Attuare l'utopia: vivere senza soldi 


utopia


C’è una notizia che, negli ultimi giorni, mi ha colpito: a Napoli ha aperto il primo supermercato senza soldi, dove gli acquirenti possono fare la spesa con una tessera e al momento di pagare, anziché con i contanti, vedranno commutato il conto in ore da trascorrere presso i servizi sociali, ognuno nel tempo che può e secondo le proprie specificità.

Tale sistema andrebbe studiato, analizzato (e possibilmente praticato, un giorno non troppo lontano) da quelle forze che sostengono di essere rivoluzionarie (termine logoro e svuotato), dalle istituzioni sindacali (pure se, per quel che mi riguarda, nel momento che questo sistema sindacale si mette di mezzo, prima o poi nascono problemi).

Nella mia utopia personale, puerile, cervellotica e quant’altro, e cioè l’ipotesi di vivere senza lavorare, questo sarebbe il primo passo.

Il problema, evidentemente, è sempre uno: se per ipotesi, gli automezzi (tutti gli automezzi), andassero ad acqua (acqua di mare, di lago, di fiume, non ci interessa), finirebbe la guerra per il petrolio o per qualsiasi altro tipo di energia, ma inizierebbero i conflitti relativi all’acqua, che diverrebbe così una fonte assolutamente primaria sia per la sopravvivenza dell’essere vivente (come lo è adesso) e sia per l’uso che ne viene deciso.

Francamente, io sposterei l’ottica di critica. La questione non è rappresentata dall’essere umano in quanto è insita in lui una forza maligna: che cosa può opporre, un pover’uomo su questa terra desolata, di fronte alle volontà governative, a quelle delle multinazionali, degli istituti di credito, delle forze criminali e di quelle militari? 

Può aprire un dibattito ed essere cosciente di passare per un idiota totale. Avrà una fila di personaggi più che illustri a indicargli un bravo psichiatra. 

Eppure, le iniziative riguardanti lo scambio, iniziano a fiorire. Ricordo, oltre al market di Napoli, la libreria di Bologna dove i testi non si comprano ma sono in regalo affinché la cultura possa circolare (il progetto vive con le donazioni dei lettori).

A parte celie e lazzi, tutto ciò è importante non tanto per le iniziative in sé, quanto perché, in un sistema basato sul consumismo sfrenato, offre un nuovo modello di analisi: l’esistenza basata su forme diverse dal denaro.

E, per quanto riguarda il lavoro, che ne sarà di chi ha come unico scopo la propria carriera? Di chi considera il proprio ruolo professionale come metro umano e sociale? 

La soluzione è nel problema posto. Lavorare su se stessi non è semplice ma costituisce il nodo primario. Essere o non essere? O avere e non avere? Avere o essere?

Sono le undici della mattina, non ho fumato erbaccia né bevuto e siedo davanti allo schermo del computer. È inverno, evidentemente, fuori c’è una splendida giornata di sole. Ho cinquant’anni suonati e mi esalto per queste cose, ben cosciente di suscitare l’altrui commiserazione. Il fatto è che quando osservo i pensionati che pur attaccati da mille acciacchi, con pensioni per lo più basse, sviliti da situazioni sanitarie e assistenziali, ancora giocano al centro sociale, quasi si divertono e sono più sereni di chi si sbatte per un magro stipendio senza accorgersi che l’esistenza vola via, credo che resti solo l’illusione di una felicità presunta.

Perché ditemi, in fondo, da dentro di questo sistema accumulistico, siete veramente felici? E ora che sopraggiungono le feste, a che serve lavorare senza sosta se poi non si ha nemmeno il tempo di andare in giro a sperperare? Perché è per questo scopo che siamo costituiti ed è paradossale non alimentare il sistema, anche se i negozi saranno aperti di notte, e la domenica e nelle festività, e la mancanza di tempo, oplà, è risolta.

Ora qualcuno penserà, ma vai a lavorare, Mattioli!

Beh, risparmiatevi. Me lo dico da solo: sono un fancazzista. E comunque, io, non ironizzerei…


 

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© ENRICO MATTIOLI 2016




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