Il sindacato tra presente e passato: fu vera gloria?


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Ho scritto un libro dal titolo La città senza uscita. Oltre la trama, ho dovuto creare una sottostoria che riguarda l'ambiente sindacale. È un tema che sento molto. 

Nei luoghi di lavoro, spesso, si discute sulla funzione del sindacato oggi. Si dice che è finito il periodo in cui le federazioni si sbattevano per i lavoratori, sono finiti i giorni dei diritti, son finiti i diritti.

Negli ultimi tempi ho riflettuto molto sull’equazione e, devo dire, i meriti sulle passate conquiste così disperatamente sbandierati nel momento in cui si chiede di sottoscrivere una tessera, mi appaiono incerti. 

Scrivo subito, a scanso di equivoci, che mi rendo conto del fatto che non sia il momento per affrontare una tale questione. Non è politicamente corretto, son periodi difficili (ma quando mai sono stati facili?), bisogna usare le parole con cautela e fare in modo di non essere fraintesi riguardo a riabilitazioni e revisioni storiche. Tutto vero, però…

 … però, negli anni che vanno dai ’70 agli ’80, parallelamente alle lotte sindacali, i venti di protesta fischiavano forte. C’era il piombo nelle strade, nelle fabbriche, nelle università. Era presente nel nostro paese quella trama eversiva che univa, non come collaborazione ma come collocazione, gruppi tipo la XXII Ottobre, le BR (almeno prima che svoltassero più marcatamente verso la politica in senso stretto), Prima Linea, tanto per citarne alcuni. 

Fatta salva la pietà umana per le persone colpite, la condanna della violenza come strumento di lotta e, aggiungo, la comprensione per chi può pensare a queste come a frasi di circostanza che si devono scrivere, a fronte di tutto ciò credo che in un clima simile, perfino le trattative sindacali, le conquiste dei diritti, abbiano subito la tensione del periodo. 

Mi riferisco a quanto il terrore condizionava le scelte dilatando i conflitti sociali al fine di evitare che l’eversione diventasse un fenomeno di massa. 

Il Partito Comunista e le strutture sindacali si dissociarono dal terrorismo. I gruppi colpivano nelle fabbriche, ricordiamo su tutti, Guido Rossa, sindacalista CGIL ucciso da un commando delle BR per aver denunciato l’attività eversiva all’interno dell’Italsider di Genova, di Francesco Berardi, successivamente condannato e morto suicida in carcere.

Di là delle sigle, dei gruppi, degli incarichi ricoperti, chi conduce le trattative è un essere umano. 

Marco Biagi, giuslavorista incaricato di portare a termine la riforma del mercato del lavoro, colpito dalle Nuove Brigate Rosse, era un uomo dilaniato, cosciente di essere finito nel taccuino dei brigatisti. Aveva fatto domanda più volte per una scorta che non gli fu mai concessa.  A onor del vero, il timore non gli impedì di portare a termine la sua riforma, che, ricordiamo in sintesi, concedeva maggiori tutele al datore di lavoro in materia di licenziamento.

E questa vicenda è già una risposta parziale all’interrogativo: nessuno si fa condizionare.

CGIL, CISL, UIL, a mio avviso, oggi perdono la fiducia popolare. Hanno compiuto e compiono scelte a dir poco scellerate nel corso degli ultimi anni. Nei luoghi di lavoro rimarcano la funzione delle tutele sindacali rivendicando, spesso come unica carta, le vittorie che furono, eppure, proprio su questo, la domanda su se e in quale misura, il fenomeno eversivo abbia influito sulle conquiste, andrebbe affrontata.

Fu vera gloria o frutto del contesto?



Leopoldo Canapone, addetto di supermercato, è il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari: leggi La città senza uscita  versione ebook su Bookrepubblic


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