La percezione della politica


Charles Bukowski, a suo modo un assassino del sogno americano, era piuttosto caustico: la politica è come cercare di inculare un gatto. Sulla democrazia, diventava implacabile: la differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare.

Non importa quello che dici, ma come lo dici e Charles Bukowski, con le sue buone maniere, poteva dire qualunque cosa. Sommessamente, rispetto allo zio Buk, nel mio libro Storie di qualunquisti anonimi, ho voluto affrontare il tema del qualunquismo. Fare del qualunquismo è facile tanto quanto dare del qualunquista a chi espone una critica. Troppo spesso, chi gestisce le cose pubbliche ha la replica standardizzata: non siate indifferenti!

Strizzare l’occhio, echeggiare, citare, è uno sport in cui bisogna essere abili. Gramsci, come in questo caso, ma anche Pasolini. Dante. Proverbi latineschi. Conosciamo a memoria gli aforismi di tutti, a volte li confondiamo, ma fa niente. È importante non restare in silenzio.

Quale sarebbe, oggi, il pensiero di Antonio Gramsci sugli indifferenti, dopo quarant’anni di governo scudocrociato, dopo la strategia della tensione, dopo la fine della prima e l’inizio della seconda repubblica, sotto il dominio permanente della Coca Cola? Non so dirlo, davvero. Mi risulta complicato immaginare se avrebbe trovato qualche etto di comprensione per chi, non riuscendo a combattere, continua a vivere strisciando, ma certo si sarebbe indignato nei confronti di quei parassiti che continuano a sfruttare i suoi contenuti nascondendosi dietro alla tastiera, alimentando impunemente un’esistenza misero borghese.   

Eppure, nella nostra vita, ognuno di noi ha avuto un’idea e ha sperato che questa potesse cambiare il mondo. I fattori che portano a sposare un ideale sono legati all’indole personale, al fascino suscitato da un uomo politico, alla tradizione familiare che induce ad abbracciare la stessa motivazione oppure, per spirito di contraddizione, l’opposta. A un programma, pure se, in questo caso, entriamo nella sfera prettamente legata all’opportunismo. Ovviamente ognuno potrà esporre i propri criteri di scelta. Qualunque essi siano, il tempo, la disillusione, le difficoltà del vivere, sono fattori che agiscono e agitano lo scetticismo albergante in tutti noi. Nel passare degli anni, è difficile mantenere viva la fiammella della fiducia, della speranza, del credere che le cose possano cambiare. La difficile applicazione degli ideali alla vita quotidiana e i problemi persistenti del mondo uniti agli interessi economici, agiscono in modo che le questioni, in molte aree geografiche, restino sempre le stesse e, soprattutto, irrisolte. 

Il potere se ne fotte e oggi è nella sua forma massima di evoluzione. È il potere che genera il qualunquismo, è il potere che genera l'equivoco, è il potere che si spaccia per la politica. 

Esistono categorie che richiedono soluzioni da ieri l’altro, non da oggi, e assistono passive a colpi di post e di commenti beceri in rete proprio da parte di chi dovrebbe legiferare. Chi vive con cinquecento e rotti euro di pensione, in una società sempre più cara dove i servizi sanitari si riducono a ogni scatto di lancetta, aspetta un’alba che non è mai spuntata. 

I politici spacciano consensi ottenuti e provati dai sondaggi, ma perfino i numeri possono diventare questioni soggettive. Sconfitte o vittorie, non importa se legate a referendum o primarie, seguono una linea interpretativa. La fiducia, cioè una faccenda legata all’etica, per il politico diventa una merce, una moneta.

Negli Stati Uniti, historia magista vitae, le presidenziali sono il più grande spettacolo della nostra epoca. I capitali impegnati nelle campagne elettorali sono ingenti. La partecipazione popolare è straordinaria. Si osanna sia l’ipocrisia di una parte e sia la mossa guascona dell’altra, pur se le questioni sociali non mancano, sono solo accantonate: abyssus abissum invocat. Vincerà il meno peggio o il più pericoloso?

Riguardo alle questioni di casa nostra, Roma è un paradosso lampante. La capitale esce da gestioni equivoche, stile terra di nessuno. Basterebbe a suggerire morigeratezza, i politici lo sanno, lo affermano anche, eppure, assistere alla corsa per le amministrative fa pensare che nulla sia accaduto di talmente grave nella città eterna. Stratagemmi e trovate surreali; personaggi dello sport, dello spettacolo, della cultura, tirati per la giacca in questa folle corsa alla fiducia popolare. Si gioca per non prenderle, si gioca a non scottarsi. Chi si tira indietro, chi si propone, chi copre un altro, chi si immola, chi fa la parte del martire della democrazia.  

La percezione della politica per molti, ormai, è la stessa che ha il tipo con le scarpe strette, il quale, aspetta la sera per potersele togliere. Si rende conto, poi col tempo, che non ci sono più nemmeno quelle scarpe perché chi si alza per primo, le prende all’altro.

Il tempo è la cosa più implacabile che esista, ma le questioni quantiche, la meditazione, ci suggeriscono che in realtà, questa realtà e questo stesso tempo, non esistono. Non esiste nemmeno la politica, in fondo. C'è il potere, appunto. Si combatte l’allungamento dell’età pensionabile, soprattutto perché questa esistenza è iniqua e vorremmo trascorrere parte di essa, in salute e serenità al bar, al pub o davanti al portone con gli amici, a leggere il giornale o un libro, a guardar le stelle o i tramonti con altri occhi e l’ego sgonfio rispetto alla gioventù, a parlare di quello che è stato e di quel poco che potrà essere. La nostra vita è stata ostaggio di altri e di altro, qualche fetta di noi stessi ci spetterebbe di diritto, almeno alla fine. È strisciante la sensazione di essere stati raggirati e un po’ di giustezza, anche in questo mondo, non può essere nociva.  

La percezione della politica è un inganno. L'ho già scritto? Non esiste, la politica.

Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L'età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell'arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia, infatti, la linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete d'arabeschi.

Ennio Flaiano



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