UTOPIE E SATIRA





Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolte utopie e spunti.

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Facebook spiegato a mia madre




Mia madre ha quasi novant’anni ma è meglio non ricordarglielo. La scorsa settimana, per esempio, davanti al cardiologo che chiedeva la sua età, lei mi ha rimproverato aspramente:

 

- Io non ho novant’anni – rivendicava – ma ottantotto.

- Sì, lo so, ho arrotondato.

- E allora perché non hai arrotondato verso il basso? Potevi dire che avevo ottantacinque anni…

- Novanta è più vicino a ottantotto di ottantacinque…

- Oh, ma tu senti: sei sempre stato un asino in matematica!

 

In questi ultimi giorni ha imparato una parola nuova: Bu Buk, è qualcosa che si trova sul web, dice lei.

 

- Ah, sì, si chiama Facebook, mamma, non Bu Buk.

- Beh, ma di che si tratta?

- In pratica è un diario per condividere pensieri, foto, filmati, messaggi…

- Con chi bisogna condividere?

- Con gli altri.

- Gli altri chi?

- Amici vecchi, amici nuovi, il prossimo tuo… tutti!

- Anche ai miei tempi, molte persone importanti avevano un diario, ma era segreto…

- Beh, oggi non è più così, tutti siamo importanti e sei tu che decidi con chi condividere i tuoi contenuti… e poi, c’è sempre il diritto alla privacy che ti tutela…

- Ah, meno male…

 

Mentre discutiamo, va in onda il telegiornale e scorre la notizia riguardo all’udienza di Mark Zuckerbergh di fronte ai membri del Senato Americano per la questione della raccolta dati e la protezione d’informazioni personali.

 

- Eccolo: è lui quello che ha fondato Facebook, mamma. Quel biondino…

- Ah… ma che vogliono da lui?

- È una faccenda complicata… diciamo che per usare questo diario, devi fornire dei dati personali e questi dati non sono rimasti al sicuro… più o meno…

- Accidenti…

- Già. È come se tu scrivessi di avere ottantacinque anni ma loro sanno bene che ne hai novanta…

- Loro chi?

- Beh… servizi segreti, servizi deviati, esercito, militari, organi internazionali… tutti!

- Anche il cardiologo?

- Soprattutto lui, mamma.

- Quindi, lui ha chiesto la mia età ma in realtà la conosceva…

- Esatto.

- Oh, certo che oramai non si può più mentire serenamente…

- Nulla sfugge, mamma, è l’era del Big Brother, come scriveva George Orwell…



- Chi?

- Uno scrittore, mamma.

- Lasciami capire: tutti mentono ma sanno che tutti gli altri conoscono la verità?

- No, non tutti gli altri. Solo pochi la conoscono e la riveleranno solo in casi di necessità. In linea generale, comunque, se le tue bugie non minacciano lo status quo, ti lasciano mentire…

- Come hai detto? Status…

- Praticamente, un equilibrio, mamma…

- E come faccio a sapere se quello che dico altera l’equilibrio?

- Oh, ma tu vuoi sapere troppe cose in una volta soltanto…

- Io so soltanto che ho ottantotto anni e sei tu che hai alterato un equilibrio.

- Di quale equilibrio parli?

- Del mio…

- Oh, beh…

- Sì, e ricordati che ne dimostro ottantacinque…

- Ah… allora ti piace mentire!

- Bah… la verità: che ipocrisia!

 

 © ENRICO MATTIOLI 2018

 


Giochi di mente



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C’è un inquilino moroso nella mia testa. Non ha mai pagato la pigione, eppure, dalla sua condizione d’insolvenza, comanda, dispone, impone la sua legge. Spazia a suo arbitrio, proponendo vecchie hit del periodo dell’adolescenza; la nenia diventa un tormento, poi sparisce, ma ritorna. Bivacca per giorni e io canto, canto, canto quella orribile cantilena che già non sopportavo ai tempi che furono. Vorrei spegnere e non è possibile: dunque, io sarei il padrone di questo stabile? Niente affatto, io sono lo schiavo che paga le penitenze. Quando il cervello si mette in azione, stiamo osservando la mente e non c’è niente da fare per dominarla, è lei a condurre il gioco.

