UTOPIE E SATIRA


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolte utopie e spunti.

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Genitori e figli


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- Ecco, siediti qui con la palla che mamma deve fare una telefonata… non ti alzare, gioca ma seduto che devo telefonare a Roberto. E tieni d’occhio Stella che poi s’allontana e si perde… Stella? A cuccia, qua, vicino a Francesco… e tu non giocare con la palla che poi sudi. Ricordati di tenere d’occhio Stella, che se si mette a giocare con gli altri cani…

Roberto, oi? Come stai? Non mi hai più chiamato. Eh, però ti ho chiamato io... ma perché non sei passato questa estate? Certo, lo capisco, era un po’ distante, effettivamente… hai ripreso a lavorare? Ma è fichissima ‘sta cosa… e sono contenta… e sì… e sì… certo. Sì, sì… e sì, sono al parco con Francesco e Stella… ma perché non passi? Ah, ti sei alzato da poco… Roberto? Scusa un attimo…

 

- Stella? Vieni qui, Stella! Non ti allontanare… Francesco? Ti avevo detto di guardare Stella, non lo vedi che sono al telefono?

Scusami, Roberto, stavo parlando con mio figlio. Che dicevamo? Ah, sì, prendi pure il caffè…

 

- Francesco, buono: sto parlando con Roberto!

Roby, scusa, no, dicevo a mio figlio. Insomma, perché non sei più venuto questa estate? Beh, era molto distante, però mi potevi avvertire, no? Avevo preparato tutto… vabbè, non preoccuparti. Non sono arrabbiata. No, no… davvero? Hai cambiato macchina? Ma è fichissima ‘sta cosa! Ah, te l’hanno rubata... 

Io sono al parco con mio figlio, si sta divertendo tantissimo… sì, anche il cane… eh, è cresciuto… no, il cane è cresciuto, il bambino invece è un po’ ingrassato… 

Ci vediamo oggi? Perché no? Hai prestato la macchina a tuo fratello... ma non l’hanno rubata? Ah, è lui che l’ha prestate a te… certo, certo… e oggi gli serve… allora possiamo passare noi. Sì, non ti preoccupare… ma stai scherzando? 

Che cosa? Perché ti sei tagliato i capelli? È fichissima ‘sta cosa… te li ha fatti quel tuo amico? Me lo devi presentare… senti: mandami una foto su whatsapp… sì, i capelli… vedere vedere vedere… sì, allora d’accordo? Ci vediamo oggi pomeriggio. Dopo le partite, sì. Noi per pranzo andiamo a mangiare una cosina da McDonald’s. Sì… hai proprio ragione… certo, certo, certo… a oggi pomeriggio, sì, non prima delle cinque, certo, dopo le partite, va bene… oi? Aspetto la fotina su whatsapp…

 

- Chi era mamma?

- Era Roberto. Stava prendendo il caffè. Ha detto che non è passato questa estate. Dice che era troppo distante. Lo sai che gli hanno rubato la macchina? Gliel’ho detto che siamo qui al parco. Poi ci vediamo oggi pomeriggio. Ah, lo sai che ha ripreso a lavorare?

- Mamma, andiamo a mangiare da McDonald’s?

- No, assolutamente no. Basta con quella roba. E poi non mi va e non ti va nemmeno a te.

- Ma perché?  

- Perché lo dice anche Roberto che fa male!

- Allora torniamo a casa a giocare con i videogiochi?

- No, ci giochi un pochino stasera sul computer di nonno, ma quando torniamo. 

- Ma il computer di nonno puzza…

- Come sarebbe che il computer di nonno puzza? Non fare sempre il bambino, ormai hai sei anni…

- Tanto ha detto papà che me lo regala lui un computer tutto mio…

- Sì, vabbè, ancora credi a quello… sono due mesi che non ti chiama, ma certo: lui va in vacanza in Polinesia e poi se la cava col regalino… zitto, zitto… ecco la foto di Roberto… adesso lo richiamo…

Pronto Roby? Oi? Sono fichissimi, ti stanno benissimo! Sì, davvero… Roby, allora ci vediamo oggi pomeriggio? Non prima delle cinque, tranquillo, dopo le partite… passo io da te... certo che ti riporto a casa, stai scherzando? Ma no che non facciamo tardi...




 © ENRICO MATTIOLI 2017


 

 



Quello che gli uomini non dicono


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Reduce da una visita prostatica necessaria a evitare pericolose ereditarietà, riflettevo sull’avvicinarsi del fatale mezzo cammin di nostra vita. A dirla tutta, io il mezzo cammin l’ho superato da un pezzo, e mi ritrovo sospeso tra selva e salvezza: beh, si fa presto a dire che la vecchiaia è quando non hai più voglie dentro di te e che se ancora ti meravigli, mantieni vive delle passioni, hai delle curiosità, non sei vecchio. Si fa presto, sì, la vecchiaia è proprio quando devi fare presto!

