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Enrico Mattioli 

Nato in una città del Lazio, capitale di Stato, bagnata da un fiume, costruita su sette colli, della quale preferisco non fare il nome per questioni di privacy.    

Mi definisco una voce e non uno scrittore. Quello che faccio è lanciare messaggi attraverso testi e immagini. Dal conflitto tra i personaggi e l'ambiente intorno, attingo le mie trame. Raccontare le stonature è quanto mi propongo di fare con i miei libri. 

Esistono solo due tipi di narrativa: quella che fa bene, che è cattiva, e quella che fa male, che è buona. La narrativa d'evasione è fatta con zuccheri industriali, l'altra mantiene un gusto acre e lascia una cicatrice. 

Nel 2001 ho ricevuto il premio Atheste per la satira, organizzato dalla città di Este. Poi, ho dovuto imparare a leggere e a scrivere.  

Ho frequentando Riaprire il fuoco, il blog di Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini, un bar virtuale dove un operatore culturale e un editore, discutevano di letteratura. Indirizzi e scelte future sono maturate in quel periodo.

Se devo trovare una definizione per i testi che scrivo, direi che Street book è quella appropriata, anche se negli spazi urbani puoi scrivere slogan e non libri. Il formato elettronico (oltre al cartaceo) è una conseguenza, come l'auto pubblicazione che è diventata da ultima a unica scelta.


Cosa scrivo?

Io opero nella Grande Distribuzione. Il contatto col pubblico è importante per tratteggiare i miei personaggi, i quali risultano sconfitti, isolati, disillusi, in contrasto con l’ambiente, figure alla ricerca di un senso che però è vietato oppure contrario. 

L'esperienza decennale come delegato sindacale di base, mi ha appassionato alle tematiche del lavoro, dei mestieri e delle arti. 

Le storie che racconto sono verosimili, ambientate in periferia, alla fermata dell'autobus o in piccole stazioni di quartiere, in un centro commerciale o in un bar. 

Seguo con interesse le tematiche nei film di Ken Loach e riguardo ai miei scritti tento di restare fedele a due principi ispirati da Emil Cioran e Raymond Carver, che riporto nelle righe successive.


Cos'è un libro?

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle. Un libro deve essere un pericolo. A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. 

Emil Cioran 


Effetti collaterali.   

Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore o la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, “creature di sangue caldo e nervi”, come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.

Raymond Carver



© ENRICO MATTIOLI 2017


    


© Enrico Mattioli 2017