La sua voce mi ossessiona, evoca solo ricordi negativi che sembrano gli unici della mia vita. Crea problemi e ostacoli se devo fare delle cose: non sei capace, finirai in rovina, guarda come ti sei ridotto.

Mi tiene sveglio con aneddoti che usa scientificamente, come il viso di suor Severa che, ai tempi dell’asilo, mi umiliò, dopo un’animalesca dissenteria, davanti alle femmine e a tutti i miei piccoli compari; oppure della volta in cui Aurelio, il barista, ci bucò il pallone durante la finalissima di calcio, solo perché giocavamo davanti alla sua vetrina: mancavano cinque minuti, la mia squadra era in svantaggio, ma stavamo per battere un rigore e senza la sfera, finì con una sconfitta; o ancora il rifiuto amoroso da parte di Zedde, la prima ragazza alla quale mi dichiarai e che, un po’ per il nome insolito e anche perché non aveva mai respinto nessun ragazzo, ancora non sono riuscito a dimenticare; e ci sarebbe pure la prima esibizione pubblica col mio gruppo rock - periodo liceale - quando durante l’introduzione, recisi ben tre corde della chitarra suscitando l’ilarità dell’intera platea; infine, come dimenticare la volta in cui, davanti ai risultati degli scrutini, sorpresi alcuni compagni di classe festeggiare la mia bocciatura, sollevati di non condividere con me il successivo anno scolastico?

Sono macigni che non si spostano dal mio sentiero, soprattutto se lei decide di tirar tardi la notte, deridendo e riesumando fatti che dovrebbero essere morti e sepolti.  


 

Quando tento di rilassarmi, lei diventa più perfida. Leggo ogni cartello che la mia vista è in grado di notare. Fisso un’insegna con la scritta Numero due. La contemplo con gli occhi socchiusi e poi, come se ci fosse da imparare, leggo ad alta voce: n u m e r o d u e !

Non è importante quello che dici, ma come lo dici, assicura lei. Si prende gioco di me, ma fino a un certo punto. È indubbio che esista qualcosa di apocalittico nella frase, perché in questa complicata convivenza, è fin troppo evidente chi sia il numero uno e chi il numero due. A dirla tutta, non sono nemmeno un vice, ma solo un umile inserviente. La casa è tua e devi chiedere permesso!

Eppure, ci sono giorni che la assecondo più del solito e lei mi lascia libero. Mi rigenera e io non ci bado più. Accade quando non ostruisco le sue mosse e gli cedo il passo. S’insinua, si sdraia, si acquieta, compiaciuta di aver chiarito i ruoli. Ogni tanto, gli offro una scatola di cioccolatini. C’è poco da discutere: è lei, il capo.   





 © ENRICO MATTIOLI 2018




Toro e bomber


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L’altra notte, svegliandomi di soprassalto, ho scoperto che ciò che da sempre mi possedeva era svanito. Blocchi e tensioni battevano in ritirata. Tutto pareva facile adesso, ma non lo era. Mi sono sentito leggero pur se alterato e non ero mai stato così in forma. La mia testa era un jukebox, volati via tormenti e pensieri inutili, restavo sospeso in aria sulle note di Starman. Strano guardare dall’alto quel vivere: ero illimitato e indipendente, creativo e geniale; divino. Sembrava proprio come quando non trovi la direzione e, frustrato, passi al pub per offrire un campari a te stesso giacché la vita peggio di così non potrebbe continuare e invece, a sera, nonostante il tuo incedere dinoccolato, verifichi che i conti di fine giornata sono in regola, che il tuo respiro è normale, che sei circondato da altri umani che si sbattono. Tutti sono neri di dentro e rossi di fuori, perfino l’uccello senza piume ha un cuore e un’anima.

Guardarsi dentro è come ristrutturare uno stabile abbandonato. Devi cominciare dalle fondamenta, valutare lo stato delle fognature, e le cose che trovi all’interno non sono fiorellini profumati, come le zavorre e le suggestioni che durante l’esistenza possono condurre alla paralisi. 

Toro o bomber?

