.

E' il mondo com'è stato concepito. Qualcuno mi dice che quando un sistema cade in pezzi, è inutile menarla con l'arte. L'arte, che in un vago passato (oppure un passato che non c'è mai stato) risvegliava coscienze sonnacchiose, ne è rimasta imprigionata. Il libro, la recitazione, la musica, devono dare una rendita, altrimenti, raus, kaputt, insomma: hai chiuso. 

Alle fronde dei deskpot anche i nostri mouse restano appesi. Mantenere viva l'imperfezione, è l'unica salvezza.



Nessuna deontologia professionale. Dice che la deontologia (o codice etico) sarebbe un insieme di comportamenti che regolano una professione. E' inutile farla tanto lunga sulle professioni che dimostrano l'esatto contrario, anche perché bastano pochi esempi per macchiare intere categorie. 

La comunicazione (il trasferimento o flusso di informazioni), è il denomitatore comune che lega molti settori, per non dire tutti. 

Ora: la comunicazione sembra un gioco per bambini fabbricato senza alcuna prevenzione o accorgimento e i fattori che la regolano sono la strumentalizzazione e la malafede. 

La notizia nasce da un fatto e nel momento in cui viene concepita diventa come un vaso o una scultura da plasmare. Plasmare, è la parola chiave e non c'è nulla di artistico. La notizia può essere dilatata o diluita, lasciata a riposare (lievitare) per tempi migliori, occultata o anche inventata dal nulla. 

Revisioni e negazioni sono lì a testimoniarlo. Insomma perfino la storia, cioè quel che un tempo fu l'attuale, è passibile di riforma o di restauro; di manutenzione o per meglio scrivere, di lifting. 

Le notizie possono essere di disturbo e servono a distogliere l'attenzione, più o meno come una finta in dribbling di Messi. Ci sono le notizie sonda o palpative, che servono a tastare le reazioni della massa. 

A volte vengono fatte tormento, cavalcate per un certo periodo di tempo per uno scopo utile o futile, ma che serve a nascondere una falla. 

Infine ci sono le notizie professionali, quelle cioè che occorrono per mantenere in equilibrio questa sfera che è la terra. Se ne fa largo uso in politica e nello sport, così come in finanza e in economia. Ecco, qui se non è opportuno parlare di arte, credo si possa trattare di patologia. La notizia interpretata, divulgata secondo la propria ottica e recepita o somatizzata nella stessa maniera.

A parte il mio umorismo da quattro soldi, i fatti rappresentano ormai un capitale che fa lavorare tanta gente e chi riesce a manipolare o a eccellere nel mestiere di plasmarli, è padrone del mondo.

E' saggio chi non combina molto per tutta la vita ed è perdente l'eroe di oggi perché domani potrebbe essere martire o aguzzino. 

Mi viene da sorridere quando, riguardo ai fenomeni dei social network, si usa il termine virtuale, cioè simulato. 


C'è ancora qualcosa di autentico e non alienante? 

Tutta la mia vita, forse, nemmeno esiste. Qualcuno sostiene che lo sbarco sulla luna non sia mai accaduto. Probabile che non ci sia nemmeno la luna in questo sistema. Solo un brutto sogno o un film di pessima fattura. O suggestioni popolari. 

Non mangiate pesante, la sera. E se entrate in un incubo, beveteci su che può aiutare a schiarirvi le idee. Non starò qui a dire se è più acida questa esistenza o un allucinogeno. Fate un pò voi.


DJ Mattioli vi liscia la barba con Communication breakdown dei Led Zep. 

Saluti

   


 © ENRICO MATTIOLI 2014  




© Enrico Mattioli 2017