POLITICA E SOCIETÅ


Benvenuti nel mio blog. 

In questa sezione sono raccolti post a sfondo politico e tematiche sociali.

EM


Caro Ministro


Unknown


È un ministro ipotetico il mio e le domande sono retoriche, non m’illudo certo che legga il post. Soprattutto, l'aspetto più amaro, è il ministro di ogni legislatura. 

Ieri pomeriggio ho accompagnato un’amica al Pronto Soccorso per un’emergenza. A una signora, ottantotto anni mi ha confidato dopo lei, diabetica, cardiopatica, invalidità al cento per cento, veniva registrata la pressione sanguigna e l’ecocardiogramma. In codice verde, è stata sistemata sopra una lettiga. Diceva di essere stata indirizzata al punto di soccorso dal suo cardiologo – con tanto di lettera allegata al referto - solo per un prelievo, ma gli addetti rispondevano con energia che a loro della relazione clinica del cardiologo non interessava. Fin qui, niente da eccepire, magari è mancato solo un pò di tatto, nient’altro; ma poi la donna chiedeva di nuovo perché ripetere esami già fatti quando necessitava di un prelievo per enzimi, allora un’infermiera, capelli portati a coda di cavallo che scioglieva e legava nervosamente di continuo, rispondeva aggressivamente di ringraziare Iddio per averle fatto almeno l'ecocardiogramma.

Caro Ministro non entro nel merito del lavoro dell’infermiere, ma riguardo al dialogo tra medico e paziente, non si può tenere udienza solo con chi sta zitto (perdoni il paradosso) perché, si presuppone che col suo silenzio, tacitamente, comprende che l'infermiere sta lavorando. Sarebbe come dire che un insegnante di scuola pubblica tratterà solo col primo della classe perché costui gratifica il proprio lavoro. Un professore deve occuparsi anche e soprattutto degli studenti più difficili, altrimenti, che scuola pubblica sarebbe?

Caro Ministro, le dirò che col passare del tempo sto diventando bigotto. Credo che abbiano fatto più danni, in questo paese, certe serie tv e certi format, di quanto ne facciano le mandorle glassate per i denti. Quanti Clooney piacioni stile Medici in Prima Linea ho avuto lo spiacere di conoscere in questi anni. Certo, è più gradevole accudire lo stesso Clooney, piuttosto che un vecchio malandato che non arriverà a domani, meglio sfiorare la pelle di Belen che quella di una vecchia. È umano, non c’è nessuna forma di sarcasmo nelle mie parole. Purtroppo, mi permetterà di credere ancora che l’infermiere sia un lavoro diverso da altri. Occorre uno sforzo proprio con l’anziano perché non si può usare con tutti lo stesso linguaggio, se si vuole essere compresi da tutti.

Ieri ho assistito a uno spettacolo comico, se non fosse stato reale. Quanta rivalsa, quanto esibizionismo, quanto egotismo, in quello staff del turno diurno. Quante passeggiate con le mani in tasca, quanti frizzi lazzi e risate sguaiate nelle stanze attigue mentre i pazienti attendono, quanto coraggio nell’inveire a brutto muso contro una vecchia, vero Miss coda di cavallo?

Caro Ministro, secondo lei, tutti questi professionisti sono consapevoli che i pazienti li osservano? Che aspettano qualcuno che gli risolva il malanno? E che non possono rivolgersi a loro con espressioni stile Gomorra?

E che dire del vecchio ottantacinquenne giunto in ambulanza, che chiede di andare al bagno e gli rispondono che deve stare calmo? Cinque minuti dopo, il vecchio urla che non ce la fa più ma loro stanno scrivendo il referto, poi qualcuno gli andrà a cercare un pappagallo.

I minuti passano. All’ennesimo lamento, l’infermiere, stancamente si alza. Ritorna dopo altri cinque minuti, senza pappagallo, senza padella e senza nemmeno - al limite - una busta della spesa!

È tutto occupato, dice. Il vecchio deve aspettare e stare calmo.

Caro Ministro, in tutta franchezza credo che il problema sia culturale e quindi, sostituire un elemento con un altro sarebbe la stessa cosa, eppure io sono stanco di persone che sembra stiano facendo un favore, quasi che ammalarsi sia un passatempo o una colpa. 

Per troppo tempo ho assistito a capolavori di umanità e accanimento alla dignità della persona. Ci sono passato con mio padre: nella sua ultima settimana di vita lo vidi piangere, non certo per il dolore causato dalla malattia ormai così invasiva che di dolore non ne causava più. Pannolone mai cambiato in dieci giorni - lo portavo io da fuori - stomia bilaterale mai sostituita, È per prevenire le infezioni (?!) - mi assicurava un’infermiera - a casa le sostituivo io tutti i giorni proprio per evitarne l’insorgere - ma soprattutto, dimesso in discrete condizioni di salute (?!) nel pomeriggio, e deceduto la mattina dopo.  

Quando, per emergenza, mi trovo in questi posti, rivedo sempre il mio genitore, ritrovo il suo sguardo inerme nei degenti che giacciono sulle lettighe o su un appoggio di fortuna nelle corsie.  

Tornando al Pronto Soccorso e al pomeriggio di ieri, alla signora dell’ecocardiogramma, esasperata da oltre due ore di attesa, era consigliato di andarsene (se avesse voluto, eh!), perché ancora non era stata aperta la sua cartella clinica, quindi, poteva uscire senza firmare.