Toro, perché carico a testa bassa e lavoro in silenzio, ma anche bomber, perché quando passa dalle mie parti, devo colpire la sfera per cambiare il corso della gara. Toro e bomber, non m’interessa di non essere considerato. Toro e bomber, vuoi solo farmi sentire ridicolo; toro o bomber, mi basta un po’ di buona sorte. Toro e bomber, questa vita mi spezza le gambe e rimanere in piedi è un atto eroico. Toro o bomber? Toro, perché resisto con qualche spada nel corpo, guardando la tribuna che aspetta la caduta, eccitata per il sangue che sgorga; ma anche bomber, perché presto o tardi la butto dentro e leggeranno il mio nome che firma la contesa. È quello il segmento in cui l’esistenza nasconde il suo perverso senso. Tutto cambia tranne me. Troppo forte il ricordo delle spade dentro il corpo e non può bastare una tribuna in festa. Io resterò sospeso tra le note. 

 


C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo

Vorrebbe venire e incontrarci
Ma pensa che potrebbe impressionarci
C’è un uomo delle stelle che attende in cielo
Ci ha detto di non distruggerlo
Perché lui sa che ne vale la pena

 

 

 © ENRICO MATTIOLI 2017



Genitori e figli


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- Ecco, siediti qui con la palla che mamma deve fare una telefonata… non ti alzare, gioca ma seduto che devo telefonare a Roberto. E tieni d’occhio Stella che poi s’allontana e si perde… Stella? A cuccia, qua, vicino a Francesco… e tu non giocare con la palla che poi sudi. Ricordati di tenere d’occhio Stella, che se si mette a giocare con gli altri cani…

Roberto, oi? Come stai? Non mi hai più chiamato. Eh, però ti ho chiamato io... ma perché non sei passato questa estate? Certo, lo capisco, era un po’ distante, effettivamente… hai ripreso a lavorare? Ma è fichissima ‘sta cosa… e sono contenta… e sì… e sì… certo. Sì, sì… e sì, sono al parco con Francesco e Stella… ma perché non passi? Ah, ti sei alzato da poco… Roberto? Scusa un attimo…

- Stella? Vieni qui, Stella! Non ti allontanare… Francesco? Ti avevo detto di guardare Stella, non lo vedi che sono al telefono?

Scusami, Roberto, stavo parlando con mio figlio. Che dicevamo? Ah, sì, prendi pure il caffè…

- Francesco, buono: sto parlando con Roberto!

Roby, scusa, no, dicevo a mio figlio. Insomma, perché non sei più venuto questa estate? Beh, era molto distante, però mi potevi avvertire, no? Avevo preparato tutto… vabbè, non preoccuparti. Non sono arrabbiata. No, no… davvero? Hai cambiato macchina? Ma è fichissima ‘sta cosa! Ah, te l’hanno rubata... 

Io sono al parco con mio figlio, si sta divertendo tantissimo… sì, anche il cane… eh, è cresciuto… no, il cane è cresciuto, il bambino invece è un po’ ingrassato… 

Ci vediamo oggi? Perché no? Hai prestato la macchina a tuo fratello... ma non l’hanno rubata? Ah, è lui che l’ha prestate a te… certo, certo… e oggi gli serve… allora possiamo passare noi. Sì, non ti preoccupare… ma stai scherzando? 

Che cosa? Perché ti sei tagliato i capelli? È fichissima ‘sta cosa… te li ha fatti quel tuo amico? Me lo devi presentare… senti: mandami una foto su whatsapp… sì, i capelli… vedere vedere vedere… sì, allora d’accordo? Ci vediamo oggi pomeriggio. Dopo le partite, sì. Noi per pranzo andiamo a mangiare una cosina da McDonald’s. Sì… hai proprio ragione… certo, certo, certo… a oggi pomeriggio, sì, non prima delle cinque, certo, dopo le partite, va bene… oi? Aspetto la fotina su whatsapp…

 


- Chi era mamma?

- Era Roberto. Stava prendendo il caffè. Ha detto che non è passato questa estate. Dice che era troppo distante. Lo sai che gli hanno rubato la macchina? Gliel’ho detto che siamo qui al parco. Poi ci vediamo oggi pomeriggio. Ah, lo sai che ha ripreso a lavorare?