Sorrido perché anni fa guardavo i comodini dei miei genitori colmi di pillole e pasticche. Qualche volta si confondevano, non ricordavano bene gli orari e in quali pasti consumarle. Ora ho cominciato anch’io. Sono fermo a due, per il momento. Sosto nell’anticamera dell’anzianità, quando la testa vorrebbe, ma il fisico, crudele metronomo, a volte è presente e qualche volta marca visita. È l’età in cui si fa attività fisica per stare in salute e non in forma, ma devi fare attenzione agli infortuni perché i recuperi sono più lunghi. Il medico di famiglia, colui il quale ti vedeva saltuariamente per un raro certificato e ti mandava i saluti tramite tua madre, diventa un confidente e cominci a incontrarlo più spesso, al punto che vorresti invitarlo al pub, ma poi ti ricordi che, anche la birra, beh, sì, ma con moderazione.

Tutto comincia quando ti rendi conto che la vista sta scemando (talvolta non sono la vista) e devi scegliere gli occhiali. Niente di preoccupante, ma i menù non sono più quelli di una volta e… non i menù, tu non sei più quello di prima, beninteso, qualunque cosa tu sia stato. 

I giovani ti appaiono più irriverenti, vorresti dargli una lezione, eppure, qualcosa ti suggerisce di non peggiorare la situazione. Cerchi di colpire con la saggezza, pure io ho avuto la tua età, sai, e non funziona, non funziona mai perché i ragazzi non hanno tempo di stare a sentire, credono di averne meno di te. Ti sfottono per i chili in più, per una stempiatura che spacci per vertigine, ma poi, quando arrivano le vertigini, quelle vere, comprendi che è meglio tenersi stretta la stempiatura e accontentarsi. E l’abbigliamento? Se cerchi di tenere botta, non te lo puoi più permettere, se mantieni le tue abitudini, sembri mio nonno.  

I più infami sono quelli della tua età o quelli che non sono poi tanto più giovani, ma non hanno ancora cominciato con gli acciacchi. Arrivano all’improvviso, dici giustificandoti, e questi si toccano i marroni. Già, i marroni. Negli uomini tutto comincia, tutto gira intorno, tutto finisce con i marroni. Sapevatelo: anche questi, col tempo, non restano tali, sempre ammesso che tali sia stato sinonimo di qualità, perché su un simile riferimento, nessun uomo dirà mai il vero.

E l’altro sesso? Ci si difende, nel senso che si cerca di evitare di farsi dire hai l’età di mio padre, che vuol significare tutti gli aspetti già elencati. Quando le più educate ti daranno del lei, tu penserai che non è il caso di perdersi in inutili formalismi; poi, lentamente, ti lasceranno il posto sul bus o in metropolitana e tu ricorderai di quando, da ragazzo, eri senz’altro più educato da non lasciare il posto a nessuno, tantomeno a un vecchio. Era solo per non ricordargli la condizione.



© ENRICO MATTIOLI 2017





Lo strano compiacimento di essere Enrinco



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Una delle persone che collabora col mio sito, continua a chiamarmi Enrinco. Lapsus freudiano o refuso da tastiera, ormai mi sono abituato, anche se avrei preferito Enringo, per il richiamo al pistolero americano o alle avventure nel selvaggio west, magari anche per il celebre biscotto italiano o per il batterista inglese. 

A causa di un lavoro sull’ego e sull’orgoglio, sto imparando ad accettare critiche e improperi, perché tutto è alimento. Del resto, non per paragonarmi, ma a qualcun altro, più di duemila anni fa, sulla croce andò in modo peggiore. Da peccatore, insomma, scontare delle piccole infrazioni è come portarsi avanti col lavoro. Spero che Chi di dovere ne tenga conto.

Scrive Goliarda Sapienza ne L’arte della gioia, che La paura e l’umiliazione sono il seme dell’odio e dell’inimicizia. E anche dell’invidia.

Sommariamente, deduco che per non farsi odiare e invidiare, è opportuno rendersi ridicoli e assecondare una tendenza. Nessuno si sente minacciato o umiliato, tutti o quasi, sorridono.

Al gioco del è meglio questo che quello, ho smesso di partecipare da tanto tempo. Aggredire la vita per dimostrare, è una propensione distante da me. Non dico che non porti risultati perché, nel mondo che viviamo, apparire è una qualità, rappresenta quella praticità di restare in partita. Non è vero che costi fatica, ci vuole solo allenamento e costanza, falso anche il fatto che, presto o tardi, è un’attitudine che si paga: l’esperienza m’insegna che è possibile campare per molto tempo, basta non farsi troppi problemi.   