La mia amica ne aveva ancora per un po’ e io mi sono allontanato per una commissione nelle vicinanze, ma caro Ministro, lei non mi crederà, passati ormai quaranta minuti da quando era giunto, il vecchio non era stato ancora accompagnato al bagno. Cose 'e pazz!



© ENRICO MATTIOLI 2017




Libertà


Unknown


Francamente io di questa società faccio parte mio malgrado. Mi è estranea, ignoro la direzione presa e non capisco la gente, pure se molti dicono di non capire bene me. Accettiamo qualsiasi cosa dando sfoggio di saggezza: avvelenarsi il sangue serve a poco, meglio sopravvivere finché si può. Alla fine, come il conto, come la grappa, come la morte, ci consoliamo con questa lieta conclusione.

Nelle prossime righe accomunerò i termini libertà, democrazia e indipendenza, che meriterebbero approfondimenti e distinzioni, ma in tempo di globalizzazione anche il linguaggio subisce un recesso perché un post si regge nei limiti stabiliti dalla comunicazione: chiaro e conciso. Il primo parametro qui latita, il secondo… mmm!

Nel nostro sistema tutte le teorie che favoriscono la vendita, spesso distorte ed estrapolate da un diverso contesto, sono riciclate per legittimare l’acquisto. Le parole sono importanti e non si usano a caso. Uno slogan è vangelo. In poche righe si concentrano i cardini su cui poggia la società dei consumi: una forbice ridotta tra ricchezza e povertà, consumatore, televisione, pubblicità, oggetto e desiderio. Il superfluo diviene uno stato di bisogno.

La metropoli ideale del nostro tempo è costituita da punti vendita e centri scommesse, dove giocare e puntare. Noi siamo soldati sul fronte arruolati nella sacra guerra per mantenere in vita il sistema. 

Quando entri in un centro commerciale, il tempio del consumo, sembra di vedere un film in più dimensioni, sembra di assistere a un transito di movimenti e di spazi. Sembra di poter volare da un posto a un altro richiamati dagli oggetti e di essere padroni del tempo. Sembra che la libertà individuale non abbia limiti. E così è, in effetti, ma solo fino al punto in cui arriva il guinzaglio che non si vede. Siamo predisposti a un collegamento senza fili, questa parziale indipendenza è un elastico che ci tiene legati alla cattedrale delle merci dove lavare l’anima con gli acquisti e ritrovare la pace.

In questo sistema, sembra di poter comprare qualsiasi cosa, perfino la libertà, appunto, alimentando la profezia degli slogan. Qui regna la democrazia, qui le distanze tra il meno abbiente e il più facoltoso si sono ridotte, l’offerta è illimitata e non esistono frontiere poiché il desiderio che poteva apparire elitario, è ora a disposizione delle masse. 

Il sogno diventa tangibile e concreto attraverso le rate e i prestiti. Un indirizzo di posta elettronica, un numero telefonico, qualsiasi tipo di recapito, diventano un tavolo di trattativa, l’induzione a un desiderio sempre nuovo. C’era un tempo in cui se volevi fare acquisti, eri tu che andavi al negozio o dal fornitore di servizi. Oggi le finanziarie e le aziende, ti cercano per telefono e per mail, non ti danno tregua. Se rispondi esasperato, replicano che loro stanno lavorando: ma stanno lavorando dentro casa tua.

Le democrazie internazionali che poggiano sull’Alta Finanza e sulle Multinazionali, stanno mostrando margini sempre più stretti o forse li hanno sempre avuti e ora è soltanto evidente. Eppure c’è chi sostiene che per capire veramente che cosa sia la libertà, bisognerebbe vivere in un paese totalitario. Vero, forse di libertà ognuno ne pretenderebbe più dell’altro, abituati come siamo a poter comprare (e consumare) di tutto e quindi, anche l’indipendenza: chi più soldi ha, maggiore libertà potrà possedere (e quindi, consumare).

Il concetto di stare male prima per sentirsi meglio dopo, però, a me ricorda la barzelletta del tizio che comprava le scarpe strette perché l’unico sollievo rimastogli, era quello di toglierle la sera. 

A ogni buon conto, la nostra è una libertà che si palesa con la spesa.

 


La città senza uscita - anteprima gratuita


© ENRICO MATTIOLI 2017


Italiani


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Eravamo un popolo di navigatori e di poeti, poi siamo diventati milioni di commissari tecnici: oggi siamo un popolo esperto nel lavoro degli altri. Chi osserva gli altri lavorare, per esempio nei casi di quelle occupazioni a servizio di un cliente, è certo di saperne più dell’operatore, ignorando che costui deve muoversi entro margini prestabiliti da un regolamento; e chiunque, è insofferente a qualsiasi regolamento, principalmente chi quelle regole le redige, figuriamoci come si sente chi quelle regole le subisce e poi deve imporle al pubblico per senso di dovere.  

Le scuole sono sostituite dai corsi, tutti conoscono ogni argomento. Riguardo ai curriculum, è un dato di fatto che contino più le pubbliche relazioni e il calcetto o l’aperitivo. E dato di fatto non significa giusto, vuol dire che c’è una terra di mezzo, invisibile a occhio nudo, dove si gestisce la cosa, dove i caporali del De Curtis impicciano e fanno affari con traffichini e trafficanti. È grave, però, che un ministro dello Stato, confermi, giustifichi o avalli tali dinamiche e poi tenti di rettificare o smentire. 