- Mamma, andiamo a mangiare da McDonald’s?

- No, assolutamente no. Basta con quella roba. E poi non mi va e non ti va nemmeno a te.

- Ma perché?  

- Perché lo dice anche Roberto che fa male!

- Allora torniamo a casa a giocare con i videogiochi?

- No, ci giochi un pochino stasera sul computer di nonno, ma quando torniamo. 

- Ma il computer di nonno puzza…

- Come sarebbe che il computer di nonno puzza? Non fare sempre il bambino, ormai hai sei anni…

- Tanto ha detto papà che me lo regala lui un computer tutto mio…

- Sì, vabbè, ancora credi a quello… sono due mesi che non ti chiama, ma certo: lui va in vacanza in Polinesia e poi se la cava col regalino… zitto, zitto… ecco la foto di Roberto… adesso lo richiamo…

Pronto Roby? Oi? Sono fichissimi, ti stanno benissimo! Sì, davvero… Roby, allora ci vediamo oggi pomeriggio? Non prima delle cinque, tranquillo, dopo le partite… passo io da te... certo che ti riporto a casa, stai scherzando? Ma no che non facciamo tardi...




 © ENRICO MATTIOLI 2017


 

 



Quello che gli uomini non dicono


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Reduce da una visita prostatica necessaria a evitare pericolose ereditarietà, riflettevo sull’avvicinarsi del fatale mezzo cammin di nostra vita. A dirla tutta, io il mezzo cammin l’ho superato da un pezzo, e mi ritrovo sospeso tra selva e salvezza: beh, si fa presto a dire che la vecchiaia è quando non hai più voglie dentro di te e che se ancora ti meravigli, mantieni vive delle passioni, hai delle curiosità, non sei vecchio. Si fa presto, sì, la vecchiaia è proprio quando devi fare presto!

Sorrido perché anni fa guardavo i comodini dei miei genitori colmi di pillole e pasticche. Qualche volta si confondevano, non ricordavano bene gli orari e in quali pasti consumarle. Ora ho cominciato anch’io. Sono fermo a due, per il momento. Sosto nell’anticamera dell’anzianità, quando la testa vorrebbe, ma il fisico, crudele metronomo, a volte è presente e qualche volta marca visita. È l’età in cui si fa attività fisica per stare in salute e non in forma, ma devi fare attenzione agli infortuni perché i recuperi sono più lunghi. Il medico di famiglia, colui il quale ti vedeva saltuariamente per un raro certificato e ti mandava i saluti tramite tua madre, diventa un confidente e cominci a incontrarlo più spesso, al punto che vorresti invitarlo al pub, ma poi ti ricordi che, anche la birra, beh, sì, ma con moderazione.

Tutto comincia quando ti rendi conto che la vista sta scemando (talvolta non sono la vista) e devi scegliere gli occhiali. Niente di preoccupante, ma i menù non sono più quelli di una volta e… non i menù, tu non sei più quello di prima, beninteso, qualunque cosa tu sia stato. 

I giovani ti appaiono più irriverenti, vorresti dargli una lezione, eppure, qualcosa ti suggerisce di non peggiorare la situazione. Cerchi di colpire con la saggezza, pure io ho avuto la tua età, sai, e non funziona, non funziona mai perché i ragazzi non hanno tempo di stare a sentire, credono di averne meno di te. Ti sfottono per i chili in più, per una stempiatura che spacci per vertigine, ma poi, quando arrivano le vertigini, quelle vere, comprendi che è meglio tenersi stretta la stempiatura e accontentarsi. E l’abbigliamento? Se cerchi di tenere botta, non te lo puoi più permettere, se mantieni le tue abitudini, sembri mio nonno.  

I più infami sono quelli della tua età o quelli che non sono poi tanto più giovani, ma non hanno ancora cominciato con gli acciacchi. Arrivano all’improvviso, dici giustificandoti, e questi si toccano i marroni. Già, i marroni. Negli uomini tutto comincia, tutto gira intorno, tutto finisce con i marroni. Sapevatelo: anche questi, col tempo, non restano tali, sempre ammesso che tali sia stato sinonimo di qualità, perché su un simile riferimento, nessun uomo dirà mai il vero.