La consolazione, forse, è nel relativismo delle cose: non esiste morale universale. E se apparire fosse solo un tentativo di migliorare se stessi anziché limitarsi ad accettarsi?

Mi sto adeguando a tutte le ipotesi. Immagino strade irreali, parallele, che portano ognuno verso il cammino che ha deciso. Giacché equidistanti, si eluderebbero intasamenti e rotture di marroni consequenziali perché nella realtà la croce si lascia sempre portare agli altri, spesso resta abbandonata sul ciglio del marciapiede e io già provo un singolare compiacimento a essere Enrinco.

Ai postumi l’ardua sentenza.       




© ENRICO MATTIOLI 2017




Cosa resta degli anni ‘60


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Ci sono cose che si conoscono e altre che non si conoscono. Esistono il noto e l'ignoto, e in mezzo ci sono Le Porte. I Doors sono i sacerdoti del regno dell'ignoto che interagisce con la realtà fisica, perché l'uomo non è soltanto spirito, ma anche sensualità. La sensualità e il male sono immagini molto attraenti, ma dobbiamo pensare a esse come alla pelle di un serpente di cui ci si libererà.

 

Jim Morrison la sapeva lunga ma non era certo un sacerdote e non beveva acqua minerale. Il vocalist dei Doors è un’icona che ha attraversato la seconda metà degli anni ’60 con una velocità superiore a quella di chiunque, lasciando un’impronta profondissima.

Dietro i movimenti dei sixities ci sono aspetti che andrebbero valutati sotto una luce diversa. La rivoluzione culturale non è fallita, molti la considerano superata, ma io credo che alcuni punti meritino ancora una riflessione.

Oggi, per esempio, la scelta di diventare vegetariani o porre esercizi di meditazione al centro del vissuto quotidiano, sono aspetti che rappresentano una rivoluzione personale e su questo vorrei soffermarmi: il valore della propria esistenza.

Negli anni ‘60 la cultura hippie consolidò modi di vivere alternativi come le comuni. La retorica sociale e religiosa cedeva il passo a una dimensione diversa di famiglia. I movimenti femministi e quelli ecologici diventarono la propulsione a un cambiamento radicale dovuto all’avversione nei confronti delle metropoli, del sistema allora vigente e della nascente tecnologia. Mi limiterò a una cronaca brevissima: i modi di vivere promiscui e spesso l’uso di sostanze stupefacenti attivarono la repressione e nel corso del tempo, tra retate, sgomberi e occupazioni, queste esperienze giunsero al termine.   

È stato un periodo di aggregazione, sembrava che le possibilità fossero infinite, l’emancipazione giovanile lo testimoniava, ma oltre all’esperienza di vita e ai movimenti culturali non si è riusciti. Quel che è stato, resta legato a un contesto temporale.

È storia vecchia: lo spirito giovanile e l’energia, spariscono appena entrati in società per lasciare spazio a ciò che rappresenta un cardine inderogabile: l’adattamento. La pratica e la durezza dell'esistenza conquistano il comando delle nostre giornate e delle nostre decisioni una volta superata la soglia. È così da sempre e col passare dei decenni abbiamo assistito a una regressione vertiginosa.

Qualsiasi movimento, superato il periodo della tendenza, arriva in un punto di ristagno. È questo il presupposto che spinse Guevara ad abbandonare Cuba per cercare di espandere quella stessa rivoluzione in tutta l’America Latina: se non ora quando? – Pensò il Che. – Non si possono aspettare altri tre decenni.

Come andò a finire lo sanno tutti. Quel che resta nell’immaginario comune è impresso nei gadget e nei souvenir e, considerato l’uomo, anche questa sorte non gli sarebbe certo piaciuta.

Gli anni ’70, dal canto loro, furono un momento di forti contrasti sociali in tutto il mondo. Ci sono state conquiste fondamentali nel campo del lavoro, eppure quelle stesse conquiste, oggi, sembrano perdute, non solo nel tempo.  

Quella cosa chiamata sistema o governo delle multinazionali o qualsiasi altra definizione ancora, trionfa imponendo l’omologazione che non è certo l’uguaglianza. È nel sentire tutti le medesime esigenze e gli stessi bisogni, nell’allontanarsi sempre più dalla propria individualità. Quello che negli anni ’60 era definito un movimento (un qualunque movimento), oggi è solo il branco. Svalutare la propria originalità, acceca fino al punto di cercarla nel gregge.