Lo sappiamo, sono sempre i sottufficiali a impartire gli ordini emanati dagli ufficiali, in una sorta di perverso gioco del telefono: quando la comunicazione arriva all’ultimo destinatario, questa è distorta per la convenienza di tutte le figure implicate nel passaparola e che non hanno alcun interesse a scoperchiare le pentole.

Dipendiamo dalla velocità, siamo figli del rubare con gli occhi. La scaltrezza sostituisce la cultura. L’atto di lavorare - o di cercare lavoro - si svolge in un ambiente piramidale capovolto il cui vertice fantozziano poggia sull’ultimo, sul fesso e sullo spirito libero che, pure se pacifico, incontra la reticenza dei componenti il branco, i quali lo percepiscono come una minaccia per lo spazio limitato di potere dove spadroneggiano.  

Il potere istituzionale, nella sua versione più volgare e dannosa, se da un lato è ipocritamente censurato, dall’altro è riprodotto su scala diversa e uguale al tempo stesso.  

Siamo un popolo in perenne attesa, chi di un lavoro e chi di andare in pensione, aspettando il treno del cambiamento che non passa mai. Il guaio è che quando quel treno riformatore, raramente, transita e si ferma, siamo così lieti di attendere il prossimo.


 

La rivoluzione che non c'è: LEGGI L'ANTEPRIMA GRATUITA

© ENRICO MATTIOLI 2017


Scuola: come spiegare ai ragazzi?



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In tutte le grandi città, il traffico s’è dilatato e non solo perché l’estate sta esalando gli ultimi affannosi respiri con la conseguenza che la gente è tornata a casa: è ricominciata la scuola!

Ad Amatrice, uno degli epicentri del recente sisma che ha colpito l’Italia centrale, gli edifici scolastici sono stati ricostruiti con tempi record grazie all’aiuto della Protezione Civile di Trento. Felicitazioni, ringraziamenti, orgogli vari, e ci mancherebbe altro. 

Ma che cosa insegnare?

Da dove cominciare?

Dal rapporto dell’uomo con la natura?

Da un approfondimento sullo sviluppo e sul progresso?

Studiosi e geologi ci dicono che il moto della terra in talune aree è un’attività costante, ma la sua intensità è talmente bassa da non essere percepita dagli esseri umani, bensì è rilevata solo dai sismografi.

Se consideriamo l’inizio dei secoli, le terre sono emerse dalle acque e poi scomparse sotto di esse, le montagne hanno subito l’erosione del tempo, la superficie terrestre s’è staccata, avvicinata, allontanata; sono apparsi gli esseri viventi, tra loro l’uomo ha lasciato i segni del suo passaggio. Civiltà hanno sovrastato altre civiltà, alcune hanno dominato, alcune hanno dovuto soccombere. Il minimo comune denominatore è che tutto passa, ogni cosa ha un principio e un termine.

Un terremoto spazza le tue certezze. Cancella la tua casa, devasta la tua terra, porta via le persone care. È sulle certezze che bisogna riflettere. Che non sono mai realmente certe. È impossibile cambiare modo di esprimersi. Si può essere coscienti, però, che quando diciamo la nostra terra, le nostre zone, alteriamo un concetto. Abitiamo una casa e una città, alloggiamo in un corpo, viviamo una vita, ma non c’è nulla di nostro, così come non c’è una spiegazione a tutto o meglio, non riusciremo a comprendere ogni cosa.

Certezze, passaggio, possesso. È chiaro che abbiamo bisogno anche di comodità e aspetti materiali, ma noi saremo sempre noi anche senza.

Come spiegare ai ragazzi che a quell’essere sempre se stessi, bisogna dedicare sempre qualche minuto della propria giornata? Che presto o tardi, la furia omologatrice della società agirà su di loro e a questo dovranno prepararsi?

Chi spiegherà che una volta giunti nel microcosmo lavorativo, il valore della persona sarà sostituito dal suo prezzo e da quanto un individuo sarà disposto a cedere i suoi principi per tirare innanzi? Come spiegare ai ragazzi, che dovranno assistere all’ascesa dei mediocri e dei leccaculo, degli ipocriti e dei vigliacchi, dei frustrati e degli arrivisti, e di tutti coloro i quali trovano una realizzazione nel vendersi in quel microcosmo perché oltre, non avrebbero mai alcuna opportunità di soddisfazione?

Come spiegare ai ragazzi, che il recente è stato solo il primo sisma di una serie di terremoti che ne colpiranno l’esistenza e di cui pochi riusciranno a capacitarsi, così come soltanto i sismografi - lo scrivevo in qualche riga precedente - rilevano l’attività costante dei tumulti terresti?

Come spiegare, infine, che in quell’essere se stessi, saranno colpiti da una serie di distonie esistenziali, simili alla presenza di una Barbie nel presepe?

Come spiegare agli studenti - a tutti indistintamente - che la natura è maestra feroce di vita? 

Già, come spiegare se già l’hanno imparato?