E l’altro sesso? Ci si difende, nel senso che si cerca di evitare di farsi dire hai l’età di mio padre, che vuol significare tutti gli aspetti già elencati. Quando le più educate ti daranno del lei, tu penserai che non è il caso di perdersi in inutili formalismi; poi, lentamente, ti lasceranno il posto sul bus o in metropolitana e tu ricorderai di quando, da ragazzo, eri senz’altro più educato da non lasciare il posto a nessuno, tantomeno a un vecchio. Era solo per non ricordargli la condizione. 



© ENRICO MATTIOLI 2017





Lo strano compiacimento di essere Enrinco



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Una delle persone che collabora col mio sito, continua a chiamarmi Enrinco. Lapsus freudiano o refuso da tastiera, ormai mi sono abituato, anche se avrei preferito Enringo, per il richiamo al pistolero americano o alle avventure nel selvaggio west, magari anche per il celebre biscotto italiano o per il batterista inglese. 

A causa di un lavoro sull’ego e sull’orgoglio, sto imparando ad accettare critiche e improperi, perché tutto è alimento. Del resto, non per paragonarmi, ma a qualcun altro, più di duemila anni fa, sulla croce andò in modo peggiore. Da peccatore, insomma, scontare delle piccole infrazioni è come portarsi avanti col lavoro. Spero che Chi di dovere ne tenga conto.

Scrive Goliarda Sapienza ne L’arte della gioia, che La paura e l’umiliazione sono il seme dell’odio e dell’inimicizia. E anche dell’invidia.

Sommariamente, deduco che per non farsi odiare e invidiare, è opportuno rendersi ridicoli e assecondare una tendenza. Nessuno si sente minacciato o umiliato, tutti o quasi, sorridono.

Al gioco del è meglio questo che quello, ho smesso di partecipare da tanto tempo. Aggredire la vita per dimostrare, è una propensione distante da me. Non dico che non porti risultati perché, nel mondo che viviamo, apparire è una qualità, rappresenta quella praticità di restare in partita. Non è vero che costi fatica, ci vuole solo allenamento e costanza, falso anche il fatto che, presto o tardi, è un’attitudine che si paga: l’esperienza m’insegna che è possibile campare per molto tempo, basta non farsi troppi problemi.   

La consolazione, forse, è nel relativismo delle cose: non esiste morale universale. E se apparire fosse solo un tentativo di migliorare se stessi anziché limitarsi ad accettarsi?

Mi sto adeguando a tutte le ipotesi. Immagino strade irreali, parallele, che portano ognuno verso il cammino che ha deciso. Giacché equidistanti, si eluderebbero intasamenti e rotture di marroni consequenziali perché nella realtà la croce si lascia sempre portare agli altri, spesso resta abbandonata sul ciglio del marciapiede e io già provo un singolare compiacimento a essere Enrinco.

Ai postumi l’ardua sentenza.       



© ENRICO MATTIOLI 2017




Cosa resta degli anni ‘60



Ci sono cose che si conoscono e altre che non si conoscono. Esistono il noto e l'ignoto, e in mezzo ci sono Le Porte. I Doors sono i sacerdoti del regno dell'ignoto che interagisce con la realtà fisica, perché l'uomo non è soltanto spirito, ma anche sensualità. La sensualità e il male sono immagini molto attraenti, ma dobbiamo pensare a esse come alla pelle di un serpente di cui ci si libererà.

Jim Morrison la sapeva lunga ma non era certo un sacerdote e non beveva acqua minerale. Il vocalist dei Doors è un’icona che ha attraversato la seconda metà degli anni ’60 con una velocità superiore a quella di chiunque, lasciando un’impronta profondissima.

Dietro i movimenti dei sixities ci sono aspetti che andrebbero valutati sotto una luce diversa. La rivoluzione culturale non è fallita, molti la considerano superata, ma io credo che alcuni punti meritino ancora una riflessione.

Oggi, per esempio, la scelta di diventare vegetariani o porre esercizi di meditazione al centro del vissuto quotidiano, sono aspetti che rappresentano una rivoluzione personale e su questo vorrei soffermarmi: il valore della propria esistenza.