Nel film Radio Freccia di Luciano Ligabue, Bruno, il dj, sosteneva che i tuoi idoli possono tradirti, ma non la loro musica. La musica rock è già un manifesto programmatico che, in molti casi, non ha una posizione ideologica definita.

 


Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all'uomo com'è: infinita.

Nelle frasi di Morrison - quella iniziale e quella riportata qui sopra - superata l’enfasi tipica del personaggio, troviamo frammenti legati alla meditazione trascendentale e all’intelligenza quantica.

Qualcuno potrebbe trovare ridicolo parlare di consapevolezza e presenza a proposito di Jim, uno che viveva in un regno immaginifico fatto di viaggi acidi e voli astratti, ma i termini percezione e i sinonimi di purificazione, così come realtà fisica e spirito, oltre alla pelle del serpente di cui ci si libererà, sono tutte tecniche meditative.

Ogni percorso è una scelta personale cosciente e la possibilità di riappropriarsi della propria esistenza è un programma da analizzare prima che si trasformi in un altro rammarico.

Non tutto è stato vano. Cambiare il mondo è probabilmente un’utopia, ma non cambiare la propria vita. Questo è lo spazio di manovra.


 

© ENRICO MATTIOLI 2017




Dare una possibilità a se stessi


Avete presente quei periodi dell’anno in cui si passa dal sole battente al temporale nel giro di dieci minuti? Ognuno consiglia di vestirsi a strati o a piramide in modo di fronteggiare i cambiamenti del clima. In realtà, tutti siamo fatti a strati e siamo piramidi che sviluppano nell’intimo.  

Tra spogliarsi e mettersi a nudo, c’è l’autostrada dell’esistenza. Lunga, estenuante, dove incontriamo tempeste, gelate, asfalto infuocato e, qualche volta, clima temperato. Continuiamo a coprirci o a svestirci in base alla necessità del momento. Tutte queste variazioni non ci consentono di essere veramente nudi nemmeno di fronte a noi stessi. Sogniamo questa immagine solo se legata a un’isola deserta, dove non può scorgerci neanche il paparazzo più tenace.

Viviamo in perenne modalità di sopravvivenza, eppure, nonostante tutto, siamo dei supereroi. Abbiamo poteri che usiamo male e che potrebbero farci volare, eppure preferiamo affrontare il rischio calcolato con il quale siamo abituati a confrontarci e che ormai ci costa solo uno sforzo minimo. Superiamo malattie, acciacchi, contrasti, ma restiamo legati alle memorie passate, ostaggi dei nostri blocchi.

Non immaginiamo fino a quali probabilità potremmo spingerci, quanti voli e quali traiettorie potremmo elaborare se soltanto ipotizzassimo di dare una possibilità a noi stessi.



© ENRICO MATTIOLI 2017




Fuga dalla gabbia



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Stare bene al mondo richiede impegno, disciplina e attitudine. Nel post sulle Gabbie mentali, ho redatto una lista di aspetti da cui prendere le distanze. Ora cercherò di affrontare le cose che ci piacciono, tanto per mettere ordine.

Avere un lavoro per cui si è faticato, realizza la persona e la pone avanti rispetto al gruppo; purtroppo è così per pochi, inoltre questo non preserva da frustrazioni varie: bene, ma gli altri?

Ognuno ha le sue attitudini. Avere un campo di cui si ha pertinenza, funziona. Aiuta di meno se è l’unico perché poi si tende a estremizzarlo, spesso si diventa inopportuni se il prossimo non condivide. Di là di tutto, se si è in tempo a trasformare una passione in un’attività che garantisca da campare, è una cosa follemente gratificante.

Come fare? Già, la vecchia storia del dire e del fare. Un viaggio molto lungo comincia sempre con il primo passo. Sempre si osservano i risultati finali, mai i percorsi perché nella società concepita, conta solo l’obiettivo, se raggiunto.

Un primo passaggio è sospendere l’iniziale attesa, che non vuol dire non avere traguardi, ma solo di non ossessionarsi con i risultati. Avete mai visto uno sportivo non allenarsi e primeggiare? Un artista esibirsi senza provare? Un cuoco proporre menù senza aver mai cucinato prima?

Lasciamo stare Maradona, i Beatles o uno chef in voga: qualcuno pensa che non abbiano mai sudato prima? Il nodo sta nell’amatorialità, nel divertimento, nel non pensare all’elefante. Il fatto è che più si chiede di non pensare all’elefante, più appare la sua proboscide. Questa è la vera difficoltà. Torniamo quindi allo sforzo, all’applicazione. Eh, ma non era tra queste righe che si suggeriva la pratica del no stress, del divertimento? Certo, vedete come tutto si complica, alla fine? È un gioco di equilibri. È un gioco di pazienza. È un gioco, e quando si scherza, bisogna essere seri, per parafrasare il Marchese del Grillo.

