Il romanzo d'Italia: quello che non sapevate ve lo dico io


Embè certo: scrivere che la storia italiana è fondata sul broglio elettorale può essere qualunquistico, ma affermare che la nostra Repubblica è stata concepita nel sospetto profondo, sotto la panca ci può stare.

Eppure, quel giorno sotto la panca non c’era la capra, bensì tal Francesco e tal Luigina e che fossero proprio sotto oppure anche sopra, poco importa ormai. Accadde un fatto strano. Fate attenzione, a questo punto, nessuno si senta escluso:

dov’eravate tutti, nella giornata del 2 giugno, anno di grazia 1946?

Non c’eravate? Dite sempre così, ma dovreste provarlo. Sono spariti dei voti, ma non dei voti qualunque. Erano i voti del Re, perché qui c’era una volta un Re. Cioè, i voti non erano suoi, dice che lui aveva vinto le elezioni. E dice pure che alle votazioni mancavano dei territori, tipo la Libia che era italiana, la Dalmazia e altre terre confinanti con l’est europeo e che le preferenze di quei luoghi sarebbero arrivate in seguito, nel successivo. Ma intanto, il Re aveva vinto. Dice. E la notizia cominciò a fare in suo gossip in giro.

Nel frattempo, per un’azione naturale e pure artificiosa, il disegno di sovvertire il suffragio ebbe il suo epilogo e spuntarono nuove schede e altre preferenze. Il dato era tratto come la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. Ci fu un po’ di maretta, qualcuno è ito ‘n puzza (trad. non l’ha presa bene), com’è facile immaginare. Il Re, senza aspettare l’appello in Cassazione, fu costretto all’esilio, fottuto anche dai suoi stessi ministri.

Ma facciamo un passo indietro. Nonostante le demarcazioni naturali del territorio fossero state favorevoli fin dai tempi di Checco e Gina (due elementi, quindi, che entrano ed escono da tutte le storie senza lasciar traccia), siamo nati come un popolo che non ama le cose semplici e deve disperatamente complicarsi la vita. Ergo, siamo un romanzo. No, una fiction. Oppure un format.

All’epoca della Gita dei Mille, la penisola era un paesotto dalle tinte leopardate che apparteneva nel centro nord e nel basso settentrione (fino alla Toscana) al Regno di Sardegna; il Savoia e il Nizza, a ovest, erano di pertinenza franzosa; l’alto est o il Pantalone, all’Austria; il centro era Stato Pontificio mentre il basso e medio meridione era Regno delle due Sicilie. C’è da dire che tra i primi dell’ottocento e la metà, detti confini erano stati flessibili, un concetto che poi sarebbe stato ripreso ai nostri giorni, ma questa è un’altra storia. Torniamo a noi.

Giuseppe Garibaldi, che comandava i bersaglieri e fu ferito a una zampa, interpretando l’esigenza che la penisola avesse il suo ruolo d’equilibrio nel continente europeo, si prese l’onere dello sporco lavoro di cucitura. Un sarto. Forse, ma a qualcuno quel vestito non piaceva e ci fu molto da fare. Tutti coloro i quali ai tempi erano, oggi non vogliono parlare. Non vogliono oppure non possono?

Checco e Gina continuavano girarsi sulla panca, sempre occultando la loro posizione: che cosa nascondevano sotto quella panca? Erano loro i mandanti dell’ordinazione al Generale dei due mondi? La risposta sorgeva spontanea: boh? Ed è ancora lì com’era allora.

Intanto, l’Italia risultava unita, anno 1861. Unita oppure rattoppata, poco importa. Ma aveva un buco nel vestito, proprio al centro. Mancava di una capitale e l’ideale era quella città dai sette colli con il fiume che ivi scorreva lento lento.

Chi ne gestiva le sorti non intendeva cedere, spalleggiato pure da certi franzosi, ma quella cittadina era nata per essere capitale, già nei secoli passati pare avesse avuto il suo splendore e il suo usufrutto. Ci vollero circa dieci anni affinché le condizioni maturassero: dopo un’ennesima sconfitta del terzo Napoleone, la nazionale dei franzosi battè in ritirata lasciando il Santo Padre da solo col mazzo di chiavi in mano. Il 20 settembre del 1870 qualcuno aprì una breccia (‘n’antro buco), e non fu troppo complicato impossessarsi del campo di gioco.

Anno 1871, Roma è capitale. Era l’Italia, più o meno, con qualche problema di confinamento risolto negli anni da risse varie e tafferugli.

Gli anni passavano tranquilli. Il Santo Padre continuava a dichiararsi prigioniero politico dello Stato Italiano e proibì a suoi elettori di partecipare alla vita del paese, scomunicando addirittura il Re Vittorio Emanuele detto il secondo.

Il 20 settembre divenne, quindi, festa nazionale, e così fu fino alla stipula dei patti lateranensi nel 1929 tra la Santa Sede e il Governo Italiano rappresentato nel suo fulgido vigore dalla persona del cavalier Benito Mussolini. Ecco, quello fu il momento in cui finalmente anche i cattolici, come i tanti laici che imperversavano, furono riaccreditati e poterono partecipare attivamente all’esperienza sociale…

Sì, vabbè, scritta così fa anche ridere, ma è una battuta involontaria. Il cavalier Benito era vittima del fanatismo popolare: quando un leader autoritario parla alle masse, del resto, è come se parlasse da solo, no?

Tutte le cose devono passare e anche quel periodo ebbe il suo termine. Tragico. Sulla panca, Checco e Gina continuavano a rigirarsi a proprio modo, apparivano e scomparivano come se nulla fosse. Di loro, ancora oggi, si sa poco e nulla, pure se qualcuno a Roma ha pensato bene di inaugurare la tendenza di lasciare dei lucchetti su di un noto ponte e gettar via le chiavi. Omaggio al loro amore.

Ecco, siamo ai saluti. Io tutto quel che sapevo, ve l’ho scritto. Non è molto, ce ne sarebbero di cose da riportare, ma abbandonai la scuola in quarta elementare. Dissero che avevo ucciso io la maestra. Lei si chiamava Luigina e aveva un marito di nome Francesco.

 

Capito, adesso?


Vabbè, saluti




© ENRICO MATTIOLI 2014


 

   

       

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