Ipotesi: vivere senza lavorare 



La maggioranza delle persone ha un lavoro che non la realizza ma gli consente di campare e perciò deve trovare la felicità o la realizzazione in altre direzioni. Il costo della vita ci porta a vivere in bilico sulla soglia della serenità e l’attività lavorativa serve solo a questo.

È lo schiacciamento che il lavoro produce sull'individuo il prezzo più alto da pagare.

Quando si supera una certa età, la questione sulla felicità o su come si è spesa la propria esistenza, è frequente. Sognare una vincita che ci consenta di vivere come desideriamo, non costa nulla ma non dipende da noi. Che cosa, invece, possiamo fare, direttamente in prima persona?

È un luogo comune, ma anche una verità inappuntabile: il tempo, il nostro, è un bene prezioso per noi stessi – meno per un datore di lavoro che troverebbe comunque un ricambio – e il suo pregio aumenta quando la sua misura diminuisce. È un valore affettivo, ovviamente, perché nel mercato del lavoro il nostro tempo si perde nel vortice delle richieste di assunzione e nella mancanza di occupazione, cioè di un’offerta soddisfacente. Il nostro spazio è strettamente legato al tempo che abbiamo in dote. E oggi, ne disponiamo sempre di meno.

Nella vita insegnano che la felicità è guadagnare, quindi le tue scelte saranno indirizzate verso qualunque occupazione ti consenta di accumulare il sufficiente per pagare i costi della vita stessa. In questa rincorsa frenetica non scorgiamo più alcuna bellezza, o meglio, non ce ne accorgiamo. Non per colpa, facciamo quel che il sistema ci suggerisce e ci consente di fare, è lui a dirci cosa ci piace.    

Il cardine della società dei consumi è alimentare il desiderio, non raggiungere l’appagamento: la parola d’ordine è desiderare costantemente. Questa è in sintesi la vita di ognuno.

Una rivoluzione comporta sacrifici, rischi, morte e immortalità, ma il trapasso arriverà in ogni caso. La prima fase del nostro mutamento, si dovrebbe basare a limitare i desideri, o meglio, a selezionarli e raggiungere una completezza variabile per ognuno di noi. Dovremmo sospendere aspettative, giudizi, non dare nulla per scontato, nemmeno la vita e tutti gli atti che compiamo ogni giorno, dal camminare al mangiare, dal dormire al guardare.  

L’esistenza è una cosa semplice: sappiamo di avere un punto di conclusione (manca il dove come e quando) e dovremmo riempire lo spazio vuoto fin lì. E completare quello spazio con le cose che si sembrano belle, una passione, un vezzo, ma anche… una birra, casomai. Fare in modo che la propria esistenza assomigli a un'opera d'arte.



Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.

La morte, il più atroce di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla, né per i vivi, né per i morti.

Epicuro - Lettera sulla felicità –


© ENRICO MATTIOLI 2016          




© Enrico Mattioli 2017