Riguardo alla realizzazione di se stessi, io posso trattarne in modo generalista, altrimenti dovrei aprire un blog specifico o scrivere l’ennesimo libro e inflazionare il mercato. Lascio volentieri tali incombenze agli esperti. Aggiungo però che nella vita è necessario, a volte, fermarsi, riflettere, guardarsi dentro, valutare gli aspetti, meditare, tener traccia del proprio percorso. Arricchire il proprio bagaglio e mantenersi umili. Considerare che le contrarietà – spesso - sono costruite solo dalla nostra mente e se essa è in grado di creare salite, è anche in grado di inventare discese. Riflettere che un ostacolo può essere soltanto la strada necessaria per arrivare dove ci siamo prefissi.   

La maggior parte delle persone non arriverà a inventarsi il lavoro felice ma può lavorare a una vita serena: anche i ricchi piangono, ci sono degli aspetti paradossali che mostrano individui apparentemente gratificati dall’occupazione, ma che nell’intimo restano insoddisfatti. È importante lasciare sgombre le vie di fuga, gestire lo stress, lanciarsi verso l’armonia. La frustrazione generata da un passato complicato e un futuro incerto, si governa solo pensando al presente. Un passo alla volta. Gli equilibri ci attraggono inevitabilmente: se nascono i problemi, esistono anche le soluzioni.          


 

© ENRICO MATTIOLI 2017

 




Gabbie mentali



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In fondo, dovremmo passare il tempo cercando di stare bene pure se ciò non ci preserverebbe da qualche malessere. Ognuno ha le sue gabbie mentali e se le tiene per la maggior parte dell’esistenza. Individuarle, conoscerle, limitarle, è già un buon progetto per l’azienda che siamo noi stessi. Siamo aziende perché nel sistema concepito non potremmo non esserlo: abbiamo entrate e uscite (certo, più le seconde che le prime), abbiamo dei compiti da fare e dei tributi da pagare, diritti e doveri, forniamo prestazioni d’opera, quando siamo fortunati ad avere un’occupazione. Se il termine azienda non ci piace, abbiamo già individuato la prima gabbia.

Una lista di atti che non amiamo fare ma dobbiamo eseguire per motivi disparati, potrebbe aiutarci a capire cosa cambiare. Se non è proprio possibile farlo, per esempio nel caso di un lavoro, potremmo studiare come prendere le misure.

Una gabbia è quella del giudizio altrui. Il datore di lavoro, i colleghi, gli amici, i familiari: tutti hanno un’idea di noi. Spesso questo pensiero ci ferisce eppure, in molti casi, chi parla ci conosce in modo sommario. Altri, pur frequentandoci regolarmente, ci tratteggiano con una lista di difetti come se fossero le nostre uniche caratteristiche. In questi casi, bisogna concentrarsi sui motivi per cui certe persone sono portate allo stillicidio e agli effetti che esso produce: la replica di questi mantra al contrario, li rinsalderà nella nostra testa affinché si ripetano pedissequamente.   

Il secondo aspetto è legato al primo, ma riguarda il nostro giudizio soppresso. Quando tacciamo per convenienza, quest’atteggiamento diventa un’abitudine consolidata che finisce con l’annientarci: non abbiamo più opinioni su alcun argomento.

Scavando, troviamo i condizionamenti e le suggestioni che sono legate alla famiglia, all’educazione, allo stile di vita, alla religione e sono complicati da limitare. In casi non rari, è buffo sapere che questi due aspetti sono legati perfino agli oroscopi giornalieri.   

I ricordi di esperienze negative, fanno capolino nella nostra memoria a intervalli regolari e sono come il grasso sui fianchi o sull’addome. Si risvegliano per ricordare che, beh, questa è la nostra storia, e non si può cambiare strada.

Un ambiente ostile, per esempio una relazione complicata oppure il posto di lavoro o la famiglia così come la scuola e la comitiva, rappresentano tutti un disagio impossibile da rimuovere. Le relazioni personali sono il luogo dove si annidano le insidie più feroci: fare le cose che fanno tutti per non essere derisi. La causa di tale impotenza è la paura di restare da soli, che al tempo stesso è un timore inconfessabile, il meno accettato.

Questi aspetti agiscono all’unisono come se fossero un pool di esperti e generano ansie, tensioni, angosce, paure. Appunti e critiche continue, disapprovazioni, sarcasmo ed elenchi dei nostri insuccessi, ci fiaccano fino a esaurirci.