Negli anni ‘60 la cultura hippie consolidò modi di vivere alternativi come le comuni. La retorica sociale e religiosa cedeva il passo a una dimensione diversa di famiglia. I movimenti femministi e quelli ecologici diventarono la propulsione a un cambiamento radicale dovuto all’avversione nei confronti delle metropoli, del sistema allora vigente e della nascente tecnologia. Mi limiterò a una cronaca brevissima: i modi di vivere promiscui e spesso l’uso di sostanze stupefacenti attivarono la repressione e nel corso del tempo, tra retate, sgomberi e occupazioni, queste esperienze giunsero al termine.   

È stato un periodo di aggregazione, sembrava che le possibilità fossero infinite, l’emancipazione giovanile lo testimoniava, ma oltre all’esperienza di vita e ai movimenti culturali non si è riusciti. Quel che è stato, resta legato a un contesto temporale.

È storia vecchia: lo spirito giovanile e l’energia, spariscono appena entrati in società per lasciare spazio a ciò che rappresenta un cardine inderogabile: l’adattamento. La pratica e la durezza dell'esistenza conquistano il comando delle nostre giornate e delle nostre decisioni una volta superata la soglia. È così da sempre e col passare dei decenni abbiamo assistito a una regressione vertiginosa.

Qualsiasi movimento, superato il periodo della tendenza, arriva in un punto di ristagno. È questo il presupposto che spinse Guevara ad abbandonare Cuba per cercare di espandere quella stessa rivoluzione in tutta l’America Latina: se non ora quando? – Pensò il Che. – Non si possono aspettare altri tre decenni.

Come andò a finire lo sanno tutti. Quel che resta nell’immaginario comune è impresso nei gadget e nei souvenir e, considerato l’uomo, anche questa sorte non gli sarebbe certo piaciuta.

Gli anni ’70, dal canto loro, furono un momento di forti contrasti sociali in tutto il mondo. Ci sono state conquiste fondamentali nel campo del lavoro, eppure quelle stesse conquiste, oggi, sembrano perdute, non solo nel tempo.  

Quella cosa chiamata sistema o governo delle multinazionali o qualsiasi altra definizione ancora, trionfa imponendo l’omologazione che non è certo l’uguaglianza. È nel sentire tutti le medesime esigenze e gli stessi bisogni, nell’allontanarsi sempre più dalla propria individualità. Quello che negli anni ’60 era definito un movimento (un qualunque movimento), oggi è solo il branco. Svalutare la propria originalità, acceca fino al punto di cercarla nel gregge.

Nel film Radio Freccia di Luciano Ligabue, Bruno, il dj, sosteneva che i tuoi idoli possono tradirti, ma non la loro musica. La musica rock è già un manifesto programmatico che, in molti casi, non ha una posizione ideologica definita.

 


Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all'uomo com'è: infinita.

Nelle frasi di Morrison - quella iniziale e quella riportata qui sopra - superata l’enfasi tipica del personaggio, troviamo frammenti legati alla meditazione trascendentale e all’intelligenza quantica.

Qualcuno potrebbe trovare ridicolo parlare di consapevolezza e presenza a proposito di Jim, uno che viveva in un regno immaginifico fatto di viaggi acidi e voli astratti, ma i termini percezione e i sinonimi di purificazione, così come realtà fisica e spirito, oltre alla pelle del serpente di cui ci si libererà, sono tutte tecniche meditative.


Ogni percorso è una scelta personale cosciente e la possibilità di riappropriarsi della propria esistenza è un programma da analizzare prima che si trasformi in un altro rammarico.

Non tutto è stato vano. Cambiare il mondo è probabilmente un’utopia, ma non cambiare la propria vita. Questo è lo spazio di manovra.


 

© ENRICO MATTIOLI 2017




Dare una possibilità a se stessi




Avete presente quei periodi dell’anno in cui si passa dal sole battente al temporale nel giro di dieci minuti? Ognuno consiglia di vestirsi a strati o a piramide in modo di fronteggiare i cambiamenti del clima. In realtà, tutti siamo fatti a strati e siamo piramidi che sviluppano nell’intimo.  