Leggi La città senza uscita

© ENRICO MATTIOLI 2016   




L'era dei robot



Unknown


Martedì scorso guardavo in tv il programma Presa diretta di Riccardo Iacona. L’inchiesta era Il Pianeta dei robot. Non si trattava del futuro, ma del presente: robot già operanti in aziende come Amazon, tanto per citarne una, ma anche negli ospedali, negli uffici, nelle imprese alimentari, in qualche supermercato. Ricoprono qualsiasi ruolo: conducenti, avvocati, giornalisti, operai, medici, cuochi. Costano l’investimento iniziale e la manutenzione, lavorano h24, non vogliono aumenti salariali e non fanno sciopero. Eppure stavolta a tremare sono anche i colletti bianchi, non solo la manodopera perché l’evoluzione sta prendendo un indirizzo gestionale e non più – o non soltanto – di manovalanza.

Le prospettive, secondo gli studi sul futuro dell’occupazione, sembrano una catastrofe: cinque milioni di posti di lavoro persi finora e un terzo degli attuali a rischio nel futuro.

Se questa nuova frontiera porta risparmio sui costi dell’occupazione, provoca anche la perdita del lavoro stesso. Non è progresso e nemmeno sviluppo, è un suicidio.

Siamo passati dal consumare secondo i propri bisogni al consumare l’eccesso, il plusvalore. Fra qualche decennio – pochi, forse due o anche meno - bisognerà trovare il modo di consumare – perché consumare resterà il verbo dominante – senza averne le possibilità.

Vivere con una pensione di cinquecento euro mensili o con un assegno di reversibilità è un atto eroico e utopico. Sarebbe interessante se coloro i quali hanno sempre una risposta per tutto, spiegassero come si fa a campare in simili condizioni.

L’uomo moderno s’è impegnato nella sua più folle e tracotante avventura: il dominio sulla natura e sull’esistenza, per nulla preoccupato degli ordini sociali e le situazioni connesse.

Masse di migranti fuggono dai propri paesi in guerra incontrando altre miserie, provocando, loro malgrado, altri contrasti.

I conflitti internazionali poggiano le basi sulla distinzione tra terroristi, combattenti per la libertà, salvatori delle patrie, sciacalli che non sanno stare fermi e ciarlatani che non riescono a fare silenzio, ma c’è abbastanza sgomento per tutti: fa timore un attentato, anche se si muore lentamente, giorno per giorno.   

Auspico una rivoluzione delle intelligenze artificiali ma quando l’uomo sente puzza di rivolta, il tapino tende a sopprimerla.

Diffido non tanto dell’uomo in sé, ma dell’uomo al comando. Dirigere non è mai semplice, però spesso si fa passare la gestione delle sorti dell’umanità con quella degli interessi statali, oltre a quelli economici e finanziari delle multinazionali e degli istituti di credito.

Amministrare, disporre, controllare altri corpi, altre menti, altre anime, è qualcosa di perverso e psicotico, paragonabile per certi versi allo stalking, ma la chiamano ambizione, realizzazione personale, e allora deve andare bene così.

Ricordo l’aforisma di Albert Einstein sulla quarta guerra mondiale che sarà combattuta con i bastoni e con le pietre e penso che la vita, questa vita, è già una guerra. 



© ENRICO MATTIOLI 2016   




Dietro la lavagna. #InvaliditàIncivile


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La roulette cala un numero e sentenzia una penalizzazione che nessuno ha meritato: l’invalidità è ingiusta per ogni essere vivente. È come scalare una cima, chiunque sopporti uno svantaggio fisico diventa un grande scalatore.

Un combattente sa che deve continuare in salita mentre agli altri è toccata la pianura o la discesa. È da solo in questo tragitto, qualcuno lo osserverà con partecipazione, ma è solo. Svilupperà vista e udito, ha avuto molto tempo da perdere e da perdersi. Vedrà, udirà e sentirà in modo diverso e non perché è diverso o migliore - sa bene che non esistono i migliori - ma soltanto perché… è andata così. Senza una spiegazione, senza una colpa specifica, si trascorre tutta la vita dietro a una lavagna.

Ore 6.30 di un lunedì qualunque, quartiere Don Bosco a Roma. Fila davanti al portone della USL. Il sor Girolamo, settantacinque anni, un tumore di cui non precisa la localizzazione, attende i numeri per salire al piano quinto, dove richiedere il materiale protesico, le sacche e i pannoloni. È in coda per la moglie che ha avuto un’ischemia celebrale. Il figlio risiede in Ungheria e deve fare tutto da solo.

Al signor Franco, settantuno anni, occorrono i pannoloni perché la sua signora è affetta dal morbo di Alzheimer. Vorrebbe restituire un macchinario per deambulare perché non serve più, ormai la moglie è costantemente a letto.

Una ragazza accompagna la madre per la visita legale riguardo a un cancro al colon. C’è anche il cane con loro.

Ore 7. Arrivano i primi impiegati. Tanto non aprono, dice il sor Girolamo, almeno potevano farci salire per prendere i numeri. Infatti, non aprono, sono rigorosi, sull’orario d’inizio. Nel frattempo salgono in ufficio, sistemano le loro cose e riescono. Tornano con i giornali sotto il braccio e i cornetti. Ci si lamenta un po’ per abitudine, un po’ perché è sacrosanto.


Hai visto la Roma, iersera? Mannaggia la miseria, oh…

Ho visto, sor Girò, ma so de a Lazio, io.

