Gabbie mentali



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In fondo, dovremmo passare il tempo cercando di stare bene pure se ciò non ci preserverebbe da qualche malessere. Ognuno ha le sue gabbie mentali e se le tiene per la maggior parte dell’esistenza. Individuarle, conoscerle, limitarle, è già un buon progetto per l’azienda che siamo noi stessi. Siamo aziende perché nel sistema concepito non potremmo non esserlo: abbiamo entrate e uscite (certo, più le seconde che le prime), abbiamo dei compiti da fare e dei tributi da pagare, diritti e doveri, forniamo prestazioni d’opera, quando siamo fortunati ad avere un’occupazione. Se il termine azienda non ci piace, abbiamo già individuato la prima gabbia.

Una lista di atti che non amiamo fare ma dobbiamo eseguire per motivi disparati, potrebbe aiutarci a capire cosa cambiare. Se non è proprio possibile farlo, per esempio nel caso di un lavoro, potremmo studiare come prendere le misure.

Una gabbia è quella del giudizio altrui. Il datore di lavoro, i colleghi, gli amici, i familiari: tutti hanno un’idea di noi. Spesso questo pensiero ci ferisce eppure, in molti casi, chi parla ci conosce in modo sommario. Altri, pur frequentandoci regolarmente, ci tratteggiano con una lista di difetti come se fossero le nostre uniche caratteristiche. In questi casi, bisogna concentrarsi sui motivi per cui certe persone sono portate allo stillicidio e agli effetti che esso produce: la replica di questi mantra al contrario, li rinsalderà nella nostra testa affinché si ripetano pedissequamente.   

Il secondo aspetto è legato al primo, ma riguarda il nostro giudizio soppresso. Quando tacciamo per convenienza, quest’atteggiamento diventa un’abitudine consolidata che finisce con l’annientarci: non abbiamo più opinioni su alcun argomento.

Scavando, troviamo i condizionamenti e le suggestioni che sono legate alla famiglia, all’educazione, allo stile di vita, alla religione e sono complicati da limitare. In casi non rari, è buffo sapere che questi due aspetti sono legati perfino agli oroscopi giornalieri.   

I ricordi di esperienze negative, fanno capolino nella nostra memoria a intervalli regolari e sono come il grasso sui fianchi o sull’addome. Si risvegliano per ricordare che, beh, questa è la nostra storia, e non si può cambiare strada.

Un ambiente ostile, per esempio una relazione complicata oppure il posto di lavoro o la famiglia così come la scuola e la comitiva, rappresentano tutti un disagio impossibile da rimuovere. Le relazioni personali sono il luogo dove si annidano le insidie più feroci: fare le cose che fanno tutti per non essere derisi. La causa di tale impotenza è la paura di restare da soli, che al tempo stesso è un timore inconfessabile, il meno accettato.

Questi aspetti agiscono all’unisono come se fossero un pool di esperti e generano ansie, tensioni, angosce, paure. Appunti e critiche continue, disapprovazioni, sarcasmo ed elenchi dei nostri insuccessi, ci fiaccano fino a esaurirci.

Una reazione comune è di consolarsi trovando isole che paiono felici. Il cibo (o il suo paradosso che è la dieta feroce), il fumo, il gioco (in casi più gravi l’alcol) e in genere abitudini che diventano patologiche, come portare all’estremo un normale passatempo.

Omar Mumba e i personaggi del mio libro Gabbie, si muovono all’interno di sbarre preconfezionate e di retaggi culturali: tutto ciò che è invisibile, in realtà è una presenza costante come una voce guida.  

Ognuno dovrebbe rifletterci e farne una lista, se può agevolarlo. Imparare a riderne, il primo passo per completarsi. E farlo per se stessi, nessun altri che se stessi.  




 © ENRICO MATTIOLI 2017

 

 

© Enrico Mattioli 2017