Tra spogliarsi e mettersi a nudo, c’è l’autostrada dell’esistenza. Lunga, estenuante, dove incontriamo tempeste, gelate, asfalto infuocato e, qualche volta, clima temperato. Continuiamo a coprirci o a svestirci in base alla necessità del momento. Tutte queste variazioni non ci consentono di essere veramente nudi nemmeno di fronte a noi stessi. Sogniamo questa immagine solo se legata a un’isola deserta, dove non può scorgerci neanche il paparazzo più tenace.

Viviamo in perenne modalità di sopravvivenza, eppure, nonostante tutto, siamo dei supereroi. Abbiamo poteri che usiamo male e che potrebbero farci volare, eppure preferiamo affrontare il rischio calcolato con il quale siamo abituati a confrontarci e che ormai ci costa solo uno sforzo minimo. Superiamo malattie, acciacchi, contrasti, ma restiamo legati alle memorie passate, ostaggi dei nostri blocchi.

Non immaginiamo fino a quali probabilità potremmo spingerci, quanti voli e quali traiettorie potremmo elaborare se soltanto ipotizzassimo di dare una possibilità a noi stessi.



© ENRICO MATTIOLI 2017




Fuga dalla gabbia



Stare bene al mondo richiede impegno, disciplina e attitudine. Nel post sulle Gabbie mentali, ho redatto una lista di aspetti da cui prendere le distanze. Ora cercherò di affrontare le cose che ci piacciono, tanto per mettere ordine.

Avere un lavoro per cui si è faticato, realizza la persona e la pone avanti rispetto al gruppo; purtroppo è così per pochi, inoltre questo non preserva da frustrazioni varie: bene, ma gli altri?

Ognuno ha le sue attitudini. Avere un campo di cui si ha pertinenza, funziona. Aiuta di meno se è l’unico perché poi si tende a estremizzarlo, spesso si diventa inopportuni se il prossimo non condivide. Di là di tutto, se si è in tempo a trasformare una passione in un’attività che garantisca da campare, è una cosa follemente gratificante.

Come fare? Già, la vecchia storia del dire e del fare. Un viaggio molto lungo comincia sempre con il primo passo. Sempre si osservano i risultati finali, mai i percorsi perché nella società concepita, conta solo l’obiettivo, se raggiunto.

Un primo passaggio è sospendere l’iniziale attesa, che non vuol dire non avere traguardi, ma solo di non ossessionarsi con i risultati. Avete mai visto uno sportivo non allenarsi e primeggiare? Un artista esibirsi senza provare? Un cuoco proporre menù senza aver mai cucinato prima?

Lasciamo stare Maradona, i Beatles o uno chef in voga: qualcuno pensa che non abbiano mai sudato prima? Il nodo sta nell’amatorialità, nel divertimento, nel non pensare all’elefante. Il fatto è che più si chiede di non pensare all’elefante, più appare la sua proboscide. Questa è la vera difficoltà. Torniamo quindi allo sforzo, all’applicazione. Eh, ma non era tra queste righe che si suggeriva la pratica del no stress, del divertimento? Certo, vedete come tutto si complica, alla fine? È un gioco di equilibri. È un gioco di pazienza. È un gioco, e quando si scherza, bisogna essere seri, per parafrasare il Marchese del Grillo.

Riguardo alla realizzazione di se stessi, io posso trattarne in modo generalista, altrimenti dovrei aprire un blog specifico o scrivere l’ennesimo libro e inflazionare il mercato. Lascio volentieri tali incombenze agli esperti. Aggiungo però che nella vita è necessario, a volte, fermarsi, riflettere, guardarsi dentro, valutare gli aspetti, meditare, tener traccia del proprio percorso. Arricchire il proprio bagaglio e mantenersi umili. Considerare che le contrarietà – spesso - sono costruite solo dalla nostra mente e se essa è in grado di creare salite, è anche in grado di inventare discese. Riflettere che un ostacolo può essere soltanto la strada necessaria per arrivare dove ci siamo prefissi.   