Una reazione comune è di consolarsi trovando isole che paiono felici. Il cibo (o il suo paradosso che è la dieta feroce), il fumo, il gioco (in casi più gravi l’alcol) e in genere abitudini che diventano patologiche, come portare all’estremo un normale passatempo.

Omar Mumba e i personaggi del mio libro Gabbie, si muovono all’interno di sbarre preconfezionate e di retaggi culturali: tutto ciò che è invisibile, in realtà è una presenza costante come una voce guida.  

Ognuno dovrebbe rifletterci e farne una lista, se può agevolarlo. Imparare a riderne, il primo passo per completarsi. E farlo per se stessi, nessun altri che se stessi.  




 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

Attuare l'utopia: vivere senza soldi


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C’è una notizia che, negli ultimi giorni, mi ha colpito: a Napoli ha aperto il primo supermercato senza soldi, dove gli acquirenti possono fare la spesa con una tessera e al momento di pagare, anziché con i contanti, vedranno commutato il conto in ore da trascorrere presso i servizi sociali, ognuno nel tempo che può e secondo le proprie specificità.

Tale sistema andrebbe studiato, analizzato (e possibilmente praticato, un giorno non troppo lontano) da quelle forze che sostengono di essere rivoluzionarie (termine logoro e svuotato), dalle istituzioni sindacali (pure se, per quel che mi riguarda, nel momento che questo sistema sindacale si mette di mezzo, prima o poi nascono problemi).

Nella mia utopia personale, puerile, cervellotica e quant’altro, e cioè l’ipotesi di vivere senza lavorare, questo sarebbe il primo passo.

Il problema, evidentemente, è sempre uno: se per ipotesi, gli automezzi (tutti gli automezzi), andassero ad acqua (acqua di mare, di lago, di fiume, non ci interessa), finirebbe la guerra per il petrolio o per qualsiasi altro tipo di energia, ma inizierebbero i conflitti relativi all’acqua, che diverrebbe così una fonte assolutamente primaria sia per la sopravvivenza dell’essere vivente (come lo è adesso) e sia per l’uso che ne viene deciso.

Francamente, io sposterei l’ottica di critica. La questione non è rappresentata dall’essere umano in quanto è insita in lui una forza maligna: che cosa può opporre, un pover’uomo su questa terra desolata, di fronte alle volontà governative, a quelle delle multinazionali, degli istituti di credito, delle forze criminali e di quelle militari? 

Può aprire un dibattito ed essere cosciente di passare per un idiota totale. Avrà una fila di personaggi più che illustri a indicargli un bravo psichiatra. 

Eppure, le iniziative riguardanti lo scambio, iniziano a fiorire. Ricordo, oltre al market di Napoli, la libreria di Bologna dove i testi non si comprano ma sono in regalo affinché la cultura possa circolare (il progetto vive con le donazioni dei lettori).

A parte celie e lazzi, tutto ciò è importante non tanto per le iniziative in sé, quanto perché, in un sistema basato sul consumismo sfrenato, offre un nuovo modello di analisi: l’esistenza basata su forme diverse dal denaro.

E, per quanto riguarda il lavoro, che ne sarà di chi ha come unico scopo la propria carriera? Di chi considera il proprio ruolo professionale come metro umano e sociale? 

La soluzione è nel problema posto. Lavorare su se stessi non è semplice ma costituisce il nodo primario. Essere o non essere? O avere e non avere? Avere o essere?

Sono le undici della mattina, non ho fumato erbaccia né bevuto e siedo davanti allo schermo del computer. È inverno, evidentemente, fuori c’è una splendida giornata di sole. Ho cinquant’anni suonati e mi esalto per queste cose, ben cosciente di suscitare l’altrui commiserazione. Il fatto è che quando osservo i pensionati che pur attaccati da mille acciacchi, con pensioni per lo più basse, sviliti da situazioni sanitarie e assistenziali, ancora giocano al centro sociale, quasi si divertono e sono più sereni di chi si sbatte per un magro stipendio senza accorgersi che l’esistenza vola via, credo che resti solo l’illusione di una felicità presunta.

Perché ditemi, in fondo, da dentro di questo sistema accumulistico, siete veramente felici? E ora che sopraggiungono le feste, a che serve lavorare senza sosta se poi non si ha nemmeno il tempo di andare in giro a sperperare? Perché è per questo scopo che siamo costituiti ed è paradossale non alimentare il sistema, anche se i negozi saranno aperti di notte, e la domenica e nelle festività, e la mancanza di tempo, oplà, è risolta.

Ora qualcuno penserà, ma vai a lavorare, Mattioli!