 

E che ti possino acciaccarti, allora, mi dice ridendo. Siamo dentro le prime luci del mattino, il traffico s’ingrossa, i bar e le edicole si riempiono, anche la fila è cresciuta. Si affaccia il portiere che si rivolge alla signora in coda col cane: che deve salire alla USL? La signora risponde di sì. E allora mi dispiace, glielo dico prima, il cane non può salire. La signora torna in macchina per lasciare la bestia. Sono risoluti nel far rispettare le regole agli altri. Intanto il portiere continua a guardare la fila e non si azzarda ad aprire nemmeno per accoglierci nell’atrio del portone. Solo qualche settimana fa, ricordano i più assidui, s’era messo a piovere di brutto e allora si sono impietositi e c’hanno fatto mettere sotto la tettoria

 

Ore 7.30. Il portiere apre il cancello e ci dirigiamo verso gli ascensori. Si sale al quinto piano. La lettera A è per le sacche e i cateti; la lettera B per materiale protesico; la lettera C è per i pannoloni. L’ufficio apre alle 8.30. C’è ancora un’ora buona per far conoscenza e ascoltare storie.

Occuparsi di familiari invalidi è un lavoro vero e proprio. Si gira per il quartiere dalla USL vicina a una più distante perché quella di appartenenza non ha la struttura adeguata, e poi altre code all’INPS e ai patronati. Per un certificato sbagliato ti spetta la trafila da una scrivania all’altra, errore cui deve rimediare tu. Ci si trova davanti a giudizi e commissioni ad attendere verdetti e percentuali di gravità. E poi si ritorna ognuno a casa propria, dal marito, dalla moglie, dal padre o dalla madre a letto che chiedono com’è andata?  

Si muore un po’ per malattia e un po’ per burocrazia. Soprattutto per impotenza. Una persona invalida al cento per cento può attendere fino al proprio decesso il riconoscimento per l'assegno di accompagno. La trama delle pratiche e dei ricorsi è strutturata in modo che se, dopo l’invio della domanda per l’assegno, il profilo clinico del soggetto peggiora, non si può richiedere l’aggravamento per non perdere gli arretrati: bisogna attendere il verdetto iniziale – che può essere positivo o negativo – e dopo, in caso di esito negativo, inoltrare la pratica del ricorso. Se nel frattempo il paziente muore a causa delle patologie per cui è invalido, i parenti non possono chiedere l’aggravamento perché la morte non fa testo ai fini della pratica. Le sedi INPS sono nel caos, se capita di andare, le guardie giurate stesse ti sconsigliano la fila suggerendo di provare col numero verde o attraverso il web.  

Ore 8.30. Iniziano a chiamare i numeri. Una giovane madre conosciuta fuori del portone un paio d’ore prima, esce sbattendo la porta maledicendo l’impiegata e minacciando querele perché non si legge bene il nome del medico sulla ricetta rossa; questi (il dottore), sembra aver apposto uno scarabocchio sopra il timbro anziché la sua firma così non è possibile distinguere nulla. La figlia, però, ha necessità assoluta del busto; gli impiegati, invece, devono trascrivere e non possono accollarsi errori di altri.

Finite le due ore di strazio, ognuno correrà per la città a risolvere altre grane, ognuno magari al proprio posto di lavoro dove lo spazio per i suoi sfoghi è ristretto perché lì ognuno ha i suoi problemi. Quei problemi che nella mattinata trascorsa ci siamo scambiati come le figurine di un album dalla copertina grigia.

Esco dalla sede della USL per recarmi a quella dell’INPS. Mi sento chiamare. È il sor Girolamo che è salito sull’autobus e mi saluta con la mano: a laziale… che ti possino!  

Ci salutiamo così, sorridendo a questa vita, alla sorte, alle nostre miserie. 


 

© ENRICO MATTIOLI 2016   




La percezione della politica


Charles Bukowski, a suo modo un assassino del sogno americano, era piuttosto caustico: la politica è come cercare di inculare un gatto. Sulla democrazia, diventava implacabile: la differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare.

Non importa quello che dici, ma come lo dici e Charles Bukowski, con le sue buone maniere, poteva dire qualunque cosa. Sommessamente, rispetto allo zio Buk, nel mio libro Storie di qualunquisti anonimi, ho voluto affrontare il tema del qualunquismo. Fare del qualunquismo è facile tanto quanto dare del qualunquista a chi espone una critica. Troppo spesso, chi gestisce le cose pubbliche ha la replica standardizzata: non siate indifferenti!

Strizzare l’occhio, echeggiare, citare, è uno sport in cui bisogna essere abili. Gramsci, come in questo caso, ma anche Pasolini. Dante. Proverbi latineschi. Conosciamo a memoria gli aforismi di tutti, a volte li confondiamo, ma fa niente. È importante non restare in silenzio.

Quale sarebbe, oggi, il pensiero di Antonio Gramsci sugli indifferenti, dopo quarant’anni di governo scudocrociato, dopo la strategia della tensione, dopo la fine della prima e l’inizio della seconda repubblica, sotto il dominio permanente della Coca Cola? Non so dirlo, davvero. Mi risulta complicato immaginare se avrebbe trovato qualche etto di comprensione per chi, non riuscendo a combattere, continua a vivere strisciando, ma certo si sarebbe indignato nei confronti di quei parassiti che continuano a sfruttare i suoi contenuti nascondendosi dietro alla tastiera, alimentando impunemente un’esistenza misero borghese.   

