Libertà


Unknown


Francamente io di questa società faccio parte mio malgrado. Mi è estranea, ignoro la direzione presa e non capisco la gente, pure se molti dicono di non capire bene me. Accettiamo qualsiasi cosa dando sfoggio di saggezza: avvelenarsi il sangue serve a poco, meglio sopravvivere finché si può. Alla fine, come il conto, come la grappa, come la morte, ci consoliamo con questa lieta conclusione.

Nelle prossime righe accomunerò i termini libertà, democrazia e indipendenza, che meriterebbero approfondimenti e distinzioni, ma in tempo di globalizzazione anche il linguaggio subisce un recesso perché un post si regge nei limiti stabiliti dalla comunicazione: chiaro e conciso. Il primo parametro qui latita, il secondo… mmm!

Nel nostro sistema tutte le teorie che favoriscono la vendita, spesso distorte ed estrapolate da un diverso contesto, sono riciclate per legittimare l’acquisto. Le parole sono importanti e non si usano a caso. Uno slogan è vangelo. In poche righe si concentrano i cardini su cui poggia la società dei consumi: una forbice ridotta tra ricchezza e povertà, consumatore, televisione, pubblicità, oggetto e desiderio. Il superfluo diviene uno stato di bisogno.

La metropoli ideale del nostro tempo è costituita da punti vendita e centri scommesse, dove giocare e puntare. Noi siamo soldati sul fronte arruolati nella sacra guerra per mantenere in vita il sistema. 

Quando entri in un centro commerciale, il tempio del consumo, sembra di vedere un film in più dimensioni, sembra di assistere a un transito di movimenti e di spazi. Sembra di poter volare da un posto a un altro richiamati dagli oggetti e di essere padroni del tempo. Sembra che la libertà individuale non abbia limiti. E così è, in effetti, ma solo fino al punto in cui arriva il guinzaglio che non si vede. Siamo predisposti a un collegamento senza fili, questa parziale indipendenza è un elastico che ci tiene legati alla cattedrale delle merci dove lavare l’anima con gli acquisti e ritrovare la pace.

In questo sistema, sembra di poter comprare qualsiasi cosa, perfino la libertà, appunto, alimentando la profezia degli slogan. Qui regna la democrazia, qui le distanze tra il meno abbiente e il più facoltoso si sono ridotte, l’offerta è illimitata e non esistono frontiere poiché il desiderio che poteva apparire elitario, è ora a disposizione delle masse. 

Il sogno diventa tangibile e concreto attraverso le rate e i prestiti. Un indirizzo di posta elettronica, un numero telefonico, qualsiasi tipo di recapito, diventano un tavolo di trattativa, l’induzione a un desiderio sempre nuovo. C’era un tempo in cui se volevi fare acquisti, eri tu che andavi al negozio o dal fornitore di servizi. Oggi le finanziarie e le aziende, ti cercano per telefono e per mail, non ti danno tregua. Se rispondi esasperato, replicano che loro stanno lavorando: ma stanno lavorando dentro casa tua.

Le democrazie internazionali che poggiano sull’Alta Finanza e sulle Multinazionali, stanno mostrando margini sempre più stretti o forse li hanno sempre avuti e ora è soltanto evidente. Eppure c’è chi sostiene che per capire veramente che cosa sia la libertà, bisognerebbe vivere in un paese totalitario. Vero, forse di libertà ognuno ne pretenderebbe più dell’altro, abituati come siamo a poter comprare (e consumare) di tutto e quindi, anche l’indipendenza: chi più soldi ha, maggiore libertà potrà possedere (e quindi, consumare).

Il concetto di stare male prima per sentirsi meglio dopo, però, a me ricorda la barzelletta del tizio che comprava le scarpe strette perché l’unico sollievo rimastogli, era quello di toglierle la sera. 

A ogni buon conto, la nostra è una libertà che si palesa con la spesa.

 


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© ENRICO MATTIOLI 2017


© Enrico Mattioli 2017