Beh, risparmiatevi. Me lo dico da solo: sono un fancazzista. E comunque, io, non ironizzerei…


 

La rivoluzione che non c'è: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2016




Dove sta la felicità


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Sono un uomo tranquillo. Me ne starei beatamente nel mio quartiere incontrando quei tre o quattro amici che ancora conservo, ma non per questo sono chiuso, anzi, adoro uscire dal guscio, pure se non sembra. Non ho un gran senso della difensiva e come tutte le persone pacifiche, posso capovolgere il mio stato se si turba la mia quiete. Insomma, uno per i soldi, due per lo spettacolo, tre per essere pronto: non calpestate le mie scarpe di camoscio blu.

Una volta, osservando mio padre, sorridevo delle giornate dei pensionati. Da quando lui è mancato, i ricordi riaffiorano sotto una luce diversa. Rammento le passeggiate insieme, ricordo il sabato quando lo accompagnavo in campagna a prendere il vino dal vinaio, oppure l’acqua alla fonte. Era forse un sistema primitivo di esistenza perché molti aspetti giravano intorno al procacciarsi da mangiare e da bere. Ripensandoci, non era così male e non lo sarebbe nemmeno ora. Sono felice quando ritrovo i ritmi di un tempo e riesco ad allontanare la frenesia che mi strozza.

A quei ricordi si frappone la vita com’è adesso. Un lavoro è alla base dell’esistenza di una persona, eppure gli leva anche tanto. Se da una parte la distrae dagli ostacoli che la vita pone, dall’altra la distoglie dalla felicità, perché perseguire pedissequamente obiettivi di altri, toglie il fiato e la gioia di vivere, attenta all’armonia di cui si ha bisogno. Sono davvero pochi quelli che svolgono una professione o un mestiere che amano, ed è un grande privilegio.  

Ci è stato insegnato solo a produrre, anche tu, proprio tu nel tuo piccolo, devi fare la tua parte per sentirti integrato. Ti servono soldi per campare perché vivere costa sempre di più. Non è previsto un mondo senza stress, anzi, lo stress è il motore primario: ti scuote, ti muove, ti consuma, anche se ti senti a posto proprio perché lavori. In realtà bruci come la carta.

Nel corso delle mie passeggiate, ho incontrato due vecchi amici. In altri tempi ci saremmo persi in discussioni riguardo al prossimo referendum oppure avremmo parlato della morte di Fidel, a prescindere dalle valutazioni personali; o avremmo parlato del derby di calcio: invece, abbiamo discusso delle nostre miserie, della vita che ti assorbe e ti risucchia nei suoi ingranaggi, di aziende che ti opprimono togliendo quei pochi momenti di respiro, di convivialità.

Quando pensi a dove risiedano la serenità e la felicità, ti senti così stupido, così puerile. Ti perdi nelle rincorse, non ti puoi fermare se vuoi restare in piedi. Non consideri che presto o tardi, invece, finirai a terra.   

Recentemente, stavo leggendo La casa sulla collina di Cesare Pavese. Un testo che, chissà per quale motivo, mi era sfuggito. Alzarmi mentre tutti dormono è cosa che ancora mi regala un brivido e così ho preso l’abitudine di leggerlo a notte fonda, quando i rumori sensibili diventano netti. Pavese racconta storie di guerra, di civili che scappano o si rifugiano, di come un conflitto ti toglie le poche certezze, i rari agi. Sfiora l’attesa della morte che – in fondo – ti solleva da una situazione invivibile. È molto attuale o almeno, io l’ho sentito così. Ho pensato ai lavoratori braccati e alla mercé di contratti sempre più restrittivi, spazi di esistenze che svaniscono perché il loro tempo appartiene al padrone - uso ancora questo termine retorico - che li paga. È guerra anche questa, diversa, ma lo è.

Ti accorgi – bella scoperta, eh? – che non sei più quello di qualche anno addietro. I giovani ti sfottono, i tuoi superiori ti farebbero fuori elegantemente, dopotutto ti disprezzano. Ti guardi e ti vedi proprio uguale a tuo padre, che non c’è più. Fissi quell’immagine e ripeti: dov’è la felicità? Sono certo che esista, ma devi andare a prenderla, nessuno te la regala, anzi, è spacciata per qualcos’altro. Questo presume una lotta che può durare tutta la vita, senza tuttavia raggiungerla.     

Sento parlare, quasi sempre a sproposito, di rivoluzione. Una rivoluzione presuppone il sovvertimento di un ordine costituito, e allora vorrei dire a un giovane rivoluzionario, di inventare un mondo che contempli l’esercizio di non lavorare e che riesca ad andare avanti lo stesso. La chiameranno utopia adolescenziale, ma tutti l’abbraccerebbero, passato il giro di boa. Non puoi dire che sono un sognatore, perché questa roba qui, l’ha già detta qualcun altro. 