Eppure, nella nostra vita, ognuno di noi ha avuto un’idea e ha sperato che questa potesse cambiare il mondo. I fattori che portano a sposare un ideale sono legati all’indole personale, al fascino suscitato da un uomo politico, alla tradizione familiare che induce ad abbracciare la stessa motivazione oppure, per spirito di contraddizione, l’opposta. A un programma, pure se, in questo caso, entriamo nella sfera prettamente legata all’opportunismo. Ovviamente ognuno potrà esporre i propri criteri di scelta. Qualunque essi siano, il tempo, la disillusione, le difficoltà del vivere, sono fattori che agiscono e agitano lo scetticismo albergante in tutti noi. Nel passare degli anni, è difficile mantenere viva la fiammella della fiducia, della speranza, del credere che le cose possano cambiare. La difficile applicazione degli ideali alla vita quotidiana e i problemi persistenti del mondo uniti agli interessi economici, agiscono in modo che le questioni, in molte aree geografiche, restino sempre le stesse e, soprattutto, irrisolte. 

Il potere se ne fotte e oggi è nella sua forma massima di evoluzione. È il potere che genera il qualunquismo, è il potere che genera l'equivoco, è il potere che si spaccia per la politica. 

Esistono categorie che richiedono soluzioni da ieri l’altro, non da oggi, e assistono passive a colpi di post e di commenti beceri in rete proprio da parte di chi dovrebbe legiferare. Chi vive con cinquecento e rotti euro di pensione, in una società sempre più cara dove i servizi sanitari si riducono a ogni scatto di lancetta, aspetta un’alba che non è mai spuntata. 

I politici spacciano consensi ottenuti e provati dai sondaggi, ma perfino i numeri possono diventare questioni soggettive. Sconfitte o vittorie, non importa se legate a referendum o primarie, seguono una linea interpretativa. La fiducia, cioè una faccenda legata all’etica, per il politico diventa una merce, una moneta.

Negli Stati Uniti, historia magista vitae, le presidenziali sono il più grande spettacolo della nostra epoca. I capitali impegnati nelle campagne elettorali sono ingenti. La partecipazione popolare è straordinaria. Si osanna sia l’ipocrisia di una parte e sia la mossa guascona dell’altra, pur se le questioni sociali non mancano, sono solo accantonate: abyssus abissum invocat. Vincerà il meno peggio o il più pericoloso?

Riguardo alle questioni di casa nostra, Roma è un paradosso lampante. La capitale esce da gestioni equivoche, stile terra di nessuno. Basterebbe a suggerire morigeratezza, i politici lo sanno, lo affermano anche, eppure, assistere alla corsa per le amministrative fa pensare che nulla sia accaduto di talmente grave nella città eterna. Stratagemmi e trovate surreali; personaggi dello sport, dello spettacolo, della cultura, tirati per la giacca in questa folle corsa alla fiducia popolare. Si gioca per non prenderle, si gioca a non scottarsi. Chi si tira indietro, chi si propone, chi copre un altro, chi si immola, chi fa la parte del martire della democrazia.  

La percezione della politica per molti, ormai, è la stessa che ha il tipo con le scarpe strette, il quale, aspetta la sera per potersele togliere. Si rende conto, poi col tempo, che non ci sono più nemmeno quelle scarpe perché chi si alza per primo, le prende all’altro.

Il tempo è la cosa più implacabile che esista, ma le questioni quantiche, la meditazione, ci suggeriscono che in realtà, questa realtà e questo stesso tempo, non esistono. Non esiste nemmeno la politica, in fondo. C'è il potere, appunto. Si combatte l’allungamento dell’età pensionabile, soprattutto perché questa esistenza è iniqua e vorremmo trascorrere parte di essa, in salute e serenità al bar, al pub o davanti al portone con gli amici, a leggere il giornale o un libro, a guardar le stelle o i tramonti con altri occhi e l’ego sgonfio rispetto alla gioventù, a parlare di quello che è stato e di quel poco che potrà essere. La nostra vita è stata ostaggio di altri e di altro, qualche fetta di noi stessi ci spetterebbe di diritto, almeno alla fine. È strisciante la sensazione di essere stati raggirati e un po’ di giustezza, anche in questo mondo, non può essere nociva.  

La percezione della politica è un inganno. L'ho già scritto? Non esiste, la politica.

Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L'età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell'arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia, infatti, la linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete d'arabeschi.

Ennio Flaiano



© ENRICO MATTIOLI 2016   

   



Come se fosse un format. Appunti su guerra e terrorismo.


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La premessa fondamentale è che il terrorismo non ha giustificazione perché colpisce la gente comune. Questo aspetto vale per qualsiasi area geografica, non fanno eccezione i territori in cui si pensa di esportare democrazia e si colpiscono civili inermi.

Apparteniamo, per ragioni che non abbiamo scelto direttamente, all’area yankee: siamo noi, volenti o nolenti, gli uomini bianchi, conserviamo, inconsciamente, la stessa presupponenza con cui i nostri antenati partivano per fronteggiare gli Indiani d’America. L’idea del progresso fanatico celato da una civilizzazione presunta, legittimò lo sterminio del popolo indiano da parte dei primi europei (spagnoli, francesi e inglesi su tutti), che misero piede nel nuovo continente.

