Dove sta la felicità


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Sono un uomo tranquillo. Me ne starei beatamente nel mio quartiere incontrando quei tre o quattro amici che ancora conservo, ma non per questo sono chiuso, anzi, adoro uscire dal guscio, pure se non sembra. Non ho un gran senso della difensiva e come tutte le persone pacifiche, posso capovolgere il mio stato se si turba la mia quiete. Insomma, uno per i soldi, due per lo spettacolo, tre per essere pronto: non calpestate le mie scarpe di camoscio blu.

Una volta, osservando mio padre, sorridevo delle giornate dei pensionati. Da quando lui è mancato, i ricordi riaffiorano sotto una luce diversa. Rammento le passeggiate insieme, ricordo il sabato quando lo accompagnavo in campagna a prendere il vino dal vinaio, oppure l’acqua alla fonte. Era forse un sistema primitivo di esistenza perché molti aspetti giravano intorno al procacciarsi da mangiare e da bere. Ripensandoci, non era così male e non lo sarebbe nemmeno ora. Sono felice quando ritrovo i ritmi di un tempo e riesco ad allontanare la frenesia che mi strozza.

A quei ricordi si frappone la vita com’è adesso. Un lavoro è alla base dell’esistenza di una persona, eppure gli leva anche tanto. Se da una parte la distrae dagli ostacoli che la vita pone, dall’altra la distoglie dalla felicità, perché perseguire pedissequamente obiettivi di altri, toglie il fiato e la gioia di vivere, attenta all’armonia di cui si ha bisogno. Sono davvero pochi quelli che svolgono una professione o un mestiere che amano, ed è un grande privilegio.  

Ci è stato insegnato solo a produrre, anche tu, proprio tu nel tuo piccolo, devi fare la tua parte per sentirti integrato. Ti servono soldi per campare perché vivere costa sempre di più. Non è previsto un mondo senza stress, anzi, lo stress è il motore primario: ti scuote, ti muove, ti consuma, anche se ti senti a posto proprio perché lavori. In realtà bruci come la carta.

Nel corso delle mie passeggiate, ho incontrato due vecchi amici. In altri tempi ci saremmo persi in discussioni riguardo al prossimo referendum oppure avremmo parlato della morte di Fidel, a prescindere dalle valutazioni personali; o avremmo parlato del derby di calcio: invece, abbiamo discusso delle nostre miserie, della vita che ti assorbe e ti risucchia nei suoi ingranaggi, di aziende che ti opprimono togliendo quei pochi momenti di respiro, di convivialità.

Quando pensi a dove risiedano la serenità e la felicità, ti senti così stupido, così puerile. Ti perdi nelle rincorse, non ti puoi fermare se vuoi restare in piedi. Non consideri che presto o tardi, invece, finirai a terra.   

Recentemente, stavo leggendo La casa sulla collina di Cesare Pavese. Un testo che, chissà per quale motivo, mi era sfuggito. Alzarmi mentre tutti dormono è cosa che ancora mi regala un brivido e così ho preso l’abitudine di leggerlo a notte fonda, quando i rumori sensibili diventano netti. Pavese racconta storie di guerra, di civili che scappano o si rifugiano, di come un conflitto ti toglie le poche certezze, i rari agi. Sfiora l’attesa della morte che – in fondo – ti solleva da una situazione invivibile. È molto attuale o almeno, io l’ho sentito così. Ho pensato ai lavoratori braccati e alla mercé di contratti sempre più restrittivi, spazi di esistenze che svaniscono perché il loro tempo appartiene al padrone - uso ancora questo termine retorico - che li paga. È guerra anche questa, diversa, ma lo è.

Ti accorgi – bella scoperta, eh? – che non sei più quello di qualche anno addietro. I giovani ti sfottono, i tuoi superiori ti farebbero fuori elegantemente, dopotutto ti disprezzano. Ti guardi e ti vedi proprio uguale a tuo padre, che non c’è più. Fissi quell’immagine e ripeti: dov’è la felicità? Sono certo che esista, ma devi andare a prenderla, nessuno te la regala, anzi, è spacciata per qualcos’altro. Questo presume una lotta che può durare tutta la vita, senza tuttavia raggiungerla.     

Sento parlare, quasi sempre a sproposito, di rivoluzione. Una rivoluzione presuppone il sovvertimento di un ordine costituito, e allora vorrei dire a un giovane rivoluzionario, di inventare un mondo che contempli l’esercizio di non lavorare e che riesca ad andare avanti lo stesso. La chiameranno utopia adolescenziale, ma tutti l’abbraccerebbero, passato il giro di boa. Non puoi dire che sono un sognatore, perché questa roba qui, l’ha già detta qualcun altro. 


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© ENRICO MATTIOLI 2016 




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