Il bamboccioneLEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2016 




Breve manuale per tirare a campare


Amore, amicizia e affari, la sagra della lettera A. Sono incuriosito dalle persone ferrate nelle pubbliche relazioni, forse perché incapace di esserlo io. Cerco di capire come fanno, vorrei rubare i loro numeri ma poi non saprei che cosa farne. Innegabile che le pubbliche relazioni siano una chiave per il successo, a volte superiore alle capacità stesse della persona.   

Occuparsi di pubbliche relazioni è un lavoro fondamentale per qualsiasi azienda o ente, possiamo affermare che nella società moderna, la comunicazione sta alla pubblicità nel settore del commercio.

In queste righe voglio soffermarmi sulle pubbliche relazioni nella vita di noi persone comuni. Le coltiviamo dai tempi dell’adolescenza e a quell’età sono ancora caratterizzate dall’innocenza. Da adulti le cose cambiano e diventano serie. Se non c’è il ritorno, che rapporto è?

Le dinamiche dei nostri confronti quotidiani sono simili a una compravendita. Ridiamo alle battute del capo pure se fanno vomitare. Riguardo a un contrasto riflettiamo mille volte se sia conveniente o meno affrontarlo, ma se qualcuno può aiutarci ne assecondiamo i difetti e ciò che non perdoniamo ad altri, lo condoniamo a chi può darci una mano.

Le relazioni col prossimo rappresentano una scorciatoia verso obiettivi nemmeno troppo segreti e chi riesce a destreggiarsi, ha la strada spianata. Ci siamo venduti ormai mille volte e non lo ammetteremo mai. Millantiamo fino alle estreme conseguenze.

La nostra fermezza si sgretola al cospetto non solo del mega direttore, ma anche del capo ufficio. È una piramide, tutto ciò accade anche al nostro diretto superiore di fronte al proprio. 

Il segreto è di trovare la maschera giusta con cui pareggiare la distanza tra i ruoli. Molto in quota è quello del simpaticone, del battutista, quello che allevia i malumori del capo e riesce a ottenere la carta verde. Sono i professionisti della vita, i fenomeni, quelli che riescono a cavarsela, quelli che con un cacciavite in mano fanno miracoli.

Le pianificazioni sentimentali sono dei capolavori perché bisogna mentire a tutti, soprattutto a se stessi, in questo modo le relazioni proseguono serene. Quando si mente, bisogna essere i primi a credere alle proprie menzogne perché se non ci convinciamo noi stessi, come pretendere che ci credano gli altri?

È fondamentale, se siete amanti della stabilità, fare in modo che uno dei due resti più forte. Quindi se ambite a un rapporto duraturo, trovatevi un convivente più debole o più duro di voi. Siate però feroci, nel primo caso: non permettete che il patner si faccia strada e acquisti sicurezza. Nel secondo caso, invece, non fate nulla e godetevi quel che riuscite a racimolare. No alla parità, insomma, altrimenti scatta la competizione e la relazione diventa stressante.

Troppo spesso la persona accanto conosce solo una parte di noi o meglio: tutti conoscono solo una parte di noi, noi siamo tutte quelle piccole parti che lasciamo conoscere agli altri, ma mai tutte insieme.    

Il ciclo è continuo. Quando penserai di non aver più bisogno di nulla, dovrai ricominciare per sistemare tuo figlio.

Se per Vitangelo Moscarda, quello di Uno nessuno e centomila, le persone intorno hanno un’immagine della sua persona diversa da quella che lui crede di essere, nella nostra vita alimentiamo consapevolmente la distorsione, generando una distanza ancora maggiore da ciò che siamo. Il fatto è che noi siamo molto meno sensibili del personaggio pirandelliano e delle crisi d’identità non ce ne fotte una benemerita ceppa. 

Leggo spesso sermoni contro la realtà virtuale, ma il fatto che a mio mediocre avviso sfugge, è che la vita reale è menzognera almeno quanto la virtuale.

Sono sempre stato un osservatore cieco, nel senso che non ho mai imparato. Restando a guardare questo spettacolo con pochi odori, comincio a essere soddisfatto della mia vita, pure se tribolata e discutibile, spesso ai limiti dell’impraticabilità.

L’amore è un nobile sentimento, ma quando il destino mette insieme un deficiente con un altro, la somma sarà sempre di due deficienti. Non c’è una via d’uscita. È la dura strada del tirare a campare. Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. De do do do, de da da da...



 © ENRICO MATTIOLI 2016   





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