Nei secoli successivi, coloro che lì andarono a moltiplicarsi, generarono il popolo americano, per l’appunto; questa in estrema sintesi, la storia. La civilizzazione volle che la lotta all’indiano perseverasse in conformità a una cultura che andava consolidandosi.

Tra i principi degli Indiani nordamericani, troviamo la rinuncia alla proprietà della terra, l'idea di comunità che è il prolungamento della famiglia; il rapporto tra la concezione del mondo, l’ordine sociale e le relazioni con l’ambiente; il concetto del tempo e una religiosità concepita come equità con ogni forma vivente: alberi, animali, piante, sono fratelli e sorelle, per l’indiano. I primi nativi americani credevano che la verità sapesse difendersi dalla profanazione.

Le popolazioni indiane erano molteplici e ognuna con la propria filosofia e spiritualità. Le loro origini erano antichissime, si attesta che i primi insediamenti dell’uomo in Nord America siano avvenuti da diecimila a settantamila anni fa, ma è d’obbligo compiere un balzo temporale (almeno fino a qualche secolo passato), per arrivare al nodo della questione: il nativo americano è essenzialmente un uomo che lavora per il proprio bisogno e non per sfruttare risorse, accumulare e reinvestire profitto. Non recinta i campi coltivati né erige frontiere. Il conquistatore europeo, ebbro di superiorità, avanza pretese su quelle terre perché le risorse non sono sfruttate opportunamente: quegli abitanti non sono degni di vive su quel suolo.

Lo sterminio del nativo americano durò dai primi insediamenti spagnoli del 1521 in Florida, fino alla fine del 1890 con la morte di Toro Seduto e poi il massacro di Wounded Knee.

La popolazione indiana era ormai ridotta a poche migliaia inoffensive, fiaccate da schiavitù e restrizioni. Pensare però, a tutte queste tribù come a popoli inermi è ovviamente sbagliato. Il nativo americano era un guerriero che si difendeva dalle invasioni e dalle violazioni.

A scanso di equivoci, non s’intende paragonare l’odissea del popolo indiano alle realtà islamiche, siamo, come detto, filo occidentali per discendenza, legati alla bandiera stelle e strisce da contratti capestro e trattati inviolabili al punto che, provocatoriamente, sarebbero da superare sovranità italiche e votare direttamente alle elezioni d’oltreoceano. 

Ora, per considerare le cose da una prospettiva più opportuna, bisogna superare il concetto dell’esistenza personale sulla terra: lo yankee ha pazienza. Ha impiegato circa trecentocinquant’anni per ridurre il popolo indiano al silenzio e cancellarne cultura e religione. Ha investito del tempo per sconfiggere il nazismo e prolungare un conflitto mondiale che avrebbe fiaccato anche gli alleati europei ai quali successe come guida economica e politica. Lo yankee ha fallito in Vietnam ma ha fatto tesoro della sconfitta. La struttura finanziaria e militare americana, considera la guerra come un format. Non sono io a dirlo, se lo dicono da soli loro stessi. La letteratura americana è caratterizzata da scrittori che ne hanno contestato il sogno e così il cinema, la musica. Questa è l’altra America, quella che amo.

Molti di noi non vedranno la sconfitta del terrorismo che durerà ancora per anni ma che avverrà comunque. Dovremo necessariamente abituarci come a un fatto quotidiano, come a una notizia consueta, come a una rubrica. Come fosse un format, appunto.


Certa gente è nata per sventolare la bandiera


Oh, sono rossi, bianchi e blu


E quando la banda suona "Hail to the Chief"


Puntano il cannone contro di te... oh mio dio!


Non io, non io, io non sono un figlio di un senatore, no


Non io, non io, io non sono un figlio di un senatore, no
 Yeah



 

 © ENRICO MATTIOLI 2016      


    


Unioni civili: una battaglia di retroguardia.


Punto_interrogativo



Continuo a leggere sulle unioni civili. Ascolto notizie di cronaca su crimini commessi all’interno delle famiglie, donne bruciate o accoltellate o prese a martellate, figli soppressi durante il sonno. Politici che passerellano su problemi di vita e di condizione, persone che non possono non dire la propria sulla questione del momento. Tifo e cori da stadio, bandiere e stendardi e slogans, certezze alimentate da una presa usb.

La questione sulle unioni civili è una battaglia di retroguardia: qualcuno si vede sconfitto (o si sente in imbarazzo) e tenta di proteggere la fuga.

Un paese non è retrogrado (o almeno solo) perché non accetta le unioni tra persone dello stesso sesso, ma perché questo sistema non ha ancora superato il concetto di famiglia (o almeno di famiglia tradizionale, se questo fa piacere a qualcuno).

Stampa Alternativa nella persona di Marcello Baraghini, nel 1975 ebbe qualche problemino (per usare un eufemismo), dopo la pubblicazione di Contro la famiglia – manuale di autodifesa e lotta per i minorenni.

Scatenò un putiferio, scosse e scandalizzò le coscienze e la pubblicazione fu sequestrata. Mi spiega Baraghini su Facebook. 