La maggior parte delle persone non arriverà a inventarsi il lavoro felice ma può lavorare a una vita serena: anche i ricchi piangono, ci sono degli aspetti paradossali che mostrano individui apparentemente gratificati dall’occupazione, ma che nell’intimo restano insoddisfatti. È importante lasciare sgombre le vie di fuga, gestire lo stress, lanciarsi verso l’armonia. La frustrazione generata da un passato complicato e un futuro incerto, si governa solo pensando al presente. Un passo alla volta. Gli equilibri ci attraggono inevitabilmente: se nascono i problemi, esistono anche le soluzioni.         


 

© ENRICO MATTIOLI 2017

 




Gabbie mentali



In fondo, dovremmo passare il tempo cercando di stare bene pure se ciò non ci preserverebbe da qualche malessere. Ognuno ha le sue gabbie mentali e se le tiene per la maggior parte dell’esistenza. Individuarle, conoscerle, limitarle, è già un buon progetto per l’azienda che siamo noi stessi. Siamo aziende perché nel sistema concepito non potremmo non esserlo: abbiamo entrate e uscite (certo, più le seconde che le prime), abbiamo dei compiti da fare e dei tributi da pagare, diritti e doveri, forniamo prestazioni d’opera, quando siamo fortunati ad avere un’occupazione. Se il termine azienda non ci piace, abbiamo già individuato la prima gabbia.

Una lista di atti che non amiamo fare ma dobbiamo eseguire per motivi disparati, potrebbe aiutarci a capire cosa cambiare. Se non è proprio possibile farlo, per esempio nel caso di un lavoro, potremmo studiare come prendere le misure.

Una gabbia è quella del giudizio altrui. Il datore di lavoro, i colleghi, gli amici, i familiari: tutti hanno un’idea di noi. Spesso questo pensiero ci ferisce eppure, in molti casi, chi parla ci conosce in modo sommario. Altri, pur frequentandoci regolarmente, ci tratteggiano con una lista di difetti come se fossero le nostre uniche caratteristiche. In questi casi, bisogna concentrarsi sui motivi per cui certe persone sono portate allo stillicidio e agli effetti che esso produce: la replica di questi mantra al contrario, li rinsalderà nella nostra testa affinché si ripetano pedissequamente.   

Il secondo aspetto è legato al primo, ma riguarda il nostro giudizio soppresso. Quando tacciamo per convenienza, quest’atteggiamento diventa un’abitudine consolidata che finisce con l’annientarci: non abbiamo più opinioni su alcun argomento.

Scavando, troviamo i condizionamenti e le suggestioni che sono legate alla famiglia, all’educazione, allo stile di vita, alla religione e sono complicati da limitare. In casi non rari, è buffo sapere che questi due aspetti sono legati perfino agli oroscopi giornalieri.   

I ricordi di esperienze negative, fanno capolino nella nostra memoria a intervalli regolari e sono come il grasso sui fianchi o sull’addome. Si risvegliano per ricordare che, beh, questa è la nostra storia, e non si può cambiare strada.

Un ambiente ostile, per esempio una relazione complicata oppure il posto di lavoro o la famiglia così come la scuola e la comitiva, rappresentano tutti un disagio impossibile da rimuovere. Le relazioni personali sono il luogo dove si annidano le insidie più feroci: fare le cose che fanno tutti per non essere derisi. La causa di tale impotenza è la paura di restare da soli, che al tempo stesso è un timore inconfessabile, il meno accettato.

Questi aspetti agiscono all’unisono come se fossero un pool di esperti e generano ansie, tensioni, angosce, paure. Appunti e critiche continue, disapprovazioni, sarcasmo ed elenchi dei nostri insuccessi, ci fiaccano fino a esaurirci.

Una reazione comune è di consolarsi trovando isole che paiono felici. Il cibo (o il suo paradosso che è la dieta feroce), il fumo, il gioco (in casi più gravi l’alcol) e in genere abitudini che diventano patologiche, come portare all’estremo un normale passatempo.

Omar Mumba e i personaggi del mio libro Gabbie, si muovono all’interno di sbarre preconfezionate e di retaggi culturali: tutto ciò che è invisibile, in realtà è una presenza costante come una voce guida.  

Ognuno dovrebbe rifletterci e farne una lista, se può agevolarlo. Imparare a riderne, il primo passo per completarsi. E farlo per se stessi, nessun altri che se stessi.  




 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 


© Enrico Mattioli 2018