Se la fecero sotto ed avevano ragione, il libro non solo metteva alla berlina ma forniva, per la prima volta, armi non violente addirittura ai minorenni per deperire il potere dell'istituzione più subdoa e violenta esistente in Italia: la famiglia. Non potendo colpire direttamente il contenuto estrapolarono un paio di frasi, innocque nel contesto più generale, per conclamare un'esistente incitamento al furto e all'aborto. Ma oramai il libro era entrato nelle vene pulsanti italiane e nulla fu come prima a dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, dei quattro gatti (qualche decina di migliaia contro i due milioni sbandierati) del Family Day. La famiglia tradizionale, fucina di orrori e violenze, era morta e un nuovo diritto di famiglia che attinse dalle pagina di Contro la famiglia si affermò. Ecco Stampa Alternativa.

Semplicemnte ho dato la parola al demonio, lo stesso demonio che vive in quasi tutte le famiglie italiane nelle quali padri, zii, nonni, e loro amici, compiono violenze, soprattutto erotiche, su minori delle stesse loro famiglie.

Non si intende, attraverso questo articolo, far passare le Unioni Civili come la soluzione ai crimini perpetrati all'interno delle famiglie, ma solo offrire una riflessione sul fatto che un modello perfetto non esiste. L'essere umano di per sé, è un esempio di imperfezione.

Certo è che i crimini gravi non si consumano in ogni nucleo familiare, ma pensate ai casi che non emergono per paura e vergogna.  

Sognare una realtà in cui l'umanità tutta sia una famiglia è utopico e retorico, ma su determinate questioni dell'esistenza, certezze e giudizi perentori sarebbero da bandire e il dubbio sui propri convincimenti, non deve mai essere soppresso. 


© ENRICO MATTIOLI 2016      


    



Il sindacato tra presente e passato: fu vera gloria?


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Ho scritto un libro dal titolo La città senza uscita. Oltre la trama, ho dovuto creare una sottostoria che riguarda l'ambiente sindacale. È un tema che sento molto. 

Nei luoghi di lavoro, spesso, si discute sulla funzione del sindacato oggi. Si dice che è finito il periodo in cui le federazioni si sbattevano per i lavoratori, sono finiti i giorni dei diritti, son finiti i diritti.

Negli ultimi tempi ho riflettuto molto sull’equazione e, devo dire, i meriti sulle passate conquiste così disperatamente sbandierati nel momento in cui si chiede di sottoscrivere una tessera, mi appaiono incerti. 

Scrivo subito, a scanso di equivoci, che mi rendo conto del fatto che non sia il momento per affrontare una tale questione. Non è politicamente corretto, son periodi difficili (ma quando mai sono stati facili?), bisogna usare le parole con cautela e fare in modo di non essere fraintesi riguardo a riabilitazioni e revisioni storiche. Tutto vero, però…

 … però, negli anni che vanno dai ’70 agli ’80, parallelamente alle lotte sindacali, i venti di protesta fischiavano forte. C’era il piombo nelle strade, nelle fabbriche, nelle università. Era presente nel nostro paese quella trama eversiva che univa, non come collaborazione ma come collocazione, gruppi tipo la XXII Ottobre, le BR (almeno prima che svoltassero più marcatamente verso la politica in senso stretto), Prima Linea, tanto per citarne alcuni. 

Fatta salva la pietà umana per le persone colpite, la condanna della violenza come strumento di lotta e, aggiungo, la comprensione per chi può pensare a queste come a frasi di circostanza che si devono scrivere, a fronte di tutto ciò credo che in un clima simile, perfino le trattative sindacali, le conquiste dei diritti, abbiano subito la tensione del periodo. 

Mi riferisco a quanto il terrore condizionava le scelte dilatando i conflitti sociali al fine di evitare che l’eversione diventasse un fenomeno di massa. 

Il Partito Comunista e le strutture sindacali si dissociarono dal terrorismo. I gruppi colpivano nelle fabbriche, ricordiamo su tutti, Guido Rossa, sindacalista CGIL ucciso da un commando delle BR per aver denunciato l’attività eversiva all’interno dell’Italsider di Genova, di Francesco Berardi, successivamente condannato e morto suicida in carcere.

Di là delle sigle, dei gruppi, degli incarichi ricoperti, chi conduce le trattative è un essere umano. 

Marco Biagi, giuslavorista incaricato di portare a termine la riforma del mercato del lavoro, colpito dalle Nuove Brigate Rosse, era un uomo dilaniato, cosciente di essere finito nel taccuino dei brigatisti. Aveva fatto domanda più volte per una scorta che non gli fu mai concessa.  A onor del vero, il timore non gli impedì di portare a termine la sua riforma, che, ricordiamo in sintesi, concedeva maggiori tutele al datore di lavoro in materia di licenziamento.

E questa vicenda è già una risposta parziale all’interrogativo: nessuno si fa condizionare.

CGIL, CISL, UIL, a mio avviso, oggi perdono la fiducia popolare. Hanno compiuto e compiono scelte a dir poco scellerate nel corso degli ultimi anni. Nei luoghi di lavoro rimarcano la funzione delle tutele sindacali rivendicando, spesso come unica carta, le vittorie che furono, eppure, proprio su questo, la domanda su se e in quale misura, il fenomeno eversivo abbia influito sulle conquiste, andrebbe affrontata.

Fu vera gloria o frutto del contesto?



Leopoldo Canapone, addetto di supermercato, è il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari: leggi La città senza uscita  versione ebook su Bookrepubblic


 © ENRICO MATTIOLI 2015



    

 


© Enrico Mattioli 2017